OMNIA SUNT COMMUNIA
Irripetibili singolarità
Ciò che resta di Marx. Seconda tappa di un viaggio nel pensiero critico
ROBERTO CICCARELLI
Nella sua prima enciclica da papa Benedetto XVI si occupa del ruolo svolto da marxismo nella storia del Novecento. Ma è difficile cercare in quel testo una frettolosa liquidazione di Marx, che infatti non è mai considerato quel «cadavere di morto », come direbbe il Belli, di cui molti hanno celebrato le esequie negli ultimi vent'anni. Semmai, Marx è considerato un filosofo umanista prigioniero del suo materialismo. In un passo della Deus caritas est (Dio è amore), il papa lo accusa di «disumanità» poiché considera la carità cristiana «corresponsabile » del mantenimento dell'oppressione sociale.Il marxismo sarebbe quindi espressione di una filosofia della storia che obbliga «l'uomo a vivere nel presente sacrificandolo al moloch del futuro», senza però giungere mai alla conclusione che l'opera di Marx sarebbe da consegnare definitavamente al passato. L'idea papale di Marx come filosofo della storia che schiaccia l'individuo in un progetto disumano riesuma l'immagine revisionata dallo storico francese François Furet negli anni Ottanta e Novanta: quella del comunismo sarebbe da considerare una teoria che voleva imporre una legge alla storia in modo tale che potesse traghettare l'umanità da un modo di produzione capitalistico al regno dell'umanità rinnovata. Che il papa-teologo brandisca questa immagine di comodo di un Marx progenitore di uno dei due «totalitarismi» del Novecento, inflessibile teorico di un futuro ispirato ai principi del socialismo reale, è comprensibile. Ma è anche evidente la difficoltà di «fare i conti» fino in fondo con Marx. Un confronto a distanza Cosa dicono coloro che non hanno mai pensato che Marx avesse qualcosa da spartire con il dogmatismo del materialismo dialettico e che hanno sempre pensato che senza Marx non è possibile capire le trasformazioni produttive della nostra epoca e che non si può nemmeno immaginare la possibilità di un'alternativa politica radicale? Sono i punti da cui prendono l'avvio gli incontri con Paolo Virno, che ai Grundrisse, il testo «preliminare» del Capitale, ha dedicato pagine dense e perspicaci nei volumi Mondanità (manifestolibri), Esercizi d'esodo (Ombre Corte) e Grammatica della moltitudne (DeriveApprodi), e Roberto Finelli, impegnato da anni in un corpo a corpo con il pensatore di Treviri, critico inflessibile dei limiti filosofici del giovane Marx - quello per intenderci dei Manoscritti filosofici del 1844, come attesta il suo ultimo lavoro Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx (Bollati Boringhieri) - ma anche attento analista del «Capitale ». Per Paolo Virno, la passione per Marx non è dovuta ad un'affezione biografica. A suo parere, Marx «permette di comprendere i problemi critici di un'epoca che senza di lui sarebbero letteralmente incomprensibili. E questo vale anche per le obiezioni ai suoi limiti. Sempre più spesso - continua - Marx continua ad essere, anche solo per contrasto, uno strumento decisivo per il pensiero. Io lo considero nello stesso modo in cui Cartesio faceva con la morale provvisoria: verrà il momento in cui nuove conoscenze daranno vita a nuovi paradigmi di pensiero, ma finché questo non avverrà Marx rappresenta la cosa meno superstiziosa rispetto a molte delle ultime trovate che spesso sono semplicemente pre-marxiste». Per Finelli, il ritorno a Marx è dettato invece dalla constatazione che ormai «tutti vedono la negatività del presente. Tutti si scontrano con la natura anaffettiva del proprio vivere, condannati alla neutralizzazione delle passioni e all'infelicità di una vita presa per il collo dalla precarietà, dall'incertezza per il futuro. Mi sembra che oggi sia di moda il Marx dell'astrazione e non più quello della contraddizione - dice ancora Finelli - Quel Marx cioè che non pensa più il lavoro ma il concetto di forza-lavoro, cioè quel soggetto composto dall'interazione tra la macchina, il computer, e l'erogazione del lavoro vivo e non più dalla carne e dal sangue dell'operaio che, ormai, è destinato a produrre una parte sempre più residuale della ricchezza generale». Anche per Virno il lavoro mentale, il sapere e il linguaggio sono diventati i fattori egemonici nella produzione capitalistica. Analizzando il famoso «frammento sulle macchine», ha sostenuto che Marx può essere considerato come l'anticipatore della grande trasformazione produttiva in corso dalla fine degli anni Settanta. Al punto che si possono considerare alcune delle sue pagine come la realizzazione empirica del postfordismo. «La trasformazione del sapere e della scienza, cioè un intelletto generale, nella principale forza della produzione capitalistica è un dato empirico sotto i nostri occhi - spiega Virno - In questo senso quel frammento marxiano si è totalmente realizzato, anche se non vi è stato il superamento del modo capitalistico di produzione né della società del lavoro salariato». «Trovo stupido regredire da una nozione di lavoro astratto a una di lavoro determinato dalle sua qualità concrete - continua Virno - Contrariamente a quanto afferma buona parte della sinistra, oggi il lavoro astratto è centrale nel modo capitalistico di produzione. Accettando questa categoria dovremmo però soffermarci sulla nozione di forza lavoro. Come tutti sanno, Marx critica l'economia politica proprio perché non ha riconosciuto la differenza tra forza lavoro e lavoro. Sul mercato del lavoro io non vendo un lavoro specifico, ma vendo una pura potenza di produrre qualcosa. Per questo dico che la vera astrazione reale è proprio quella forza lavoro che con la vita della mente collettiva possiede questa potenza di produrre, ha le capacità di mettersi in relazione, di comunicare». Lo spartiacque del Sessantotto Eppure il marxismo, e con esso buona parte della sinistra politica e sindacale del Novecento, hanno preferito concentrarsi sul lavoro concreto e sulla sua rappresentanza politica e sociale. «E' un dato storico e politico e non si può dire che non sia servito al benessere di molti - risponde Finelli - Ma credo che questa cultura non è stata all'altezza dei problemi che il movimento operaio e i movimenti sociali hanno aperto». Per quale ragione? «La cultura comunista - risponde Finelli - che aspirava ai valori dell'eguaglianza non è riuscita a trovare una sintesi con la cultura dell'individuazione portata avanti dal Sessantotto. E questo perché l'umanesimo comunista era saldamente fondato su un'antropologia dei bisogni fisici e materiali che non poteva capire forme di vita più articolare nate dopo la diffusione dei consumi di massa in Italia». Il mancato incontro tra culture politiche diverse descritto da Finelli ritorna anche nel racconto di Virno. «Tra la metà e la fine degli anni Settanta - ricorda - è emersa con tutta la sua forza la fine del fordismo e del taylorismo. Era l'inizio della controrivoluzione neoliberista. Vi era un dialogo tra sordi tra il movimento e la sinistra democraticostatalista che non riusciva a cogliere questo processo. Con i neoliberisti vi era una totale divergenza, ma entrambi coglievamo lo stesso spettro dei fenomeni: loro dicevano, riferendosi alla classe operaia, "basta con le macchine da lavoro", e già pensavano alla precarizzazione generalizzata. Noi invece dicevamo che oggi il lavoro sotto padrone è parassitario e pensavamo alla liberazione dal lavoro salariato. Questo rapporto ravvicinato e antagonistico faceva fuori il socialismo statalistico e poneva il confronto su un piano che oggi è assolutamente d'attualità. I neoliberisti hanno dispiegato la potenza della controrivoluzione e noi, dai movimenti di Seattle nel 1999 ad oggi, abbiamo colto i momenti critici di questo processo». Per i nostri interlocutori a questo punto diventa importante, se non necessario, iniziare ad usare «Marx contro il marxismo». O meglio emanciparlo dalle interferenze di natura umanistica e storicistica che dominano ancora nella sinistra cosiddetta radicale e che ancora oggi ispira le gerarchie ecclesiastiche. Entrambe si propongono la salvaguardia della dignità della persona, giungendo ad esiti opposti. L'una, la sinistra radicale, evoca un «socialismo della persona», l'altra, la chiesa, condanna il marxismo. Le due prospettive non colgono però il bersaglio. Se il marxismo è utile oggi, lo è perché permette di pensare la singolarità all'interno di una società organizzata organizzata sull'astrazione più raffinata che la mente umana abbia saputo ideare: il denaro, la quantità senza qualità che diventa una cosa che portiamo in tasca. La posizione di Virno potrebbe essere riassunta provocatoriamente con uno slogan: non leggete Stuart-Mill, leggete Marx. «Penso che di Marx vada recuperato il suo aspetto di filosofo teoretico - conclude Virno - E in particolare penso che questo filosofo possa essere utile per pensare una teoria dell'individuo. Per me Marx è il più grande teorico in circolazione di ciò che c'è di unico e singolare nell'esistenza umana. In un tempo come il nostro in cui giustamente si ha a cuore l'individuo, la singolarità, la finitezza, la contingenza, Marx è proprio quello che ci serve». L'antropologia della penuria La posizione di Finelli sembra convergere su questo punto: «Per me oggi il comunismo può essere pensato nei termini di una situazione e non in quelli tradizionali di una classe - spiega - Questo "comunismo in situazione" è il momento in cui la socializzazione si coniuga con l'uguaglianza, le pari opportunità per tutti con l'autonomia dei singoli. Il momento in cui si afferma il diritto a vivere l'irripetibile unicità della propria vita. La teoria della moltitudine, che anche Virno sostiene, non è a mio parere una risposta pienamente soddisfacente, ma anch'io penso che oggi sia importante liberare Marx dall'antropologia della penuria imposta da una parte del marxismo nel Novecento». «Per me - è Virno a rispondere - la sinistra oggi si deve porre in una prospettiva postsocialista sapendo che è ormai impossibile un ritorno alle politiche classiche della piena occupazione. Per fare questo ci serve anche Marx, ma non solo lui, per descrivere la realtà emergente del lavoro vivo, che io a differenza di Finelli chiamo moltitudine». Le schermaglie, e le concordanze su un Marx teorico della singolarità attento a quel fecondo ossimoro che è l'«individuo sociale», cioè che nella vita c'è di assolutamente singolare proprio perché inserita in una cooperazione sociale, terminano qui. Ma se questi sono i nodi teorici e politici di Marx teorico della singolarità, altri percorsi di ricerca hanno intrapreso la strada per superare i limiti non solo di Marx, ma dei marxismi novecenteschi.
(2/segue. La prima puntata è uscita il 24/03/2006)
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