
Originariamente Scritto da
mustang
Votate Prodi e non il Cavaliere, spiega l’Economist con la foga un po’ livida di chi già ci provò cinque anni fa, e fallì.
Un endorsement legittimo, come quello del Corriere, ma discutibile.
Prima tesi. Ha tre televisioni. Vero, e anomalo.
Ma il giornale del liberalismo economico, se facesse un corso di italiano e di storia, saprebbe che quelle tre televisioni hanno storicamente rotto il monopolio di stato e sono state combattute in nome non del mercato, che esigerebbe la privatizzazione totale dell’etere a partire dalle tre reti pubbliche, ma di una spartizione oligarchica dell’etere, per via politica.
Peggio. Se quelle tre televisioni sono diventate un partito (parlando così, all’ingrosso) è perché quel monopolio di stato si identificava con un modello politico, di cui la Rai è sempre stata avanguardia e nume protettore, chiamato Prima Repubblica: un regime semisecolare senza alternanza, senza vere libertà economiche, civilmente e culturalmente bloccato.
Quella anomalia è storica, non diabolica: è per l’Italia una felice anomalia, una felix culpa.
Seconda tesi. Ha seri guai con la giustizia. Vero, ma l’anomalia è rovesciata.
La giustizia all’italiana ha seri guai con se stessa, nessuna persona seria ormai nega che l’attacco giudiziario partito contro Berlusconi dopo la sua entrata in politica sia intrecciato a pregiudizio politico, e che spesso si sia risolto in abuso della giustizia, il peggio che possa capitare da un punto di vista liberale.
In merito, l’Economist dovrebbe leggere per lo meno il Wall Street Journal.
Terza tesi. La sua maggioranza parlamentare in questi cinque anni lo ha difeso introducendo leggi ad hoc. Vero. Ma chi è stato difeso?
Un delinquente politico o un politico eletto e messo sotto attacco da una casta giudiziaria politicizzata? Almeno la domanda avrebbero dovuto farsela, gli amici dell’Economist.
Quarta tesi. Ha fallito come premier.
Qui si rientra nella norma delle democrazie dell’alternanza, e il giudizio è più libero, perfino volatile. Senonché l’Economist ipotizza che Prodi potrà fare little better, se potrà.
Ma la scommessa è parecchio azzardata. Infatti il giornale di Londra omette di aggiungere che, se Berlusconi non ha nemmeno iniziato una rivoluzione liberale del sistema economico e sociale, nonostante due sensibili riforme come il mercato del lavoro e le pensioni, che gli vengono riconosciute, Prodi non ha l’intenzione né la forza politica di progettarla nemmeno, quella rivoluzione.
Per ragioni che l’Economist descrive perfettamente, e che diventano allarmanti se aggiunte alle cose che il settimanale pensa e scrive sulla politica estera del centrosinistra, la coalizione che sogna di recuperare il relitto del superstato europeista appena affondato.
Dunque Bill Emmott continua ad avere torto, anche scrivendo nel primo numero del giornale diretto dal suo successore John Micklethwait:
bisogna votare Berlusconi, non Prodi.
saluti