Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617
Risultati da 161 a 166 di 166
  1. #161
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…155)

    26 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    IL ROMANZO NERO DEI MONACI DI MAZZARINO

    (da “Mondo Nuovo” del 15 gennaio 1961, n. 3)



    Caltanissetta, gennaio. – Sono stato a Mazzarino due volte. La prima volta, quando ancora lo scandalo dei monaci non era scoppiato, in compagnia di un amico, professore universitario, che appunto nel convento sperava di trovare non so che libri: poiché Mazzarino fu, nel seicento, un fiorente centro di stampa. Accompagnati da notabili del luogo, entrammo nel convento. Un monaco silenzioso, e forse dalla nostra visita irritato (mi pare, guardando ora le fotografie sui giornali, fosse padre Agrippino), ci aprì una stanza dove i libri stavano ammucchiati come vi fossero stati rovesciati a ceste, a carrettate. Era impossibile dar dentro a quel mucchio: il mio amico aprì un paio di volumi che stavano a portata di mano, la vita di un santo, un breviario; le mani gli si inguantarono di polvere. Uscimmo nel corridoio. C’era una finestra aperta sulla vallata. Una signora che era con noi, che ci aveva accompagnato in macchina, disse: “Che bellezza! Che pace!”,e aggiunse che l’onorevole, nell’ultima sua visita al convento, aveva promesso che vi sarebbe tornato per un suo ritiro spirituale. L’onorevole usa ritirarsi ogni anno a fare esercizi spirituali in un convento. Non c’era bisogno di chiederne il nome: era uno dei più brillanti e inquieti uomini della Democrazia cristiana in Sicilia.



    La campagna era davvero molto bella: si intrideva del colore della sera e vibrava di solitudine. Ma, chiusa la finestra, mi parve impossibile che un uomo potesse sentire aleggiare dentro le mura del convento, in quei corridoi e in quelle celle, lo spirito: e quello con la esse maiuscola per di più. Io vi sentivo invece aleggiare il disfacimento della materia: il polveroso disfarsi del legno, della carta; la grommosa lebbra dell’intonaco, la ruggine, la rancida cera, l’infracidire dei tessuti. E, al di là di queste sensazioni fisiche, l’acuta sensazione di un disfacimento morale: quel che è di sordido, di parassitario, di tenebroso in una chiusa comunità maschile. Sensazione che, per la verità, ho sempre provato visitando un convento di monaci.



    Tre mesi dopo sono tornato a Mazzarino accompagnando Enrico Emanuelli. Stavolta non sono entrato nel convento: lo scandalo era già esploso, i monaci non ricevevano giornalisti. Abbiamo fatto un giro intorno al convento. Era già notte. Un’atmosfera da Castello di Otranto gravava sul convento e sulla campagna: quei luoghi appartenevano ormai alla più nera letteratura.



    Emanuelli è uno dei più scrupolosi giornalisti che io abbia mai conosciuto. Volle conoscere in ogni dettaglio, da persone ben informate, la storia dei monaci. Un familiare di uno dei ricattati ci raccontò un episodio che Emanuelli riferì su La stampa e che Giovanni Ansaldo commentò poi sul Tempo. Ed è davvero il dettaglio più feroce dei terribili avvenimenti di cui sono stati protagonisti i quattro monaci: quello che da solo basterebbe a consumare quel piccolo residuo di giustificazione umana, di compassione, di pietà che solitamente – specie in un paese come il nostro – concediamo ai rei.



    Come è noto, la banda fece oggetto dei ricatti due persone anziane che avevano bambini: e appunto li ricattava minacciando la vita dei bambini. Terribile e sottile accorgimento psicologico quello di minacciare un padre anziano nella vita di un bambino, di un figlio che ha appena tre o quattro anni di età. E poiché uno dei padri resisteva al ricatto, un giorno uno dei monaci, incontrandolo insieme al bambino, questo atroce complimento pronunciò – “Quant’è bello! Pare vivo”. – che voleva dire il bambino essere già morto, per il fatto che il padre non pagava il ricatto, e soltanto illusione era il crederlo vivo.



    Non so se questo episodio figura negli incarti istruttori, né so quale peso possa avere nel giudizio penale: ma è certamente, nell’umano giudizio sui fatti di Mazzarino, il peso decisivo.



    Tenebrose storie di monaci furono di moda nell’Inghilterra del settecento. La leggenda nera, creata intorno ai conventi dalla letteratura dei paesi cattolici, veniva ripresa con furore antipapista dagli inglesi e complicata da incidenze erotico-patologiche. Nacque così, nei conventi cattolici visti con fantasia protestante, il romanzo dell’orrore, il romanzo nero.



    Di fronte ai fatti di Mazzarino possiamo dire che ancora una volta la realtà si è adeguata alla fantasia: e che la nera torbida storia dei frati di Mazzarino è, in pieno ventesimo secolo, molto somigliante ai tales of terror del settecento inglese. Ci sono tutti gli ingredienti: il subdolo ricatto, l’omicidio spietato, il fosco erotismo, la allucinata avidità, la pazzia. E in più – quasi a seguire l’evoluzione del “genere”: dal romanzo nero al romanzo giallo – c’è un margine di mistero destinato a durare al di là del processo e della sentenza. Perché a Mazzarino, nessuno sembra convinto che la delittuosa associazione abbia fatto capo al Lo Bartolo, giardiniere del convento morto suicida nelle carceri di Caltanissetta. Il suicidio del Lo Bartolo pare anzi che aggiunga un elemento di concretezza ai vaghi sospetti che evidentemente si agitano nei pensieri – soltanto nei pensieri: e appena tralucono nei discorsi – dei mazzarinesi.



    Perché si è suicidato il Lo Bartolo? Perché si è visto perduto o perché temeva di perdere qualche altro?



    Ma non si può su dei fatti che sono già abbastanza romanzeschi, costruire romanzesche ipotesi. Questo romanzo nero ha già fatto, indirettamente, un’altra vittima: il giovane Cosimo Cristina che, pubblicando sul suo giornaletto una indicazione, chi sa come raccolta o fantasticata, ebbe querela dal professionista che si riconobbe indicato come capo della gang; e fu condannato; e atrocemente si suicidò.



    In effetti la ricerca di un capo, di una mente dirigente, nasce dalla presunzione borghese che un contadino – come in questo caso il Lo Bartolo – non abbia, a dirigere una anonima assassini, più capacità di quanta ne abbia a dirigere un’azienda agricola o commerciale. Paradossalmente, la borghesia rivendica a sé la capacità organizzativa del delinquere associato. E può darsi che sia vero: che, cioè, ogni associazione delittuosa che prosperi in Sicilia abbia un capo sconosciuto, ben mimetizzato nella rispettabilità borghese: ma non si può, per questa presunzione, sistematicamente scartare la possibilità che un contadino, come il Lo Bartolo, abbia tanta astuzia e attitudine da tenere in pugno una organizzazione.



    Il vigile urbano Giovanni Stuppia, che è stato il Maigret dei fatti di Mazzarino, esclude che l’inchiesta giudiziaria non sia riuscita a raggiungere il capo: secondo lui, capo della banda era il giardiniere del convento. Si parla, negli atti dell’inchiesta, di un certo “Vincenzo” rimasto ignoto: ma pare sia stato un gregario e non un capo.



    Il vigile Stuppia, di cui spesso i carabinieri si avvalevano nelle indagini, cominciò ad avere sospetti sull’attività delittuosa del Lo Bartolo per il fatto che costui, padre di nove figli e sempre in condizioni di ristrettezze economiche, aveva cominciato a fare delle spese: una casa, un pezzo di terreno, dei vitelli, delle pecore. Così pure un giovane amico del Lo Bartolo, certo Azzolina: cronicamente disoccupato, si permetteva il lusso di comprare un radiofonografo-bar e una potente motocicletta.



    Questi indizi, all’indomani dell’omicidio del cavaliere Cannada, decisamente aggravati a carico del Lo Bartolo dal fatto che la vedova Cannada ricordava come privo di due dita della mano sinistra uno degli uccisori del marito, e il Lo Bartolo aveva quella mutilazione, portarono al fermo di costui. Ma dopo sette giorni, chissà come e perché, il Lo Bartolo venne rilasciato. E cominciarono i guai di Stuppia: per strada gli sussurravano insulti e minacce, “cornuto”, “sbirro”, “ti ammazzeremo”, e così via, finché non gli spararono, ma non, a quanto pare, con l’intenzione di ammazzarlo (alle gambe: ed anche al cavaliere Cannada pare avessero sparato per dargli una lezione, non per liquidarlo).



    Il ferimento di Stuppia portò all’arresto di Azzolina: il quale “cantò”. Il Lo Bartolo scomparve da Mazzarino: e fu arrestato più tardi a Genova; ma appena trasferito nelle carceri di Caltanissetta si impiccò. Più tardi furono arrestati quattro monaci: padre Agrippino (Antonio Jaluna), frate Carmelo (Luigi Galizia), frate Venanzio (Liborio Marotta) e padre Vittorio (Ugo Bonvissuto).



    “Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro…”: ma i quattro frati e padri, di cui uno addirittura teologo, si erano ricalzati. Il Procuratore della Repubblica dice che “sarebbe addirittura da ingenui ritenere i religiosi succubi delle minacce dei banditi”: e dunque la loro responsabilità è stata pienamente, e senza attenuanti, accertata. I reati di cui debbono rispondere sono molti: estorsione a danno del signor Francesco Bonanno; assassinio del cavalier Angelo Cannada; estorsione a danno della vedova Cannada; altre estorsioni a danno del dott. Ernesto Colajanni, del signor Giuseppe Bartoli, del padre provinciale dei Cappuccini di Siracusa, del padre Costantino del convento di Caltagirone; e infine tutto un giro di abigeati. Come si vede, non avevano ritegno a spremere soldi anche ai loro superiori e confratelli: ed è strano che costoro abbiano pagato senza fiatare, senza toglierseli dai piedi con un trasferimento da Mazzarino a Rimini (che, in forza di quel che accadde a padre Cristoforo per ben altre ragioni, è la prima città del nord che viene sotto la penna). Ma forse i superiori e i confratelli ricordavano quel che, non molto tempo prima era capitato al vescovo di Agrigento: quasi mortalmente impiombato da un monaco della Quisquina che, appunto, si sentiva minacciato di trasferimento. E c’è da dire, manzonianamente ancora, che uno il coraggio non se lo può dare.



    In questa terribile vicenda se ne inserisce un’altra, non sappiamo precisamente con quali collegamenti, che ha per protagonisti un altro frate o padre (diceva messa: e dunque era un padre, anche se i giornali lo chiamano frate) Benigno, al secolo Giuseppe Occhipinti, e certa Pasqualina Tasca, assistente ecclesiastica: Il Procuratore della Repubblica Lamia la definisce “vicenda amorosa di sapore boccaccesco sulla quale sarebbe di cattivo gusto indugiare nella narrazione”. Ma i giornalisti non hanno il buon gusto del dottor Lamia (e, confesso, nemmeno io); e si sono dati alla ricerca delle lettere che padre Benigno scriveva alla Pasqualina: o perlomeno di quei brani la cui pubblicazione non faccia incorrere nel reato di oscenità. Da lettere come questa – “Egregio Signore, la invitiamo a versare un piccolo contributo di dieci milioni, altrimenti ne va di mezzo la vita di sua moglie” – con padre Benigno passiamo a ben diverse espressioni: “Mia dolcissima, ti penso e ti sogno sovente. Con te tutto mi sembra soave…”: “Difendi il mio amore con le unghie e la passione e ricorda le ore di intimità trascorse insieme”: “Mia dolcissima Lina, quando dirò Messa mi ricorderò del mio tesoruccio perduto e lontano”.



    E questo tocco da “messa nera” è quel che ci voleva a far completa la storia.
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #162
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…156)

    27 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio


    LAWRENCE D’ARABIA
    Di Leonardo Sciascia



    Leonardo Sciascia pubblicò l ’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani.



    Sebbene il successo accompagni solitamente i cosiddetti romanzi-fiume, i libri di memorie e confessioni, i ricordi di viaggi di avventure e di guerre, una larga diffusione e un efficace interesse son mancati alla edizione italiana dei “Seven pillars of wisdom” di Thomas Edward Lawrence (1): che è insieme tutte queste cose e che tutte queste cose trascende in una spirituale superiorità, in una sfera di purezza e di poesia che le rendono unico. Emilio Cecchi con l’attenzione e la sensibilità che gli sono consuete, ha proposto il libro all’attenzione degli italiani anche molto prima che nelle librerie apparisse l’edizione italiana; e traducendone una pagina stupenda per i quaderni di “Prosa” editi da Mondadori (2). Ma, evidentemente, l’invito di Cecchi è rimasto inascoltato: e nessuna risonanza il libro ha trovato, non diciamo nel grosso pubblico, ma tra i critici avveduti e lettori solerti (3).



    Di T.E.Lawrence uscì anni addietro presso Mondadori, la traduzione di “Revolt in the Desert” (4), che è una sorta di “condensato” dovuto all’autore stesso, del maggior libro. Ma la sorte delle edizioni italiane del Lawrence ha qualcosa di fantomatico, vagamente rispondendo a quella umana dell’autore. “La rivolta nel deserto” credo sia apparsa prima della guerra d’Etiopia – e quando i nostri giornali cominciarono scioccamente a cianciare della presenza di Lawrence in Etiopia, diabolico agente del servizio segreto inglese, il libro sarà stato ritirato dalla circolazione. In chi diffonderà ai giornali “veline” con notizie così prive di ogni fondamento e di così astrale cretineria, non c’era nozione benché minima di quel che il Lawrence fosse, della sua opera e della sdegnosa e nobile solitudine in cui era scomparso.



    “I sette pilastri della saggezza” narra la storia della rivolta araba contro i turchi, che Lawrence animò e condusse durante la guerra ’14-’18. L’Inghilterra promise allora l’indipendenza degli stati arabi di Siria e Mesopotamia: ma si sa, e c’era da aspettarselo, come la promessa venne mantenuta. Liberata Damasco, nel 1918, Lawrence nettamente vide dove promesse e garanzie, fatte per suo tramite, fossero andate a finire. Lasciò la scena araba che lo aveva visto leggendario protagonista, e rientrò in Inghilterra. Successivamente rinunciò al suo grado, si ritirò a vita privata rifiutando la pensione: e tra Parigi il Cairo e Oxford scrisse le sue memorie della rivolta araba. Smarrì, o gli fu rubata, la prima redazione dell’opera: e tornò a scriverla; fatica certamente enorme, anche a solo pensare la mole del libro. Nel 1923 si arruolò come soldato semplice nell’aviazione con nome non suo: Ross – che poi cambiò in Smith, e poi ancora in Shaw. E dopo anni di questa vita inquieta, di questo lungo e brancolante tentativo di annientamento, periva in un incidente motociclistico – slittando, pare, ad una curva resa scivolosa dal lubrificante.



    Alun Lewis, poeta della generazione bruciata in quest’ultima guerra (morì in India nel 1943) ha lasciato un commosso scritto di omaggio a Lawrence: una visita alla villetta che negli ultimi anni abitò, divenuta come era fatale, monumento nazionale. E non è senza significato che questo giovane poeta, cui era destinata prossima la fine e che drammaticamente testimonia nei suoi versi di inquietudini e mali che ci travagliano, abbia riconosciuto e illuminato una fraternità d’anima con quell’uomo che, dall’inganno di un’avventura splendida (un inganno che egli conosceva e che forse soltanto accettò come un’evasione) si ridusse ad una greve autotortura, allo sforzo sfibrante di ritrovarsi diverso e nuovo. Un conflitto pirandelliano spinto ad una lanciante acuità, estremo, senza via d’uscita. Lawrence d’Arabia: una “forma” già fissata, interiormente ed esteriormente fissata – e la “vita” che vuol continuare in Ross in Smith in Shaw, e ricade impotente ed avvilita. Il colonnello Thomas Edward Lawrence: Lawrence d’Arabia; il Principe Dinamite. Non poteva più scegliere. E non fu solo lo sdegno per i patti traditi a fargli tentare una disperata e impossibile fuga da sé, dal suo essere “di prima”: c’era un dramma più sottile e complesso, più comprensibile, più acuto. Era un artista che non poteva legarsi a nessuna scelta che avesse fatto, scrive Alun Lewis. “Egli non era capace di una scelta definitiva…Oh, sì, diventiamo uomini quando è già tempo per noi di morire. Impariamo a rispettare noi stessi dopo che abbiamo imparato a rispettare altre cose. E proprio l’ordine in cui le cose accadono quello che fa andare tutto a rovescio”. Il dramma di Lawrence ha questo centro, oscuro se tentiamo tradurlo nei fatti della sua vita che, nonostante tutto, ci mancano o sono insufficienti; ma chiarissimo se lo lasciamo, com’è, nel lampo d’una intuizione, in una immediata accensione di spirituale fraternità. Non aveva imparato a rispettare se stesso; un disordine nell’accadere delle cose creò dentro di lui un traumatico rovescio. In effetti, soffriamo anche noi dello stesso male.



    1) Traduzione di Erich Linder, Milano, Bompiani, 1950.

    2) Quaderno II, marzo 1946. Nella nota a questa traduzione, Cecchi si augura che una edizione italiana, anche parziale, renda giustizia tra noi a questo grande libro; ma nello schedario bibliografico che chiude il quaderno l’edizione italiana è data per avvenuta: “Casa Editrice Bompiani, 1946”.

    3) Un’acutissima nota di Silvio D’Arzo apparve nel numero di aprile della rivista “Paragone”: ma si sa in quale ristretta e aristocratica cerchia di lettori questa rivista si muove.

    4) “La rivolta nel deserto” fu il titolo della mondadoriana edizione e non come Cecchi indica “La rivolta dell’Islam”.



    1) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #163
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…157)

    28 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio
    LAWRENCE D’ARABIA
    Di Leonardo Sciascia



    Leonardo Sciascia pubblicò l’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani. Su “Notizie Radicali” di ieri abbiamo pubblicato la prima parte; oggi la seconda.



    Era uno spirito tormentato ascensionale gotico: sentiva greve il peso del corpo, inceppata l’anima. E si cinse dell’azione come di un cilizio. Forse il deserto lo chiamava come una Tebaide (“L’astrazione del paesaggio desertico mi purificò, e mi vuotò la mente con la sua superflua grandezza: una grandezza ottenuta non aggiungendo il pensiero al deserto ma eliminandolo”): e scelse invece di percorrerlo come una scacchiera di guerra. Non rispettò se stesso; lasciò che le cose accadessero senza ordine, ripugnando e accettando al tempo stesso (“Vedevo innanzi a me una prospettiva di responsabilità e di comando, che ripugnava alla mia natura tormentata dalla riflessione”). E fu nell’istesso tempo un santo un ribelle un attore. Fu soprattutto un uomo che aveva bisogno di Dio: di un terribile Dio.



    A trent’anni, la sua avventura è conclusa e nessun’altra scelta gli è possibile. Un artista disseccato, impotente, per sempre legato ad un’opera fallita. Non soltanto politicamente fallita (politicamente, si deve anzi dire che se Lawrence mangiò l’uva acerba del disinganno, gli inglesi hanno oggi lo stridor di denti dei vari nazionalismi arabi), fallita per i tradimenti e le incapacità che sempre accompagnano il sorgere di ogni politica costruzione; ma fallita nell’anima, nello spirito che cercò di specchiarsi e conoscersi in quell’azione.



    C’è qualcosa in questo suo libro, un centro oscuro, sotterraneo, che ci sfugge. E, sotto questo aspetto, un libro tetro: per l’ansia che si stabilisce nel lettore di squarciare la grande mistificazione di cui si vela: di giungere, nella catena della causalità, all’“anello che non tiene”. Sentiamo ad ogni istante che il pirandelliano conflitto tra la creatura e il personaggio (nel progredire dei fatti, il “qualcuno”), tra l’aspirazione “all’intatta e appagata musica dell’uomo solo” e “la proterva voglia di individuarsi personaggio” (Debenedetti), non è chiave sufficiente per intendere il dramma di Lawrence. La sua impresa d’Arabia, e poi il suo raccontarla, e come “un parlar d’altro”, un distrarsi – e un distarci – da un centro di dolore, da una nascosta incrinatura che può aprirsi ad una puntualizzazione di cronaca come rimanere chiusa nel mistero stesso della carne e della nascita. Un grido contro l’esistenza si raggela dentro la sua azione tesa fino al limite supremo; una pura protesta metafisica dentro il torbido agitarsi e schiumare della storia. Dentro tante pagine, dentro un così fitto e stupendo narrare si intravede una sommersa immagine di silenzio, il baluginare di un chiuso volto meduseo. A volte sembra stia per cedere, per abbandonarsi; quel formidabile impasto di autentica sofferenza e di sublime istrioneria sembra screziarsi di sentimenti più umili e certi.



    “Restai a giacere senza far nulla, accogliendo nel mio spirito la sensazione di tranquillità, e il verde e la presenza d’acqua che rendevano questo giardino bellissimo e irreale, come un’immagine sempre conosciuta. O forse questo mi accadeva soltanto perché molto tempo innanzi, in primavera, avevo visto crescere in qualche luogo dell’erba verde?”.



    In quale primavera e in quale luogo ha visto crescere l’erba verde? Quale vicenda del cuore si specchia in quella primavera lontana? Ma è l’abbandono di un momento, il silenzio lo riprende. Quando, in tante altre pagine, scrive di sé, non è più la stessa cosa: si scava dentro senza pietà, confessa la sua finzione e il suo orgoglio. Ma qualcosa di disumano è in questo frugarsi dentro e confessarsi. Né si può dire, come afferma Guglielmo Alberti (1), che ad allontanarci da tali momenti siano i segni, apparentemente dominanti dell’estetismo. La materia è più umanamente scottante: e il distacco si genera come da un senso di labirintico movimento. C’è nella vita di Lawrence e non soltanto dopo la sua delusa partenza da Damasco, ma anche nei suoi anni da guerrigliero e forse anche in quelli più remoti del collegio e dei viaggi, una sorta di algolagnia, una sete di sacrificio che brancola senza poter legarsi al punto vivo di una fede.



    “Sobbarcarsi alla semplicità altrui crea una sensazione di grandezza. Non c’è nulla di più alto di una croce per contemplare il mondo dall’alto in basso…Mi sembrava che la degradazione offrisse una forma di certezza, una sicurezza suprema”.



    Ma coloro che “al crocefisso supplicarono, empi, d’essere abietti” come un po’ grossolanamente scrisse il Carducci, si “degradavano” appunto, ai piedi del figlio di Dio crocefisso. Lawrence si degrada ai piedi della propria croce, del proprio orgoglio. E’ un’allucinazione, un’isteria: e la certezza che riteneva gli si offrisse era come uno di quegli inganni che il deserto gli creava quando più i suoi occhi ardevano e la sete torturava.



    Questo fondo tetro, questa profonda vena di dolore, di isteria e, magari, di paura, corre sotto una certa prosa luminosa, incantevole: nel letterario senso che noi diamo a questa parola, “magica”. E come un erompere di pura energia, di una felicità senza nome. Quella sorta di catarsi che s’accompagna all’atto di far poesia, qui redime un greve incarico esistenziale, quel senso di impurità originaria, di peccato atrocemente impresso nella carne e nella mente dell’uomo. La purezza di rappresentazione che è nei “Sette pilastri” è di una qualità così tersa e miracolosa da farci pensare a Stevenson; e con certe aperture di drammatica coralità, di coralità che vorremmo dire geografica, quale troviamo nelle più grandi cose di Conrad. “Ma più che nella immediata sostanza della res gestae” – scrive Emilio Cecchi (2) “il fascino dei “Sette pilastri” sta nell’inesprimibile accento d’una allegrezza e d’una energia come staccate da ogni cosa. D’una simile condizione del sentimento, e della prosa che l’esprime, un Nietzche sarebbe andato pazzo. Il racconto sembra vibrare ancora dell’entusiasmo e dell’impeto dell’azione: quei risvegli, quelle cavalcate attraverso al deserto, quei bivacchi, quegli agguati; ma al medesimo tempo, è come sottilmente imbevuto d’un terreno gelido senso si sovrannaturale disinganno. Dell’altro inganno, più contingente, non è esplicita parola, fuorché nelle ultimissime pagine; e si può credere, senza meschina amarezza e rancura. L’eroe, ch’è proprio il caso di chiamarlo così, è impegnato all’istesso tempo sospeso nell’azione: la viva e all’istesso tempo lo scorge e quasi direi la rifiuta, come da un’infinita lontananza: simile al guerriero del Bhagavadgita nell’aprirsi della battaglia. Se il tragico sentimento del sublime alitò mai in qualche libro contemporaneo, i “Sette pilastri” sono uno dei pochi”.



    1) G.A., “Un eroe del nostro tempo”, Vladimiro Peniakoff, “Il mondo” 20 settembre 1952: “…l’estetismo cui, di fatto, si riduce il motivo dominante della vita di Lawrence che alla fin fine in Arabia, sollecitato dal travestimento esoico, che altro aveva cercato se non un impossibile rinnovamento da ultracivilizzato decadente, se non dissimile da quello cercato da Byron in Grecia e, stareiu a dire, da un D’Annunzio a Fiume”.

    2) “L’Europeo”, 8 gennaio 1950.



    2) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #164
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…158)

    29 luglio 2010

    di a cura di Valter Vecellio
    LAWRENCE D’ARABIA
    Di Leonardo Sciascia



    Leonardo Sciascia pubblicò l’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani. Su “Notizie Radicali” del 27 e del 28 luglio abbiamo pubblicato la prima parte e la seconda parte. Oggi la terza.



    Uomo di vaste e profonde letture, anche relativamente al mondo arabo ed orientale in genere, Lawrence accuratamente evita di seminarne le scorie nel suo libro. Il D’Annunzio della guerra e delle avventure fiumane, scopriva tutte le sue batterie: una messe di cultura mietuta, e spesso di frodo, in tutti i campi: le tessere erudite pronte per qualsiasi retorico mosaico. A Lawrence, se non ricordiamo male, capita una sola volta di ricordare Senofonte; e una sola volta gli affiorano dei versi, ma proprio, come si suol dire, in punto di morte. In quanto all’estetismo, certo le sue fibre ne vibrano, a momenti sembra cascarci.



    “I morti sembrano bellissimi. La luce notturna brillava molle ammorbidendo i contorni come avorio nuovo. La pelle dei Turchi, dove prima era stata coperta, si mostrava bianca, molto più che non negli arabi; e quei soldati erano tutti giovanissimi. Attorno a loro, quasi lambendoli, l’assenzio scuro era imperlato di brina, ed i raggi lunari vi brillavano come la spuma del mare. I corpi parevano buttati per terra così miseramente rattrappiti, secondo come la morte li aveva presi! Certamente, ben stesi, sarebbero stati finalmente in pace. Così li disposi in buon ordine, ad uno per volta, sentendomi stanchissimo e desiderando di essere uno di loro, in quiete…”.



    Ma guardate come se ne riscatta subito, con l’umile gesto di cristiana pietà nel ricomporre quei morti, e con quel desiderio di morte che serenamente lo prende. La morte non è per Lawrence la “bella morte”. Ecco una esecuzione:



    “Lo condussi in uno stretto canale incassato nella roccia, un luogo umido, folto di arbusti, in penombra, il cui letto sabbioso era intriso e segnato da rivoli di acqua corsi giù per le rocce dopo l’ultima pioggia. Restringendosi a mano a mano, finiva come uno spacco, largo pochi centimetri, fra pareti verticali. Mi fermai sull’ingresso, e gli lasciai pochi attimi, che passò buttato per terra, piangendo. Quindi lo feci alzare e gli sparai nel petto. Cadde sugli arbusti, urlando, mentre il sangue sgorgando gli macchiava gli abiti. Si contorse sul terreno finché rotolò sin quasi ai miei piedi. Sparai di nuovo, ma tremavo, e gli spezzai soltanto un polso. Gridava sempre, ma meno forte. Ora giaceva sul dorso, coi piedi rivolti a me. Mi chinai e lo colpii per la terza volta, al collo, sotto la mascella. Il suo corpo tremò per un momento – poi chiamai gli Ageyil che lo sotterrarono sul posto. La notte si trascinò insonne, per me”.



    E poi la morte di Farraj. Ma qui tocchiamo pagine tra le più superbe del libro e, per coloro che non lo conoscono ancora, è necessaria qualche notizia. Due arabi adolescenti, uno dei quali per intercessione dell’altro, aveva ottenuto da Lawrence la riduzione di un castigo, entrarono nella milizia personale dell’inglese. “Erano un esempio di quelle orientali affezioni tra adolescenti, rese inevitabili dalla segregazione delle donne. Amicizie siffatte, spesso diventano virili passioni, d’una violenza e profondità per noi inconcepibili”. Farraj e Daud deliziano la compagnia d’ogni sorta di burle e incidenti, passano negli accampamenti come un incontenibile vento di gioia. Ma nel marzo 1918, Daud muore:



    “Un indiano era morto di freddo, e anche Daud, il mio ragazzo Ageyli,l’amico di Farraj. Farraj stesso ci portò la notizia. Quei due erano stati amici dall’amicizia, sempre in allegria: avevano lavorato assieme, dormito assieme, spartendo ogni difficoltà e ogni profitto con la generosa onestà del perfetto amore. Così non fui stupito di vedere Farraj scuro e triste in volto, con gli occhi pesanti, invecchiato, quando venne a dirmi che il suo compagno era morto. Da quel giorno, fino alla fine del suo servizio, non ci fece più ridere. Si dedicò con cura puntigliosa, anche maggiore di prima, al mio cammello, al caffè, ai miei abiti ed alle selle; e prese l’abitudine di dire le sue tre preghiere quotidiane. Gli altri si offrivano di consolarlo, ma egli andava attorno senza posa, grigio e silenzioso, e con un’aria molto abbandonata”.



    Circa un mese dopo, in uno scontro di pattuglie, muore anche Farraj:



    “Non potevano lasciarlo lì ai Turchi: li avevano visti che bruciavano vivi i nostri feriti gravi. Perciò s’era tutti d’accordo prima dell’azione, che uno avrebbe finito l’altro, in caso di disgrazia; ma non avevo mai pensato che potesse toccare a me d’uccidere Farraj. M’inginocchiai accanto a lui, la pistola rasente terra presso alla sua testa, in modo che non si accorgesse; ma dové indovinare, perché aperse gli occhi, e mi afferrò della sua mano ruvida, quasi scagliosa. La piccola mano di cotesti ragazzi del Nejd. Aspettai un momento ed egli mi disse: - Daud s’arrabbierà con voi – e il sorriso di un tempo tornava così stranamente sul suo viso gridio e come inpicciolito. Risposi: - Salutalo per me. Replicò con la consueta formula: - Dio vi darà pace, ed infine, stancamente, chiuse gli occhi. Il carrello turco, ormai vicinissimo, dondolava come uno scarafaggio giù pel binario, e le pallottole della sua mitragliatrice bucavano lp’aria intorno alle nostre teste, mentre fuggivamo verso i costoni. Mohsin conduceva il cammello di Farraj, sul quale erano la sua pelle di pecora, ancora con l’impronta del corpo, come quando egli cadde presso il ponte, e le gualdrappe. Verso buio ci fermammo; e Zaagi venne a bisbigliarmi che quelli là questionavano su chi domani avrebbe cavalcato lo splendido animale. Zaagi lo voleva per sé; ma io ero esasperato che coteste morti avessero un’altra volta resa più squallida la mia miseria: e per diminuire con una perdita piccola la perdita grande, d’un altro colpo uccisi la povera bestia”.



    Il ricordo, tutto scolastico e approssimativo, di Eurialo e Niso, sorge spontaneo: e ci porta inavvertitamente a riflettere sulla classica compostezza di questo libro, sul classico rigore in cui è contenuta una così tempestosa materia romantica.



    2) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  5. #165
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…159)

    30 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    LAWRENCE D’ARABIA

    Di Leonardo Sciascia



    Leonardo Sciascia pubblicò l’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani. Su “Notizie Radicali” del 27, del 28 e del 29 luglio abbiamo pubblicato la prima, la seconda e la terza parte. Oggi la quarta e ultima.



    L’incanto del libro è nella specchiante serenità della rappresentazione, nella magica evocazione di fatti e figure, quasi colti nel fuoco preciso di una lente, nella nitida luce di un cristallo – e in quel contrappunto di pena, di tetraggine perfino, che l’accompagna come una convulsa, indefinibile musica. Visioni come questa, sembrano balzare imperiosamente nel nostro campo visivo, come avvicinate in uno spazio da sortilegio.



    “Noi giacevamo come lucertole intorno alle pietre della roccia più avanzata in cima al colle, osservando il presidio al present’arm. Trecento e novantanove piccoli fanti, simili a soldatini di piombo, accorsero ad un suono di fanfara, allineandosi in file dritte davanti all’edificio nero, Poi la fanfara suonò di nuovo, gli uomini si ridispersero e dopo un poco si alzò il fumo dei fuochi di cucina. Un gregge di capre e pecore, affidato ad un ragazzetto stracciato, mosse nella nostra direzione; prima che raggiungesse la base del colle, dall’estremità nord della valle risonò un fischio acuto e un trenino da libro illustrato entrò lentamente nella nostra vista, oltrepassando il ponte con una eco vuota, e si fermò fuori della stazione, con candidi sbuffi di vapore”.



    Treni come questo, se ne vedono apparire – e saltare per forza di dinamite – in tutto il libro: ed hanno l’irrealtà di certe apparizioni di vascelli in Stevenson. Così pattuglie e colonne turche. Questa irreale trasfigurazione della realtà la ritroviamo, per fare il nome di un contemporaneo, in Hemingway: quel cavalleggero di Navarra che compare, nell’ora del silenzio e di neve, agli occhi di Robert Jordan: i carri armati nella strada dal ponte minato (in “Per chi suona la campana”); l’automobile che porta lo stato maggiore tedesco e che rivela, al gruppo d’uomini disperso nella ritirata, le proporzioni della disfatta (in “Addio alle armi”); per ricordare i momenti più vivi nella nostra memoria. E si pensa a Cecchi (e si capisce benissimo l’ammirazione sempre dichiarata del nostro scrittore per questo libro “meraviglioso”), alla particolare sensibilità alla sua prosa, in momenti come questo:



    “Finalmente lo trovammo e infilammo il labirinto sabbioso che seguì il passaggio – uno strano luogo sterile e pieno di sole come un mare tempestoso improvvisamente immobile, con tutte le sue onde agitate tramutate in terra dura e fibrosa, d’un intenso color grigio sotto la mezza luna di quella notte. Poi ci dirigemmo verso ovest sinché l’alto albero di Hus dai molti rami si stagliò contro il cielo e udimmo i mormorii della grande primavera emananti dalle radici”.



    E in questa evocazione di un miraggio:



    “L’arrivo dei meharisti rinnovava ogni volta uno splendido spettacolo. Attraverso il miraggio che velava le selci brillanti della più vicina altura, scorgemmo dapprima nell’aria solo la massa bruna aggrovigliata della colonna. A mano a mano che si avvicinava, la massa si divideva in piccoli gruppi ondeggianti che si separavano e si confondevano. Finalmente, quando erano molto vicini, riuscivamo a distinguere gli uomini uno per uno come grandi uccelli acquatici immersi sino al petto nel miraggio argenteo…”.



    Ma già l’avere isolato qualche passo non è il modo migliore per rendere giustizia al libro. Ci permettiamo un’ultima considerazione, quasi un rimpianto e riguarda la traduzione. Non che questa del Linder sia da buttar via, è anzi di notevole impegno. Ma quale incontro memorabile, e quale esemplare risultato, avremmo avuto se Cecchi avesse posto mano alla versione italiana di questo grande libro!



    4) Fine
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #166
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA…159)

    30 luglio 2010

    • a cura di Valter Vecellio

    LAWRENCE D’ARABIA

    Di Leonardo Sciascia



    Leonardo Sciascia pubblicò l’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani. Su “Notizie Radicali” del 27, del 28 e del 29 luglio abbiamo pubblicato la prima, la seconda e la terza parte. Oggi la quarta e ultima.



    L’incanto del libro è nella specchiante serenità della rappresentazione, nella magica evocazione di fatti e figure, quasi colti nel fuoco preciso di una lente, nella nitida luce di un cristallo – e in quel contrappunto di pena, di tetraggine perfino, che l’accompagna come una convulsa, indefinibile musica. Visioni come questa, sembrano balzare imperiosamente nel nostro campo visivo, come avvicinate in uno spazio da sortilegio.



    “Noi giacevamo come lucertole intorno alle pietre della roccia più avanzata in cima al colle, osservando il presidio al present’arm. Trecento e novantanove piccoli fanti, simili a soldatini di piombo, accorsero ad un suono di fanfara, allineandosi in file dritte davanti all’edificio nero, Poi la fanfara suonò di nuovo, gli uomini si ridispersero e dopo un poco si alzò il fumo dei fuochi di cucina. Un gregge di capre e pecore, affidato ad un ragazzetto stracciato, mosse nella nostra direzione; prima che raggiungesse la base del colle, dall’estremità nord della valle risonò un fischio acuto e un trenino da libro illustrato entrò lentamente nella nostra vista, oltrepassando il ponte con una eco vuota, e si fermò fuori della stazione, con candidi sbuffi di vapore”.



    Treni come questo, se ne vedono apparire – e saltare per forza di dinamite – in tutto il libro: ed hanno l’irrealtà di certe apparizioni di vascelli in Stevenson. Così pattuglie e colonne turche. Questa irreale trasfigurazione della realtà la ritroviamo, per fare il nome di un contemporaneo, in Hemingway: quel cavalleggero di Navarra che compare, nell’ora del silenzio e di neve, agli occhi di Robert Jordan: i carri armati nella strada dal ponte minato (in “Per chi suona la campana”); l’automobile che porta lo stato maggiore tedesco e che rivela, al gruppo d’uomini disperso nella ritirata, le proporzioni della disfatta (in “Addio alle armi”); per ricordare i momenti più vivi nella nostra memoria. E si pensa a Cecchi (e si capisce benissimo l’ammirazione sempre dichiarata del nostro scrittore per questo libro “meraviglioso”), alla particolare sensibilità alla sua prosa, in momenti come questo:



    “Finalmente lo trovammo e infilammo il labirinto sabbioso che seguì il passaggio – uno strano luogo sterile e pieno di sole come un mare tempestoso improvvisamente immobile, con tutte le sue onde agitate tramutate in terra dura e fibrosa, d’un intenso color grigio sotto la mezza luna di quella notte. Poi ci dirigemmo verso ovest sinché l’alto albero di Hus dai molti rami si stagliò contro il cielo e udimmo i mormorii della grande primavera emananti dalle radici”.



    E in questa evocazione di un miraggio:



    “L’arrivo dei meharisti rinnovava ogni volta uno splendido spettacolo. Attraverso il miraggio che velava le selci brillanti della più vicina altura, scorgemmo dapprima nell’aria solo la massa bruna aggrovigliata della colonna. A mano a mano che si avvicinava, la massa si divideva in piccoli gruppi ondeggianti che si separavano e si confondevano. Finalmente, quando erano molto vicini, riuscivamo a distinguere gli uomini uno per uno come grandi uccelli acquatici immersi sino al petto nel miraggio argenteo…”.



    Ma già l’avere isolato qualche passo non è il modo migliore per rendere giustizia al libro. Ci permettiamo un’ultima considerazione, quasi un rimpianto e riguarda la traduzione. Non che questa del Linder sia da buttar via, è anzi di notevole impegno. Ma quale incontro memorabile, e quale esemplare risultato, avremmo avuto se Cecchi avesse posto mano alla versione italiana di questo grande libro!



    4) Fine
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617

Discussioni Simili

  1. Leonardo Sciascia
    Di Frescobaldi nel forum Sicilia
    Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 27-09-08, 15:26
  2. Leonardo Sciascia "profeta padano"....????
    Di montecristo2006 (POL) nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-04-07, 17:44
  3. Vent'anni fa....
    Di Eymerich (POL) nel forum Fumetti
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 03-05-06, 14:03
  4. 25 anni fa: Guttuso a Sciascia; Sciascia a Guttuso
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 20:11
  5. Leonardo Sciascia: Rompere!!!
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 19:02

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito