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Discussione: Dopo il no di Ciampi

  1. #1
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    Predefinito Dopo il no di Ciampi

    Roma. Alla fine Carlo Azeglio Ciampi ha detto no grazie. Ha spiegato che preferisce non infrangere la “lunga consuetudine” in base alla quale “nessuno dei precedenti nove presidenti della Repubblica è stato rieletto”.
    Al ringraziamento per la sopraggiunta convergenza dei due poli su una eventuale sua rielezione, il capo dello stato uscente ha voluto aggiungere l’invito – e probabilmente non sarà l’ultimo del settennato – affinché centrodestra e centrosinistra traducano questa convergenza in “collaborazione civile”.
    Vedremo se e come. Per adesso gli unici elementi sui quali l’accordo non può difettare sono il rincrescimento per il rifiuto di Ciampi e i controringraziamenti.
    La partita per il Quirinale si conferma perciò del tutto aperta e a sinistra si torna a ragionare sulle chance di Massimo D’Alema (o chi per lui fra i Ds) e Giuliano Amato. La Cdl non arretra dalla propria convinzione, elementare e legittima, secondo cui l’Unione, con Romano Prodi avviato a ricevere l’incarico di formare il governo, non può appropriarsi indebitamente del Quirinale dopo aver eletto Franco Marini al vertice del Senato e Fausto Bertinotti alla guida della Camera. E’ un argomento forte ma segnala più uno stato d’animo che non una strategia politica. Era prevedibile – la voce ha preso corpo dalla mattinata di ieri – che il centrodestra facesse subito una seconda proposta. Silvio Berlusconi ha detto che una sinistra democratica dovrebbe contribuire a eleggere Gianni Letta. L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva già respinto una candidatura e a meno di capovolgimenti inattesi non dovrebbe cambiare idea. Allora? C’è chi pensa a Marini, che da Palazzo Madama potrebbe salire al Quirinale così come a suo tempo accadde a Oscar Luigi Scalfaro da Montecitorio.
    Ma una simile ipotesi assomiglia sopra tutto al desiderio di alcuni dirigenti prodiani che hanno bisogno di liberare una carica istituzionale a beneficio dei Ds.
    Di qui l’interpretazione maliziosa delle parole di Prodi, al limite dell’esorcismo, che hanno preceduto il rifiuto di Ciampi:
    “Ci auguriamo che il capo dello stato riveda il proprio no alla riconferma”.
    Dichiarazione un po’ eccessiva, se paragonata al silenzio del presidente.
    Quanto a D’Alema, è chiaro che concentra le proprie ambizioni sul Quirinale e non è facile che possa prendere altre strade. Ha immediatamente rivendicato alla maggioranza il diritto di “avviare i necessari contatti e un dialogo con le forze politiche per cercare una soluzione adeguata e che abbia il massimo dei consensi”.
    Un modo per dire che, prima di fare la prossima proposta, l’Unione ha il dovere di illustrare la candidatura unitaria dalemiana nel modo più appropriato. Evidentemente si tratterà di qualificare il presidente diessino come una figura “garante della Costituzione” e come un credibile “riferimento
    della nazione”, secondo la raffigurazione fatta ieri sera dal leader della Margherita, Francesco Rutelli. Prodi annuncia nuove riunioni “per analizzare il problema” e promette: “Formuleremo le nostre candidature e ne parleremo ovviamente anche con l’opposizione”. La Cdl deve ascoltare e
    giudicare.
    Per votarsi tutti al realismo c’è tempo fino a lunedì mattina.

    Da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito L’unione aspetta un atto da leader di Prodi

    Roma. “Sono impazziti i compagni della parrocchietta”, dicono adesso quelli della Margherita, davanti alle polemiche esplose all’interno dei Ds. Però, pure Prodi…
    Raccontano nel partito di Rutelli: “Ogni tanto qualcuno domanda: e Prodi come reagisce?
    Prodi fa Prodi. Il suo modo peculiare di esercitare la leadership, cui tutti si sono rassegnati: un non modo. Ecco il problema: nessuno che decide, non c’è un principio di comando, né cabina di regia né regista. Certo, se D’Alema non usciva di testa, il governo forse era fatto…”.
    Fa la sfinge a Santi Apostoli, il Professore.
    Da dentro l’Ulivo arrivano metafore feroci, rispetto all’atteggiamento adottato dal futuro premier del centrosinistra. L’accusa è di non determinare i processi politici, “che o sono determinati da altri o hanno un loro divenire autonomo, inerziale”. E aggiungono nella Margherita che si vede nella formazione del governo, “sta avvenendo senza una regia”. Prodi, secondo autorevoli alleati, “sta raccattando nel fiume tutto quello che viene dagli affluenti: polemiche della Cdl, scontri nei partiti, umori di Ciampi”.
    Tra i prodiani fervidi, c’è chi allarga le braccia:
    “Prova a tenere le fila, non è facile”. I diessini, scottati dalla vicenda della presidenza di Montecitorio, “che ha risolto confermando la sua nota predilezione per Bertinotti”, sono molto meno disposti di qualche settimana fa a togliergli le castagne dal fuoco. E, soprattutto dopo la rinuncia di Ciampi, tengono gli occhi spalancati e vigili. “Anche sul Quirinale non si comprende cosa vuol fare”, sostiene un dirigente dalemiano di via Nazionale. “Il gioco sembra fatto da altri. Per giocare, Prodi dovrebbe esercitare il diritto di prima scelta, invece non si capisce ancora qual è il suo candidato. Sembra non tenere nelle sue mani nessuno dei processi in corso. La responsabilità politica lo dovrebbe spingere a indicare le sue preferenze per il Quirinale e a proporre il nome, o quei nomi, al centrodestra. Invece è come se non volesse giocare in prima persona la partita.
    Solo adesso, dopo l’addio di Ciampi, comincia a muoversi e parla di dialogo con la Cdl”.
    Un sottrarsi che altri spiegano con la netta preferenza che il Prof. avrebbe per la candidatura di Amato, “che sa di essere coperto da Prodi”, anche se “è difficile che possa opporsi ancora a D’Alema”.
    Pure tra i Ds, quando parlano del futuro premier, si usano parole identiche a quelle che si mormorano nella Margherita: “Forza d’inerzia”. Allarga le braccia un deputato di lungo corso: “Non è da escludere che abbia un progetto e che per ora non lo voglia manifestare”. Nel parapiglia, ha alcuni punti di forza, Prodi.
    Intanto il rapporto con Rutelli, “miracolosamente per ora vanno d’amore e d’accordo”.
    Se Prodi mostra operosa inerzia, Rutelli fa poco di più: si è battuto per le Comunicazioni a Gentiloni, “vuole le televisioni”, ha fatto sapere che gradisce poco il Viminale, “dovunque, ma non lì”, ha risposto a muso duro ai patimenti diesse, “risolvetevi i vostri problemi, quello che faccio lo decido io”, e poco d’altro. Solo Fassino corre, e D’Alema minacciosamente freme sulla nuca del Professore. Che sempre, e fino a che può, prova a far finta di niente.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Sui giornali imbarazzo e dissimulazioni

    Roma. Neppure uno fra i grandi giornali che abbia potuto dire no al Ciampi-bis. Però ciascuno ha manifestato lateralmente le proprie predilezioni, ovvero le ha dissimulate, se non nascoste perfino nell’imbarazzo.
    Il Corriere della Sera ha dato un dispiacere ai dalemiani con l’editoriale del vicedirettore Pierluigi Battista: lì dove alla voce “grande intesa” bisognava leggere, dietro la benedizione alla riconferma di Carlo Azeglio Ciampi, la candidatura implicita di Giuliano Amato, considerato una riserva capace di garantire la sopravvivenza del consenso largo e trasversale.
    Che poi è il sogno del vicedirettore Dario Di Vico, amatista incondizionato e silenzioso, almeno finché la scommessa di Mieli-Battista, come quella del notista Massimo Franco, si è concentrata sul depistaggio verso Ciampi. Imboscato quanto basta è stato Gianni Riotta, vice pure lui ma da New York, e prodiano sufficientemente placido per sembrare pro Ciampi.
    Difficile la condizione di Paolo Franchi, costretto a intrecciare le ragioni politiche del cuore che dice D’Alema e quelle aziendali sintonizzate su Amato.
    Notevole anche l’imbarazzo di Repubblica.
    Pur di non ammettere che la mossa ciampista del Cav. aveva rimescolato anime e corpi del centrosinistra di governo (soprattutto quelli di Massimo D’Alema), il quotidiano di Carlo De Benedetti è riuscito ad aprire sul calendario istituzionale (“Svolta per il Colle, si vota subito”) e ha affidato il primo editoriale al vicedirettore Massimo Giannini, ciampiano per passione intellettuale e dalemiano per autodafè consegnato al Foglio di recente. Nella prima metà dell’articolo, Giannini ha tentato di scagionare Franco Marini e Fausto Bertinotti dalla ragionevole accusa
    d’aver subìto la volontà dalemiana di rinviare l’incarico per Prodi; nella seconda ha rivelato e non rivelato il proprio tifo per D’Alema ma invitando l’Unione a votarlo casomai Ciampi rinunciasse. Un passo in più là rispetto al corsivo nel quale, domenica, l’ulivista Edmondo Berselli s’era sforzato di convincere (e convincersi) che D’Alema è l’uomo adatto al Quirinale. Se al Corriere propongono Ciampi per avere Amato, nella veltroniana Rep. si celano dei criptodalemiani.
    Quanto ai giornali più genuinamente confindustriali, il Sole 24 Ore ha ospitato una rubrica settimanale di Amato e infatti parteggia per il metodo-Ciampi (vedi Punto di Stefano Folli). La Stampa si è prodotta in uno scatto di morale azionista e con Federico Geremicca ha proposto una cosa a metà tra l’epicedio prodiano e il ceffone che si riserva agli imbambolati.
    L’estrazione del giornale torinese consigliava di stare con Ciampi senza strepiti, aspettando che fosse Luca di Montezemolo a palesarsi – è avvenuto ieri – e lasciando Augusto Minzolini libero di scorazzare dietro le quinte berlusconiane.
    Gli ultras dell’Unità hanno fatto un tifo reticente per D’Alema, al Messaggero di Caltagirone si sono piegati tra la solita pastorale veltroniana, l’attenzione per il generone Udc (Casini) e la vocazione da grandi coalizionisti non dalemiani.
    Tendenza Mario Monti.

    saluti

  4. #4
    RenzoAudisio
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    Predefinito

    Talvolta esco dal ghetto libertario per sapere che si dice in giro...

    Su questo argomento ho una curiosità (si potrebbe anche organizzare un sondaggio) chi suggerireste alla CDL di proporre come candidato presidente?

    Letta? Mi pare ancora troppo targato CDL per essere accettato dalla sinistra moderata come Margherita, Italia dei valori e Rosa nel pugno, disponibili al dialogo.

    Monti? Che piace a Sinistra ma offrirebbe Garanzie?

    Una donna di grande prestigio internazionale come la Senatrice a Vita Rita Levi Montalcini, che piacerebbe pure a coloro che, come Dipietro ed i radicali sollecitano un Presidente in Rosa, che si è schierata nel centrosinistra al Senato, ma che non è un politico e quindi fornisce + garanzie (salvo possibili circonvezioni d'incapace... visto che ormai avrebbe bisogno della badante...) e potrebbe essere un rinvio di pochi mesi o anni, all'elezione di un presidente vero.

    Un'altro monumento internazionale alla femminilità Italiana, come Sofia Scicolone (in arte Sophia Loren) che piacerebbe certamente alla nipote, sempre per gli appassionati di quote rosa. Credibile in un film... decisamente meno credibile nella realtà.

    Una consumata professionista della politica come Emma Bonino? Di sinistra ma già vicina a Berlusconi e Forza Italia. Che piacerebbe ancora di più ai Radicali, ad Italia dei valori, ed a tutta l'area femminista ed "alternativa", ma non piacerebbe a quel "centro" sotto controllo del Vaticano.

    Un Clericale come Casini, Follini o Formigoni, che potrebbe anch'esso riscontrare rispetto per le proprie doti di garanzia istituzionale e delle qualità anche dalle fazioni vaticaniste schierate a sinistra.

    Umberto Bossi, che dopo l'Ictus è diventato buonista pure lui, tanto per tentare l'improbabile candidato della Lega. Ammesso che accettasse lui stesso una simile candidatura...

    Una candidatura tattica tipo il Senatore a Vita Giorgio Napolitano? Così ne facciamo "fuori uno..." ma ci sarebbe il rischio che per compensare quello nomini 7 senatori a vita del tipo: il "Nobel" Dario Fo.... Moretti... il "premio oscar" Benigni... etc. etc. consolidando ancora meglio la maggioranza al Senato per i prossimi 30 anni.

    Un'altra candidatura tattica, potrebbe essere un ritorno di quel pazzo di Francesco Cossiga, che malgrado la candidatura di Andreotti a Presidente del Senato dice di Sostenere Prodi. Però pazzo com'è potrebbe dimostrarsi più pericoloso di Napolitano.

    Il meno tattico Andreotti... che però ci tenta sempre... anche al colle 14 anni fa'.

    Qualche altro pazzoide come Pannella oppure Sgarbi, ormai emarginati dalla politica?


    Altri?
    Dite Voi...

  5. #5
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    Non lo so...forse alla fine la spunta Giuliano Amato.
    Dai tempi di San Pietro chi rinnega il maestro fa sempre carriera...

  6. #6
    RenzoAudisio
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    Citazione Originariamente Scritto da Ronald
    Non lo so...forse alla fine la spunta Giuliano Amato.
    Dai tempi di San Pietro chi rinnega il maestro fa sempre carriera...
    Giuliano Amato come tua previsione, o Giuliano Amato come unica ipotesi strategica efficace?
    Giuliano Amato come unica proposta realistica per contrastare D'Alema, ovvero il menopeggio proponibile ed accettabile dalla Maggioranza.

    Pensi che lo voterebbero anche in blocco DS, Verdi, comunisti italiani e rifondazione, pur di non farsi vedere spaccati, già prima di formare il governo?

  7. #7
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    Predefinito Il tanto Amato Colle


  8. #8
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da RenzoAudisio
    Talvolta esco dal ghetto libertario per sapere che si dice in giro...

    Su questo argomento ho una curiosità (si potrebbe anche organizzare un sondaggio) chi suggerireste alla CDL di proporre come candidato presidente?

    Letta? Mi pare ancora troppo targato CDL per essere accettato dalla sinistra moderata come Margherita, Italia dei valori e Rosa nel pugno, disponibili al dialogo.

    Monti? Che piace a Sinistra ma offrirebbe Garanzie?

    Una donna di grande prestigio internazionale come la Senatrice a Vita Rita Levi Montalcini, che piacerebbe pure a coloro che, come Dipietro ed i radicali sollecitano un Presidente in Rosa, che si è schierata nel centrosinistra al Senato, ma che non è un politico e quindi fornisce + garanzie (salvo possibili circonvezioni d'incapace... visto che ormai avrebbe bisogno della badante...) e potrebbe essere un rinvio di pochi mesi o anni, all'elezione di un presidente vero.

    Un'altro monumento internazionale alla femminilità Italiana, come Sofia Scicolone (in arte Sophia Loren) che piacerebbe certamente alla nipote, sempre per gli appassionati di quote rosa. Credibile in un film... decisamente meno credibile nella realtà.

    Una consumata professionista della politica come Emma Bonino? Di sinistra ma già vicina a Berlusconi e Forza Italia. Che piacerebbe ancora di più ai Radicali, ad Italia dei valori, ed a tutta l'area femminista ed "alternativa", ma non piacerebbe a quel "centro" sotto controllo del Vaticano.

    Un Clericale come Casini, Follini o Formigoni, che potrebbe anch'esso riscontrare rispetto per le proprie doti di garanzia istituzionale e delle qualità anche dalle fazioni vaticaniste schierate a sinistra.

    Umberto Bossi, che dopo l'Ictus è diventato buonista pure lui, tanto per tentare l'improbabile candidato della Lega. Ammesso che accettasse lui stesso una simile candidatura...

    Una candidatura tattica tipo il Senatore a Vita Giorgio Napolitano? Così ne facciamo "fuori uno..." ma ci sarebbe il rischio che per compensare quello nomini 7 senatori a vita del tipo: il "Nobel" Dario Fo.... Moretti... il "premio oscar" Benigni... etc. etc. consolidando ancora meglio la maggioranza al Senato per i prossimi 30 anni.

    Un'altra candidatura tattica, potrebbe essere un ritorno di quel pazzo di Francesco Cossiga, che malgrado la candidatura di Andreotti a Presidente del Senato dice di Sostenere Prodi. Però pazzo com'è potrebbe dimostrarsi più pericoloso di Napolitano.

    Il meno tattico Andreotti... che però ci tenta sempre... anche al colle 14 anni fa'.

    Qualche altro pazzoide come Pannella oppure Sgarbi, ormai emarginati dalla politica?


    Altri?
    Dite Voi...
    ____________________

    Per usare il termine tanto "amato" da Prodi, "siamo seri", perchè non la Oriana Fallaci?

  9. #9
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    Predefinito Oggi tocca a D’Alema

    Roma. Al di là degli eventuali espedienti tattici dell’ultima ora, è chiaro che il centrosinistra propone Massimo D’Alema e soltanto lui per la presidenza della Repubblica.
    Notizia che, se non ha ricevuto il tocco dell’ufficialità nella tarda serata, dovrebbe essere formalizzata oggi, dopo un ultimo vertice della nuova maggioranza.
    Ieri, dopo avergli telefonato, Romano Prodi ha incontrato Silvio Berlusconi e poi ha detto che è stato un “incontro proficuo”. I due si rivedranno oggi.
    Prodi ha annunciato al Cav. che da lunedì l’Unione – Radicali a parte – intende convogliare i propri voti sul presidente dei Ds. Il meccanismo, ammesso che non fosse chiaro, l’ha spiegato alle agenzie l’ex ministro diessino Vincenzo Visco, fuori dai vincoli della diplomazia: “Prodi incontrerà Berlusconi dopo il vertice dell’Unione e gli proporrà un nome; il primo colloquio era per stabilire un metodo”.
    Il metodo si richiamerà a Ciampi, nel senso che il centrosinistra si concentra su “un nome con una maggioranza autosufficiente in grado di trovare il consenso dell’opposizione”.
    Si tratta appunto di D’Alema.
    Attorno a lui c’è tutta la Quercia richiamata all’ordine da Piero Fassino.
    Mentre il presidente del neonato gruppo ulivista della Camera, Dario Franceschini, conta d’aver raggiunto ieri una compattezza più che affidabile nella coalizione, in vista della conta a Camere riunite. Significativa, al riguardo, è stata l’indisponibilità a spostarsi da Palazzo Madama verso il Quirinale mostrata all’ora di pranzo da Franco Marini.
    A favore di una scalata alla Oscar Luigi Scalfaro – che nel 1992 diventò presidente della Repubblica dopo breve sosta ai vertici di Montecitorio – fino a ieri si addensavano le speranze pubbliche di Pier Ferdinando Casini e qualche altro sognatore.
    Che l’Unione abbia un candidato unico lo ha indirettamente confermato proprio Marini: “La candidatura di Massimo D’Alema sarebbe la soluzione per uno sbocco unitario”.
    Oltretutto, come minaccia Visco, “non sarebbe una cosa indolore” se la maggioranza lo bruciasse ancora una volta, dopo l’infelice disputa con Fausto Bertinotti per la guida di Montecitorio.
    Fin qui l’Unione, sulla quale si può aggiungere che come metodo di voto, per lunedì, immagina questo: molte schede bianche e consensi frammentati nei primi tre turni (quando per essere eletti è necessaria una maggioranza qualificata); dopodiché si converge tutti su D’Alema.
    Con o senza appoggio dal centrodestra.
    Infatti ancora Visco: “Una parte della Cdl lo voterebbe nel segreto. Comunque avrà una sua autosufficienza e non cambierebbe nulla, andremo avanti comunque”. Opinione ovviamente condivisa, magari più per senso della realtà che con entusiasmo, anche da Francesco Rutelli.

    Cdl di fronte alla forza delle cose
    La Casa delle libertà è stata messa al cospetto della forza delle cose: salvo colpi inattesi, il centrosinistra ha scelto il presidente della Repubblica e dispone dei numeri necessari per realizzare il proposito.
    Silvio Berlusconi si sta muovendo come unico negoziatore della minoranza. Un po’ per vocazione e peso elettorale, un po’ perché sia Gianfranco Fini (An) sia Pier Ferdinando Casini (Udc) hanno reclamato, ottenendole, riunioni a due oppure più collegiali ma non sono in cerca di responsabilità politiche sull’elezione dalemiana.
    Almanaccando sulla definizione del “medoto Ciampi”, Casini ha detto che “per eleggere il presidente della Repubblica la scelta del dialogo con l’opposizione è obbligatoria. Non si può fare diversamente. Una scelta a maggioranza significa menomare il capo dello stato già al primo passo”. Fini pensa la stessa cosa (perché preferirebbe un accordo bipartisan su Giuliano Amato) e ha fatto smentire da Altero Matteoli le voci d’un indice di gradimento dalemiano in crescita dentro An.
    Adolfo Urso la mette così: “Continuiamo a chiedere di poter scegliere fra una rosa di nomi, ancorché ridotta. E potremmo pure convergere su un nome dei Ds che non appartenga alla tradizione comunista di quel partito”. Che sarebbe Amato. “Comunque non voteremo D’Alema, non tanto per ragioni ideologiche o politiche, ma per il metodo nel quale è maturata la sua candidatura”.
    Il capogruppo della Lega Nord a Montecitorio, Roberto Maroni dice che “l’intesa nella Cdl prevedeva la riconferma di Carlo Azeglio Ciampi senza subordinate. Qualsiasi alternativa non può che essere valutata collegialmente all’interno del centrodestra”.
    E Berlusconi? Attenderà che la proposta prodiana diventi ufficiale? Chissà.
    Dovesse respingere l’opzione dalemiana, potrà comunque farlo in diversi modi e su questo bisognerà pur ragionare.
    Perché si può negare alla decisione della maggioranza ogni legittimità politica, preparandosi allo scontro irrimediabile; oppure bocciarne la formula senza rinunciare a un’apertura esplicita sulla sostanza politica della prospettiva offerta da Prodi.

    saluti

  10. #10
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    Predefinito Il realismo di D'Alema c'è, ma c'è dell'altro

    Tra gli argomenti addotti dalla grande stampa nella sua (cautissima: non si sa mai come va a finire) campagna di ostruzione alla candidatura di Massimo D’Alema al Quirinale, Edmondo Berselli, sulla Repubblica, ha evocato il fantasma dell’ultimo “togliattiano”. Forse però quell’epiteto, sia un complimento o un insulto, non si attaglia, almeno non in modo talmente convincente da caratterizzarla, alla personalità del presidente dei Ds.
    A parte le ovvie differenze di contesto nazionale e internazionale, volendo esaminare la fondatezza dell’asserita discendenza, si tratta di identificare i tratti propri della cultura politica di Palmiro Togliatti e verificare quali di questi si possano riscontrare nel suo lontano successore.
    La vita politica di Togliatti è stata caratterizzata dalle “svolte”, realizzate con pazienza e rivendicate come tali, e dalla costante attenzione per la costruzione di un gruppo dirigente (non solo di partito) organico ad esse. Della prima di queste svolte, la liquidazione della leadership di Amadeo Bordiga sostituito dal gruppo dell’Ordine Nuovo, Togliatti ha lasciato un resoconto, “La formazione del gruppo dirigente del PCd’I”, e un’interpretazione retrospettiva e, in parte, interessata, che però, al di là del suo valore storico, è illuminante sulla concezione togliattiana dello stretto rapporto tra scelte politiche e uomini chiamati a realizzarle. Lo stesso si può dire delle grandi svolte successive, da quella che portò a passare dal “socialfascismo” ai Fronti popolari su scala internazionale, a quella del Partito nuovo, del compromesso con la monarchia, della votazione per il Concordato, dell’amnistia. Identificare, invece, le svolte di cui D’Alema sia stato l’elemento propulsore è piuttosto difficile, perché il suo realismo (l’unico tratto che lo accomuna a Togliatti ma che è proprio di quasi tutti gli uomini politici di successo) ha caratteristiche più mimetiche e adattative che innovative.
    Nel 1977, per fare un esempio, da segretario dei giovani comunisti, D’Alema sostenne l’esigenza di “stare nel movimento”, anche se quello del ’77 era animato soprattutto dallo spirito di ostilità verso il compromesso storico e quindi il Pci e i sindacati, come si vide nell’episodio dell’assalto al palco di Luciano Lama all’Università di Roma.
    Anche la svolta che portò il Pci a sciogliersi nel Pds vide D’Alema svolgere una funzione di mediazione tra Achille Occhetto e i dubbiosi, i cosiddetti
    “malpancisti”. In sostanza D’Alema non ha mai assunto, all’interno del suo partito, un ruolo di opposizione esplicita, anche quando, come nella vicenda della rimozione di Occhetto dalla segreteria, è stato l’artefice e il beneficiario del dissenso interno. Il criterio che ha seguito nel realizzare, senza mai rivendicarle, le svolte politiche, ha contribuito a rendere opaca la sua azione nella costruzione dei gruppi dirigenti, settore nel quale, anche per questo, ha subito diversi rovesci.
    Il più clamoroso è rappresentato dalla fiducia che ha riposto, quando è diventato presidente del Consiglio nel 1998, in Pietro Folena, che avrebbe dovuto essere il guardiano dalemiano nella segreteria di Walter Veltroni, e che invece è passato rapidamente al “nemico”, rendendosi così inviso ai suoi antichi sponsor da essere indotto, alla fine, a cercare rifugio nelle file di Rifondazione comunista.
    Un ultimo tratto distintivo dell’azione politica di Togliatti è stata la subordinazione all’obiettivo, identificato come principale, di tutte le altre questioni.
    Quando decise di votare per l’articolo 7 della Costituzione, quello che recepisce il Concordato, Togliatti puntava a evitare una rottura con il mondo cattolico, che già si profilava, per salvaguardare l’alleanza di governo antifascista e molto altro.
    La differenza con il comportamento di D’Alema sulla questione della fecondazione assistita, balza agli occhi. Il presidente Ds ha lasciato gestire la battaglia parlamentare alla commissione femminile del partito, imbevuta di un’ideologia radical chic e paleofemminista, mentre con un approccio politico probabilmente si sarebbe ottenuta una legge a largo consenso, e poi si è fatto trascinare in un referendum rovinoso senza muovere un dito. Insomma non c’è nulla di togliattiano nel presidente Ds? Una cosa c’è, ed è la considerazione poco lusinghiera per i cultori della propaganda come surrogato della politica, che entrambi giudicano “poveri gattini ciechi”. E’ poco per giustificare la diagnosi di togliattismo. Togliattiano fu il tentativo di riscrivere la Costituzione con l’avversario, tentativo serio ma purtroppo fallito.

    Sergio Soave su il Foglio

    saluti

 

 
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