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Discussione: Dopo il no di Ciampi

  1. #11
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    Predefinito Arsenico e vecchi complotti

    Roma. Poi non dite che non ve l’avevamo detto per tempo. E non lo diciamo noi (cioè, lo diciamo: la notizia l’avevamo data per primi, nelle nostre Passeggiate romane), lo dicono pure Rina Gagliardi su Liberazione (“E’, ancora, nel luglio ’98, che Massimo D’Alema comincia a parlare di ‘fase due’ del governo.
    Molti giornali registrano la proposta del leader diessino come avance, o un ammiccamento, proprio a Bertinotti. In realtà, il suo piano è tutt’altro: è la conquista di Palazzo Chigi, svelata dal Foglio con un certo anticipo”), e Francesco Verderami sul Corriere della Sera, nel noto articolo in cui Franco Marini “ammette” il complotto (“Botteghe oscure e Piazza del Gesù lavoravano alacremente per scalzare Prodi. Fu il Foglio ad anticipare la manovra: D’Alema punta a Palazzo Chigi”). Questo per dire.
    Memorialistica, sempre cara. Arsenico e vecchi complotti.
    Sia chiaro: c’erano tutti e ci sono tutti. Se uno va a riprendere i giornali di otto anni fa, tra la calda estate in cui cominciò a bollire il primo governo Prodi, e quell’inizio di autunno in cui definitivamente gelò, li ritrova tutti: c’erano Fausto Bertinotti e Franco Marini, Berlusconi, si capisce, e Massimo D’Alema, Emma Bonino che sempre pare che stia per arrivare e mai si vede, e Clemente Mastella che giura sfracelli per certi ministeri. Ovviamente Prodi – allora più semplice ciclista che ginnasta rifinito – e Francesco Cossiga che dice, annuncia, confonde e rilancia. C’era Veltroni al cui posto in Campidoglio c’era Rutelli, che adesso invece vorrebbe prendere l’esatto posto che occupava Walter a quel tempo: vice di Romano e ministro dei Beni culturali. Pure Amato, che da noi intervistato “parla del suo compito con la consueta, proverbiale prudenza”: proprio Amato.
    Ogni complotto ha ombre e luci, verità e bugie, specchi e riflessi. E il tempo mai chiarisce, ma tutto rende plausibile (come del resto ieri a Montecitorio raccontava lo stesso D’Alema, con la meravigliosa storia borgesiana di un suo sbarco su un’isola che era stato solo immaginato e fu lo stesso pubblicato, e che poi lui compì esattamente come era stato inventato: vedere in coda all’articolo).
    Disse Prodi, con mesi di anticipo: “Contro di me è iniziata la caccia alla volpe, stanno già ferrando i cavalli”.
    Disse D’Alema, già parecchio tempo prima: “L’Ulivo non può ridursi a una forza di gestione e resistenza contro ‘un paese cattivo’ che non capisce… Se andassimo avanti solo rovesciando olio bollente su chi ci assedia, non andremmo avanti ancora molto”.
    Disse Prodi, ormai disarcionato: “No! No! No!”.
    Disse Veltroni, al suo fianco: “No…”. Marini stracciava un biglietto (cronache giornalistiche, ma appunto…), che gli aveva mandato D’Alema dopo l’elezione al Colle di Ciampi. C’era scritto: “Caro Franco, probabilmente in questo momento non capirai. Ma io l’ho fatto per l’Ulivo”. Qualcuno, solo qualcuno, lo udì commentare: “Ma quale Ulivo, l’hai fatto solo per te stesso”.
    Qui, tra l’avvio e la conclusione, è tutta la storia del Grande Complotto. Quello che il Foglio annunciò per primo, quello che poi andò come andò, quello che adesso molti nel Palazzo rievocano. Con toni ammonitori. O con toni speranzosi.
    Aveva chiesto a bruciapelo D’Alema a Bertinotti, inquieto alleato di Prodi, con gli inquieti cossuttiani ancora nel partito:
    “Se a Palazzo Chigi andasse, da subito, il leader del partito di maggioranza della coalizione?”. Rispose Bertinotti: “In questo caso si vedrà”.
    Così tutto iniziò.
    D’Alema, in giro per le pampas argentine (per tempo si curava il senatore Pallaro), fece sapere: a) nessuno pensa a questo; b) la questione non è in campo.
    Niente pareva essere come si stava raccontando.
    Persino Marini, pensate, diceva in giro: “Romano potrebbe andare a presiedere la Commissione europea”, che matto.
    Ora che Prodi, non ancora insediato a Palazzo Chigi, si ritrova come nel Palazzo degli Specchi con le facce dei suoi antichi (supposti, supposti?) affossatori tutti intorno, la vicenda si fa esemplare e si fa memoria politica.
    Prodi cade per un voto, il 9 ottobre ’98. Perché la Pivetti allattava, dicono, qualcuno sperava in un parente di Di Pietro deputato Udc, altri negli scissionisti cossuttiani (furono 21, contro i 24 sperati).
    Quando si profila D’Alema all’orizzonte, Veltroni prima dice: “Mai senza un passaggio elettorale”.
    Il Cav. scherza: “Altro che Dio minore!”.
    Gianni Letta, a cena con imprenditori, banchieri e danarosi vari, gli comunica che quelli sono poco impressionati dall’arrivo dei “comunisti”.
    Cesare Romiti appare “come il più informato”. E al Foglio spiega:
    “La pregiudiziale ideologica verso l’incarico a un ex comunista non ha più senso”.
    Sempre il Foglio titola, il 16 ottobre di allora, come potrebbe titolare il 5 maggio di adesso: “Il caro nemico D’Alema. Al governo il solo leader con cui Berlusconi ha dialogato. Che fare?”. Leninisticamente, sempre qui siamo.
    Disse D’Alema tornando dall’Argentina: “Mi sono allontanato per dieci giorni ed è successo quel che è successo. Fossi rimasto, non ci sarebbe stata la crisi…”.
    Parisi fa i conti, li sbaglia. Romano prende il treno per Bologna. L’Udr cossighian-mastelliana fa le bizze, s’incaponisce sul fatto che gli ulivisti non devono incontrarsi come ulivisti.
    Nel cuore della notte del 14 ottobre (e qui siamo alle cronache di Bruno Vespa), Marco Minniti incontra Marini nella sede del Ppi: “Franco, non ne usciamo, dobbiamo mettere in campo D’Alema”. Piena di ombre e di notti e di lunghi corridoi (come a un contesto di complotto si conviene) quell’antica storia. Che prevedeva, detto brutalmente: D’Alema a Palazzo Chigi, Marini (o Jervolino o Mancino) al Quirinale a maggio. Il primo ci andò, il secondo restò fregato. Marini ammise con il Corriere: “Io e D’Alema complottammo contro Prodi. Solo che io non mi sono mai pentito, Massimo sì. Ha provato persino a riappacificarsi con Romano. Chissà, forse sperava di salvare Palazzo Chigi. Che volete farci, uno il coraggio o ce l’ha o non ce l’ha”.
    D’Alema disse a Enzo Biagi: “Ho congiurato a favore del governo Prodi, se vogliamo usare l’espressione congiurare”.
    E’ storia di cene notturne e nottate, questa complottistica.
    C’è quella di Bruxelles, “io, D’Alema, Veltroni e Mattarella”, ha detto Marini, “votiamo la Jervolino”, al Quirinale, s’intende.
    Ce n’è un’altra in casa Veltroni (racconto sempre di Marini, ma a Vespa): “Rosetta fu proposta con entusiasmo da loro. Alla fine della cena ci alzammo tutti e brindammo all’accordo raggiunto”.
    D’Alema ha poi spiegato che il Cav. mai e poi mai, bevuto o astemio, avrebbe votato un popolare: né Rosetta né Mancino (non lo volevano i Ds) né – qui le cose si fanno ombra – Marini stesso.
    Passa Ciampi, 707 voti, tra il generale consenso.
    Chiosò D’Alema: “La forma più incredibile di stupidità italiana consiste nel veder arrivare un treno, chiedersi che cosa c’è dietro ed esserne travolti in attesa della risposta. Non converrebbe prima scansarsi?”.
    Fu “una rottura personale e politica, mai ricomposta, tra Marini e D’Alema”, e forse solo ora… Così, le cronache e i sospetti e le certezze.
    Carte, voci, giornali, figurarsi.
    Ma proprio ieri, alla Camera, D’Alema raccontava di quella volta che, presidente del Consiglio, con la sua barca aveva deciso di andare da Favignana all’isola di Marettimo, evento che avrà una sua centralità “quando scriverò la mia autobiografia”. Dunque parte, trova maltempo, decide di andarci il giorno dopo. Quando arriva, scopre sul molo il delegato del sindaco con fascia tricolore, comitato di accoglienza e folla varia. “Un onore, il primo presidente del Consiglio in visita da noi…”. D’Alema: “Ma come lo sapevate?”. “E’ sul giornale che lei è stato qui”.
    Gli allungano un quotidiano: c’è la cronaca esatta, ma esatta al minuto –dove D’Alema ha attraccato, dove ha cenato, con quale pescatore ha pescato – della visita che ancora doveva compiere.
    Il delegato del sindaco sospirò: “Però adesso, presidente, dovrebbe fare tutte queste cose, altrimenti ci restano male”.
    Così D’Alema pescò proprio con quel pescatore, fece esattamente quella passeggiata, mangiò con gusto in quell’osteria: tutto come aveva già scritto il giornale.
    E ieri commentava: “Così i fatti infine si sono dovuti adeguare alla fantasia…”.
    Istruttivo, diciamo.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito Cosucce politiche: alcune balle che si dicono sul Quirinale…e dintorni

    Il metodo Ciampi non esiste.
    Nel 1999 D’Alema presidente del Consiglio consultò Berlusconi molto riservatamente e gli propose Carlo Azeglio Ciampi, secco. Berlusconi lo votò perché gli conveniva. Punto.
    Per disgrazia, diciamo, di nuovo il presidente della Repubblica si elegge con una maggioranza presidenziale di sinistra, a Camere riunite.
    Se Ciampi si fosse dimesso sei mesi fa, Berlusconi avrebbe consultato Prodi e D’Alema proponendogli se stesso o Gianni Letta. A sei mesi dalle elezioni gli avrebbero detto di no.
    E oggi il Cav. o Letta se ne starebbero al riparo dei Corazzieri.
    Si dirà: ma Ciampi era super partes, e metodo e persona coincisero. Sì, certo. Ma a parte che il super partes era anche di parte, faceva il ministro dell’Economia nel governo D’Alema, sei mesi fa Berlusconi non avrebbe proposto il tecnico Lunardi, ministro del suo governo, o altre diavolerie, bensì se stesso o il suo gentile e capace alter ego.
    E’ chiaro o no che in politica si fa quel che si può?
    Per come si sono messe le cose, evitare D’Alema nel centrosinistra non si può, ’un si pole, come dicono i fiorentini, e tutto il problema sta, vedi l’editoriale a pagina tre, nella fruttuosa volontà politica di anticipare il possibile, da parte del Cav., e scongiurare il mediocre per una scommessa politica forte (vedi lettera di Formica, la seconda, in ultima pagina).
    Questo, per chi sappia la politica e sappia distinguerla dalla propaganda, è il metodo Ciampi.
    Altro che balle.

    Uno forte al Quirinale no, si dice.
    Vero che i partiti hanno sempre spedito a fare il garante uno fuori dal giro grosso, un senza tessere e senza sistema di potere nella cupola.
    Vero. Ma è perché i partiti erano forti. Per questo sceglievano gli outsider, come Cossiga (e se ne pentirono amaramente), come Scalfaro (e se ne pentirono amarissimamente), come Ciampi (e non se ne pentirono affatto).
    Ora che è sfiorito il maggioritario puro, ma non è tornato il proporzionale puro, i partiti italiani, tutti premiati e tutti bastonati dagli elettori, che sono stati malignamente equilibrati nel distribuire peso e debolezza (guardate i ds, la Margherita, ma anche Forza Italia e gli altri), sono in mezzo al guado, e diventa possibile un presidente relativamente forte come leader politico.
    Embè? E’ una novità da registrare, non un fenomeno da baraccone sudamericano da scongiurare ed esorcizzare. Non tutti gli outsider sono venuti con il buco, un politico serio non si sarebbe mai comportato come Scalfaro di fronte al fenomeno Berlusconi, e quello adesso in ballo, il D’Alema inseguito dai vade retro dei rinfocolatori, ha dato qualche prova di saggezza, in mezzo a tante altre prove di faziosità.
    Ma la funzione quirinalizia pende per la saggezza, verso il 50 virgola due per cento di italiani che hanno votato dall’altra parte.
    Suona così strano, questo ragionamentino politico?
    Se sei fuori, fanno tutto loro. Regola semplice.
    O ti comprometti e li comprometti oppure non puoi lamentarti se le cose che contano le fanno tutte loro. I presidenti delle Camere, nonostante l’avvio promettente dell’intervista di D’Alema al Corriere e della lettera di Berlusconi, sono stati eletti mentre l’opposizione teneva caldo il mito dei brogli e dell’inesistenza di una maggioranza di governo vera.
    Risultato di questo star fuori, chi è dentro è rimasto dentro, e adesso tocca al Quirinale.
    Che al Senato non ci sia una maggioranza di governo operativa, è ovvio, ma non lo devi proclamare, lo devi dimostrare dialogando sul serio, entrando nel campo di Agramante, facendo politica, richieste, offerte, rinunce.
    Facendo politica, ed è il motivo per cui D’Alema e il Cav. sono odiati dallo stupidario di sinistra e di destra, Prodi entrò in crisi a due anni dalla nascita.
    Se continua così, di anni può farne anche dieci.

    saluti

  3. #13
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    Predefinito D’Alema presidente? Ecco una legione di sostenitori

    Roma. Massimo D’Alema capo dello stato. Massimo D’Alema primo leader politico a diventare presidente della Repubblica. Massimo D’Alema conosciuto internazionalmente per gli interventi italiani in Kosovo e in Albania. Un ex comunista a rappresentare l’unità nazionale in un paese diviso a metà. Un politico in piena attività, non un tecnico o un super partes, in corsa per garantire anche la minoranza dello 0,6 per mille degli italiani che si è schierata con Silvio Berlusconi. Spiegare i nostri delicati meccanismi politici, i triangoli istituzionali, le intese tra le coalizioni, gli accordi tra i partiti e tutto il resto agli osservatori stranieri non è facile e spesso vale ciò che Michael Ledeen risponde ai suoi interlocutori italiani che gli chiedono che cosa pensino a Washington di ciò che tizio o caio ha detto al Corriere della Sera: “In tutta Washington saranno in sei a conoscere questo o quel politico italiano, solo in due avranno letto ciò che ha scritto sul Corriere”.
    Eppure la parola “D’Alema” genera anche all’estero una reazione.
    Quell’eterna figura di “babbo della nazione”
    Christopher Caldwell, editorialista del Financial Times, saggista del New York Times Magazine ed esperto di cose europee per il neoconservatore Weekly Standard, dice che all’establishment politico americano non piace il post comunismo dalemiano. Malgrado ciò, l’atteggiamento di Washington sulla presidenza D’Alema non potrà che essere positivo:
    “Primo perché usiamo ancora oggi, come punto di riferimento, la nostra esperienza dei tempi della Guerra fredda. Sappiamo che D’Alema non è un erede di Honecker, ma di Berlinguer, praticamente di un eroe per la sinistra americana.
    Secondo, crediamo a ciò che dicono gli analisti italiani quando lo descrivono come un uomo di centrosinistra.
    Terzo, non è uno di quei leader estremisti di sinistra come Diliberto e neanche del tipo di Lafontaine e Besancenot. Riconosco, però, che D’Alema ha fatto poca resistenza contro questa gente, ma gli americani non seguono la politica europea così da vicino da poter valutare questa sua timidezza. Quarto, Prodi farà dell’Italia un protagonista di politica estera molto meno importante di quanto lo sia stata adesso.
    Quinto: D’Alema è filoamericano, anche se lo è a corrente alternata. Ma agli americani, tra l’altro, ricorda i bei tempi dell’Amministrazione Clinton”.
    Caldwell non ama “la sua mancanza di immaginazione, la sua tendenza a ripetere opinioni da bar sulle questioni mediorientali e trova l’opposizione dalemiana alla guerra in Iraq illogica per un leader che ha guidato l’Italia nella guerra in Kosovo”. Anzi, per l’editorialista americano, D’Alema “come statista, come autore e come teorico del bombardamento umanitario è stato uno dei tre leader mondiali, con Tony Blair e Madeleine Albright, ad aver delineato le ragioni intellettuali per l’invasione dell’Iraq”.
    Alexander Smoltczyk, corrispondente del settimanale tedesco Spiegel, liquida il capitolo “ex comunista” ricordando che in Germania c’è “una Kanzlerin cresciuta nell’ideologia della Ddr”. Semmai, spiega il giornalista tedesco, per la Germania sarebbe più problematico un capo di stato cresciuto nell’Msi: “L’idea di D’Alema al Quirinale dunque è geniale. L’Italia finalmente abbandonerà quell’eterna figura di ‘babbo della nazione’ che è diventato il capo dello stato. Tra l’altro ne avete già uno, il Papa. Ben venga, dunque, una figura più giovane, più politica, più scomoda. Avete disperatamente bisogno di una figura scomoda e D’Alema promette di esserlo molto più degli altri candidati, come Giuliano Amato. Avete bisogno di qualcuno che sia intelligente, dotato di grande capacità retorica e capace di sollecitare e stimolare una modernizzazione del paese, soprattutto visto che al governo non c’è un trascinatore di folle”. Secondo l’osservatore tedesco, con Prodi e con un altro come lui al Quirinale “sarebbero anni grigi”.
    Il saggista liberal Paul Berman è entusiasta di “un ex comunista che ha riconosciuto come il vero ideale della sinistra sia una coerente e ampia democrazia, non il comunismo né il populismo autoritario”. Per Berman, “D’Alema è un uomo di sinistra che durante gli anni 90 ha riconosciuto che la missione Nato per conto di un popolo oppresso fosse la cosa giusta da fare. D’Alema è un uomo moderno, un uomo d’azione. Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di sinistra, in America come ovunque. Perché mai D’Alema non dovrebbe aiutare a generare questa nuova sinistra? Il momento è proprio questo”.
    A Michael Ledeen, analista dell’American Enterprise, D’Alema piace moltissimo, “ha talento e capacità”. A Washington, dice, l’unica perplessità potrebbe essere proprio quella che qui al Foglio è considerata la ragione principale per la sua candidatura: “E’ un politico al 100 per cento, sicché se continuasse a comportarsi da uomo politico anche al Quirinale, anziché da uomo di stato, complicherebbe la vita ai diplomatici americani, abituati a trattare con Palazzo Chigi e magari andare al Quirinale soltanto per i pranzi ufficiali o per ammirare i quadri”.
    Michael Barone, curatore dell’Almanacco della politica statunitense, trova “affascinante” che “il centrosinistra consideri D’Alema un candidato accettabile per la presidenza” e ravvede un “doppio standard” nel trattamento riservato ad An e ai Ds: “An è ritenuta più responsabile del suo passato totalitario, che è molto lontano dal nostro presente, di quando non siano i Ds, che erano, almeno nominalmente, ancora a favore dell’Unione sovietica negli anni 80”.
    Il conservatore tradizionale Edward Luttwak, analista del Csis, crede che negli Stati Uniti l’ipotesi sarebbe molto apprezzata:
    “Premetto che la vicenda D’Alema conferma la mia idea che voi fate politica principalmente per divertirvi. Detto questo, qui a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha combattuto da alleato al fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza cambiare idea e senza distinguo. Ci ricordiamo che è stato leale, fedele, serio e che non ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una componente pacifista. D’Alema non ha mollato, la sinistra ha addirittura subito una scissione per sostenere quell’intervento.
    Questo ci ricordiamo, così come il fatto che all’inizio ci fosse molta diffidenza nei suoi confronti. Allora pensavamo che il nostro uomo fosse Lamberto Dini. E’ successo il contrario. Dini si è dissociato e ha tradito la sua maggioranza e il suo governo. D’Alema ha condotto con successo l’azione e il suo sottosegretario Marco Minniti si è dimostrato tenace. Washington si ricorda questo: un uomo affidabile che mantiene le promesse e che accetta le responsabilità ben testate da 11 settimane incessanti di bombardamenti. D’Alema ha passato il test più pesante che ci potesse essere, quellodella guerra”. Dice Luttwak che l’unico rammarico è quello degli scarsi poteri a disposizione del presidente della Repubblica che “la poco coraggiosa presidenza Ciampi non è riuscita ad ampliare”.
    Negativo il giudizio dell’editorialista del Figaro, Alexandre Adler: “Massimo D’Alema al Quirinale è la scelta più brutta che si possa fare. Sottolineo: non si tratta del suo talento, è una persona colta, intelligente, anzi è il migliore, insieme con Fassino, della tradizione comunista togliattiana. Io ho massima stima e comprensione per lui, ma è giovane, ha voglia di emergere ed è il principale esponente del maggiore partito della sinistra.
    La tradizione italiana vuole per quel ruolo una persona matura, a fine carriera come Pertini o di garanzia come Saragat.
    D’Alema non dà le stesse garanzie che ha dato Ciampi”. Secondo Adler, con D’Alema al Quirinale si allontanerebbe il necessario “momento di ricomposizione” di cui necessita l’Italia: “D’Alema va nella direzione opposta, quella dello scontro. Altra cosa sarebbe se si scegliesse Amato o una personalità di alta levatura come Rita Levi Montalcini, personalità di sinistra che non provocherebbero reazioni negative nel paese”.
    La columnist di sinistra del quotidiano Guardian, Polly Toynbee, premette che da inglese, “non avendo un presidente della Repubblica”, forse non è la persona più adatta a commentare, ma la sua osservazione antimonarchica ha a che fare con la scelta di eleggere un politico vero e pieno
    per il Quirinale: “Mi piacerebbe molto che anche nel nostro paese a rappresentare lo stato ci fosse una figura che si è particolarmente distinta per i suoi meriti, anziché un fantoccio scelto per diritto di nascita, ma al momento non è così. A me sembra che D’Alema sia un’ottima scelta come politico, riconosciuto a livello internazionale. Soprattutto se lo sfidante è uno come Gianni Letta. D’Alema è uno statista, l’altro un pupazzo di Berlusconi. Forse, però, visto il risultato delle elezioni, con un paese così spaccato sarebbe ancora meglio una figura più super partes. A quel punto la scelta di Amato sarebbe perfetta”.
    “E’ un fixer, un abile negoziatore”
    Heinz-Joachim Fischer, corrispondente della Frankfurter Allgemeine in Italia, è più scettico: “In Germania l’elezione di D’Alema a capo dello stato incontrerebbe qualche perplessità. Non solo e non tanto per il suo passato di ex comunista, ma perché è di fatto un uomo della sinistra. Insomma, rispetto all’attuale presidenteCiampi, sulla cui nomina erano d’accordo tutti i partiti politici, non rappresenterebbe tutti i cittadini italiani”.
    Il professore inglese Geoff Andrews, autore del libro dal titolo “Not a normal country” che ricorda, ma al contrario, il titolo del saggio dalemiano “Un paese normale”, dice che “l’elezione di D’Alema rappresenterebbe una specie di salto indietro nel vecchio modo di fare politica”. Forse nei momenti cruciali non riuscirebbe ad andare al di là degli interessi di partito, “ma è anche il politico che più di altri potrebbe cercare un’unità con la destra. Nel Regno Unito, D’Alema è quello che chiamiamo un ‘fixer’, un abile negoziatore capace di manovrare molto bene dietro le quinte.
    D’altronde è stato lui che ha cercato di trovare un compromesso con Berlusconi ai tempi della Bicamerale”.

    saluti

  4. #14
    RenzoAudisio
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
    ____________________

    Per usare il termine tanto "amato" da Prodi, "siamo seri", perchè non la Oriana Fallaci?
    Già perchè non la Oriana?
    La mia domanda era soprattutto quale strategia adottare!
    Tu in quale strategia inseriresti la "fallace" candidata di bandiera?
    Provocazione rosa? Così venendo certamente Eletto D'Alema, le conseguenti manifestazioni di piazza (atte a delegittimare Governo e Presidenti), avranno un motivo in più di esistere? La Sinistra pure maschilista oltre che comunista e mangiatrice di bambini?
    O pensi davvero che questa tua candidata potrebbe aprire una breccia?

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da RenzoAudisio
    Già perchè non la Oriana?
    La mia domanda era soprattutto quale strategia adottare!
    Tu in quale strategia inseriresti la "fallace" candidata di bandiera?
    Provocazione rosa? Così venendo certamente Eletto D'Alema, le conseguenti manifestazioni di piazza (atte a delegittimare Governo e Presidenti), avranno un motivo in più di esistere? La Sinistra pure maschilista oltre che comunista e mangiatrice di bambini?
    O pensi davvero che questa tua candidata potrebbe aprire una breccia?
    ------------------
    Dando per scontata l'approvazione popolare nel referendum relativo alla modifica costituzionale - zitti zitti, piano piano, senza far molto baccano, i ds voteranno si o si asterranno - il vero problema si presenterà alla "lunga vigilia" delle prossime elezioni politiche.
    Le figure chiavi della Repubblica, l'inquilino del Quirinale e quello di Palazzo Chigi, saranno notevolmente diverse per quanto riguarda il potere decisionale e le responsabilità politiche.
    Questo cambia la prospettiva che si troverà davanti il nuovo capo dello Stato.

    La signora Fallaci è politicamente "neutrale", con forti posizioni su problemi che interessano più la parte cristiana del mondo assediato da un islam rinvigorito dai petrodollari a dall'incremento demografico.
    Quindi, con adeguati consiglieri, potrebbe brillantemente svolgere il compito "notarile" che si chiede oggi al Presidente.

    Non sono assolutamente favorevole alla "politica rosa", nel senso che reputo offensivo per le donne che i maschi concedano loro la pari opportunità in politica.
    Che si impegnino, come hanno fatto brillantemente in tantissimi altri campi, sbattendoci sul muso le loro qualità, la loro onestà, la maggior sensibilità e la capacità di lavoro, la loro "diversità", e dalla loro riuscita ce ne avvantaggeremo tutti.

    Tu citi la sinistra "maschilista, comunista e mangiatrice di bambini".
    Beh, se lo dici tu che la sinistra sia maschilista posso anche crederti, anche se questo è un particolare per me insignificante.
    Sul fatto che i comunisti siano di sinistra è una favola messa in giro dagli stessi comunisti con la complicità di molti dirigenti della sinistra pre-comunista, per distinguersi decisamente dai cugini fascisti.
    Comunisti, fascisti, nazisti, tutti pari sono.
    Anche gli ebrei sono stati accusati di mangiare i bambini - con l'aggravante che la menzogna viene alimentata tutt'ora - molto prima che nascesse Lenin: ed anche questa è una favola messa in giro dagli stessi comunisti.
    Per nascondere i veri crimini contro tutto quello che si sono disgraziatemente trovato davanti sulla loro strada.

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Giochini e casini fini

    Giochini e casini fini circondano il Cav., paradossale perdente vincitore delle elezioni.
    Ve la ricordate la campagna elettorale? Berlusconi ha fatto la battaglia della vita, Casini e Fini quella della mezza età, aperti a un esito vittorioso ma anche al suo contrario. Se non puoi avere il governo, così ragionano gli “alleati” del Cav., cerca almeno di diventare il rentier dell’opposizione, scalzando quello grosso e magari dividendoti le sue spoglie.
    Normale, niente scandalo.
    Ma un berlusconiano che non sia completamente scimunito o totalmente sleale questo deve saperlo. E regolarsi di conseguenza.

    Dunque. Dopo la campagna elettorale viene il voto, con il risultato.
    Vincono in due, paradossalmente: il centrosinistra, che strappa lo 0,6 per mille (lo stesso importo che Giuliano Amato prelevò dai conti correnti bancari su proposta dei poteri forti), e Berlusconi, che sopravanza tutti nel centrodestra e mantiene un primato proporzionalista con il suo 24 per cento e mezzo dei voti. Logica politica vorrebbe che questo dato conferisse a Berlusconi sufficiente autonomia per decidere lui come, quando e in quali circostanze spingere i suoi due soliti pedali, la propaganda destabilizzante e libertaria di un rivoluzionario di stile populista e il dialogo politico che ti protegge dall’irrilevanza (anche come uomo di governo: ah se il Cav. non avesse dato retta ai ruffiani e ai rinfocolatori e cacciatori di tangenti e spie comuniste nei suoi cinque anni!).
    Questo era il momento di far capire al paese: abbiamo vinto in due, e io replico il 1997, quando votai D’Alema senza e contro Fini e Casini e preparai la crisi del governo Prodi e poi la riscossa del 2001.
    Voto D’Alema, punto.
    Scandalo. Pizzicotti, letterine ai giornali. Viscere in piazza tra gli animali da comizio. Sai che paura.
    Poi buonsenso, attenzione, comprensione della rilevanza politica del gesto da parte di tutti, del paese profondo che non è scemo, vede la ripresa economica, vuole approfittarne, sa che è interesse del suo profeta e Cavaliere approfittarne.
    Non ci voleva molto a capire che il partito di maggioranza della coalizione che vince le elezioni magari vuole avere qualcosa tipo la Camera o il Quirinale, e vabbè, sì, con il metodo Ciampi, cioè una candidatura secca e previa consultazione degli altri.
    Ciampi non c’è, un altro Ciampi non c’è, dunque D’Alema. E sai che paura.
    Invece l’Amor Nostro deve guardarsi dai giochini e casini fini (Amato, una ridicola uscita su Marini), ché quelli sì perseguono l’obiettivo di condannarlo all’unica cosa che deve temere: l’irrilevanza politica.
    Non si vota domani, si è già votato, ragazzi.

    Ferrara su il Foglio del 5 maggio

    saluti

  7. #17
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da RenzoAudisio
    Giuliano Amato come tua previsione, o Giuliano Amato come unica ipotesi strategica efficace?
    Giuliano Amato come unica proposta realistica per contrastare D'Alema, ovvero il menopeggio proponibile ed accettabile dalla Maggioranza.

    Pensi che lo voterebbero anche in blocco DS, Verdi, comunisti italiani e rifondazione, pur di non farsi vedere spaccati, già prima di formare il governo?
    E' solo una mia previsione , per carità!
    Penso che Amato, se venisse proposto , avrebbe buone possibilità di essere eletto prima del quarto scrutinio , il che sarebbe un vantaggio per l'Unione.

  8. #18
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    Predefinito Intervista a Fassino

    Roma. Piero Fassino si alza in piedi nel suo ufficio e legge un appunto. “Io la metto così: la guerra è finita, perciò la candidatura di D’Alema al Quirinale deve essere il primo atto di una pace da costruire e non l’ultimo atto di una guerra che continua”.
    Il destinatario del messaggio è anzitutto Silvio Berlusconi.
    A lui e all’intera Cdl il segretario de Ds – parlando con il Foglio – chiede “di valutare alla luce del sole la possibilità di eleggere D’Alema alla presidenza della Repubblica”.
    Fassino chiede i voti della Cdl? “Certo. O comunque un’intesa graduabile in diverse forme, purché esplicite”.
    Il presupposto dell’iniziativa fassiniana è questo: “Il centrosinistra ha vinto le elezioni, ma sul filo di lana ed è innegabile che una metà del paese sia rappresentata dalla Cdl. Siccome l’Italia deve ritrovare la serenità che le consenta di essere una democrazia normale, di riprendere a crescere e uscire dalla precarietà, bisogna smetterla di pensare che se vince Berlusconi ci sia il fascismo alle porte; e da destra che, se vince l’Ulivo, alle porte ci sia il comunismo”. Come ha fatto in circostanze analoghe il premier inglese Blair a nome del governo laburista, così, dice Fassino, “il prossimo governo italiano si farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto, nel nome dell’interesse nazionale”.
    Di questo percorso, secondo il segretario dei Ds, D’Alema, se e quando candidato al Quirinale, vuole farsi garante.
    “Non siamo una Repubblica presidenziale, né lo dobbiamo diventare. Ma è essenziale che il prossimo presidente svolga un ruolo di garanzia e di coesione che contribuisca ad un clima nuovo e ad aprire una nuova stagione nella vita delle istituzioni della Repubblica”.
    Fassino indica quattro punti fondamentali che riassumono queste sue intenzioni e le collegano al nome di D’Alema.
    Primo: “L’assicurazione che se il governo di Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini”.
    Secondo: “Da capo del Csm, un presidente che eserciti la funzione di garanzia operando – come ha fatto Ciampi – per evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica”.
    Terzo: “Sulle grandi scelte di politica estera un presidente che favorisca la massima intesa possibile”.
    Quarto: “All’indomani del referendum che – come noi auspichiamo – boccerà la revisione costituzionale della destra, si riprenda un confronto tra le forze politiche sulle istituzioni che consenta di portare a conclusione una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta”. Questo il manifesto presidenziale di un possibile candidato di nome D’Alema, che secondo Fassino potrebbe anche essere reso esplicito prima del voto delle Camere.
    L’obiezione è che il ruolo del presidente possa venire meglio interpretato da figure terze, “emerite” o di vecchia scuola o con venature tecniche.
    Come Giorgio Napolitano, Giuliano Amato, Mario Monti.
    In più, un certo establishment e alcuni poteri editoriali conservano delle riserve su D’Alema. Fassino: “Certo, non c’è una sola personalità capace d’interpretare bene il ruolo di presidente, ma siamo in un tornante politico molto delicato e una figura tecnica rischia di rivelarsi una soluzione che coprirebbe a stento le tensioni, senza peraltro impedire che diventino virulente ed esplodano. Meglio un presidente di chiaro profilo politico. Quanto agli ambienti che diffidano di D’Alema, i timori sono figli della coazione a ripetere per cui si diffida di ciò che non si conosce più di quanto si creda in ciò che è noto. Io vedo in D’Alema un uomo politico dal profilo riformista, nel quale può identificarsi il centrosinistra, ma che ha l’intelligenza e la capacità di cogliere e rappresentare anche le aspettative e le inquietudini del campo avverso”.
    Il D’Alema capo dello stato proposto da Fassino è “quello che ha presieduto la Bicamerale, quello che ha impegnato l’Italia nell’operazione internazionale in Kosovo, quello che gestì l’elezione bipartisan di Carlo Azeglio Ciampi e quello che ha sempre rifiutato di demonizzare il centrodestra”. E il centrodestra dovrebbe fidarsi? “Ai dirigenti del centrodestra chiediamo fiducia, sapendo che caricherebbero l’elezione dalemiana di un dovere in più, e anche pubblico, di onorare questa fiducia”.
    La sinistra militante e radicale ha già pronta l’accusa contro il nuovo inciucio. Ma Fassino insiste a dire che “tutto deve avvenire alla luce del sole” e preannuncia:
    “Non escludo affatto che lo stesso candidato dell’Unione, se e quando verrà scelto dopo adeguate consultazioni, possa anticipare il modo con cui si propone d’interpretare il proprio ruolo”. In altri termini D’Alema potrebbe presentare ai mille grandi elettori, che da lunedì voteranno, una specie di programma presidenziale sul quale chiedere un consenso diffuso. “E’ un’ipotesi che rappresenterebbe una innovazione importante”. In questo modo il Parlamento voterebbe sugli intenti futuri del candidato e non sulla storia di ieri del “comunista che divide”, come ha detto ieri il Cav. in campagna elettorale a Napoli.
    “Quelle dichiarazioni non mi impressionano, ma sono ancora espressione di una guerra che vogliamo superare per aprire un ciclo nuovo”.
    C’è pure un carattere da decrittare e D’Alema oscilla tra il decisionismo di Togliatti e gli strappi ammalianti ma non definitivi di Berlinguer. “D’Alema è spigoloso e a volte urticante. Ma è un vero laico, nel senso in cui lo intendo io dacché mio padre me lo spiegò quando ero quattordicenne: una persona in grado di cercare e cogliere il pezzo di verità che c’è anche negli individui più lontani da lui. D’Alema è un uomo leale. E, soprattutto, sa tener conto dei sentimenti della gente, ma non per questo si lascia frenare se la decisione del momento richiede fermezza e anche impopolarità. E sa onorare i patti”.
    Da uomo di parte, però. “Lo erano anche Pertini e Cossiga. Ma, per me, un uomo politico più è dotato di identità e profilo forte, più può onorare bene le responsabilità istituzionali dello statista”.

    Da il Foglio del 6 maggio

    saluti

  9. #19
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    Predefinito D’Alema s’inceppa

    Massimo D’Alema non è ancora il candidato ufficiale dell’Unione per la presidenza della Repubblica.
    Ieri la sua macchina politica s’è inceppata. Il centrosinistra si riserva di sondare fino a lunedì le opinioni della Cdl per verificare, come ha detto Piero Fassino, le possibilità di accordarsi su “una personalità capace di rappresentare l’unità e la coesione del centrosinistra e al tempo stesso che possa raccogliere il consenso anche nel centrodestra”.
    L’incaricato è Ricki Levi, consigliere di Romano Prodi, scelto durante un vertice di maggioranza lungo e non sereno. Perché sulle ambizioni di D’Alema incombe il discorso forte e chiaro con il quale Berlusconi boccia la candidatura del presidente ds:
    “Un comunista non può pretendere di occupare una poltrona che deve essere di garanzia”.
    An e Udc proseguono nelle piccole contorsioni già note.
    Casini dice che “il problema è di metodo, non di nomi”, senza rinnovare però la minaccia di uscire dall’aula durante un eventuale votazione dalemiana.
    Fini annuncia che il suo partito non voterà D’Alema ma in nessun caso abbandonerà l’emiciclo.
    La Lega fa pretattica con Roberto Maroni, solitamente tenero con i Ds: “Noi votiamo l’unico candidato federalista, Umberto Bossi”.
    Per D’Alema c’è un po’ d’incertezza pure in famiglia: i rosapugnoni non vogliono “candidati di sfondamento”.
    E Di Pietro teme l’effetto “anatra zoppa” nel caso in cui la Cdl faccia le barricate contro D’Alema.
    Da ieri Rutelli si mostra appena più dalemiano: “Il presidente della Repubblica deve essere eletto con un largo consenso ma questo non significa dare alla destra il potere di veto”.

    Su il Foglio

    saluti

  10. #20
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    Predefinito Arriva D’Alema e spunta il sole sul Colle

    Spunta il sole, s’invola lo sparviero, Massimo D’Alema salpa con il suo veliero. Comincia una nuova era. Nove colonne si pregia di raccontare ai propri lettori come i giornali si preparano al nuovo Quirinale.
    Ovviamente a partire dal Corriere della Sera che dopo l’endorsement a favore di Giuliano Amato giusto domani pubblicherà un editoriale di Ernesto Galli della Loggia dal titolo: “Perché diciamo sì al post-comunista”.

    Spunta il sole, canta il gallo, D’Alema già c’ha fatto il callo.
    Particolarmente toccante lo svolgimento: “Diciamo sì perché già ci è riuscita l’operazione sabotaggio alla presidenza della Camera dove gli abbiamo sbarrato la strada. Diciamo sì dopo che è andata a buon fine la trappola sulla strada della Farnesina dove gli abbiamo messo contro gli alleati e dunque non potevamo ancora infierire su questo pover’uomo e allora vabbè, mettiamolo al Quirinale dove potrà pettinare le bambole”.

    Spunta il sole, s’invola lo sparviero, D’Alema s’erge sul suo veliero.
    Anche la Stampa, fino a oggi il quotidiano più attento agli spifferi del Quirinale, quasi house organ della famiglia di Carlo Azeglio Ciampi, abbandona di netto l’eredità del presidente uscente pubblicando, a firma di Aldo Busi, un urticante ritratto di donna Franca Pilla: “Non se ne poteva più”.
    A seguire, a firma di Nico Orengo, nell’inserto culturale Ttl si legge un controcanto dedicato a Linda Giuva e alle versatili risorse dell’archivistica.

    Spunta il sole, luccica la barca, D’Alema calza la sua bella scarpa.
    Tutti, ma proprio tutti i giornali, procedono alla deciampizzazione. Non è solo la Stampa di Torino che licenzia Maurizio Viroli, il politologo di Ciampi, anche il Corriere, a parte un sapido corsivo di Vanni Sartori tipo “Due o tre sassolini che mi tocca restituire a donna Franca”, costringe Aldo Cazzullo a prendere la tessera dell’Umi, l’Unione monarchica, quindi sostituisce il suo quirinalista Marzio Breda inviando Francesco Verderami e Maria Teresa Meli alla sala stampa del Quirinale.

    Spunta il sole, canta il gallo, or D’Alema monta a cavallo.
    L’incarico a Verderami e Meli è un altro toccante gesto d’amore voluto dalla direzione affinché il nuovo inquilino del Quirinale possa meglio sentire il calore di due professionisti sinceramente democratici. La sala stampa, con l’arrivo dei due, è stata già ribattezzata da D’Alema “stanza delle Iene”.
    A Repubblica perfino Io precede il Fondatore e pronuncia un’ode al nuovo presidente con un editoriale dal tono sorprendente: “E’ la storia che bussa alle porte della Patria”.

    Spunta il sole, s’azzoppa lo sparviero, D’Alema attizza tutti dal suo veliero. Comincia una nuova era. Anche il quotidiano diretto da Ezio Mauro procede sulla strada della deciampizzazione chiamando a collaborare Francesco Cossiga cui viene offerta una rubrica quotidiana dal titolo “Il vicecorazziere”.
    Se l’Espresso mette in copertina un D’Alema trasfigurato dagli ermellini imperiali, c’è Panorama che s’aggiudica il colpaccio, lo scoop degli scoop. Non un’intervista né un semplice retroscena ma il diario dei primi cento giorni da presidente, assiso sul trono voluto dalla gente. Allo spuntar del sole, nello svolazzo dello sparviero, a Pietro Calabrese D’Alema ha dato il suo pensiero. Spunta il sole, s’invola lo sparviero, il nostro Massimo legge Omero.

    ovviamente da il Foglio

    saluti

 

 
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