Nelle tradizioni orientali si dice che, in una certa epoca, il "Soma"
divenne sconosciuto sicché, nei riti sacrificali, si dovette
sostituirlo con un'altra bevanda che di quel "Soma" primitivo era
soltanto una figura (1); tale ruolo fu svolto principalmente dal vino,
e a ciò si riferisce, presso i Greci, una gran parte della leggenda di
Dioniso (2). Il vino, del resto, è spesso usato per rappresentare la
vera tradizione iniziatica: in ebraico le parole "iain", «vino», e
"sod", «mistero», possono essere sostituite l'una all'altra in quanto
hanno lo stesso valore numerico (3); presso i Sufi, il vino
simboleggia la conoscenza esoterica, la dottrina riservata ai pochi e
che non è adatta a tutti gli uomini, così come non tutti possono bere
impunemente il vino. Risulta da ciò che l'impiego del vino in un rito
gli conferisce un carattere chiaramente iniziatico; tale è
segnatamente il caso del sacrificio «eucaristico» di Melchisedec (4).
Ed è questo il punto essenziale su cui dobbiamo ora soffermarci.
Il nome Melchisedec, o più esattamente "Melki-Tsedeq", di fatto non è
che il nome con cui la funzione stessa del «Re del Mondo» si trova
espressamente designata nella tradizione giudeo-cristiana. Abbiamo un
po' esitato a enunciare questo fatto, che comporta la spiegazione di
uno dei passi più enigmatici della Bibbia ebraica, ma, poiché avevamo
deciso di trattare appunto la questione del «Re del Mondo», non era
davvero possibile passarlo sotto silenzio. Potremmo riportare qui le
parole di san Paolo: «Abbiamo molte cose da dire, a questo proposito,
e cose difficili da spiegare, poiché siete divenuti lenti a capire»
(5).
Ecco innanzitutto il testo del passo biblico: «E "Melki-Tsedeq", re di
"Salem", fece portare del pane e del vino; egli era sacerdote
dell'Altissimo ("El Elion"): E benedisse Abramo (6), dicendo:
Benedetto sia Abramo dall'Altissimo, signore dei Cieli e della Terra;
e benedetto sia l'Altissimo, che ha messo i tuoi nemici nelle tue
mani. E Abramo gli diede le decime di tutto ciò che aveva preso» (7).
"Melki-Tsedeq" è dunque re e sacerdote insieme; il suo nome significa
«re di Giustizia», e nello stesso tempo è re di "Salem", cioè della
«Pace»; ritroviamo dunque qui, innanzitutto, la «Giustizia» e la
«Pace», cioè proprio i due attributi fondamentali del «Re del Mondo».
Bisogna notare che la parola "Salem", contrariamente all'opinione
comune, in realtà non ha mai designato una città, ma che, se la si
prende quale nome simbolico della residenza di "Melki-Tsedeq", può
essere considerata come un equivalente del termine "Agarttha". In ogni
caso è un errore vedere in essa il nome primitivo di Gerusalemme,
perché quel nome era "Jebus"; al contrario, se il nome di Gerusalemme
fu dato a quella città allorché gli Ebrei vi fondarono un centro
spirituale, fu per indicare che da quel momento essa era come
un'immagine visibile della vera "Salem"; bisogna notare che il Tempio
fu edificato da Salomone il cui nome ("Shlomoh"), derivato anch'esso
da "Salem", significa il «Pacifico» (8).
Ed ecco ora in quali termini san Paolo commenta ciò che è detto di
"Melki-Tsedeq": «Questo Melchisedec, re di "Salem", sacerdote
dell'Altissimo, che andò incontro a Abramo quando tornava dall'aver
sconfitto i re, che lo benedisse e al quale Abramo donò la decima di
tutto il bottino; che è innanzitutto, secondo il significato del suo
nome, re di Giustizia, poi re di "Salem", cioè re di Pace; che è senza
padre, senza madre, senza genealogia, la cui vita non ha né principio
né fine, ma che in tal modo è reso simile al Figlio di Dio; questo
Melchisedec rimane sacerdote in perpetuo» (9).
Ora, "Melki-Tsedeq" è rappresentato come superiore ad Abramo, poiché
lo benedice, e «senza possibilità di contraddizione, è l'inferiore che
è benedetto dal superiore» (10); e, da parte sua, Abramo riconosce
tale superiorità poiché gli fa dono delle decime, in segno di
dipendenza. Si tratta dunque di una vera «investitura», quasi nel
senso feudale della parola, con la differenza però che questa è
un'investitura spirituale; e possiamo aggiungere che ci troviamo qui
al punto di congiunzione fra la tradizione ebraica e la grande
tradizione primordiale. La «benedizione» di cui si parla è
propriamente la comunicazione di un «influsso spirituale» al quale
Abramo d'ora in poi parteciperà; e si può osservare che la formula
usata mette Abramo in relazione diretta con l'«Altissimo», che Abramo
stesso invoca in seguito, identificandolo con "Jehovah" (11). Se
"Melki-Tsedeq" è dunque superiore ad Abramo, così è perché
l'«Altissimo» ("Elion"), che è il Dio di "Melki-Tsedeq", è a sua volta
superiore all'«Onnipotente» ("Shaddai"), che è il Dio di Abramo,
ovvero, in altri termini, perché il primo di questi due nomi
rappresenta un aspetto divino più elevato del secondo. D'altra parte,
cosa estremamente importante, e forse mai segnalata finora, "El Elion"
è l'equivalente di "Emmanuel", avendo questi due nomi esattamente lo
stesso valore numerico (12); ciò ricollega direttamente la storia di
"Melki-Tsedeq" a quella dei «Re Magi», di cui abbiamo già spiegato il
significato. Inoltre, vi si può vedere anche quanto segue: il
sacerdozio di "Melki-Tsedeq "è il sacerdozio di "El Elion": dunque, se
"El Elion" è "Emmanuel", questi due sacerdozi sono uno solo, e il
sacerdozio cristiano, che per altro comporta essenzialmente l'offerta
eucaristica del pane e del vino, è veramente «secondo l'ordine di
Melchisedec» (13).
La tradizione giudeo-cristiana distingue due sacerdozi, uno «secondo
l'ordine di Aronne», l'altro «secondo l'ordine di Melchisedec»; e
questo è superiore a quello come Melchisedec è superiore ad Abramo,
dal quale è uscita la tribù di Levi e, di conseguenza, la famiglia di
Aronne (14). Tale superiorità è decisamente affermata da san Paolo,
che dice: «Levi stesso, che prende le decime [dal popolo di Israele],
le ha pagate, per così dire, per mezzo di Abramo (15). Non vogliamo
dilungarci ulteriormente sul significato di questi due sacerdozi; ma
citeremo ancora le parole di san Paolo: «Qui [nel sacerdozio levitico]
vi sono uomini mortali che prendono le decime; ma là vi è un uomo di
cui è attestato che è vivente» (16). Tale «uomo vivente», che è
"Melki-Tsedeq", è "Manu" il quale sussiste in effetti «in perpetuo»
(in ebraico "le-“lam"), cioè per tutta la durata del suo ciclo
("Manvantara") o del mondo che in particolare governa. Per questo egli
è «senza genealogia», poiché la sua origine «non è umana», essendo
egli stesso il prototipo dell'uomo; ed è realmente «fatto simile al
Figlio di Dio», poiché, attraverso la Legge che formula, egli è, per
questo mondo, l'espressione e l'immagine del Verbo divino (17).
Si possono fare altre osservazioni, e prima di tutto questa: nella
storia dei «Re Magi» noi vediamo tre personaggi distinti, che sono i
tre capi della gerarchia iniziatica; in quella di "Melki-Tsedeq" ne
vediamo uno solo, che però unisce in sé aspetti corrispondenti alle
medesime tre funzioni. E' così che taluni hanno potuto distinguere
"Adoni-Tsedeq", il «Signore di Giustizia», che si sdoppia in qualche
modo in "Kohen-Tsedeq", il «Sacerdote di Giustizia» e "Melki-Tsedeq",
il «Re di Giustizia»; questi tre aspetti possono di fatto essere
considerati come riferentisi rispettivamente alle funzioni del
"Brahƒtmƒ", del "Mahƒtmƒ" e del "Mahƒnga" (18). Benché il nome "Melki-
Tsedeq" designi propriamente solo il terzo aspetto, il suo significato
generalmente si estende all'insieme dei tre, quindi, se è usato a
preferenza degli altri, ciò avviene perché la funzione che esprime è
la più vicina al mondo esterno, dunque quella che è manifestata nel
modo più immediato. Del resto, si può notare che l'espressione «Re del
Mondo», come quella di «Re di Giustizia», allude direttamente solo al
potere regale; e, d'altra parte, si ritrova anche in India la
designazione di "Dharma-Rƒja", che è letteralmente equivalente a
quella di "Melki-Tsedeq" (19).
Considerando il nome di "Melki-Tsedeq" nel suo significato più
rigoroso, gli attributi propri del «Re di Giustizia» sono la bilancia
e la spada; e tali appunto sono gli attributi di "Mikael", considerato
come l'«Angelo del Giudizio» (20). Nell'ordine sociale, questi due
emblemi rappresentano rispettivamente le due funzioni, amministrativa
e militare, proprie degli "Kshatriya", funzioni che sono i due
elementi costitutivi del potere regale. Sono anche, geroglificamente,
i due caratteri che formano la radice ebraica e araba "Haq", la quale
significa al tempo stesso «Giustizia» e «Verità» (21) ed è servita,
presso vari popoli antichi, a designare appunto la regalità (22).
"Haq" è la potenza che fa regnare la Giustizia, cioè l'equilibrio
simboleggiato dalla bilancia, mentre la potenza stessa è simboleggiata
dalla spada (23). ed è proprio questo che caratterizza il ruolo
essenziale del potere regale; d'altra parte, nell'ordine spirituale, è
anche la forza della Verità. Bisogna aggiungere poi che esiste una
forma attenuata della radice "Haq", ottenuta sostituendo il segno
della forza spirituale a quello della forza materiale; tale forma
"Hak" designa propriamente la «Sapienza» (in ebraico "Hokmah"), sicché
essa si addice particolarmente all'autorità sacerdotale, come l'altra
al potere regale. Ciò è confermato anche dal fatto che le due forme
corrispondenti si ritrovano, con significati similari, nel caso della
radice "kan", la quale, in lingue molto diverse, significa «potere» o
«potenza» e anche «conoscenza» (24): "kan" è soprattutto il potere
spirituale o intellettuale, identico alla Sapienza (da cui "Kohen", a
sacerdote» in ebraico), e "qan" è il potere materiale (da cui parole
diverse che esprimono l'idea di «possesso» e, particolarmente, il nome
di "Qain") (25). Queste radici e i loro derivati potrebbero senza
dubbio dar luogo a molte altre considerazioni; ma noi dobbiamo
limitarci a ciò che riguarda direttamente l'argomento del presente
studio.
Per completare il discorso, citeremo quel che la Cabbala ebraica dice
della "Shekinah": essa è rappresentata nel «mondo inferiore»
dall'ultima delle dieci "Sephiroth", chiamata "Malkuth", cioè il
«Regno», designazione abbastanza interessante dal nostro attuale punto
di vista. Ma è ancor più rilevante che, fra i sinonimi dati talora a
"Malkuth", si trovi "Tsedeq", il «Giusto» (26). L'accostamento di
"Malkuth" e di "Tsedeq", ossia della Regalità (il governo del Mondo) e
della Giustizia, si ritrova nel nome di "Melki-Tsedeq". Si tratta qui
della Giustizia distributiva e propriamente equilibratrice, nella
«colonna di mezzo» dell'albero sephirotico, che va distinta dalla
Giustizia opposta alla Misericordia e identificata col Rigore, nella
«colonna di sinistra», perché si tratta di due aspetti diversi (e del
resto in ebraico vi sono due parole per designarli: la prima è
"Tsedaqah" e la seconda è "Din"). Di questi due aspetti, il primo è la
Giustizia nel senso più stretto e più completo insieme, implicante
essenzialmente l'idea di equilibrio e di armonia, e legata
indissolubilmente alla Pace.
"Malkuth" è a il serbatoio in cui si riuniscono le acque che vengono
dal fiume che sta in alto, cioè tutte le emanazioni (grazie o influssi
spirituali) che essa poi diffonde in abbondanza» (27). Tale «fiume che
sta in alto» e le acque che ne discendono ricordano stranamente il
ruolo attribuito al fiume celeste "Gangƒ" nella tradizione indù: e si
potrebbe anche osservare che la "Shakti", di cui "Gangƒ" è un aspetto,
presenta indubbiamente alcune analogie con la "Shekinah", se non altro
per quanto riguarda la funzione «provvidenziale» che è loro comune. Il
serbatoio delle acque celesti è naturalmente identico al centro
spirituale del nostro mondo: da lì partono i quattro fiumi del
"Pardes", dirigendosi verso i quattro punti cardinali. Per gli Ebrei,
questo centro spirituale si identifica con la collina di Sion alla
quale dànno l'appellativo di «Cuore del Mondo», comune per altro a
tutte le a Terre Sante». Essa diventa così, per loro, in certo modo,
l'equivalente del "Mˆru" degli Indù o dell'"Alborj" dei Persiani (28).
«Il Tabernacolo della Santità" di Jehovah, la residenza della
"Shekinah", è il Santo dei Santi che è il cuore del Tempio, il quale è
esso stesso il centro di Sion (Gerusalemme), come la santa Sion è il
centro della Terra d'Israele, come la Terra d'Israele è il centro del
mondo» (29). Ma ci possiamo spingere ancora oltre: non solo tutto ciò
che è enumerato qui, prendendolo nell'ordine inverso, ma anche, dopo
il Tabernacolo nel Tempio, l'Arca dell'Alleanza nel Tabernacolo e,
sull'Arca dell'Alleanza, il luogo dove si manifesta la "Shekinah" (fra
i due "Kerubim"), rappresentano altrettante approssimazioni successive
al «Polo spirituale».
In modo analogo Dante presenta proprio Gerusalemme quale «Polo
spirituale», come abbiamo avuto occasione di spiegare in altra sede
(30); ma, se appena si esce dal punto di vista propriamente giudaico,
ciò diviene soprattutto simbolico e non costituisce più una
localizzazione in senso stretto. Tutti i centri spirituali secondari,
costituiti in vista di adattamenti della tradizione primordiale a
condizioni determinate, sono, come già abbiamo mostrato, immagini del
centro supremo; Sion, in realtà, potrebbe non essere altro che uno di
questi centri secondari e tuttavia identificarsi simbolicamente col
centro supremo in virtù di tale similitudine. Come indica il suo nome,
Gerusalemme è effettivamente un'immagine della vera "Salem"; ciò che
abbiamo detto e che ancora diremo della «Terra Santa», la quale non è
soltanto la Terra d'Israele, permetterà di capirlo senza difficoltà.
A questo proposito è assai significativa, quale sinonimo di «Terra
Santa», l'espressione «Terra dei Viventi»: tale espressione designa
chiaramente il «soggiorno d'immortalità», sicché, nel suo significato
più vero, può essere attribuita al Paradiso Terrestre o ai suoi
equivalenti simbolici; ma tale appellativo è stato esteso anche alle
«Terre Sante» secondarie, e in particolare alla Terra d'Israele. Si
dice che la «Terra dei Viventi comprende sette terre», e, secondo il
Vulliaud, «questa terra è Chanaan, dove si trovavano sette popoli»
(31). Questo è indubbiamente esatto in senso letterale; ma,
simbolicamente, queste terre potrebbero benissimo corrispondere, come
d'altronde quelle di cui si parla nella tradizione islamica, ai sette
"dwŒpa" che, secondo la tradizione indù, hanno il "Meru" come centro
comune. Ma di essi torneremo a parlare più avanti. Parimenti, quando i
mondi antichi o le creazioni anteriori alla nostra sono raffigurati
mediante i «sette re di Edom» (il numero settenario è qui in rapporto
con i sette «giorni» del "Genesi"), vi è una rassomiglianza, troppo
evidente per essere casuale, con le ere dei sette "Manu" contate
dall'inizio del "Kalpa" fino all'epoca attuale (32).
N. 1. Secondo la tradizione dei Persiani, vi furono due specie di
"Haoma": quello bianco, che poteva essere raccolto soltanto sulla
«Montagna sacra», da essi chiamata "Alborj", e quello giallo, che
sostituì il primo dopo che gli antenati degli Iraniani ebbero
abbandonato il loro habitat primitivo, ma che poi, a sua volta, andò
perduto. Si tratta di due fasi successive dell'oscuramento spirituale
che avviene gradualmente attraverso le varie età del ciclo umano.
N. 2. Dioniso o Bacco ha molti nomi, corrispondenti ad altrettanti
aspetti diversi; sotto almeno uno di questi aspetti la tradizione lo
fa venire dall'India. Il racconto secondo cui egli nacque dalla coscia
di Zeus poggia su una assimilazione verbale estremamente curiosa: la
parola greca "mˆros", «coscia» è stata sostituita al nome del "Mˆru",
la «montagna polare» al quale foneticamente è quasi identica. N. 3. Il
numero di ciascuna di queste due parole è 70.
N. 4. Il sacrificio di Melchisedec è abitualmente considerato come una
«prefigurazione» dell'Eucarestia; e il sacerdozio cristiano si
identifica così col sacerdozio stesso di Melchisedec, applicando a
Cristo le seguenti parole dei Salmi: «Tu es sacerdos in aeternum
secundum ordinem Melchisedec» (Salmi, CX, 4).
N. 5. "Epistola agli ebrei", V, 11.
N. 6. Il nome "Abram" non era ancora stato cambiato in "Abraham";
nello stesso tempo (Genesi, XVII), il nome della sua sposa, "Sarai",
fu cambiato in "Sarah", in modo che la somma dei numeri di questi due
nomi rimase la stessa.
N. 7. Genesi, XIV, 19-20.
N. 8. Va anche notato che la stessa radice si ritrova nelle parole
"Islam" e "moslem" (musulmano); la «sottomissione alla Volontà divina»
(che è il senso proprio della parola "Islam") è la condizione
necessaria della «Pace»; l'idea qui espressa deve essere accostata a
quella del "Dharma" indù.
N. 9. "Epistola agli Ebrei", VII, 1-3.
N. 10. Ib., VII, 7.
N. 11 . Genesi, XIV, 22.
N. 12. Il numero di ciascuno di questi nomi è 197.
N. 13. Questa è la giustificazione completa dell'identità che abbiamo
indicato sopra; si badi però che la partecipazione alla tradizione può
non essere sempre cosciente; in tal caso essa tuttavia non è meno
reale, come mezzo di trasmissione degli «influssi spirituali», ma non
implica però l'accesso effettivo a un qualche rango della gerarchia
iniziatica.
N. 14. Sulla base di quanto precede, si può dire che tale superiorità
corrisponde a quella della Nuova Alleanza sull'Antica Legge ("Epistola
agli Ebrei", VII, 22). Sarebbe opportuno spiegare perché Cristo è nato
dalla tribù regale di Giuda e non dalla tribù sacerdotale di Levi (si
veda ib., VII, 11-17); ma tali considerazioni ci porterebbero troppo
lontano. - L'organizzazione delle dodici tribù, discendenti dai dodici
figli di Giacobbe, si ricollega naturalmente alla costituzione
duodenaria dei centri spirituali.
N. 15. "Epistola agli Ebrei", VII, 8.
N. 16. Ib., VII, 8.
N. 17. Nella "Pistis Sophia" degli Gnostici alessandrini, Melchisedec
è qualificato come «Grande Ricevitore della Luce eterna»; ciò si
addice alla funzione di "Manu", che riceve infatti la Luce
intelligibile mediante un raggio direttamente emanato dal Principio,
per rifletterla nel mondo che è il suo regno; perciò "Manu" è detto
«figlio del Sole».
N. 18. Esistono anche altre tradizioni relative a "Melki-Tsedeq";
secondo una di queste, egli sarebbe stato consacrato nel Paradiso
terrestre dall'Angelo "Mikael", all'età di 52 anni. Il numero
simbolico 52, d'altra parte, ha un ruolo molto importante nella
tradizione indù, dove è considerato come il numero totale dei
significati inclusi nel Veda; si dice inoltre che a tali significati
corrispondano altrettante pronunce diverse del monosillabo "Om".
N. 19. Il nome o piuttosto il titolo di "Dharma-Rƒja" è attribuito,
nel "Mahƒbhƒrata", a "Yudhishthira"; ma dapprima fu attribuito a
"Yama", il «Giudice dei morti», che è in stretto rapporto con "Manu",
come già abbiamo osservato.
N. 20. Nell'iconografia cristiana, l'angelo "Mikael" è raffigurato con
questi due attributi nelle rappresentazioni del «Giudizio universale».
N. 21. Parimenti, presso gli antichi Egizi, "Mƒ" o "Maƒt" era nello
stesso tempo la «Giustizia» e la «Verità»; la si vede raffigurata in
uno dei piatti della bilancia del Giudizio, mentre nell'altro sta un
vaso, geroglifico del cuore. - In ebraico, "hoq" significa «decreto»
(Salmi, II, 7).
N. 22. La parola "Haq" ha per valore numerico 108, che è uno dei
numeri ciclici fondamentali. - In India il rosario shivaita è composto
di 108 grani; e, nel suo significato primo, il rosario simboleggia la
«catena dei mondi», cioè il concatenarsi causale dei cicli o degli
stati d'esistenza.
N. 23. Tale significato potrebbe riassumersi in questa formula: «la
forza al servizio del diritto», se i moderni non avessero troppo
abusato di tale formula prendendola in un senso del tutto esteriore.
N. 24. Si veda "L'Esotérisme de Dante", 1957(4), p. 58.
N. 25. La parola "Khan", titolo dato ai capi dei popoli dell'Asia
centrale, si ricollega forse alla medesima radice.
N. 26. "Tsedeq" è anche il nome del pianeta Giove, il cui angelo è
chiamato "Tsadqiel-Melek"; la somiglianza col nome di "Melki-Tsedeq"
(cui è soltanto aggiunto "El", il nome divino che forma la desinenza
comune a tutti i nomi angelici) è troppo evidente per insistervi. In
India, il medesimo pianeta porta il nome di "Brihaspati", che ha
anch'esso il significato di «Pontefice Celeste». Altro sinonimo di
"Malkuth" è "Sabbath", il cui significato di «riposo» si riferisce
evidentemente all'idea della «Pace», tanto più che tale idea esprime,
come abbiamo già visto, l'aspetto esterno della "Shekinah", mediante
il quale essa comunica al «mondo inferiore».
N. 27. P. Vulliaud, "La Kabbale juive", I, p. 509.
N. 28. Presso i Samaritani, il nome "Garizim" ha il medesimo ruolo e
gli vengono dati gli stessi appellativi: è la «Montagna benedetta», la
«Collina eterna», il «Monte del Retaggio», la «Casa di Dio» e il
Tabernacolo dei suoi Angeli, la dimora della "Shekinah"; è anche
identificato con la «Montagna primordiale» ("Har Qadim") dove era
l'"Eden" e che non fu sommersa dalle acque del diluvio.
N. 29. P. Vulliaud, "La Kabbale juive", I, p. 509.
N. 30. "L'Esotérisme de Dante", 1957(4), p. 64.
N. 31. P. Vulliaud, "La Kabbale juive", II, p. 116.
32. Un "Kalpa" comprende quattordici "Manvantara"; "Vaivaswata", il
presente "Manu", è il settimo di questo "Kalpa", detto "ShrŒ-Shwˆta-
Varƒha-Kalpa" o «Era del Cinghiale bianco». Altra osservazione
curiosa: gli Ebrei dànno a Roma l'appellativo di "Edom"; ora, la
tradizione parla di sette re di Roma, il secondo dei quali, "Numa",
considerato il legislatore della città, porta un nome che è
l'inversione sillabica esatta di "Manu", e può essere anche avvicinato
alla parola greca "nomos", «legge». Si può dunque pensare che i sette
re di Roma altro non siano che una rappresentazione particolare dei
sette "Manu" per una particolare civiltà, come i sette saggi della
Grecia sono, d'altra parte, in condizioni similari, una
rappresentazione dei sette "Rishi" nei quali si sintetizza la saggezza
del ciclo immediatamente anteriore al nostro.
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