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  1. #1
    fmnicosia
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    Gesù al tribunale di Strasburgo
    Cristo è esistito o no? Gli avvocati Giovanni Di Stefano e Domenico Marinelli
    si occuperanno del caso Cascioli al tribunale dei Diritti Umani
    :
    Roma – Saddam Hussein, Tarek Aziz, Telekom Serbia, Milosevich, Kennedy, Lady Diana, sono solo alcuni tra i casi clamorosi di cui si sono occupati gli avvocati Giovanni Di Stefano e Domenico Marinelli. Di Stefano e Marinelli si occuperanno anche del caso Luigi Cascioli lo studioso, ex seminarista, autore del libro-denuncia “La favola di Cristo – Inconfutabile dimostrazione della non esistenza di Gesù”. Cascioli asserisce di avere dimostrato in maniera inequivocabile la “non esistenza storica di Gesù detto il Cristo”. Nel settembre 2002 Cascioli querelò don Enrico Righi, parroco di Bagnoregio (Viterbo), per “abuso della credulità popolare” e “scambio di persona” perché il prete scrisse in un giornale che Gesù nacque da Maria e Giuseppe e visse in carne ed ossa. Il Tribunale di Viterbo, dopo lunghi tira e molla, archiviò il caso benchè il prete non abbia portato alcuna prova ammissibile dell’esistenza di Cristo. Insoddisfatto dell’archiviazione, Cascioli e suoi legali Di Stefano e Marinelli si rivolgeranno ora al Tribunale dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. “La legge è in base al rispetto del diritto nazionale e internazionale” commenta Di Stefano, “ipotesi e congetture lasciamole ai preti”. Se il caso giudiziario venisse riaperto diverrebbe un processo di planetaria importanza considerato che metterebbe in seria discussione la dottrina e i fondamenti sui quali si basano il Cristianesimo e la Chiesa cattolica. Sarebbe un processo giudiziario nel quale i ministri della Chiesa, alias il Vaticano, dovrebbero dimostrare, come asseriscono da duemila anni, che Cristo è esistito esibendo prove ammissibili concrete e non argomentazioni teologiche o filosofiche. Rif. www.LuigiCascioli.it
    Informazioni, interviste e adesioni: Axteismo, Movimento Internazionale di Libero Pensiero axteismo@yahoo.it tel. 3393188116 http://nochiesa.blogspot.com
    :

  2. #2
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    FONTI EXTRABIBLICHE SU GESU' DI NAZARETH

    TALLO
    Si tratta probabilmente della prima testimonianza non cristiana storica su Gesù che ci è pervenuta. Tallo era uno storico romano, o samaritano. I suoi scritti risalgono al 52 d.C. e sono andati tutti perduti. Oggi abbiamo soltanto alcuni frammenti presenti in altri autori che lo citano. Tallo scrisse una storia universale cominciando dalla Guerra di Troia fino a suoi giorni. In questa opera, lo storico romano parlò di Gesù Cristo e in particolare cercò di spiegare in senso razionale l’oscurità che scese su tutta la terra al momento della crocifissione, sostenendo che questo fenomeno fu dovuto ad una eclisse solare. Questo lo sappiamo da Giulio l’Africano (170-240 d.C. circa), autore cristiano, che riporta, criticando, quanto scritto da Tallo.
    "Tallo, nel terzo libro della sua Storia, definisce questa oscurità un’eclisse solare. Questo mi sembra inaccettabile. “
    Anche un autore greco Flegonte di Tralle (II sec.) cita il passo di Tallo in cui parla dell’eclisse che causò l’oscurità nel momento della crocifissione, dicendo che avvenne nella duecentoduesima olimpiade (39 d.C.) e ci fu talmente buio che si videro le stelle.
    La testimonianza di Tallo, ripresa da Giulio l’Africano, è una testimonianza indiretta su Gesù: il fatto che egli parli dell’ «eclisse» che è avvenuta durante la crocifissione, implica che egli considera come un fatto storico l’esistenza di Gesù

    __________________________________________________ _____________

    PETRONIO
    Petronio, autore latino del I sec., scrisse un’opera dal titolo Satyricon, dove viene riportato un episodio dal titolo La matrona di Efeso. Oggi, la critica si dibatte se questo Petronio sia da identificare con Petronio Arbitro maestro di sfrenatezze di Nerone, oppure si tratta di un altro personaggio. Molti studiosi sono orientati per l’attribuzione del Satyricon proprio al cortigiano di Nerone. In tal caso, essendo Petronio Arbitro morto suicida nel 66 d.C. , sorprende che nel brano La matrona di Efeso, ci siano numerosi richiami ad episodi del Vangelo e che proverebbero l’antichità dei Sinottici.
    In pratica, Petronio narra (probabilmente per ironizzare contro chi sosteneva la risurrezione di Cristo) che furono crocifissi due uomini vicino alla tomba di un altro uomo appena morto che veniva pianto notte e giorno dalla moglie (la matrona di Efeso). Il soldato che era di guardia ai due crocifissi finisce per adescare la donna e si unisce a lei nella tomba del marito defunto. Nel frattempo, i parenti di uno dei due crocifissi, vedendo che il soldato non era più a guardia ai due giustiziati, tirano giù dalla croce il corpo del loro caro defunto (sarebbe questa l’allusione di Petronio all’accusa fatta ai discepoli di Cristo del trafugamento del corpo di Gesù). Il soldato, accortosi che era rimasto soltanto un cadavere sulla croce e temendo di essere giustiziato, per celare il furto, appese alla croce il cadavere del marito della donna che nel frattempo era diventata la sua amante.
    C'era una volta ad Efeso una matrona di così rinomata pudicizia che accorrevano ad ammirarla anche le donne dei paesi vicini. Ora questa donna, dopo aver perduto il marito […]. Quand'ecco che nel frattempo il governatore della provincia fece crocifiggere dei ladroni proprio vicino a quella tomba in cui la matrona piangeva il cadavere ancora fresco del marito. La notte seguente, dunque, un soldato che faceva la guardia alle croci per evitare che qualcuno sottraesse i corpi e desse loro sepoltura, avendo notato una luce che risplendeva sempre più vivida tra i monumenti funebri e avendo udito il gemito di qualcuno che piangeva, per umana curiosità fu preso dal desiderio di sapere chi fosse o che cosa facesse. Scese quindi nel sepolcro e, vista una donna bellissima, in un primo momento si fermò sbigottito come davanti ad un fantasma o ad un'apparizione infernale, ma poi, quando vide il corpo del morto e considerò quelle lacrime e quel volto graffiato dalle unghie, resosi conto della situazione reale, del fatto cioè che la donna non poteva sopportare la perdita del marito, portò nel sepolcro la sua cenetta e incominciò ad esortare la donna in lacrime a non perseverare in un dolore del tutto inutile e a non rompersi il petto con singhiozzi che non avrebbero portato alcun giovamento.[…]
    A farla breve, la donna […] e il soldato […] giacquero dunque insieme non solo quella notte, in cui consumarono le nozze, ma anche il giorno seguente e il terzo giorno, naturalmente dopo aver ben chiuso le porte del sepolcro, di modo che, chiunque si fosse avvicinato al monumento funebre, conosciuto o sconosciuto che fosse, pensasse che la castissima moglie fosse morta sopra il corpo del marito.
    Intanto il soldato, attratto dalla bellezza della donna e dalla segretezza di quell'amore, comprava tutto ciò che di buono poteva con i suoi scarsi mezzi e subito, al calar della notte, lo portava nella tomba. Perciò i parenti di uno dei crocifissi, come videro che la sorveglianza era diventata meno stretta, una notte tirarono giù il loro congiunto appeso e gli resero gli estremi onori. Ma il soldato, raggirato mentre si dava al bel tempo, non appena il giorno seguente vide una delle croci senza cadavere, temendo di essere giustiziato, spiegò alla donna che cosa fosse successo: e aggiunse che non avrebbe aspettato la sentenza del giudice, ma avrebbe fatto giustizia della sua incuria con la spada. Solo, concedesse lei stessa un posto a lui che stava per morire e rendesse comune al marito e all'amante quel sepolcro fatale. La donna, non meno pietosa che casta, rispose: "Gli dèi non permettano che io veda in così breve tempo i due funerali dei due uomini a me più cari! Preferisco appendere alla croce il morto che far morire il vivo". Conformemente a questo discorso, ordinò di togliere dalla bara il cadavere di suo marito e di attaccarlo alla croce che era rimasta libera. Il soldato mise in atto la trovata di quella donna così assennata, e il giorno dopo la gente si chiese con meraviglia come avesse fatto il morto a salire in croce.
    Come si può notare, il passo sembra voler fare una parodia circa la crocifissione e la risurrezione di Cristo. Si notano infatti i seguenti elementi di assonanza con il Vangelo: il governatore potrebbe essere un’allusione a Pilato, la crocifissione dei 2 ladroni, i 3 giorni che il cadavere passa nel sepolcro, il furto del cadavere (una colpa di cui erano accusati i discepoli di Gesù dai giudei e dai romani).
    __________________________________________________ _________

    Giuseppe Flavio, figlio di Mattia, nacque tra il 37 e il 38 d.C. . Fu sacerdote a Gerusalemme e all’età di 30 anni circa guidò alcune truppe in rivolta contro l’esercito romano (66 d.C). Dopo quattro anni di guerra che si concluse con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, Giuseppe ottenne di lavorare per i romani svolgendo il compito di storico presso Vespasiano (il futuro imperatore) a Roma. Tra il 75 e il 79 d.C. scrisse un’opera dal titolo “Guerra giudaica” , che costituì un importante riferimento per la storia di Israele in questo periodo descrivendo le tristi gesta belliche alle quali anche lui aveva partecipato.

    La profezia sull’attesa del Messia
    È anche un’opera che ci fa comprendere l’ambiente storico ebraico nel quale visse Gesù, come ad esempio l’attesa messianica che era forte in quel periodo. Infatti, al cap. 5, Giuseppe Flavio ci comunica che il vero motivo che aveva indotto gli ebrei alla guerra del 66-70 d.C. fu l’attesa del Messia così come era attestato dalle Scritture:
    «Ma quello che incitò maggiormente (gli ebrei) alla guerra fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre Scritture, secondo cui in quel tempo “uno” proveniente dal loro paese sarebbe diventato dominatore del mondo».
    Per non fare un torto a Vespasiano e per celebrare le gesta del suo illustre tutore, applicò questa profezia proprio a Vespasiano:
    «Questa (l’ambigua profezia) gli ebrei la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea».
    In quest’opera non ci sono riferimenti diretti a Gesù, mentre lo citerà esplicitamente in una seconda opera successiva, le “Antichità giudaiche” (93-94 d.C.), che sarebbe una sorta di completamento della Guerra giudaica, in quanto ricostruisce la storia di Israele dalle origini fino allo scoppio della guerra contro i romani.
    Altre sue opere successive saranno Contra Arpionem (95 d.C.) e una sua autobiografia che è un’apologia del suo operato politico: Vita.

    Riferimento a Giovanni Battista nelle Antichità Giudaiche.
    In Antichità giudaiche, Giuseppe Flavio fa un riferimento in senso elogiativo di Giovanni Battista (cap. 18,116-119), riportando come molti giudei attribuivano la disfatta dell’esercito di Erode al fatto che egli aveva messo a morte il Battista, che quasi tutto il popolo riteneva un vero profeta di Dio.
    Ad alcuni dei Giudei sembrò che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Ant. XVIII, 116-119).
    È da notare il parallelo di questo passo dei Giuseppe Flavio con i molti testi dei Vangeli su Giovanni Battista e sulla sua morte.

    Riferimenti a Gesù nelle Antichità Giudaiche.
    In due altri passi Giuseppe Flavio fa esplicita menzione di Gesù. Vediamo la prima che troviamo al cap. 20, 199-203.
    «Il più giovane Anano tuttavia, del quale ho menzionato più sopra la nomina a sommo sacerdote… apparteneva alla setta dei sadducei, i quali, come già s’è notato in antecedenza, nel giudizio erano più duri e spietati di tutti gli altri Giudei. Per gratificare questa sua durezza di cuore, Anano ritenne di aver trovato già ora, che Festo era morto e Albino non era ancora arrivato (si tratta di due procuratori romani: Porcio Festo governò dal 60 al 62 d.C. e Luccio Albino dal 62 al 64 d.C.), un’occasione propizia. Convocò perciò il sinedrio per il procedimento giudiziario e gli pose dinanzi il fratello di Gesù, che è detto il Cristo, di nome Giacomo, nonché alcuni altri, che egli accusò di trasgressione della legge, e li fece lapidare. Ciò però amareggiò anche i più zelanti osservanti della legge, i quali perciò inviarono in segreto ambasciatori al re (Agrippa II,) con la richiesta di invitare Anano – per iscritto – a non permettersi mai più, in futuro, di combinare azioni simili… Alcuni di loro andarono persino incontro ad Albino che era in cammino da Alessandria e lo informarono che Anano non aveva alcun diritto di convocare il sinedrio per procedimenti giudiziari, senza la sua approvazione… Agrippa peraltro, in seguito a ciò, già tre mesi dopo che aveva assunto la carica lo depose… »
    Questo passo è ritenuto autentico dai critici letterari, soprattutto perché Giuseppe cita Gesù solo per precisare l’identità di Giacomo, così come è solito fare lo storico anche con altri personaggi. L’espressione “detto il Cristo” è specificata da Giuseppe per distinguere questo Gesù da altri personaggi con lo stesso nome (>riferimento Guerra Giudaica 6,300-306 pag. 574 Merz), e inoltre è un’espressione tipicamente ebraica e non cristiana. Giuseppe sembra inoltre mostrare stima verso Giacomo che era ritenuto Giusto anche dai giudei, attestando come il sommo sacerdote Anano fu spodestato da Agrippa II per aver condannato a morte Giacomo, il “fratello di Gesù”.

    GIUSEPPE FLAVIO (2)

    Il «Testimonium Flavianum » nelle Antichità Giudaiche
    Ma il passo più importante su Gesù di Nazareth l’abbiamo nel cosiddetto “Testimonium Flavianum” (la testimonianza flaviana) al cap. 18,63ss.
    Questo testo è stato oggetto di discussione negli ultimi decenni, per il fatto che si ipotizza che in realtà il passo è stato interpolato (cioè, vi sono state aggiunte delle espressioni) ad opera di un cristiano dopo la redazione originaria di Giuseppe Flavio. Oggi, sussistono 3 posizioni sull’autenticità del Testimonium Flavianum:
    1)il testo è originale e autentico così come ci è stato tramandato da più fonti
    2)il testo è stato interpolato successivamente da un autore cristiano
    3)il testo è stato rielaborato successivamente da un autore cristiano partendo da un racconto originario di Giuseppe Flavio.

    Vedremo di seguito queste 3 ipotesi illustrando quali siano gli elementi a favore per ogni posizione, anche se dobbiamo subito dire che tutti gli studiosi affermano all’unanimità che certamente il testo cita Gesù di Nazareth come personaggio storico, e questo a noi basterebbe ai fini dello studio che stiamo facendo, ovvero quello di provare come Gesù sia effettivamente esistito.
    Infatti, nella peggiore delle ipotesi, Giuseppe Flavio attesta di sicuro le seguenti notizie storiche su Gesù: egli insegnò, fu seguito da molti, venne crocifisso, i credenti in lui continuano ad esserci anche dopo la sua morte.
    Ma oltre alle 3 posizioni degli storici di cui si diceva prima, vedremo come certi studiosi hanno ricostruito il testo in una forma originaria avversa a Gesù e altri in una forma originaria neutrale nei confronti di Gesù.
    (Nella riflessione su questo testo seguiremo in linee generali il manuale Theissen – Merz, Il Gesù storico, Queriniana, Brescia 1999. )
    Infine, vedremo come una importantissima scoperta degli ultimi decenni sembra aver sciolto definitivamente i nodi sull’autenticità del passo in questione.

    Intanto vediamo il testo così come è presente in tutti i manoscritti antichi del Testimonium Flavianum, così come ci sono pervenuti.
    «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci.
    Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»

    L’ipotesi di autenticità.
    Sono pochi i sostenitori di questa ipotesi, anche se si tratta di storici di grande importanza come von Ranke e von Harnack. Tranne la parte «apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie» che sembra un’aggiunta successiva di un autore cristiano, il Testimonium Flavianum è sostanzialmente autentico e quindi avrebbe la seguente forma :

    «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»
    A favore di questa ipotesi di autenticità ci sono, in effetti, molte ragioni tra le quali riportiamo le seguenti:
    1)Le espressioni « uomo saggio» e « opere straordinarie» sono tipiche di Flavio Giuseppe e difficilmente sarebbero attribuibili ad un cristiano
    2)Anche « con piacere accolgono la verità » è tipica di Flavio Giuseppe, mentre non la userebbe un cristiano, in quanto piacere ha un’accezione negativa nel cristianesimo.
    3)L’affermazione « convinse molti Giudei e Greci» sembra rispecchiare la realtà proprio di Roma dove viveva Flavio Giuseppe e dove molti giudei e pagani avevano abbracciato la fede in Cristo; mentre non è riconducibile a fonti cristiane.
    4)il testo sembra porre l’accento soprattutto sull’esecuzione ad opera di Pilato tipica di chi conosce le condizioni giuridiche della Giudea; mentre un cristiano avrebbe dato la colpa della crocifissione di Gesù soprattutto ai giudei e non al procuratore romano.
    5)Il fatto che i cristiani vengano designati come tribùdimostra il tono dispregiativo che un cristiano non avrebbe mai usato, mentre è perfettamente attribuibile a un giudeo come Flavio Giuseppe.

    L’ipotesi dell’interpolazione.
    Gli studiosi che sostengono che il Testimonium Flavianum abbia subito delle aggiunte, portano come prova i seguenti punti:
    1)Il periodo di governo di Ponzio Pilato è presentato da Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche sempre come una successione di ribellioni, mentre il termine stesso “ribellione” non appare nel testo in oggetto;
    2)Il testo non è citato da nessun padre della Chiesa in senso apologetico nei secoli II e III, soprattutto perché non veniva detto, nella redazione originaria, che Gesù « era il Cristo » , ma questa espressione è stata aggiunta in seguito.
    3)Le 3 espressioni tipiche di un cristiano e non di un ebreo come lo era Giuseppe Flavio, e quindi frutto di un interpolazione posteriore, sono:
    «ammesso che lo si possa chiamare uomo» , che tradisce una fede nella divinità di Cristo da parte di chi scrive (cosa che non poteva essere per Giuseppe Flavio);
    «questi era il Cristo», anche questa espressione è chiaramente tipica di chi crede che Gesù è il Cristo, cioè il Messia;
    « apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie», anche questa è un’affermazione di un cristiano.
    Mi permetto, però, di obiettare una cosa a queste ragioni sulla non autenticità. Se probabilmente non vi era la frase «questi era il Cristo», credo che si può pensare che la forma originaria di Giuseppe Flavio poteva essere: «Questi era detto il Cristo» oppure «Questi era creduto il Cristo dai suoi discepoli», e questo perché, come si può vedere, il Testimonium Flavianum si conclude con la frase «continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (che da tutti gli studiosi è considerata autentica); inoltre anche nel passo di Antichità Giudaiche cap. 20, 199-203 Flavio Giuseppe dice di Gesù «che é detto il Cristo»; e inoltre non credo che lo storico ebreo abbia avuto difficoltà a capire che dal momento che i suoi seguaci erano chiamati cristiani, egli sicuramente «era detto il Cristo».

    Ipotesi della rielaborazione
    È un’ipotesi che cerca di trovare una via di mezzo tra l’interpolazione e l’autenticità del Testamentum, sostenuta soprattutto da J.P. Meier alla luce anche di alcune scoperte che si sono fatte recentemente. Secondo questa posizione, il Testamentum che ci è stato tramandato è il risultato di una rielaborazione fatta a partire dal racconto originario di Giuseppe che ha apportato poche modifiche. Secondo questo studioso, il testo originale uscito dalla penna dello storico ebreo doveva essere il seguente.
    «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere ricevono la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannò alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino ad oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere»

    Una recente scoperta getta luce sul testo originale del Testamentum Flavium

    Nel 1972Shlomo Pinès,(1908 – 1990), professore all’Università di Gerusalemme, sostenne che il Testamentum Flavianum è sostanzialmente autentico proprio nella versione in cui l’abbiamo conosciuto dalle fonti antiche, e che ci sono state soltanto delle piccole variazioni. Pinès si basa su un testo in arabo del Testamentum che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale), un’opera di Agapio di Ierapoli (Siria) del X sec., vescovo e storico cristiano, che riporta il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma:

    Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei:
    In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie
    Questo testo sembra aver messo tutti d’accordo circa la forma originaria, in quanto, sebbene riportato da un vescovo cristiano, non appare modificato o rielaborato secondo una prospettiva cristiana, ma può benissimo essere stato scritto dallo stesso Flavio Giuseppe, o comunque, se non è proprio la versione originale, almeno appare molto vicina ad essa.
    Se il vescovo lo avesse modificato non avrebbe sminuito la figura di Gesù con l’espressione del tipo “egli forse era il Messia”. In questa versione appare chiaro come Giuseppe Flavio riporta le qualità di Gesù non come sue affermazioni, ma come veniva definito e riportato da altri (i discepoli di Gesù). Attribuisce la resurrezione di Gesù non come a una propria fede, ma a ciò che raccontavano, appunto, i suoi discepoli.

    Conclusione su Giuseppe Flavio.
    In breve, per concludere, come abbiamo precedentemente scritto, quello che a noi interessa non è tanto se Giuseppe Flavio credeva o meno alla messianicità o alla divinità di Gesù, e se egli era divenuto cristiano o meno, ma ai fini di dimostrare la storicità di Gesù constatiamo che certamente Giuseppe parla di Gesù come un personaggio storico realmente esistito così come Pilato, Giacomo, Giovanni Battista.

    Per maggiori argomenti sul tema: http://www.gesustorico.it/

  3. #3
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    Dal 1976 ancora oggi uno tra i libri più venduti al mondo
    con moltissime riedizioni e traduzioni in tutte le lingue del mondo.







    1976 Prefazione



    Tre ipotesi



    E se fosse vero?



    Le croci di una critica



    Un Dio nascosto e scomodo



    Il mito e la storia.



    Da sempre è annunciato o adorato



    Da dove vieni ?



    La pienezza del tempo



    Se è un equivoco





    L'inchiesta di un giornalista sul più decisivo mistero della storia: l'origine del cristianesimo.



    Quale enigma si cela dietro il nome di "Gesù "?



    Al di là degli opposti clericalismi quale ipotesi attendibili è possibile fare, oggi, su di lui? È stato davvero " predetto " dalle millenaria Scritture degli ebrei?



    Ma Gesù è esistito? O non è piuttosto un mito che la fede ha travestito da storia? Se esistito, perché l'oscuro, fallito predicatore si trasforma di colpo nel Cristo che violenta la storia e la spezza in due tronconi? Da dove viene quel suo insegnamento di inesauribile, inquietante fecondità?



    Allora, fu davvero il "Figlio di Dio"? Ma se Dio c'è, perché è nascosto? Che dire, poi, delle altre religioni? Perché Gesù e non Maometto o Buddha?



    A queste domande il libro propone risposte " laiche " chiare e oneste, che non pretendono di esaurire il mistero. Lo stile è vivace, giornalistico, le note erudite sono escluse. Ma ogni parola è rigorosamente documentata. Queste pagine nascono, infatti, da molti anni di ricerca nelle biblioteche di Europa, da sopralluoghi agli scavi archeologici in Medio Oriente, da incontri con specialisti internazionali.



    Al termine dell'inchiesta, sembra all'autore che la più plausibile delle "ipotesi su Gesù" sia quella proposta dalla fede; che la ragione consigli di scommettere sulla storicità dei Vangeli. Il libro di un credente, dunque. Eppure, il pensatore marxista Lucio Lombardo Radice, del comitato centrale del PCI, pur riconoscendo la diversità di conclusioni definisce nella prefazione questo saggio "lucido e appassionato; davvero bello, intelligente e sincero".

  4. #4
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    Luigi Cascioli lo studioso, ex seminarista, autore del libro-denuncia “La favola di Cristo – Inconfutabile dimostrazione della non esistenza di Gesù”.
    Il Dan Brown di italica versione.......ahhhhh!!!!!
    cosa non si farebbe per i soldi (rif. - vendere libercoli )
    Oppure per attirare l'attenzione

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    Cristo: una favola?
    Maurizio Blondet
    27/02/2006

    «Se non è risorto, noi siamo i più sciagurati tra gli uomini»; Caravaggio, «Crocifissione di san Pietro», (1600-01). Diversi lettori mi segnalano che un tale Luigi Cascioli, su internet, proclama che Cristo «non è mai esistito e si può dimostrarlo in maniera inconfutabile».
    Alcuni, dopo aver letto, dubitano della storicità di Gesù; e mi chiedono cosa ne penso.
    Penso, tristemente, che anche il laicismo è colpito dalla regressione culturale che ci coinvolge tutti. Le argomentazioni di tale Cascioli, che si autodefinisce «famoso storico», erano in voga tra certi farmacisti di provincia massoni dell '800.
    Superate e decotte.
    Il fatto che possano essere proposte oggi come nuove, e che possano scuotere la fede di alcuni, la dice lunga sull'ignoranza che ci assedia sempre più; stiamo andando indietro, tutti: laicisti e credenti.
    Il guaio è che il sapere non viene più trasmesso, se non fra specialisti.
    Perciò consiglio ai lettori scossi di leggere «Ipotesi su Gesù» di Vittorio Messori: a suo tempo un best-seller mondiale, evidentemente sconosciuto alle giovani generazioni.

    Penso anche a quegli ambienti «scientifici» ed «ecclesiastici» che spesso, anche nelle università cattoliche, hanno accettato, e diffuso, la feroce iper-critica dei testi evangelici (e degli Atti degli Apostoli) inaugurata da uno storicismo di matrice hegeliana-protestante.
    Ammettendo che in fondo quel che sappiamo di Cristo non è che la creazione (invenzione) della «comunità originaria», la cui «fede» avrebbe inventato la resurrezione e tutto il resto; e che avrebbe portato ad una stesura dei Vangeli in epoca tarda, un secolo o due dopo Cristo, con manipolazioni della «riflessione teologica» della «comunità».
    Questa ipercritica distruttiva, va notato, si è esercitata soltanto sui testi cristiani.
    Se fosse applicata ad altri casi, potrebbe farci dubitare della storicità di personaggi come - per esempio - Tiberio e Caio Gracco.
    Di questi due fratelli, i fondatori della «sinistra romana» (il partito dei «populares», cui aderirono Catilina e Giulio Cesare) non abbiamo, in fondo, che testimonianze indirette: scrittori che parlano di loro.
    E queste testimonianze sono tutte «interessate», tese alla lode o alla denigrazione.
    Ma la critica storica è capace di estrapolare da questi resoconti la parte di autenticità sui Gracchi.
    E nessuno storico liquida la faccenda sostenendo che i Gracchi sono un'invenzione collettiva dell'anonima «comunità romana».

    Vanno invece a cercare conferme, anche indirette, se non sui documenti, sui monumenti: epigrafi e così via.
    Da noi cristiani, invece, si accetta un metodo curioso.
    I passi in cui l'ebreo Giuseppe Flavio parla dei cristiani sono «di sicuro» interpolazioni inserite nel testo dalla Chiesa, secoli dopo; le frasi di Tacito sul movimento cristiano («exitialis superstitio»), sono un'altra interpolazione. I passi dei Vangeli dove Cristo profetizza la distruzione di Gerusalemme sono «la prova» che i Vangeli sono stati scritti dopo il 72 dopo Cristo, perché «non può trattarsi che di profezie post-factum».
    Insomma i primi cristiani sarebbero dei falsari senza scrupoli, pronti a mettere in bocca al loro maestro qualunque falsa profezia e fandonia.
    E questo lo dicono teologi e storici cattolici.
    O meglio, lo dicevano.
    Perché altri studi recenti, specialmente nell'ambiente della storica Marta Sordi (ma si può dubitare di lei, perché è credente), hanno posto la presenza di Cristo in un indubitabile contesto storico.

    Un esempio: l'imperatore Tiberio, che regnò dal 14 al 37dopo Cristo, propose di assegnare al movimento cristiano lo status di «religio licita» (religione riconosciuta): e ciò nel 35 dopo Cristo, quando Gesù era stato crocifisso da pochi anni!
    Evidentemente Tiberio era bene informato sul neonato movimento e sulla sua crescita impetuosa, grazie ai rapporti dei suoi proconsoli (forse lo stesso Pilato), e vi vedeva un'evoluzione dell'ebraismo più benigna, dato che gli ebrei erano la più insubordinata e sediziosa delle comunità soggette, la più ingovernabile.
    Fu il Senato, per ripicca - l'ammissione di nuovi culti era una sua prerogativa -a rigettare la proposta di Tiberio.
    Anzi decretò «non licet esse christianos».
    Un decreto di legge («senatusconsultus») che sarà il fondamento delle future persecuzioni.
    Tiberio non poté fare altro - come farebbe oggi il presidente USA - di mettere il veto sul fatale senatoconsulto.
    Sospendendone, lui vivo, l'applicazione.
    E ciò spiega la misteriosa frase sul «katechon» che Paolo scrive nella seconda lettera ai Tessalonicesi: voi sapete, dice ai suoi fedeli, che l'Anticristo è fra noi, ma c'è «qualcosa che lo trattiene».
    Ve ne ho parlato a voce.
    Ma quando «ciò che trattiene» («katechon») sarà tolto di mezzo, allora infurierà la persecuzione. Ora, gli storici vi vedono un'allusione al veto di Tiberio, qualcosa di cui Paolo parlava in privato, ma non apertamente.

    Ma come lo sapeva, Paolo?
    Negli Atti degli Apostoli (18, 12-17) si narra come Paolo a Corinto venga trascinato da giudei davanti a Gallione, proconsole dell'Acaia, con l'accusa di insegnare cose «contrarie alla legge» ebraica.
    Gallione li liquida: sono cose della vostra legge, vedetevela voi.
    E dichiara Paolo non punibile.
    E sapete chi era Gallione?
    Il fratello di Seneca, Il filosofo stoico.
    Che in quegli anni, essendo tutore e istitutore dell'ancor fanciullo Nerone, era di fatto il capo del governo centrale romano.
    Un personaggio potentissimo, il reggente.
    Ora, è più che possibile che Paolo - che era rimasto ebreo di carattere, ossia abile manovratore; e fine mente politica - abbia chiesto a Gallione, così ben disposto, una lettera di presentazione per il suo potentissimo fratello.
    E, una volta portato a Roma (era prigioniero, lui stesso s'era appellato al giudizio imperiale, per così dire alla Cassazione) abbia effettivamente contattato Seneca nel 56-58 dopo Cristo.

    Esistono infatti alcune lettere in latino, uno scambio di corrispondenza tra Paolo e Seneca.
    Tali lettere sono state a lungo giudicate (dalla solita ipercritica) apocrife: un falso confezionato
    da un ignoto falsario cristiano del quarto-quinto secolo.
    Anche perché i due - il prigioniero ebreo e il capo del governo imperiale - vi sembrano essere in una familiarità inconcepibile, anzi in rapporti di vera amicizia.
    Senonchè, un'allieva di Marta Sordi ha rilevato in questo «falso» alcuni particolari cruciali.
    Seneca, lì, avverte Paolo che ha un potente nemico nella corte di Nerone.
    C'è una «signora» («domina») che nutre ostilità («indignatio») perché Paolo s'è allontanato dalla fede dei Farisei.
    Ma non ne dice il nome, per prudenza.
    Oggi si sa che questa domina era Poppea, la moglie del giovane Nerone.
    E sappiamo che Poppea era «giudaizzante», circondata e influenzata da ebrei (la nota lobby c'era già, attorno ai massimi livelli del potere) e che si fece fare un funerale ebraico.
    Ma questo particolare non poteva essere noto al supposto falsario, che avrebbe scritto le lettere tre secoli dopo.

    Nel mondo romano inoltre i potenti, quanto più potenti erano, si facevano un vanto e un puntiglio di essere «accessibili» a postulanti di ogni sorta: ogni mattina, nell'anticamera di ogni potente, si affollavano decine di persone di rango inferiore che chiedevano soldi, aiuti e raccomandazioni (era già l'Italia).
    E' la ben nota istituzione romana della «clientela».
    Paolo si sarà presentato un mattino fra i clientes, facendosi ascoltare e stimare dal filosofo-premier. E' verosimile che Seneca, come stoico, abbia visto nella dottrina di Paolo una forma particolarmente austera di stoicismo, e vi abbia simpatizzato.
    Le cose cambiarono di colpo quando Nerone assunse il potere.
    Costretto Seneca al suicidio, il giovane imperatore proclamò - contro lo stile di governo austero di Seneca - che il suo regno sarebbe stato dedicato alla «laetitia»: ossia sarebbe stato un governo «allegro», il che significava aperto ai culti orientali, alle orge, all'omosessualità e ad altre allegrezze.
    Per i cristiani, fu la prima persecuzione.
    Il «katechon» era stato tolto di mezzo.
    Paolo fu suppliziato allora, come Pietro, che era anch'egli a Roma.

    Di più; esiste ad Ostia un'epigrafe del primo secolo, in cui un certo Anneo Paolo piange il figlio, che si chiama Anneo Paulus Petrus.
    Ora, Seneca di cognome si chiamava «Anneo».
    Chi era questo Anneo dell'epigrafe, tanto cristiano da dare a suo figlio i nomi dei due apostoli, Pietro e Paolo?
    Un parente diretto di Seneca?
    Non è detto; forse, solo un liberto - che all'atto della sua liberazione, prendeva per gratitudine il nome del padrone-liberatore, e restava a far parte della sua «famiglia», intesa come «entourage».
    In ogni caso, ci consente di indovinare cosa avrà fatto Paolo, entrato lui stesso nella «clientela» di Seneca: avrà convertito a tutto spiano clientes e «familiari» del filosofo e amico.
    Chi intuisce il carattere di Paolo, la sua intraprendenza, non può dubitarne.
    Certo, tutto ciò non ci garantisce «direttamente» sulla storicità di Gesù.
    Ma dice tutto sulla realtà del movimento che a Lui si ispirava, e sulla sua crescita a pochi decenni dalla crocifissione.
    Il contesto storico non lascia dubbi.

    Perciò la critica laicista più aggiornata (e anche quella «teologica») non dice più, come tale Cascioli, che Gesù non è mai esistito.
    Mette invece il dubbio sul Suo messaggio, riportato dai Vangeli; fino a che punto Gesù credette di essere figlio di Dio?
    Proclamò davvero per bocca propria di essere il Messia, o è un'invenzione della prima comunità?
    I presunti miracoli di Gesù sarebbero «certamente» un'invenzione della suddetta comunità (non esistono miracoli, ovvio); e dunque anche le parole di Gesù sarebbero un'invenzione…
    Ora, provatevi a immaginare tale comunità.
    Tutti ebrei, e abitanti tra gli ebrei.
    Di bassa estrazione sociale, gente semplice e illetterata come Pietro.
    Alcuni, persino zeloti e fanatici giudaici.
    Perché avrebbero dovuto inventare un messaggio e un messia che praticamente li metteva in urto, anzi li escludeva dalla comunità giudaica di cui erano appassionatamente parte?
    E che, per giunta, avrebbe potuto smentirli, perché folle intere avevano sentito Gesù parlare?

    Anzi, abbiamo indizi precisi dello scrupolo con cui i Vangeli riportano la realtà storica, ancorchè straordinaria, come fu vissuta dai testimoni oculari.
    Per esempio, solo un Vangelo - Matteo - narra del tradimento di Pietro, quando nella fredda notte del litostroto, per paura, rinnegò Cristo.
    Gli altri Vangeli tacciono questo fatto cruciale.
    Perché?
    Perché il Vangelo di Matteo, come dice la tradizione, riporta specificamente la predicazione diretta di Pietro: quello che il primo Pontefice, povero pescatore, raccontava con vergogna e dolore a coloro cui predicava.
    La sua caduta, le sue lacrime amare di fronte alla sua debolezza.
    La confessione di quell' uomo umile che era (Gesù lo scelse come «pietra» appunto per la sua umiltà).
    Gli altri Vangeli tacciono per rispetto al primo Papa.
    E' tutto così vero, così vivo; i Vangeli hanno questo carattere unico: la vivace freschezza del racconto; nessun altro testo antico è così.

    Anche i più vivaci - le lettere di Cicerone, le memorie di Cesare - si dimostrano come opere «pensate», rivedute e corrette dai loro autori.
    In qualche modo, sono come foto di Cicerone e Cesare «in posa», con la toga accuratamente aggiustata, in uno studio fotografico.
    Il Vangelo, unico, è una serie di «istantanee»: il risultato di riprese sicuramente stenografiche delle parole di Gesù.
    Che doveva avere attorno stenografi che ne riprendevano il parlato «dal vivo», senza mediazioni.
    A volte persino senza capire del tutto il senso di quelle parole, di quegli atti.
    E questi sarebbero i falsari senza scrupoli?
    Gli inventori delle parole di Gesù?
    Della sua resurrezione, fatto assolutamente incredibile al buon senso?
    Lo stesso Paolo dice: se non è risorto, noi siamo i più sciagurati tra gli uomini, perché - sottinteso - crediamo a una fandonia, e ci perdiamo l'anima per crederci.

    Quest'ultimo fatto mi permette di chiarire un punto essenziale, e mai sottolineato.
    La nostra fede, di noi cattolici, non è solo la fede in Dio.
    Quella, l'avevano anche i farisei ostili a Gesù.
    E non è nemmeno, in via diretta, la fede che Gesù sia Figlio di Dio e Messia.
    Questa nostra fede, infatti, ci viene anch'essa in modo indiretto: dalle testimonianze degli apostoli che hanno vissuto accanto a Lui duemila anni fa.
    La fede cattolica è, specificamente, prestar fede alle parole dei testimoni oculari di Gesù e della sua vita.
    E qui, sento già le proteste laiciste e no: allora, abbiamo fede in uomini?
    «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo», dice la Bibbia.
    Ed effettivamente, la fede in testimoni umani sembra assai poco fondata.
    In realtà, anche i laici esercitano tutti i giorni questo tipo di fede.
    Credono a quel che dicono i giornalisti in TV (anche troppo).
    Gli scienziati, credono a quel che hanno detto gli scienziati precedenti, senza dover rifare ogni volta gli stessi esperimenti.

    Sulla base di testimonianze (Cristoforo Colombo e Magellano) crediamo che la terra sia rotonda, anche se la vediamo piatta.
    I figli credono ai genitori; gli alunni, agli insegnanti; i giudici, nei tribunali, esaminano e interrogano testimoni dei fatti: vuol dire che sono pronti a credere.
    Il solo problema è: è credibile, il testimone?
    Ha qualche motivo per mentire?
    E' una persona onesta?
    Ha visto male l'incidente o l'omicidio?
    Vi è un margine d'incertezza, nelle testimonianze.
    Il che non impedisce ai giudici di aggiungere una certezza plausibile, e di emettere sentenze.
    Anche noi cattolici abbiamo lo stesso problema.
    E resterà sempre con noi, ineliminabile.
    Possiamo credere a Pietro, a Giovanni, a Luca?
    Magari ci può dire qualcosa la loro vita.
    Pietro si fece crocifiggere, per sostenere che Gesù era il Figlio di Dio.
    E a testa in giù, perché non si riteneva degno di imitare il suo Cristo nel supplizio.
    Era un mentitore?
    O un illuso?
    Allora lo siamo tutti noi.

  6. #6
    fmnicosia
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    Non sono nè farmacista nè massone, anche se figlio di madre farmacista e filo-massone, ma non mi avete convinto. Fate troppe chiacchiere, ma per un Gesù che non risale alla notte dei tempi esiste davvero troppo poco di coevo: nessuno storico serio affermerebbe l'esistenza di Gesù su tali modeste basi. Volete confrontare con Giulio Cesare o Augusto?

  7. #7
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    Bravi a niocat e a tutti gli altri...

    Gli avvocati citati evidentemente amano mettersi in vista e cercare di attirare l'attenzione creando falsi scoop...

    Importanti tutti i riferimenti citati...

    ma veniamo a quanto dice il nostro contestatore "Su Gesù non c'è nulla perchè era un pirla qualsiasi..."

    Mettiamoci nell'ottica dell'epoca : Cristo era solo uno dei tanti "rabbi" che vivevano in quella lontana provincia dell' Impero chiamata Palestina... Una terra perennemente in subbuglio e che dava parecchio da pensare agli occupanti romani... c'erano gli zeloti, che contestavano l'occupazione romana, ed alcuni di questi erano anche tra coloro che seguivano Cristo...

    Anche se il governatore romano, tale Ponzio Pilato, aveva pensato bene di accondiscendere alle richieste dell'autorità religiosa ebraica (leggasi Sinedrio) perchè un re di meno avrebbe dato qualche grattacapo di meno alle forze romane di occupazione...

    Quindi il nostro è libero di pensarla come meglio crede.

    C'è però un dettaglio che gli sfugge : il fatto che, al contrario degli altri rabbi ebraici dell'epoca, Gesù, detto il Cristo, è ancora qui, tra noi, dopo duemila anni a rompergli le scatole....

    Si è chiesto il nostro amico perchè ?

  8. #8
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    Scusami Xenia, al dilà del dato di fede che rimane una questione di coscienza, questo non costituisce una prova storica. Anche l'islamismo continua ad esistere da secoli.
    Il Buddismo è ancora più antico del cristianesimo, idem l'induismo, allora il solo fatto che queste religioni continuino ad esistere costituisce una prova storica delle loro verità e dei loro fondatori?

  9. #9
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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    Allora......Guglielmo Tell, eroe nazionale svizzero esiste?

    Oppure Dracula, in Romania lo danno per scontato che sia veramente esistito, quindi anche i vampiri esistono?

    Oppure Re Artù, el Cid, don Chisciotte.......ma per piacere

  10. #10
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    Veramento si stagva parlando di religoni e xenia basava la veridicità storica del cristianesimo sul fatto che esista a tutt'oggi.

 

 
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