



Un punto fermo indiscutibile è questo: dagli ultimi mesi del 1918 fino al 12 settembre 1919, è stato tutto un anno fiumano, un anno del popolo di Fiume che protesta contro l'incomprensione di Versailles.
Come!, volete darci ai croati mentre da soli ci siamo difesi per quattro secoli. L'impero austro-ungarico è crollato, ma noi siamo una cità libera e indipendente. Prima di D'Annunzio cominciò così la lunga serie delle petizioni di Fiume a Wilson. In breve, la città reclamava per sè l'applicazione della libera autodeterminazione dei popoli.
L'onorevole Andrea Cossoinack, vivente attualmente a Venezia, deputato allora della città, il 18 ottobre 1918 aveva osato affermare al parlamento ungherese:
"Si scioglie la monarchia austro-ungarica? Ebbene io chiedo anche per la mia piccola Fiume il diritto di autodecisione. Essa non fu mai croata nel passato, bensì italiana, e italiana deve rimanere per l'avvenire."
Il 30 ottobre il Consiglio nazionale fiumano, cioè italiano, fatta sua questa rivendicazione, in piazza Dante, gremitissima di popolo, dichiarò Fiume annessa all'Italia.
Rimasi a Fiume circa un mese; i maggiorenti della città - buona parte dei quali erano stati ufficiali del nostro esercito - mi affidarono per D'Annunzio un messaggio che portai alla Casa Rossa, a Venezia. Il poeta lesse il documento, pubblicato poi il 9 aprile 1919 sul Corriere della Sera, e nacque così un'intesa amichevole fra un giovane capitano, appena laureato, e un grande poeta. Non mi disse nulla dell'impresa, ma abbracciandomi mi congedò con queste parole:
"Forse noi ci rivedremo presto".
In settembre l'impresa di Fiume intese proclamare anzitutto che il Patto di Londra non c'enrava con la città adriatica, che voleva unirsi all'Italia. Nell'intenzione degli Alleati, invece, Fiume doveva divenire una città internazionale, spartita press'a poco così: il porto ai francesi e agli inglesi la mezzadria, la sovranità sulle case all'Italia; il retrorerra immediato alla Jugoslavia. Una cosa talmente ibrida che fece un'impressione penosa e dolorosa, e questa fu forse una delle corbellerie alleate che affrettarono la marcia di Ronchi.
Ero stato nel frattempo nominato, dal Consiglio nazionale di Fiume, professore in quella città alla marcia materialmente non partecipai, ma due giorni dopo mi precipitai a Fiume. Ho vissuto così tutta la vita dell'impresa facendo il professore, il capitano e vedendo spesso D'Annunzio.
Quanto alla disciplina generale, guardate che non è vero quello che si è andato scrivendo qua e là, che i legionari fossero tutti scalmanati e magnafogo. No, il reparto degli Arditi, stava sotto la ferrea disciplina del colonello Repetto e del maggiore Nunziante; così il battaglione dei Granatieri con Reina, sempre a posto. I reparti militari erano bene inquadrati, ben tenuti e disciplinati.
Quando gli alletati fecero sapere, attraverso il nostro governo, che avrebbero gradito costituire Fiume in città libera, D'Annunzio colse subito la palla al balzo:
"Vogliono fare di Fiume uno Stato Libero? D'accordo: lo creo subito io".
Intercorsero estenuanti trattative tra D'Annunzio e il governo, ma voi sapete che D'Annunzio alla fine non accettò il modus vivendi portatogli, per incarico di Giolitti, da Badoglio, e in due giorni scrisse lo Statuto della Reggenza del Carnaro. Cominciò di lì a poco il blocco.
Per rispondere a Nino Valeri gli vorrei osservare che questo blocco, nell'ultimo mese e mezzo, non è stato una bazzeccola, è stato serio per tutti. Caviglia strinse la città di un assedio assai duro. Le parti stavano per venire al sangue. Il 22 dicembre (narro un piccolo episodio che però ha molta importanza politica) fui chiamato a Palazzo, e D'Annunzio mi disse:
"Tu hai la possibilità, col libretto ferroviario di professore, di uscire di qui. Parti subito e reca a Mussolini questo mio messaggio".
"Per le mani del capitano Marpicati" era scritto sulla busta. Lessi, perchè la lettera era aperta: "Sei tu pronto a far saltare le Preture e le Prefetture? La facciamo questa rivoluzione o no?"
Mussolini legge la lettera, si infiamma, sbuffa, s'indigna. Dice cose inaudite contro il governo, contro Giolitti, contro Caviglia; e anche contro D'Annunzio.
"Quel tuo poeta sarà grande, grandissimo, ma è pazzo, è pazzo".
Lo gridava a me; io ero ambasciatore... Convocò subito quelli che sarebbero diventati poi i pezzi grossi del fascismo. Seduta breve.
"Anche perchè, se no," disse Mussolini, "mettono dentro pure te, perchè tutti noi abbiamo alle calcagna i poliziotti di Giolitti".
Mi consegnò una risposta in busta chiusa, che io non feci altro che consegnare a D'Annunzio, ma soltanto dopo le "5 giornate di sangue". A Matuglie venni arrestato e rinchiuso in camera d'albergo. Feci parte dello scambio di prigionieri. E assistetti all'impressionante cerimonia funebre di Cosala, durante la quale celebrò e parlò monsignor Celso Costantini. Erano li, allineate, coperte dal tricolore, ben trentacique bare di soldati caduti da una parte e dall'altra. D'Annunzio improvvisò uno dei suoi più bei discorsi, brevissimo, forse il più bello e meditato ch'io l'abbia udito pronunciare. Accennò al sacrificio che avevano affrontato e accomunò nel ricordo anche i soldati che in nome del dovere avevano dovuto sparare sui legionari.
Arturo Marpicati


O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l'Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l'arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?


vai a scrivere su ABRUZZO RADICALE!Originariamente Scritto da rockenrolle
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pescara è la versione in mattoni di un campo nomadi...


su questo concordoOriginariamente Scritto da lupo1982
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Qui di tutto s'è parlato, Venezia, Fiume..., che di Pescara, che col Carnaro centra assai poco!
Raffaele