SIAMO NOI CHE ABBIAM STANCATO VERO BASTET?
Sulla Pappagonia in prima pagina
di Filippo Poletti
Di fronte all’arroganza degli idioti rossi - che inneggiano ai morti di Nassiriya - viene voglia di scrivere una lunga lettera ai colori verde, bianco e rosso. Di scrivere, cioè, al tricolore, nato alla fine del Settecento con la legione lombarda: il bianco e il rosso comparivano nell’antichissimo stemma comunale di Milano, mentre verdi erano - fin dal 1782 - le uniformi della guardia civica milanese.
Già, viene voglia di ricordare i tempi andati, quando il tricolore si scriveva con la T maiuscola. Quei colori - bianco, rosso e verde - univano. Oggi - mercè il terrorismo verbale della sinistra radicale - dividono. È accaduto in occasione del 25 aprile, è accaduto il 1° maggio. Continua ad accadere che nelle piazze si urli «10, 100, 1000 Nassiriya». E che in aggiunta - come se non bastasse (il corteo di Milano del 25 aprile docet) - si mostri il deretano alla bandiera di Israele.
Come diceva Aristofane, «di fronte alla stupidità umana neanche gli dei possono fare niente». Già, come fare a spegnere gli idioti che seminano odio nelle nostre strade? «Noi piangiamo anche oggi le vite di soldati italiani uccisi a Nassiriya» ha detto Fausto Bertinotti nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera. È quel «noi» che stona. Perché a urlare gli slogan d’odio e d’ira funesta sono proprio i comunisti, i compagni.
Come ha scritto Rossana Rossanda, Bertinotti è «un rivoluzionario in disarmo». Il guaio è che per un Bertinotti in gessato, ce ne sono 10, 100, 1000 ribelli, a piede libero. Per un Bertinotti assurto alla terza carica dello Stato ci sono 10, 100, 1000 barricate. Il segretario di Rifondazione cammina, adesso, sui tappeti rossi, ma dalle viscere del popolo comunista arriva l’orribile e sciocca invocazione «10, 100, 1000 Nassiriya».
Loro gridano - da Roma come da Milano - «10, 100, 1000 Nassiriya» e, guarda caso, l’Iraq risponde spegnendo la vita dei soldati italiani. Sono loro, gli stessi che negli anni di piombo, durante gli scontri con le forze armate, gridavano «ora e sempre resistenza».
La nuova resistenza antioccidentale - ha fatto notare l’ex presidente Francesco Cossiga - «ha subito risposto da Nassiriya, ricordando l’invocazione “democratica” urlata da giovani “democratici” in un corteo “pacifista”». Cossiga non fa della dietrologia, ma fa bensì uno più uno, sapendo che il terrorismo verbale è l’angelo custode di quello armato. Lo dice la magistratura, denunciando come
dietro all’attentato di Nassiriya ci fosse una manina no global: sarebbero quattro i nominativi top secret più accreditati quali ufficiali di collegamento lungo l’asse Roma-Nassiriya. A incastrare questi criminali sarebbero i contatti intercorsi tra l’Italia e l’Iraq via Internet, «attraverso segmenti telefonici captati dai satelliti».
Caduto il “politically correct” - commenta Dimitri Buffa sull’Opinione - «adesso qualcuno lo dice a chiare parole: sono veramente sospetti i tempi degli attentati contro gli italiani a Nassiriya. Come se una mente li suggerisse dall’Italia. E se quella mente esistesse davvero, non potrebbe che essere una di quelle degli amici dei resistenti iracheni qui da noi».
I no global - tanto per intenderci -, quelli dei centri sociali, quelli sempre pronti ad andare in soccorso dei latitanti dell’Eta o di Al Zarqawi.
L’Italia chiama e, purtroppo, l’Iraq risponde. E l’Italia chiama perché la sinistra è convinta che la missione italiana sia una «missione d’invasione». Scriveva bene, pochi giorni fa, Andrea Pamparana sul Tempo: «Ci sono momenti nella vita in cui è giusto e necessario guardarsi in faccia, gli uni con gli altri e capire da che parte si sta». Gli slogan «10, 100, 1000 Nassiriya» ci hanno fatto capire da che parte sta la pancia della sinistra. Sta con gli assassini e non con gli ultimi tre soldati italiani morti a Nassiriya, il capitano dell'esercito Nicola Ciardelli, il maresciallo capo dei carabinieri Franco Lattanzio e il maresciallo Carlo De Trizio.
«Il cuore dell'Italia è qui e pulsa per i caduti di un nuovo attentato terroristico a Nassiriya» ha detto Angelo Bagnasco durante l’omelia letta ieri a Santa Maria degli Angeli a Roma, ai funerali dei militari caduti in Iraq. Purtroppo non è così: c’è un’Italia che di fronte alle bare dei tre militari,
avvolte nel tricolore, gira il capo. Sono quelli che spaccano le vetrine di corso Buenos Aires a Milano, quelli dell’anti-legalità, quelli dell’anti-democrazia, per cui tra uno Stato democratico come gli Usa e uno dittatoriale come l’Iraq di Saddam Hussein scelgono di stare dalla parte del dittatore.
La verità è una sola. È che per un comunista al governo, ci sono 10, 100, 1000 estremisti rossi in piazza. Per un Marco Ferrando cacciato a calci nel sedere perché colpevole di non appoggiare le «truppe di occupazione», 10, 100, 1000 mammuth della storia entrano dalla finestra. Sono i 10, 100, 1000 trotzkisti che pensano - è il caso di Luigi Sorge, Patrizia Granchelli, Pippo Marchese, Giuseppe Casarella, Fabrizio Montuori e Giorgio Magni, aderenti a Progetto Comunista - che «la lotta contro l’imperialismo e a fianco dei popoli oppressi non può essere subordinata all’Unione». Quelli che rifiutano ogni censura e che fanno loro «le posizioni espresse da Marco Ferrando in piena coerenza con il nostro impegno di comunisti».
Intolleranza e violenza tornano, dunque, oggi con la sinistra dei no global e dei centri sociali, quella stessa che sta nell’album di famiglia di Bertinotti e di Oliviero Diliberto, più che mai soddisfatta di aver mandato in Parlamento Francesco Caruso (se non altro per assicurargli l’immunità per i 23 procedimenti penali a suo carico). Ed è la sinistra del segretario dei Comunisti italiani, indagato dalla Procura di Roma assieme al deputato Marco Rizzo per lo slogan «10,100,1000 Nassiriya», urlato da alcuni manifestanti durante il corteo pro Palestina dello scorso 19 febbraio a Roma. Entrambi, infatti, sono stati iscritti nel registro degli indagati per istigazione a delinquere e oltraggio alla pietà dei defunti. «È una scemenza - si è difeso il leader del Pdci -, non sono neanche tra gli organizzatori del corteo. Ci sono le riprese filmate di chi urlava quegli slogan. Io sono andato a una manifestazione a cui ha aderito il mio partito».
Colpevole o innocente (questo lo deciderà la magistratura), la coalizione rossa semina tempesta. Lo dimostrano le dichiarazioni diffuse dai siti fondamentalisti islamici assieme alla notizia dell’attentato che ha causato la morte dei tre soldati italiani: «Raccogliete ancora più sangue, oh leoni del monoteismo, leoncini dell’Islam, fino a quando non pagheranno con le loro mani, rimpiccioliti». E - si badi bene - ancora: «Le Brigate autonome comuniste combattenti - pubblica il sito no global italy.indymedia.org - rivendicano come atto legittimo di guerra anti-imperialista l’attacco di Nassiriya contro i militari italiani. Solidarietà alle forze islamiche, nazionaliste, comuniste e laiche che si oppongono alla occupazione dell’Iraq da parte delle bande mercenarie multinazionali».
È, questo, il vecchio slogan dei rivoluzionari rossi «lotta dura senza paura». Uno slogan, appunto, che ha già lasciato sulle strade una lunga scia di sangue. Rosso sangue, appunto, lo stesso che è sul tricolore da cui siamo partiti per ragionare sul terrorismo verbale della sinistra, filo-irachena, filo-palestinese, anti-americana, anti-imperialista.
«Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme» dice il canto degli italiani, l’inno di Goffredo Mameli.
Quant’è lontana, oggi, l’idea di un tricolore simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa. Ci sono gli idioti, appunto, quelli che strillano «10, 100, 1000 Nassiriya». Questa gente - scrive Buffa - «rappresenta il brodo di coltura dei simpatizzanti della resistenza irachena e non è azzardato pensare che qualcuno di loro si spinga fino a dare ospitalità ai latitanti e conosca, quindi, in anticipo cosa bolla in pentola, attentati in Iraq compresi».
E cosa bolle in pentola è l’arroganza dell’Unione che ha fomentato un clima incivile di odio sociale. È il regime unionista, di fronte al quale Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, ha chiesto che «Prodi, Bertinotti e Marini si scusino con i familiari di questi
eroi di Nassiriya, visto che i loro compagni il1° maggio ne hanno infangato la memoria».
Torniamo ai colori, il verde, il bianco e il rosso. Vedendoli, oggi, verrebbe quasi da piangere. E non solo per il coraggio di chi li difende, ma anche per la viltà di chi li offende. E lo fa con le fiamme, e lo fa sulle barricate: dieci, cento, mille stupide barricate.
