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Discussione: Limba sarda comuna?

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Question Limba sarda comuna?

    L’UNIONE, 20.04.2006

    La questione limba unificata
    Lingua ed economia: i passi verso il futuro
    DI SALVATORE CUBEDDU

    L’Unione Sarda apre un dibattito sulla lingua sarda comune.
    Oggi ospitiamo l’opinione di Salvatore Cubeddu.

    La consapevolezza che l’autonomia della Sardegna, così come era stata concessa nel 1948, non fosse in grado di risolvere i problemi dei sardi ha conosciuto tre principali accusatori: il neosardismo giovanile degli inizi degli anni ’70; gli intellettuali di Nazione Sarda (G.Lilliu, A. Satta, Gf. Contu, E. Spiga, G. Usai, E. Nivola), che diedero autorevolezza al referendum per la lingua sarda; gli operai metalmeccanici ed edili, quando rifiutarono il ricatto petrolchimico di Rovelli e chiesero uno sviluppo della Sardegna fondato sulle risorse locali.
    Tutto questo era detto, scritto e gridato più di venticinque anni fa.
    Questi movimenti, e i loro contenuti progettuali, spinsero il successo sardista del decennio successivo. E con esso soccombettero.
    Lasciando accesa qualche fiammella, alimentata da alcuni intellettuali. E, nell’ultimo lungo ventennio, qualche assessore che ha accettato di seguirli ora nella legge sulla cultura, ora nella proposta di lingua sarda unificata, ora nella diffusione in tutta l’Isola della festa di “sa Die de sa Sardigna”. L’appoggio all’assemblea costituente del popolo sardo è stata l’ultima fatica.
    Quale il segno e il messaggio di tale impegno?
    Non è possibile costruire un’economia compatibile con un territorio prescindendo dalla cultura della gente che lo abita, vi lavora, ci vive. Dove economia e cultura locale rappresentano un unicum inestricabile.
    Nel 1979 l’importante sociolinguista B. Weinstein teorizzava che lo sviluppo linguistico fornisce un punto di riferimento per la gente che persegue i propri interessi e protegge le proprie idee. Ricostruire una lingua, rendendone comuni le diversità in funzione dell’arricchimento reciproco, equivale a ricostruire un’economia.
    Ancora: laddove si dà emergenza economica, spesso si danno pure emergenze linguistiche ed antropologiche.
    Fa piacere che, a distanza di tanto tempo, l’economicismo di buona parte della sinistra sia arrivato laddove l’aspettavano le varie anime sardiste.
    Bene ha fatto la Giunta regionale a intraprendere la strada, anche se attenuata, della standardizzazione. L’accettazione, infatti, di una qualche forma standard è un passo essenziale nel recupero, nell’affermazione e nella diffusione di una lingua in difesa quale la nostra. Rassicura i tanti competenti e generosi che pensano alla propria sardità quale moderna scommessa sul futuro. Ci dà il respiro di nazione.

  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Non ho avuto modo di seguire tutto il dibattito che si sta sviluppando sulla scelta della Giunta regionale in merito alla LSC.
    Tuttavia non posso nascondere qualche perplessità derivante dalla mancanza di dignità (con conseguente ruolo di “cenerentola”) attribuita alla macro variante campidanese, per quanto nn conosca nei dettagli la proposta scaturita dalla “commissione”.
    In questo senso mi sento di sostenere le soluzioni formulate a suo tempo da “su sardu de totus” che mi sembrano più democratiche e lungimiranti in proposito.

    Molto condivisibile mi è parso l’articolo di Roberto Baracchini sulla “NUOVA” di oggi, che riporto di seguito: se nn l’ho male interpretato si muove proprio in direzione del SDT.

  3. #3
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    LA NUOVA Sardegna

    Il rischio della scomparsa delle lingue
    Diritto alla difesa delle culture minoritarie e sperimentazione sul campo

    L’ANALISI
    di Roberto Baracchini

    Oggi gli addetti ai lavori stimano in cinquemila il numero delle lingue esistenti nel mondo.
    Di queste, 600 sono parlate, ognuna, da più di centomila persone, mentre ben 500 da meno di 100. Inoltre il 90% delle lingue del pianeta è usata dal 5% circa della popolazione mondiale.
    Visto il quadro non ci si deve meravigliare se ogni anno ne muoiono, di lingue, ben venticinque: nel 2100, quindi, almeno il cinquanta per cento non esisterà più.
    Il sardo o, meglio, le lingue che si parlano in Sardegna (anche se derivano tutte da una unica e antichissima lingua romanza originata dal latino, che ha dato poi forma a diverse varianti) rientrano in quelle in via di estinzione.
    E le basi per la loro scomparsa ci sono tutte: dalla constatazione che i bambini le parlano sempre meno sino alle circostanze in cui si usano. Chi parla il sardo lo fa, in genere, in momenti di convivialità. Mentre in situazioni di vita pubblica e in occasioni considerate «di prestigio» non lo fa mai: utilizza l’italiano.
    Che significa quanto detto?
    Semplice: o si interviene subito, oppure addio alle diverse lingue parlate in Sardegna (tra queste: campidanese, logudorese e gallurese, poi catalano e carlofortino, importate in tempi più recenti). Per arginarne la scomparsa, però, non bastano interventi minimali, bensì necessita un programma culturale ampio e complessivo. Ma prima di affrontarlo occorre chiarire alcuni punti.
    Il primo di questi viene solitamente dato per scontato: l’importanza delle lingue.
    Il dibattito contemporaneo sull’argomento racconta che «la lingua è nient’altro che ciò che gli uomini hanno di più umano», come sottolinea il linguista Claude Hagège: rappresenta una lente con cui si legge e s’interpreta il mondo. Le lingue, in pratica, filtrano il nostro modo di «coltivare» la realtà, pur essendo di quest’ultima anche un prodotto. Ogni parlata, poi, è pure la lingua del sogno e dell’astrazione, attraverso cui si elaborano pensieri non collegati agli oggetti, ma a metafore e ragionamenti.
    Alla base di ogni lingua, infine e secondo il capo scuola Noam Chomsky, vi è un elemento comune: lo «stato iniziale» che, assieme all’esperienza (quotidiana e non), costruisce il nostro parlare.
    Perché questa digressione?
    Per dire che se da un lato vi sono lingue più complesse di altre (si pensi al tedesco dei filosofi Hegel e Kant, e dei matematici Gauss e Cantor), dall’altro tutte le lingue — anche quelle con solo 200 vocaboli — sono potenzialmente capaci di crescere e svilupparsi proprio perché hanno tutte un’unica matrice «iniziale» che richiama alcune caratteristiche del cervello degli esseri umani.
    Secondo diversi studiosi (come Daniel Nettle e Suzanne Romaine, che ne hanno fatto una verifica comparata) dove esiste una maggiore diversità linguistica, è presente anche una maggiore biodiversità. Un fatto facilmente comprensibile se si pensa che, storicamente, la visione culturale legata all’imposizione di un’unica lingua, è nata da un’idea di razionalità (per non dire «dominio») a senso unico e centralizzante, che nega le differenze come valore e che rappresenta una degli aspetti più negativi della così detta globalizzazione: l’omologazione verso il più forte camuffato da «più funzionale».
    Impostazione che, se poteva avere un senso nel periodo della nascita degli Stati nazionali, non lo ha più oggi. Per questo personaggi come la mitica studiosa indiana Vandana Shiva combattono in difesa della biodiversità dimostrando come l’omologazione nasconda, in realtà, vere e proprie politiche di rapina economico-culturale.
    Ogni lingua è portatrice di differenze.
    Nel Paese in cui esiste il maggior numero di parlate al mondo, il Papua Nuova Guinea (ce ne sono 850 su quattro milioni e ottocentomila abitanti), negli anni Novanta del secolo scorso si era sviluppato un dibattito tra i pro e i contro la diversità linguistica. I primi sostenevano che questa è una fonte di ricchezza, perché dà origine a differenti visioni del mondo che contribuiscono a risolvere i problemi individuali, sociali e tecnici. I secondi, invece, ponevano l’accento sull’inefficienza generata da una simile molteplicità e sul suo «nefasto potere» di divisione, e stabilivano una correlazione diretta tra sottosviluppo e diversità linguistica. Alla fine hanno vinto i difensori della pluralità e il governo ha varato un’educazione pre-scolare sulla base delle lingue vernacolari.
    Più vicina a noi, nella Valle d’Ayas, in Valle d’Aosta, è stato varato un programma prescolare di insegnamento trilingue per i bambini dai tre ai cinque anni. In questo progetto, accanto all’italiano e al francese, viene insegnato il franco- provenzale, che si trova in una situazione molto precaria.
    La didattica delle lingue ha mostrato, fra le altre cose, che la conoscenza di più lingue aiuta l’assimilazione di nuove parlate. Riuscire a scrivere in più lingue aiuta ad allargare il proprio orizzonte concettuale e le potenzialità del pensiero.
    Che fare in Sardegna?
    Preso atto che la difesa delle minoranze, culturali e linguistiche, è diventato un diritto (che, come affermava Norberto Bobbio, è conquista storica), il problema va considerato nella sua complessità. Le esperienze passate delle lingue precarie mostrano come sia necessario — per frenarne l’estinzione — intervenire soprattutto su due livelli: l’infanzia e la pubblica amministrazione, rafforzandone l’uso in entrambi i settori.
    Il che significa che nelle scuole si dovrebbero ipotizzare progetti linguistici, dalle materne, con l’obiettivo del plurilinguismo: il sardo (del luogo), l’italiano e, possibilmente, anche un’altra lingua internazionale.
    Il tutto nella consapevolezza che le diverse parlate aprono mondi di significato e che l’educazione alle lingue naturali è anche un primo passo per lo studio dei linguaggi in genere, naturali e artificiali. A monte, è implicito, andrebbe fatto un serio lavoro di aggiornamento professionale per gli insegnanti stringendo rapporti di collaborazione con le università.
    Mentre per le singole amministrazioni (del posto) potrebbe diventare obbligatorio il bilinguismo sardo-locale e italiano. Il governo regionale infine, da parte sua, dovrebbe fare uno sforzo verso il plurilinguismo.
    L’idea di una limba ’e mesania , seppure da utilizzare solo in uscita dal palazzo regionale, lascia in verità perplessi perché creata a tavolino, seppure con valore simbolico. Conforta il fatto che si parli di sperimentazione e, quindi, di un processo. Preoccupa, invece, la considerazione che diventando la lingua del potere, questa limba possa interferire — anche non volendolo — sulle parlate locali. Ma è pur sempre un passo avanti, si dice. Speriamo.


    Ho evidenziato in neretto una situazione molto interessante che si avvicina (grosso modo e con tutti i distinguo) alla nostra.
    Anche in questo caso la soluzione adottata si avvicina molto di più al SDT.

  4. #4
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    Smile Su sardu de totus.

    L'UNIONE SARDA

    Il dibattito
    Arrivare al dizionario della lingua sarda
    DI A NTONIO L EPORI *

    La lingua sarda non è proprietà esclusiva di nessun partito o schieramento politico, tantomeno è proprietà dell’Amministrazione regionale sarda: essa è valore di specialità e di autonomia, fa parte della nostra storia e riprendere a conoscerla ed usarla non ci farà rinchiudere in uno sterile isolamento ma ci farà andare da protagonisti verso l’Europa.
    Su Sardu est de totus!
    Io sono sempre stato contro i contenitori vuoti e sterili, contro il parlare tanto per parlare, contro il presenzialismo frenetico di chi pur di apparire sui giornali si atteggia a tuttologo.
    Se intervengo è perché non voglio che il mio silenzio sulla questione possa essere interpretato come neutralità o addirittura accettazione di decisioni che vanno contro i valori linguistici e culturali della Sardegna.
    Tutt’altro.
    Un grosso errore dell’amministrazione regionale è quello di aver sperperato in questi anni fiumi di parole e di denaro pavoneggiandosi di chiacchere, senza far nulla per difendere davvero la lingua sarda.
    Si è parlato molto ed agito poco e male, in modo superficiale e per di più mortificando la varietà Campidanese perfino nel nome che la Regione continua pervicacemente ad usare, il termine logudorese limba considerato a torto più sardo del campidanese lingua .
    Vorrei inoltre sapere perché nelle varie commissioni di pseudo esperti la gran maggioranza di essi è espressione di altre varianti e ci si guarda bene dal chiamare a farne parte i sostenitori del campidanese.
    A mio parere anche con questa sciagurata iniziativa della Limba Sarda Comuna, come già è avvenuta per la famigerata Limba Sarda Unificada , la Regione ha sprecato una grande occasione, quella di iniziare finalmente una seria politica linguistica e culturale.
    Si continua a restare indietro, ostinandosi nell’imporre una soluzione verticistica della questione dell’“unificazione” delle varietà del sistema linguistico sardo.
    Non ha senso parlare di lingua sarda unificata perché essa è già unificata per il fatto stesso di essere lingua e non dialetto italiano.
    Tutte le varietà hanno le stesse regole grammaticali e sintattiche e parlare di unificazione dimenticando questo semplice ed ovvio fatto significa voler nascondere il vero obiettivo: quello di imporre una varietà sulle altre e dare a qualche ambizioso personaggio la gloria di “unificador”.
    Bisogna ritirare immediatamente la delibera e dare segnale concreti mettendo in moto i tanti operatori della cultura, sostenere l’iniziativa privata dei singoli, gruppi e associazioni, i lavori delle insegnanti, dei poeti, degli improvvisatori, dei ricercatori.
    Tutte le lingue hanno un dizionario di base che va da cinque a settemila parole usate nella stragrande maggioranza delle occasioni dell’esistenza umana.
    Bisogna insomma investire soldi ed energie nel grande progetto di fare il dizionario di base della lingua sarda.
    Per fare un esempio, il termine pinna è usato dappertutto, non può essere né campidanese né logudorese né di alcuna altra variante. È sardo e basta.
    È sardu de totus .
    Altro esempio: scegliere le terminazioni maggioritarie. Se il participio passato in -au è più diffuso del participio passato in -adu o in -atu, è evidente che nei dizionari del sardo di base quella in -au sarà la prima opzione mentre le altre due terminazioni saranno considerate localismi.
    Se non si sceglie questa strada, si continuerà a fare solo del male alla lingua della Sardegna.

    * Insegnante di Filosofia


  5. #5
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    L’UNIONE SARDA

    Serrenti. Sarà insegnata la «versione unica» preparata dagli esperti della Regione
    Il Comune apre una scuola di sardo

    Impiegati a lezione di lingua, uno sportello per i cittadini

    Non sarà però trascurata la variante campidanese ancora molto usata nel paese.
    Pareri diversi sul progetto di una «limba comuna».

    «Altro che lughe o sos» (luce e articolo plurale per i logudoresi) a Serrenti e dintorni continueranno a scrivere, e soprattutto a pronunciare, «luxi e is».
    Checchè ne dica “la limba sarda comuna”: il nuovo Vangelo di Renato Soru in materia di lingua, guai
    limba, sarda.

    Nel profondo Campidano della variante linguistica più parlata in Sardegna sono assai poco propensi ad abbandonarsi a nuovi codici. «Ben venga la limba sarda comuna, ma non cancellerà le varianti locali»: il parere è di Leo Talloru, sardista (e sardofono) doc, vicesindaco di Serrenti e consigliere provinciale del Medio Campidano.
    Quella terra, vale a dire, dove il sardo è vivo e ancora parlato «dalla maggioranza della gente».
    Leo Talloru conosce normativa e grammatica della limba comuna (una variante diffusa nel centro Sardegna) elaborata, dice, «dai più grandi studiosi delle nostre universtità» chiamati da Soru.
    «La limba comuna ha come base il logudorese, caratteri del campidanese, e fonetica libera», spiega Talloru secondo cui, dal punto di vista della lingua parlata, «non cambia nulla».
    E’ lo scritto, almeno quello ufficiale dei documenti e atti della pubblica amministrazione, che avrà un codice unico.
    La limba sarda comuna è, per Talloru, «la strada giusta per definire i concetti che ci accomunano».

    Addio ai termini italianizzati (limba e non lingua, e abba e non acqua) ma il concetto non convince del tutto Raffaele Piras, poeta e scrittore in campidanese da 250 premi raccolti in concorsi letterari dell’Isola e del Continente.
    «Anche quelli in logudorese», precisa Piras deciso a mettere un paletto (per esempio) sulla x.
    «Per noi è irrinunciabile, con questa lettera si compongono moltissime parole del campidanese».
    «Per noi luxi non sarà mai lughe », specifica il poeta.
    Ben venga quindi, anche per Raffaele Piras, l’operazione lingua comuna che non altererà, però, la libertà «di esprimersi in campidanese».

    «Occorreva trovare un punto di incontro e di sintesi tra le diverse varianti», è il punto di vista di
    Andrea Cocco, di Serramanna,.
    Un giudizio politico quello di Cocco, che è segretario provinciale del Psd’Az, che nella scelta di Soru coglie «un segnale politico importante nei riguardi delle istanze dei sardisti presentate in passato in materia di bilinguismo ».

    A Serrenti, e non da oggi (Talloru ha insegnato sardo nei corsi organizzati in passato dal Comune), gia si preparano all’evenienza della limba sarda nella pubblica amministrazione.
    La giunta comunale ha deliberato qualche settimana fa il progetto “Serrenti kun duas linguas”, nel quadro degli interventi a tutela delle minoranze linguistiche.
    Con quasi 18 mila euro l’amministrazione organizzerà corsi ufficiali di limba «destinati agli impiegati comunali e aperti a insegnanti o cittadini». Le lezioni, finalizzate alla diffusione del sardo e all’istituzione di uno sportello comunale, saranno nella nuova limba sarda comuna ma, garantisce Leo Talloru, «senza disperdere la parlata locale».

    IGNAZIO PILLOSU

  6. #6
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    L'Unione sarda

    L’altra faccia della Storia
    La lingua sarda è morta da 600 anni
    DI FRANCESCO CESARE CASULA

    Ho raccontato altre volte, anche sulle pagine di questo giornale, che la lingua sarda nasce dalla lenta trasformazione del latino a ridosso del Mille dopo Cristo.
    Aveva già in sé il seme della disunione perché, dalla catena del Marghine in su, tutte le “c”, accompagnate da “e”e da “i”, si pronunciavano “k”, e ancora oggi, nel Capo di Sopra, per dire “cento” si dice “kentu”, per dire “cinque” si dice “kimbe”, mentre nel Capo di Sotto si dicono “centu” e “cincu”.
    Sennonché, sempre attorno al Mille, si formarono quattro Stati sovrani - i regni giudicali di Càlari, Torres, Gallura e Arborèa - che, in piena indipendenza, elaborarono ciascuno per proprio conto la lingua tanto che, se il processo fosse durato, alla fine si avrebbero avute quattro lingue nazionali distinte: il Calaritano, il Logudorese, il Gallurese e l’Arborense, probabilmente incomprensibili fra loro, come successe nello stesso tempo in Europa con l’italiano, il francese, lo spagnolo e il rumeno, anch’esse nate dal latino.
    Purtroppo, i regni giudicali durarono solo trecento anni, troppo poco per maturare ognuno una propria lingua. Visse più a lungo il Regno di Arborèa che, avendo conquistato nel Trecento quasi tutta l’isola, impose la sua lingua fin nei villaggi più sperduti della Sardegna, tenendo presente la grande divisione fra nord e sud; tant’è che la Carta de Logu è scritta nelle due varianti che i linguisti chiamano satem e kentum, ma che per noi sono semplicemente il campidanese e il logudorese.
    Con la caduta dell’Arborèa nel 1420 il quadro linguistico si sfece: da allora i documenti, le leggi, gli ordini, le orazioni, le prediche vennero scritte e dette quasi tutte in catalano o in castigliano, poi in italiano.
    La gente dei paesi continuò a parlare in sardo, è vero, ma elaborandolo, coartandolo, svilendolo con neologismi e acquisizioni di parole straniere. In pratica, in settecento anni ogni paese si è creato un propria variante di lingua, un proprio dialetto. E questa è la situazione odierna.
    Stando così le cose, la domanda che ci poniamo è se esiste ancora una lingua sarda generale che ci possa dare un’identità.
    La risposta è no.
    Ognuno dei 386 Comuni dell’isola che aspiri a coltivare le proprie radici culturali si tenga la propria parlata: la studi, la insegni, la mostri.
    Se, invece, si volesse operare a livello politico costruendo artificialmente una lingua sarda unitaria almeno per gli atti pubblici, ben venga la proposta della Regione.
    Purché, con la lingua, si veicolino buone idee.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    L'Unione sarda

    L’altra faccia della Storia
    La lingua sarda è morta da 600 anni
    DI FRANCESCO CESARE CASULA

    Ho raccontato altre volte, anche sulle pagine di questo giornale, che la lingua sarda nasce dalla lenta trasformazione del latino a ridosso del Mille dopo Cristo.
    Aveva già in sé il seme della disunione perché, dalla catena del Marghine in su, tutte le “c”, accompagnate da “e”e da “i”, si pronunciavano “k”, e ancora oggi, nel Capo di Sopra, per dire “cento” si dice “kentu”, per dire “cinque” si dice “kimbe”, mentre nel Capo di Sotto si dicono “centu” e “cincu”.
    Sennonché, sempre attorno al Mille, si formarono quattro Stati sovrani - i regni giudicali di Càlari, Torres, Gallura e Arborèa - che, in piena indipendenza, elaborarono ciascuno per proprio conto la lingua tanto che, se il processo fosse durato, alla fine si avrebbero avute quattro lingue nazionali distinte: il Calaritano, il Logudorese, il Gallurese e l’Arborense, probabilmente incomprensibili fra loro, come successe nello stesso tempo in Europa con l’italiano, il francese, lo spagnolo e il rumeno, anch’esse nate dal latino.
    Purtroppo, i regni giudicali durarono solo trecento anni, troppo poco per maturare ognuno una propria lingua. Visse più a lungo il Regno di Arborèa che, avendo conquistato nel Trecento quasi tutta l’isola, impose la sua lingua fin nei villaggi più sperduti della Sardegna, tenendo presente la grande divisione fra nord e sud; tant’è che la Carta de Logu è scritta nelle due varianti che i linguisti chiamano satem e kentum, ma che per noi sono semplicemente il campidanese e il logudorese.
    Con la caduta dell’Arborèa nel 1420 il quadro linguistico si sfece: da allora i documenti, le leggi, gli ordini, le orazioni, le prediche vennero scritte e dette quasi tutte in catalano o in castigliano, poi in italiano.
    La gente dei paesi continuò a parlare in sardo, è vero, ma elaborandolo, coartandolo, svilendolo con neologismi e acquisizioni di parole straniere. In pratica, in settecento anni ogni paese si è creato un propria variante di lingua, un proprio dialetto. E questa è la situazione odierna.
    Stando così le cose, la domanda che ci poniamo è se esiste ancora una lingua sarda generale che ci possa dare un’identità.
    La risposta è no.
    Ognuno dei 386 Comuni dell’isola che aspiri a coltivare le proprie radici culturali si tenga la propria parlata: la studi, la insegni, la mostri.
    Se, invece, si volesse operare a livello politico costruendo artificialmente una lingua sarda unitaria almeno per gli atti pubblici, ben venga la proposta della Regione.
    Purché, con la lingua, si veicolino buone idee.
    Qualcuno mi può linkare un sito dove poter attingere le regole grammaticali e ortografiche e possibilmente è possibile avere un vocabolario se questa è la nuova lingua la voglio cominciare ad adoperare da subito.

  8. #8
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    La lingua sarda è morta da 600 anni
    DI FRANCESCO CESARE CASULA

    Ho raccontato altre volte, anche sulle pagine di questo giornale, che la lingua sarda nasce dalla lenta trasformazione del latino a ridosso del Mille dopo Cristo.
    Aveva già in sé il seme della disunione perché, dalla catena del Marghine in su, tutte le “c”, accompagnate da “e”e da “i”, si pronunciavano “k”, e ancora oggi, nel Capo di Sopra, per dire “cento” si dice “kentu”, per dire “cinque” si dice “kimbe”, mentre nel Capo di Sotto si dicono “centu” e “cincu”.
    Sennonché, sempre attorno al Mille, si formarono quattro Stati sovrani - i regni giudicali di Càlari, Torres, Gallura e Arborèa - che, in piena indipendenza, elaborarono ciascuno per proprio conto la lingua tanto che, se il processo fosse durato, alla fine si avrebbero avute quattro lingue nazionali distinte: il Calaritano, il Logudorese, il Gallurese e l’Arborense, probabilmente incomprensibili fra loro, come successe nello stesso tempo in Europa con l’italiano, il francese, lo spagnolo e il rumeno, anch’esse nate dal latino.
    Purtroppo, i regni giudicali durarono solo trecento anni, troppo poco per maturare ognuno una propria lingua. Visse più a lungo il Regno di Arborèa che, avendo conquistato nel Trecento quasi tutta l’isola, impose la sua lingua fin nei villaggi più sperduti della Sardegna, tenendo presente la grande divisione fra nord e sud; tant’è che la Carta de Logu è scritta nelle due varianti che i linguisti chiamano satem e kentum, ma che per noi sono semplicemente il campidanese e il logudorese.
    Con la caduta dell’Arborèa nel 1420 il quadro linguistico si sfece: da allora i documenti, le leggi, gli ordini, le orazioni, le prediche vennero scritte e dette quasi tutte in catalano o in castigliano, poi in italiano.
    La gente dei paesi continuò a parlare in sardo, è vero, ma elaborandolo, coartandolo, svilendolo con neologismi e acquisizioni di parole straniere. In pratica, in settecento anni ogni paese si è creato un propria variante di lingua, un proprio dialetto. E questa è la situazione odierna.
    Stando così le cose, la domanda che ci poniamo è se esiste ancora una lingua sarda generale che ci possa dare un’identità.
    La risposta è no.
    Ognuno dei 386 Comuni dell’isola che aspiri a coltivare le proprie radici culturali si tenga la propria parlata: la studi, la insegni, la mostri.
    Se, invece, si volesse operare a livello politico costruendo artificialmente una lingua sarda unitaria almeno per gli atti pubblici, ben venga la proposta della Regione.
    Purché, con la lingua, si veicolino buone idee.
    Signori basta con i funerali.

    Noi stiamo rifondando la Nostra Nazione.

    Se qualcuno l'ha voluta abortire sono affari suoi.

    Noi la stiamo risuscitando, il Popolo Sardo siamo noi, quelli che sono sotto terra hanno fatto il loro tempo, oggi facciamo il nostro.

    Con ottimismo e fiducia nel futuro.

  9. #9
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Citazione Originariamente Scritto da Davide Nurra
    Qualcuno mi può linkare un sito dove poter attingere le regole grammaticali e ortografiche e possibilmente è possibile avere un vocabolario se questa è la nuova lingua la voglio cominciare ad adoperare da subito.

  10. #10
    ivomurgia.splinder.com
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    e custu puru nc'est:

    Unione sarda 22.04.06

    Certificati in sardo allo sportello linguistico

    Certificati e delibere in sardo con lo sportello linguistico. Il comune ha assunto tre ragazzi che dovranno occuparsi delle questioni legate alla tutela del campidanese: è un progetto finanziato con 80 mila euro della legge 482 di tutela delle minoranze linguistiche.
    <<Stiamo traducendo tutti gli atti del nostro settore>>, spiega l’assessore alle Tradizioni popolari Tonio Pani, <<in via sperimentale abbiamo predisposto anche i moduli per i certificati anagrafici, ma ora stiamo lavorando alla realizzazione di un sito internet istituzionale tutto in campidanese>>. Il Comune ha ottenuto anche un finanziamento di 25 mila euro: <<Serviranno ad acquistare i libri per aprire, nell’ex-convento dei Cappuccini, una biblioteca per le lingue minoritarie>>.
    Tonio Pani interviene anche nel dibattito sulla creazione di una lingua sarda unificata: <<Ho forti perplessità sul lavoro svolto dalla commissione regionale: è completamente trascurata la variante campidanese, parlata dall’ottanta per cento dei sardi. Per questo scriveremo una lettera al presidente della Regione, chiedendo di rivedere il lavoro fin qui svolto. Faremo le nostre proposte per valorizzare una lingua viva e non artificiale che nessuno, tra l’altro, parlerebbe>>.

 

 
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