Roma. Poi non dite che non ve l’avevamo detto per tempo. E non lo diciamo noi (cioè, lo diciamo: la notizia l’avevamo data per primi, nelle nostre Passeggiate romane), lo dicono pure Rina Gagliardi su Liberazione (“E’, ancora, nel luglio ’98, che Massimo D’Alema comincia a parlare di ‘fase due’ del governo.
Molti giornali registrano la proposta del leader diessino come avance, o un ammiccamento, proprio a Bertinotti. In realtà, il suo piano è tutt’altro: è la conquista di Palazzo Chigi, svelata dal Foglio con un certo anticipo”), e Francesco Verderami sul Corriere della Sera, nel noto articolo in cui Franco Marini “ammette” il complotto (“Botteghe oscure e Piazza del Gesù lavoravano alacremente per scalzare Prodi. Fu il Foglio ad anticipare la manovra: D’Alema punta a Palazzo Chigi”). Questo per dire.
Memorialistica, sempre cara. Arsenico e vecchi complotti.
Sia chiaro: c’erano tutti e ci sono tutti. Se uno va a riprendere i giornali di otto anni fa, tra la calda estate in cui cominciò a bollire il primo governo Prodi, e quell’inizio di autunno in cui definitivamente gelò, li ritrova tutti: c’erano Fausto Bertinotti e Franco Marini, Berlusconi, si capisce, e Massimo D’Alema, Emma Bonino che sempre pare che stia per arrivare e mai si vede, e Clemente Mastella che giura sfracelli per certi ministeri. Ovviamente Prodi – allora più semplice ciclista che ginnasta rifinito – e Francesco Cossiga che dice, annuncia, confonde e rilancia. C’era Veltroni al cui posto in Campidoglio c’era Rutelli, che adesso invece vorrebbe prendere l’esatto posto che occupava Walter a quel tempo: vice di Romano e ministro dei Beni culturali. Pure Amato, che da noi intervistato “parla del suo compito con la consueta, proverbiale prudenza”: proprio Amato.
Ogni complotto ha ombre e luci, verità e bugie, specchi e riflessi. E il tempo mai chiarisce, ma tutto rende plausibile (come del resto ieri a Montecitorio raccontava lo stesso D’Alema, con la meravigliosa storia borgesiana di un suo sbarco su un’isola che era stato solo immaginato e fu lo stesso pubblicato, e che poi lui compì esattamente come era stato inventato: vedere in coda all’articolo).
Disse Prodi, con mesi di anticipo: “Contro di me è iniziata la caccia alla volpe, stanno già ferrando i cavalli”.
Disse D’Alema, già parecchio tempo prima: “L’Ulivo non può ridursi a una forza di gestione e resistenza contro ‘un paese cattivo’ che non capisce… Se andassimo avanti solo rovesciando olio bollente su chi ci assedia, non andremmo avanti ancora molto”.
Disse Prodi, ormai disarcionato: “No! No! No!”.
Disse Veltroni, al suo fianco: “No…”. Marini stracciava un biglietto (cronache giornalistiche, ma appunto…), che gli aveva mandato D’Alema dopo l’elezione al Colle di Ciampi. C’era scritto: “Caro Franco, probabilmente in questo momento non capirai. Ma io l’ho fatto per l’Ulivo”. Qualcuno, solo qualcuno, lo udì commentare: “Ma quale Ulivo, l’hai fatto solo per te stesso”.
Qui, tra l’avvio e la conclusione, è tutta la storia del Grande Complotto. Quello che il Foglio annunciò per primo, quello che poi andò come andò, quello che adesso molti nel Palazzo rievocano. Con toni ammonitori. O con toni speranzosi.
Aveva chiesto a bruciapelo D’Alema a Bertinotti, inquieto alleato di Prodi, con gli inquieti cossuttiani ancora nel partito:
“Se a Palazzo Chigi andasse, da subito, il leader del partito di maggioranza della coalizione?”. Rispose Bertinotti: “In questo caso si vedrà”.
Così tutto iniziò.
D’Alema, in giro per le pampas argentine (per tempo si curava il senatore Pallaro), fece sapere: a) nessuno pensa a questo; b) la questione non è in campo.
Niente pareva essere come si stava raccontando.
Persino Marini, pensate, diceva in giro: “Romano potrebbe andare a presiedere la Commissione europea”, che matto.
Ora che Prodi, non ancora insediato a Palazzo Chigi, si ritrova come nel Palazzo degli Specchi con le facce dei suoi antichi (supposti, supposti?) affossatori tutti intorno, la vicenda si fa esemplare e si fa memoria politica.
Prodi cade per un voto, il 9 ottobre ’98. Perché la Pivetti allattava, dicono, qualcuno sperava in un parente di Di Pietro deputato Udc, altri negli scissionisti cossuttiani (furono 21, contro i 24 sperati).
Quando si profila D’Alema all’orizzonte, Veltroni prima dice: “Mai senza un passaggio elettorale”.
Il Cav. scherza: “Altro che Dio minore!”.
Gianni Letta, a cena con imprenditori, banchieri e danarosi vari, gli comunica che quelli sono poco impressionati dall’arrivo dei “comunisti”.
Cesare Romiti appare “come il più informato”. E al Foglio spiega:
“La pregiudiziale ideologica verso l’incarico a un ex comunista non ha più senso”.
Sempre il Foglio titola, il 16 ottobre di allora, come potrebbe titolare il 5 maggio di adesso: “Il caro nemico D’Alema. Al governo il solo leader con cui Berlusconi ha dialogato. Che fare?”. Leninisticamente, sempre qui siamo.
Disse D’Alema tornando dall’Argentina: “Mi sono allontanato per dieci giorni ed è successo quel che è successo. Fossi rimasto, non ci sarebbe stata la crisi…”.
Parisi fa i conti, li sbaglia. Romano prende il treno per Bologna. L’Udr cossighian-mastelliana fa le bizze, s’incaponisce sul fatto che gli ulivisti non devono incontrarsi come ulivisti.
Nel cuore della notte del 14 ottobre (e qui siamo alle cronache di Bruno Vespa), Marco Minniti incontra Marini nella sede del Ppi: “Franco, non ne usciamo, dobbiamo mettere in campo D’Alema”. Piena di ombre e di notti e di lunghi corridoi (come a un contesto di complotto si conviene) quell’antica storia. Che prevedeva, detto brutalmente: D’Alema a Palazzo Chigi, Marini (o Jervolino o Mancino) al Quirinale a maggio. Il primo ci andò, il secondo restò fregato. Marini ammise con il Corriere: “Io e D’Alema complottammo contro Prodi. Solo che io non mi sono mai pentito, Massimo sì. Ha provato persino a riappacificarsi con Romano. Chissà, forse sperava di salvare Palazzo Chigi. Che volete farci, uno il coraggio o ce l’ha o non ce l’ha”.
D’Alema disse a Enzo Biagi: “Ho congiurato a favore del governo Prodi, se vogliamo usare l’espressione congiurare”.
E’ storia di cene notturne e nottate, questa complottistica.
C’è quella di Bruxelles, “io, D’Alema, Veltroni e Mattarella”, ha detto Marini, “votiamo la Jervolino”, al Quirinale, s’intende.
Ce n’è un’altra in casa Veltroni (racconto sempre di Marini, ma a Vespa): “Rosetta fu proposta con entusiasmo da loro. Alla fine della cena ci alzammo tutti e brindammo all’accordo raggiunto”.
D’Alema ha poi spiegato che il Cav. mai e poi mai, bevuto o astemio, avrebbe votato un popolare: né Rosetta né Mancino (non lo volevano i Ds) né – qui le cose si fanno ombra – Marini stesso.
Passa Ciampi, 707 voti, tra il generale consenso.
Chiosò D’Alema: “La forma più incredibile di stupidità italiana consiste nel veder arrivare un treno, chiedersi che cosa c’è dietro ed esserne travolti in attesa della risposta. Non converrebbe prima scansarsi?”.
Fu “una rottura personale e politica, mai ricomposta, tra Marini e D’Alema”, e forse solo ora… Così, le cronache e i sospetti e le certezze.
Carte, voci, giornali, figurarsi.
Ma proprio ieri, alla Camera, D’Alema raccontava di quella volta che, presidente del Consiglio, con la sua barca aveva deciso di andare da Favignana all’isola di Marettimo, evento che avrà una sua centralità “quando scriverò la mia autobiografia”. Dunque parte, trova maltempo, decide di andarci il giorno dopo. Quando arriva, scopre sul molo il delegato del sindaco con fascia tricolore, comitato di accoglienza e folla varia. “Un onore, il primo presidente del Consiglio in visita da noi…”. D’Alema: “Ma come lo sapevate?”. “E’ sul giornale che lei è stato qui”.
Gli allungano un quotidiano: c’è la cronaca esatta, ma esatta al minuto –dove D’Alema ha attraccato, dove ha cenato, con quale pescatore ha pescato – della visita che ancora doveva compiere.
Il delegato del sindaco sospirò: “Però adesso, presidente, dovrebbe fare tutte queste cose, altrimenti ci restano male”.
Così D’Alema pescò proprio con quel pescatore, fece esattamente quella passeggiata, mangiò con gusto in quell’osteria: tutto come aveva già scritto il giornale.
E ieri commentava: “Così i fatti infine si sono dovuti adeguare alla fantasia…”.
Istruttivo, diciamo.
saluti




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