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Discussione: Dopo Ciampi ..........

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    ci vorrebbe un presidente come questo ...rappresenterebbe l'italia repubblicana sicuramente

    "ci chiamavano ribelli "


    www.dilucide.com/webtv

    selezionare video/politica/ci chiamavano ribelli

    Silvano sarti classe 1925

  2. #2
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    25 aprile 1945: il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia dà l'ordine di insurrezione generale per il riscatto e la redenzione della patria trascinata dal fascismo nella rovina della guerra e da esso consegnata all'occupante straniero. Patria, nazione, diritti, libertà, parole alle quali occorre dare nuovo significato a 60 anni da quella fatidica data. Per questo motivo ho pensato di dedicare alla rievocazione storica di alcuni episodi della lotta di liberazione una serie di trasmissioni radiofoniche, in collaborazione con Novaradio di Firenze, corredate da un apparato di interviste con i diretti protagonisti e di brevi saggi introduttivi.

    L'incontro con Silvano Sarti, un arzillo signore di ottant'anni, protagonista e testimone oculare della liberazione dall'oppressione nazifascista, è il primo di questi resoconti che non si prefiggono di essere esaustivi, ma di attingere alle storie personali, di 'prima mano', e connetterle alla nostra storia collettiva, in modo da aggiungere una piccola tessera in più al grande mosaico della ricostruzione storica.

    Ho conosciuto Silvano a Firenze ad una manifestazione di reduci della Resistenza. C'erano poche decine di persone e, con viva emozione, ho potuto vedere un garibaldino in camicia rossa, fregiata da numerose medaglie, e classico berretto. I garibaldini erano le brigate partigiane organizzate dai comunisti. Tra l'altro era presente anche un giovane ufficiale russo a rappresentare la gloriosa Armata Rossa. Gli ex-combattenti partigiani sono molto felici di poter parlare della loro esperienza, mentre gran parte della società civile e del mondo politico rimangono sordi e muti al loro richiamo.

    Ci siamo dati appuntamento e, qualche giorno dopo, ho incontrato Silvano a Scandicci, sua cittadina natale, nella sede della sezione dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Già sede della società di mutuo soccorso fu occupata dai fascisti nel 1921. Gli venne strappata nella primavera del 1944 e funzionò nuovamente per oltre un anno. Alla fine della guerra la palazzina venne requisita dallo stato e successivamente adibita a caserma dei Carabinieri per un quarantennio. Solo di recente, con il trasferimento dell'Arma, la sede è stata restituita all'ANPI.

    Con invidiabile lucidità Silvano ha rievocato la magnifica epopea della propria gioventù, consacrata agli ideali della libertà che il regime fascista aveva negato per vent'anni alla nazione. Classe 1925, renitente alla leva repubblichina del boia Graziani, viene catturato dai tedeschi, insieme ad altri compagni, dopo l'8 settembre 1943. Sono accusati di diserzione, ma un editto militare fa loro grazia della vita a causa della giovane età. Silvano viene deportato a Cassino, destinato al lavoro coatto e impiegato nella costruzione di fortificazioni germaniche nei pressi della celebre abbazia, che nel febbraio 1944 sarà teatro di sanguinosi combattimenti durante i quali verrà rasa al suolo dai bombardamenti alleati.

    Riuscito a fuggire con altri prigionieri di guerra, dopo una marcia di oltre 600 km. attraverso l'Italia centrale, Silvano torna a casa e decide di unirsi alle gloriose schiere dei patrioti che diedero il contributo più fulgido alla causa della libertà prendendo la via delle montagne. La popolazione civile solidarizza con gli insorti fornendo cibo e ricovero. Nei paesi occupati le donne stendono panni colorati per segnalare la presenza dei nazifascisti. Se invece vengono stesi panni bianchi è il segnale che la via è libera e si può scendere in paese a rifocillarsi. Alcuni sacerdoti aiutano la resistenza fornendo accurate mappe delle regioni montane per evitare i posti di blocco tedeschi. Le notizie corrono di campanile in campanile, mentre, dove è possibile, si ascoltano Radio Londra e Radio Mosca.

    A causa delle privazioni della montagna, e delle già precarie condizioni di salute, Silvano contrae una brutta pleurite che lo costringe a tornare in città. Una volta ristabilitosi dalla malattia viene inquadrato nelle Squadre d'Azione Patriottica, che operano con la tattica della guerriglia urbana deviando la segnaletica stradale per confondere il nemico, disseminando le strade di chiodi a quattro punte, sabotando le linee ferroviarie. Un altro compito è procurare armi e munizioni per il quale si ricorre a scontri armati, furti e stratagemmi di ogni tipo. Nelle città occupate agiscono anche i Gruppi d'Azione Patriottica che seminano il terrore nelle file nemiche. Sono agili nuclei di 3 o 4 elementi in grado di compiere rapide incursioni e attentati che si dimostreranno particolarmente combattivi ed efficaci.

    Giugno 1944: i tedeschi in fuga abbandonano Roma alimentando le speranze del Comitato Toscano Liberazione Nazionale che intensifica le operazioni in città mentre le brigate scendono dalle montagne, aprendosi la strada con duri combattimenti, e convergono a marce forzate intorno al capoluogo toscano. Nello stesso periodo tutte le formazioni irregolari italiane vengono raggruppate nel Corpo Volontari della Libertà al quale la convenzione di Ginevra riconoscerà lo status di corpo belligerante.

    Agosto 1944: il comando germanico contravvenendo ad ogni promessa fatta di mantenere Firenze 'città aperta' intende farne campo di battaglia e da Berlino arriva l'ordine di far saltare tutti i ponti sull'Arno ad eccezione del Ponte Vecchio. Un ultimatum tedesco intima lo sgombero di 100.000 persone dalle loro case, su una popolazione all'epoca stimata intorno alle 300.000 unità. E' la fine dei vecchi lungarni e del borgo medievale che vengono minati e rasi al suolo. Interi quartieri a ridosso di Ponte Vecchio, per una profondità di 200 m. da una parte e dall'altra, sono completamente distrutti al fine di ostacolare l'avanzata dei mezzi corazzati e costituire un'ultima linea difensiva.

    Il 4 agosto inizia la battaglia di Firenze. La Resistenza è arroccata oltrarno nel quartiere di S. Frediano. Firenze insorge, seguendo l'esempio di Napoli, ed è la prima tra le grandi città del nord a liberarsi da sé. Mentre nella notte si ode in lontananza il fragore dei ponti che esplodono i patrioti ingaggiano scontri a fuoco nei pressi di qualche ponte e disinnescano alcune mine. Alcuni cadono lottando o saltando in aria. Altri infliggono perdite al nemico, lo costringono a ritirarsi, ma devono cedere all'arrivo dei rinforzi. In città non sono dislocate consistenti unità tedesche ma piccole pattuglie agguerrite e alcuni reparti d'elité. I comandi alleati, con una manovra a tenaglia, intendono chiuderli in una morsa e costringerli alla fuga verso le zone collinari dove verrebbero incalzati dalla guerriglia.

    All'arrivo delle avanguardie alleate, giunte con esasperante lentezza sulle colline a sud del capoluogo, i tommies fraternizzano con le formazioni partigiane ma dal comando britannico viene intimato il loro disarmo. Forze conservatrici in seno agli alleati tentano di indebolire la Resistenza nel timore di una futura svolta rivoluzionaria. I partigiani non vogliono tradire la promessa di libertà fatta ai compagni caduti, e rifiutano di deporre le armi anche a costo di rivolgerle contro chiunque.

    Dopo intense e febbrili trattative - con il contributo fondamentale del famoso comandante Potente che verrà ucciso da una granata senza poter vedere la liberazione della propria città - le autorità militari alleate riconoscono alle formazioni partigiane lo status di cobelligeranti. Esse verranno inviate in prima linea, per snidare i cecchini rintanati in città, dal comando di corpo d'armata britannico appena dislocato nel quartiere liberato di S. Frediano. Con evidente e calcolato cinismo, ammesso da alti gradi dell'esercito inglese, le truppe di Sua Maestà entreranno solo a lavoro finito.

    Durante la battaglia di Firenze Silvano partecipa all'assalto di alcuni cecchini fascisti barricati in una casa di tolleranza nei pressi di Porta a Prato, aggregato ad una squadra pesantemente armata anche con materiale bellico sottratto ai tedeschi. Un compagno gli muore accanto colpito in pieno alla testa. Si decide di prenderli per fame e l'assedio dura 18 giorni. Una volta catturati, l'ordine è di fucilare quegli spietati assassini che, non avendo più scampo, sparavano per uccidere anche sulla popolazione inerme.

    L'attività del CTLN non si limita solo alle operazioni belliche ma farà trovare agli alleati una città tornata a nuova vita. Firenze non accetterà di essere governata da giunte militari ma dimostrerà di avere già delle proprie istituzioni locali, forgiate nella partecipazione popolare alla lotta, e di essere in grado di amministrarsi da sé. Il 31 agosto 1944 gli alleati entrano in città mentre a settembre avviene la smobilitazione delle brigate fiorentine con la consegna delle armi, sotto la pioggia e in un clima grave di tristezza, mentre la lotta infuria risalendo l'Appennino tosco-emiliano verso la linea Gotica.

    L'Italia ritroverà se stessa il 25 aprile 1945, la data-simbolo che sancisce la fine della guerra nel nostro paese. Il ministero della Giustizia, che doveva 'regolare i conti' con i complici e i criminali del passato regime, verrà affidato a Togliatti. E' la scelta più logica in quanto il leader comunista, esule in URSS per molti anni, era rimasto fuori dalla spirale delle vendette. Un altro motivo è perchè i comunisti avevano maggiormente subito la repressione fascista, dando successivamente un massiccio contribuito alla lotta di liberazione forti di un'organizzazione clandestina dalle notevoli capacità organizzative e militari.

    Di fede comunista Silvano approva e difende l'amnistia voluta da Togliatti per giungere alla pacificazione, mentre critica l'operato di Tito che porterà alla tragedia delle foibe e all'esodo dei giuliani. Pesanti responsabilità ricadono peraltro sul nazifascismo per 20 anni di spietata occupazione dell'Istria e della Dalmazia. Bisogna però precisare che le foibe venivano tristemente usate dagli Ustascia croati, per far scomparire gli oppositori del regime, già dal 1943. Uno studio storico competente deve tenere conto di questo dato.

    Negli anni che seguono Silvano Sarti si dedica alle lotte sindacali nelle file della CGIL, organizza gli scioperi di Livorno nel 1968, con i suoi compagni tiene fuori i fascisti dall'arco istituzionale per oltre 40 anni. La sua testimonianza e lezione di vita ci pone di fronte ad una riflessione obbligata, oggi che essi sono tornati a sedere in parlamento. Questi cialtroni hanno aspettato, con vile pazienza, di dichiarare un giorno che fascisti non sono più. E oggi che le file dei reduci partigiani si sono di molto assottigliate a causa dell'inesorabile trascorrere del tempo, stanno tentando di stravolgere la Costituzione, scritta con il sangue dei patrioti versato nelle imboscate della montagna e nei feroci rastrellamenti, e fondata sui valori dell'antifascismo.

    I padri della Costituente, molti dei quali avevano sulle spalle 20 anni di carcere o di confino, sapevano bene il pericolo rappresentato dal fascismo. Essi hanno scritto una Carta Costituzionale, non a caso definita da più parti tra le più avanzate, pensando a tutte le cose essenziali come lavoro, sanità, giustizia. Pensarono anche che alcuni articoli, col passare del tempo, avrebbero potuto essere rivisti. Ma forse nessuno di loro poteva immaginare che i fascisti sarebbero tornati indossando un doppiopetto sotto il quale celano ancora la camicia nera. E che, abiurando falsamente le proprie origini, avrebbero tentato, nell'indifferenza generale, di cancellare la natura fondante della nostra Costituzione.

    Con la codardia che li contraddistingue essi non cercano il combattimento anzi evitano lo scontro mentre si danno da fare, finché sono in tempo, ad emanare le leggi che tolgono i fondi all'ANPI, regalandoli alla riabilitazione dei traditori repubblichini, che hanno anche il loro rappresentante in parlamento. Per non parlare del tentativo di stroncare i movimenti di piazza tramite il vile assassinio di Carlo Giuliani e di controllare l'informazione pubblica e privata con leggi 'ad personam' che ledono pesantemente i diritti dei cittadini. Alla gente che ha combattuto per fondare questa repubblica spetta invece il dimenticatoio e l'onta di dichiarazioni infamanti più volte pronunciate anche da alte cariche dello stato.

    Essi sono, se è possibile, più fascisti di prima, i peggiori figuri che la recente storia italiana abbia espresso. Sono capaci di tutto per far passare un revisionismo che nega la storia per promuovere la menzogna a verità. La destra italiana che oggi si ritrova in parlamento - a differenza per es. di quella gollista francese rappresentata da Chirac che i fascisti non ha accettato nella sua coalizione - risulta incapace di uscire dalle secche della propria 'cultura' nazionale. Il generale De Gaulle, il padre della moderna destra di governo francese, dopo l'occupazione nazista riparò in Inghilterra, sotto la 'protezione' del conservatore Churchill, per riorganizzare l'esercito della Francia libera. Non è certo al maresciallo Pètain - che consegnò di fatto il paese all'occupante - al collaborazionista Làval o al governo di Vichy che si richiama la destra di governo transalpina.

    In questo la destra italiana è incapace nel momento in cui non riesce a scrollarsi di dosso l'eredità del fascismo, nemmeno tra 3 o 4 bottiglie d'acqua minerale a Fiuggi. Ancora oggi, la propaganda di gruppi estremisti quali FN, usa in senso dispregiativo parole come 'badogliano' dimostrando un'ottusità ed un'antistoricità notevoli. E' noto a tutti lo sporco gioco del maresciallo d'Italia Pietro Badoglio capo del governo nel periodo che va dall'arresto di Mussolini (25 luglio 1943) all'annuncio dell'armistizio, l'8 settembre 1943. Nei giorni seguenti la caduta dell'ex-duce si verificano cruenti scontri di piazza. L'ordine è di procedere in formazione d'assalto contro qualunque manifestazione, senza nemmeno sparare il colpo di avvertimento in aria.

    I cosiddetti 'fasci di combattimento' sembrano scomparsi e a farne le spese sono, come sempre, la povera gente e la nostra martoriata nazione non certo i baldanzosi gerarchi e federali che non si fecero vedere in giro fino alla proclamazione della Repubblica Sociale Italiana nell'ottobre del 1943. L'atteggiamento del governo Badoglio è quantomeno ambiguo in quanto tratta in segreto con gli alleati ma rassicura la Germania che l'Italia continuerà a combattere dalla sua parte. L'8 settembre e la fuga del re sono di gran lunga uno dei momenti peggiori che la storia d'Italia ricordi. L'esercito privo di ordini precisi si scioglie e la parola d'ordine è 'tutti a casa'. L'ignominioso esempio dato da casa Savoia è emblematico. Vittorio Emanuele, il 're soldato' della Grande Guerra con il quale non pochi italiani identificavano la stessa nazione, fugge lasciando Roma alla mercè delle rappresaglie germaniche.

    La difesa della capitale è lasciata a reparti sbandati dell'esercito affiancati da volontari che affrontano i tedeschi a Porta S. Paolo. In realtà le responsabilità del re, capo supremo dell'esercito, vanno anche oltre la vergognosa fuga in quanto le forze tedesche presenti in quel momento sul nostro territorio non erano ingenti e potevano essere sopraffatte. Reparti della divisione corazzata 'Ariete' erano dislocati nei dintorni della capitale: non vengono mobilitati ma partecipano autonomamente alla battaglia di Porta S. Paolo. In seguito molti ex-soldati entreranno nelle file della resistenza individualmente ma anche come reparti riorganizzati.

    E' anacronistico nel 2005 rivolgere la parola 'badogliano' come insulto perchè mancano gli elementi di contesto necessari in quanto sono passati 60 anni e la memoria dell'opinione pubblica non è così lunga. Gli stessi gruppi neonazisti italiani, fondati da stragisti che vantano contatti con ambienti istituzionali, producono materiale propagandistico apertamente antiamericano attingendo a piene mani all'iconografica bellica del ventennio. Senza voler negare la politica 'imperiale' statunitense, tale materiale appare privo di un qualunque impianto ideologico ma rischia di fare breccia in talune forze proletarie a causa del suo messaggio denso di basso populismo.

    E poi la politica-spettacolo di questa destra ci ha consegnato un 'circo dei mostri' zeppo di pessimi attori e commedianti che in qualche modo riescono ancora, non si capisce come, ad imbonire la futile opinione pubblica. Valga per tutti il caso delle firme false di Alternativa Sociale alle elezioni nel Lazio: una gazzarra indegna in puro stile 'loro'. Una moderna destra italiana del 2000 dovrebbe invece trovare le proprie radici cercandole il 25 luglio e l'8 settembre del 1943, il giorno che è stato definito la 'morte della patria'. Ma la patria è risorta nella lotta contro l'ex-alleato e gli odiati lacché repubblichini.

    Si è tentato anche di addurre questioni "d'onore" militare, come scusa al tradimento perpetrato schierandosi con lo straniero invasore. Ma non era onore voler 'rispettare' i patti con un 'alleato' che ci aveva già tradito lasciando i nostri soldati nell'inferno della sacca del Don. Non era onorevole consegnare cittadini italiani - solo perchè di origine ebraica o perchè oppositori del regime - ai treni che portavano al lavoro coatto, ai campi di concentramento, ai campi di sterminio. Non v'era onore nell'intraprendere una guerra fratricida per seguire fino all'inevitabile catastrofe un'ideologia che ha professato sangue e morte per l'intero globo terrestre.

    Non v'era onore anche perchè tra fascismo e nazismo non c'era certo una calda amicizia. Il patto di mutua assistenza, firmato dalle due potenze dell'Asse e denominato Patto d'Acciaio, non legava indissolubilmente le sorti dell'Italia a quelle della Germania. Sostanzialmente il trattato prevedeva l'intervento militare italiano nel caso che la Germania fosse entrata in guerra e viceversa. Si era deciso di marciare insieme finché gli interessi fossero stati comuni.

    Ma l'Italia non poteva aver alcun interesse a venire occupata dai tedeschi e diventare provincia del Reich. Non poteva avere alcun interesse a divenire campo di battaglia tra potenze straniere e avversarie. Né nell'offrire le sue terre, le sue risorse, le sue opere d'arte alle ruberie dell'occupante. Né nell'offrire il sangue dei propri figli. Questi i motivi per il quale non sta in piedi la tesi del 'perfido tradimento degli italiani', più volte avanzata da fazioni accademiche vicine alle tesi revisioniste. Così come non stanno in piedi le presunte questioni "d'onore" avanzate da chi ha combattuto a fianco dei boia del popolo italiano.

    La destra italiana moderna, se volesse essere tale, dovrebbe necessariamente trovare le sue radici nella lotta contro il nazifascismo alla quale hanno partecipato il partito comunista, il partito socialista e i gruppi anarchici ma anche formazioni prevalentemente militari o monarchiche, volontari provenienti dal partito d'azione, dalla democrazia cristiana, dal partito liberale, dal partito repubblicano, reparti della Guardia di Finanza e dei Carabinieri rimasti fedeli alla monarchia.

    Non si possono riabilitare le brigate nere, la GNR, la X Mas, le SS italiane o i gli assassini della Muti, definiti criminali anche dagli stessi gerarchi di Salò. Non si può dare alla RSI la dignità di essere stata un'esperienza politica. Mussolini tentò soltanto di salvare se stesso e il salvabile, accreditando il nuovo partito come repubblicano (immediatamente ribattezzato ‘repubblichino' dal popolo) e sociale, tornando parzialmente, e solo sulla carta, alle origini movimentistiche. In realtà il primo congresso del PFR si consumò in un'atmosfera gonfia di livore e di vendetta, e, presagendo la propria fine, di crimini da portare a termine. Non è possibile riconoscere lo status di combattenti belligeranti - con tanto di pensione sottratta ai partigiani e in aperta contraddizione con la convenzione di Ginevra - a chi ha venduto la patria allo straniero che ne ha fatto teatro di guerra e di saccheggio con la sua complicità.

    Durante la nostra conversazione Silvano si è più volte riferito alla caduta del muro di Berlino, senza rassegnazione nostalgica, ma con un certo rimpianto. Egli sostiene che il socialismo non si è realizzato perchè sono gli uomini che non hanno saputo schiudere le porte della storia al 'sol dell'avvenire'. E' ferma la condanna dei crimini di Stalin ma è imperitura la riconoscenza ai valorosi combattenti dell'Armata Rossa e alla popolazione civile sovietica che diedero alla Seconda Guerra Mondiale, la Grande Guerra Patriottica, il più alto tributo in vite umane valutabile tra i 20 e i 27 milioni di morti. Oltre 70.000 tra paesi e villaggi dell'Unione Sovietica furono razziati e distrutti dai tedeschi che pagarono cara la loro arroganza: i soldati dalla stella rossa arrivarono a Berlino e fecero lo stesso.

    Un altro reduce mi racconta che ex-prigionieri di guerra russi, catturati in Italia, dopo essere fuggiti dalla prigionia si erano uniti alle formazioni partigiane. Al ritorno in patria vennero considerati alla stregua di traditori e condannati alla Siberia. Furono riabilitati anni dopo a dimostrazione del disprezzo totalitario verso il sacrificio dell'individuo.

    La lucida analisi, frutto dell'esperienza personale, mette in relazione eventi e fatti storici, anche lontani tra loro, in un unico continuum temporale che poi è quello dell'esistenza stessa. Chi ha vissuto l'epoca oscura del fascismo e dell'occupazione nazista dell'Italia, nell'epopea della Resistenza ha visto sorgere l'aurora di una nuova vita. Non è possibile cancellare quella storia, almeno finché ci sarà qualcuno a raccontarla.

    E' nostro dovere perpetuarne la memoria, che è patrimonio di tutti, conducendo una battaglia di idee antirevisionista e antinegazionista. E' semmai auspicabile una revisione critica della storia che, con la forza degli argomenti, respinga le tesi antistoriche e antipolitiche al fine di smascherare la bassa propaganda della destra di regime e delle, pur deboli, cellule di estrema destra attive nel nostro paese. Il ricordo della migliore stagione che l'Italia del '900 abbia vissuto sia il nostro severo monito ai nemici della libertà.

  3. #3
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