STALIN & LA DIGITALIZZAZIONE FORZATA. E dunque: come si fa a far diventare carta straccia una sentenza della Corte costituzionale, mantenendo tre reti tre nelle mani di Silvio Berlusconi? Semplice: moltiplicando i canali, facendoli diventare così numerosi da rendere (apparentemente) senza senso la barriera antitrust dei due canali e non di più. Niente di nuovo, intendiamoci: già negli anni Novanta il presunto diritto a possederne tre era rivendicato da Berlusconi in nome di una torta da dividere composta da 12 canali. Il mondo di Berlusconia funziona così: dal particolare al generale, prima viene la Santissima Trinità dei Canali Fininvest, poi ci si inventa l’universo di riferimento in grado di giustificarla. Che poi nei Paesi civili europei come la Francia o la Spagna non si possa possedere più di un canale, è una bazzecola da non tenere in alcuna considerazione.
Dunque, moltiplicare i canali. Come? Con un salto nel futuro. Con l’introduzione forzata del digitale terrestre. Cioè una nuova tecnologia (digitale anziché analogica) che migliora la qualità di ricezione, ma soprattutto permette di ricevere centinaia di canali. Tutto questo, però, solo dopo aver cambiato il parco televisori e la foresta di antenne italiane: gli esperti prevedono che per la trasformazione ci vogliano almeno dieci anni. Ma i nostri liberisti e ultraliberisti sembrano tanto Stalin, quello dell’industrializzazione forzata. Oggi Berlusconi-Baffone (nascosto dietro il ministro Maurizio Gasparri, che di queste cose poverino non capisce niente, e lo ha anche confessato in qualche intervista, assicurando che si sarebbe messo a studiare) impone la Nuova Politica Tecnologica, la Grande Marcia nel Futuro: digitale terrestre per tutti. A tappe forzate.
Il mercato non ne sente il bisogno? Non importa: lo si impone per legge. I telespettatori continueranno ancora per un decennio a sedersi davanti ai loro amati apparecchi analogici e non hanno alcuna voglia di cambiare televisori e antenne? Non importa: per chi trasmette, il digitale sarà comunque obbligatorio. Entro il 1 gennaio 2004 (il giorno dopo l’altra data-limite, quella dettata dalla Corte costituzionale) tutte le reti tv devono coprire almeno il 50 per cento della popolazione italiana con trasmissioni in digitale. Il 70 per cento entro il 2005. Devono, altrimenti saranno confinate nella Siberia delle tv.
Il governo Berlusconi ha trovato perfino il tempo (e i soldi) per inserire nella Finanziaria 120 milioni di euro d’incentivi a comprare televisori digitali (più degli investimenti per la scuola): un tempo si premiava chi dava Balilla alla Patria, oggi chi offre teleschermi al Biscione. (A proposito, Sony, Philips e compagnia continuano e continueranno a produrre i televisori analogici. Come faranno i nostri liberisti a imporre al signor Sony di cambiare strategia e spacciare tv digitali a buon prezzo?).
A ogni buon conto Mediaset – che, come dire, era già preparata – nei mesi scorsi ha fatto un ricco shopping di frequenze e ha già brillantemente raggiunto gli obiettivi imposti dal Partito Post-catodico del Futuro. Anche La 7, malgrado le sue gambette da nano, si sta impegnando valorosamente. Telecom, che la controlla, ha già portato a casa 120 frequenze e relativi ripetitori. La Rai invece annaspa. Durante la corsa verso il Sol dell’Avvenire è inciampata e caduta. Ma il suo direttore generale Flavio Cattaneo ha garantito che ce la farà. E in un comunicato diffuso dall’Ansa alle ore 19,27 del 21 ottobre 2003 ha trionfalmente annunciato di aver raggiunto l’obiettivo: «Il consiglio d’amministrazione della Rai, su proposta del direttore generale, ha approvato all’unanimità le proposte irrevocabili di vendita presentate da Telecampione 6 Milano, che copre Milano e Genova, e Teleliguria, che è ricevibile in quasi tutta la Liguria. La Rai ha così superato l’obiettivo del 50 per cento di copertura della popolazione previsto per il primo multiplex del digitale televisivo terrestre».
Inciso: nella legge Gasparri (che sarebbe più appropriato chiamare legge Berlusconi, ma allora non la distingueremmo da tante altre) salta anche un altro limite antitrust, quello che avrebbe potuto far posto ad altri operatori imponendo un limite nell’occupazione delle risorse, innanzitutto pubblicitarie. Niente: in casa Berlusconi hanno inventato il Sic («Sistema integrato delle comunicazioni») e hanno suggerito, come limite – scusate la parola – antitrust, il 20 per cento del Sic medesimo. Ma lo hanno fatto così elastico e accogliente, questo Sic, da contenere di tutto (televisione, editoria, telecomunicazioni, libri, pubblicità, promozioni, sponsorizzazioni...). Il senatore Luigi Grillo, relatore in Senato della legge sulle tv, lo chiama affettuosamente «il montepremi»: una torta immensa di almeno 25 miliardi di euro. Il suo 20 per cento è 5 miliardi di euro. Buone notizie: Mediaset potrà crescere ancora. E vincere. Fine dell’inciso, torniamo alle scatole cinesi.
Dunque: per non perdere Retequattro bisogna passare al digitale; per passare al digitale bisogna imporlo per legge, perché il mercato non se lo fila per niente; per imporlo bisogna obbligare le tv esistenti a comprare, e in fretta, frequenze. E qui arriva il bello. E si entra nel vivo della storia, con la Rai che deve spendere le sue non molte risorse per fare shopping di tv locali. Ma prima di arrivare al bello, a Maurizia Paradiso, a Paolo Romani, ai macellai e materassai trasformati in editori televisivi, è necessario fermarsi un attimo: comprare frequenze? Ma com’è possibile comprare e vendere frequenze? Un tempo era vietato, vietatissimo. Le frequenze, cioè l’etere, sono un bene pubblico, come l’aria che respiriamo. Come le spiagge. I bagnini non se le possono vendere (per ora). Ebbene, oggi non solo è possibile comprare e vendere l’etere, ma è addirittura diventato obbligatorio. Il via libera lo ha dato una legge (la numero 66, recitano gli esperti) varata nel 2001. Dal governo Amato, ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale, sottosegretario Vincenzo Vita. Cioè dal centrosinistra, che invece non aveva fatto una legge sulle tv, né sul conflitto d’interessi, né sulle rogatorie, né... Ma chiudiamo subito questa scatola cinese, sennò chissà dove finiremmo.
Il «lodo Gasparri»