La Destra che in Italia non c’è
Storia di un’alba incompiuta. Ovvero, punti e appunti su AN che uno studio di Alessandro Campi ci dà motivo di pubblicare e che mettiamo in pagina dopo le elezioni per pura carità di patria
di Marco Respinti
Il Domenicale 22-04-2006
Manca, in Italia, la Destra. Un partito, cioè, lucidamente conservatore che rappresenti per le strade, in parlamento e al governo l’Italia con la sua storia intera (non solo pezzi), capace di razionalizzare il rapporto con gli aspetti scomodi e controversi di quella, d’intendere, incarnare e servire il sensus Italiae, e d’intercettare, interpretare e indossare l’ethos degl’italiani, che non è la mera somma delle loro opinioni.
Una forza, cioè, che politicamente si presti a quell’esercizio di spavalda umiltà che è la disponibilità a farsi carico del modo di sentire comune all’intero popolo italiano anche se e quando quel popolo (più) non ci crede, si divide, contesta e addirittura ci sputa sopra. Un vero partito della nazione, insomma, che s’identifichi con il Paese stesso anche quando, e se, il Paese non s’identifica più con se stesso, e a cui per definizione, principio e fatto va dunque stretta la dizione “partito” giacché la parte da cui sta è l’intero.
Manca, in Italia, l’alleanza nazionale, un “partito” di quella nazione che è altro rispetto a “Stato” e “governo”, di più delle sole istituzioni e ben oltre l’addizione dei suoi singoli cittadini.
Vi sono, invece, troppe Sinistre. Poi un interessante esempio di socialismo non solo anticomunista, ma persino “antisocialista”. Un vasto mondo liberale, rappresentato soprattutto da Forza Italia, variegato e contraddittorio com’è e dev’essere un mondo liberale che sta ancora scoprendo se stesso e che, facendolo, non ha ancora tirato tutte le somme quanto al liberalismo, ai liberalismi e alla libertà. E infine i cosiddetti “centristi”, cattolici che scendono in politica proprio in quanto cattolici dentro quello che oggi è il Centrodestra (gli altri “centristi”, invece, cattolici nel Centrosinistra, sono il resto di vecchie consorterie di potere radicate localmente oppure, quando si tratta di persone serie, foglie di fico).
Anche senza rivangare presunte nostalgie democristiane, sono però un’ambiguità: da un lato il legittimo voler far politica espressamente da cattolici, dall’altro una sopravvivenza che non ha più ragione di essere in uno scenario (fortunatamente) bipolare. Ovvero, se non quel che resta di un partito confessionale, certamente la sua suggestione. Che però non ha più – se mai l’ha avuto, al di là del fare virtù di una necessità – senso.
Il cattolico in politica deve infatti farsi interprete dell’italianità nella sua interezza, della cultura europea e occidentale, del diritto naturale, della persona umana integrale e dell’ordine civile che da ciò deriva. Tutto nel quadro di quell’idea di morale sociale naturale che, essendo per questo anche cristiana, è la dottrina sociale della Chiesa. Eventualmente generando anche un partito, ma questo costruito su quell’umanesimo che, se è patrimonio tipico del cattolicesimo, vive comunque di una cogenza propria.
Un partito così è del resto in grado di attrarre anche dei non cattolici. Oppure no, ma per astio verso il suo umanesimo: di modo che nessuno possa affermare di non riconoscersi in un partito siffatto giacché non credente. Curioso, peraltro, che oggi in quest’ambito le iniziative più intriganti vengano dal mondo del “liberalismo contraddittorio” (cito come testimone a discarico Marcello Pera).
Tutte cose, queste, che riportano però alla Destra che in Italia non c’è. Inutilizzabili sono infatti il cartello elettorale oggi riunito in Alternativa sociale e – outsider ma simillima – la Fiamma Tricolore. Eredi, comunque la si metta, di una cultura che nel fascismo ha trovato una incarnazione storica significativa (cosa diversa e più profonda del meschino riduzionismo che le caricaturizza come neofasciste), sono, appunto come il fascismo, se va bene una maionese impazzita, se va male un pollone legittimo, anche se “eretico”, della tradizione socialistica.
Resta dunque il partito su cui riflette Alessandro Campi – associato di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia – in La destra di Fini. I dieci anni di Alleanza Nazionale, 1995-2005 (Marco Editore, Lungro di Cosenza 2006; tel.0981/947088), un libro ricco di spunti da cui, fra l’altro, una cosa si evince con assoluta chiarezza. Che la trasformazione del Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale operata da Gianfranco Fini è un’alba incompiuta.
Ora, le critiche interne mosse ad AN sono da tempo numerose, ma le polemiche verso il suo leader sono sempre state miserande, assumendo costantemente la piega dell’accusa, più o meno velata, di tradimento. Nulla, però, di più parvenu. Fini ha infatti “semplicemente” seguito la via di Giorgio Almirante – il quale sagacemente intuì il bisogno di allargare il vecchio MSI (personale e cultura) in Destra Nazionale –, ma in più del suo mentore ha avuto dalla propria i tempi storici e i contesti internazionali (una volta tanto maturati e non solo progrediti).
Così AN ha proceduto lungo l’unica strada possibile fra ricambi non pienamente riusciti ma indispensabili, superamento senza falsi pudori dell’ipoteca spuria posta dal fascismo sul concetto di “Destra” e promozione di una “Carta dei valori” d’identificazione e proposta che ha pochi eguali nel nostro Paese.
Le premesse per la nascita di una Destra autentica per l’Italia, insomma, Fini le ha poste tutte. Ma alle premesse si è fermato. E così, a metà del guado, AN non è il suo passato e tantomeno il suo futuro.
Trasformazione incompleta e rigenerazione pure, Fini è oggi il leader di uno stato maggiore che gli tira più di sciabola che di fioretto e di truppe che non sanno né dove né perché marciare. Il tutto costretto in un pensiero abborracciato e in una riflessione superficiale.
In ultimo, annaspando nel mare delle idee altrui, al referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005 Fini se n’è uscito con affermazioni contraddittorie rispetto alla sua “Carta dei valori” che hanno posto la pietra tombale sulla fiducia accordatagli da molti di quegl’italiani che hanno sinceramente creduto in lui per la nascita di una Destra autentica per l’Italia. Rivelando peraltro che lo smarrimento di AN non è l’effetto di una crescita sofferta, ma il coltivare sindromi di Peter Pan in un mondo di “cattolici adulti”, lodevole abnegazione di alcuni isolati a parte.
Scandalo? Nessuno. C’è però che in Italia la Destra non c’è. Finiremo come i francesi, imprigionati nel mito di una storia nazionale monca e in parte artefatta tanto incapacitante da partorire solo rassemblement per definizione inidonei a essere quel che dovrebbero essere, cioè vere alleanze nazionali? Può darsi. A dieci anni dalla nascita di AN, però, è triste. Ma soprattutto inquietante.
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