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    Predefinito liguri antichi abitanti d'europa

    Liguri, antichi abitanti d'Europa ( prima parte)
    1
    Dalla preistoria alla colonizzazione romana


    . . . montani piratae qui Alpium asperrima colunt . . .Varr.



    Le prime testimonianze a proposito dei Liguri risalgono ad Esiodo, Ecateo di Mileto ed Eschilo, che li citano come i più antichi abitatori dell’Italia.
    Le fonti che descrivono le popolazioni liguri, il loro modo di vivere, la loro fiera lotta per l’indipendenza contro gli eserciti romani, sono scaglionate su ben dieci secoli, frammentarie e , soprattutto, sono le voci dei vincitori.
    I Liguri non scrissero di loro stessi, delle loro origini e delle migrazioni che li portarono sul Mediterraneo, dal Rodano all’Arno, nè parlarono della loro fierezza, dell’amore per le montagne dalle quali traevano a gran fatica di che vivere e che veneravano, adorandone le vette.
    Le voci dei Romani ci raccontano di in popolo ribelle, che rifiutò più di ogni altro di piegarsi alla potenza dell’Urbe e sta a noi tradurre la malvagità in spirito indomito, la sedizione in desiderio di libertà.
    Strabone, Plutarco, Floro e Diodoro Siculo sono concordi nel definire i Liguri come il popolo che più creò problemi agli eserciti romani[1], caratteristica estremamente negativa agli occhi di questi storici, indice di ferocia barbarica, ma il dato, letto da un altro punto di vista, è il segno della fierezza e dell’ indipendenza di un’ antica stirpe.
    Virgilio e Livio ci descrivono i Liguri come genti rozze, incuranti dell’ arte, della cultura e della loro stessa storia.
    Catone dice che neppure essi sapevano da dove provenissero e, ancor oggi, l’ origine dei Liguri e le loro migrazioni preistoriche rappresentano un affascinante mistero sul quale gli storici e gli archeologi hanno fatto luce solo parzialmente.
    Gli studiosi antichi ci hanno lasciato ipotesi varie e spesso in contraddizione fra loro, alle quali occorre, però, rifarsi per un confronto con le teorie più recenti avanzate dai paleoantropologi.
    Strabone e Diodoro Siculo ritenevano che fossero di origine greca; Plinio, Pseudo Scillace e Festo Avieno li dissero Iberici, mentre Plutarco li aveva classificati come Celti.
    Dionigi d’ Alicarnasso ricorda che si favoleggiava dei Liguri identificandoli con i mitici Aborigeni, finitimi degli Umbri, ma che, in realtà, nessuno conosceva la loro origine.
    Più facile era per gli storici antichi rifarsi alla espansione territoriale delle varie tribù liguri, confondendo, però, in questo modo, le terre occupate durante le tappe di una lunga migrazione con quelle dalle quali tale migrazione era partita.
    I Liguri per un lungo periodo si erano spostati nell’ Europa Occidentale acquisendo o abbandonando territori; i vari momenti della loro espansione sono registrati dagli antichi scrittori.
    Quando Esiodo parla degli abitanti delle coste occidentali del Mediterraneo cita esclusivamente il popolo dei Liguri; Eratostene testimonia la loro espansione territoriale chiamando Ligustica la penisola Iberica, mentre Aristotele ed Ecateo li collocano in Provenza, sul basso Rodano.
    Polibio dice che i Liguri, incalzati dai Celti a Nord e dagli Etruschi ad Est avevano perso grandemente terreno e si erano ridotti tra il Rodano e l’ Arno, comprese le regioni alpine ed appenniniche e il Sud della pianura piemontese[2]
    Livio ricorda che avevano, un tempo, il dominio dell’ intera valle del Po e Giustino afferma che erano stanziati anche nella valle dell’ Arno.
    Questo è quanto ci tramanda la tradizione più antica, né gli scritti degli studiosi dell' epoca medioevale e di quella rinascimentale servono a far luce a proposito dell' origine dei Liguri.
    Nonostante il procedere della Paletnologia, ancor oggi non esiste una teoria comprovata che possa indicarci le terre dalle quali le prime tribù liguri iniziarono le loro migrazioni.
    Malgrado le teorie sull' etnogenesi dei Liguri siano varie e spesso in contrasto tra di loro, tutti gli studiosi concordano sul fatto che essi furono fra i più antichi abitatori dell' Europa occidentale.
    Il Berthelot[3] giunge alla conclusione che i Liguri abbiano avuto origine nell' Europa settentrionale, basandosi sia sui racconti mitologici, sia su dati archeologici quali la rappresentazione del cigno sulle armature, presente nella tarda età del bronzo e l' uso di ornamenti e talismani d' ambra.
    L' ipotesi turanica, che vuole i Liguri discendenti degli Ugro-Finni, è ormai considerata poco accettabile. Essa si basa sulla comparazione dell' ultimo residuo linguistico della razza turanica, il basco, con i pochi vocaboli liguri giunti fino a noi[4].
    Il Curotto confuta questa teoria mettendo in evidenza il fatto che neppure la toponomastica constata alcuna sinonimia tra nomi baschi e nomi liguri[5]
    Il fatto che tutti i documenti mitologici connettano i Liguri con il Nord, sostiene la tesi dello stesso Curotto, che, poggiandosi alle teorie del Muellehof[6] considera le popolazioni liguri protoarie, ossia venute in Europa con le primissime migrazioni dall' Asia.
    Non si conoscono con certezza le regioni dalle quali passarono le ondate migratorie; nulla vieta di supporre che i protoariani, come altri dopo di loro nei secoli, si diressero inizialmente verso il Nord Europa, per poi scendere a Sud, sospinti dall' incalzare di nuovi popoli.
    ( continua)






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    .[1]E. Curotto “La Liguria dalla preistoria alla sua fusione con Roma” - Quaderni di studi romani -Roma 1942.
    [2]La zona intorno al monte Ebro,della quale tratteremo in modo specifico nella seconda parte di questo volume, era abitate dai Liguri Euburiati.
    [3]A. Berthelot "Le Ligures- Revue Archéologique", 1933.
    [4]F. Molon" Preistorici e contemporanei”, 1880.

    [5]E. Curotto " La Liguria dalla Preistoria alla colonizzazione romana"
    [6]E. Curotto opera citata.


    I Liguri, antichi abitanti d'Europa ( seconda parte)
    . . . adsuetumque malo Ligurem . . . Virg. Aen.




    I costumi e le attività dei Liguri prima della colonizzazione romana sono stati descritti da storici antichi illustri ed attendibili come Tito Livio e, in epoche recenti, queste testimonianze sono state confermate dai numerosi ritrovamenti archeologici .
    Le popolazioni liguri, dai Balzi Rossi alla Palmaria, alle sommità dell' Appennino vivevano di caccia, dei prodotti della pastorizia e dell' agricoltura, usavano manufatti litici ed ossei, lavorati con notevole abilità.
    Il lavoro degli archeologi ha riportato alla luce stupende asce in pietra, levigate con incredibile perizia, talmente affilate e robuste da poter abbattere i grandi faggi appenninici, frammenti di corda e di stoffe di lino.
    L' uso dei metalli è piuttosto tardo, risale, circa al 600 a.C., periodo nel quale si iniziarono a fabbricare utensili in bronzo; il ferro fu sfruttato quasi esclusivamente per scopi ornamentali.
    Tito Livio ci parla di una stirpe indomita, rude e fiera, che passava la vita tra le foreste, in lotta con gli elementi e le belve.
    I Liguri non erano conquistatori di terre e uomini, amavano vivere in sedi fisse, coltivando lino e orzo[1],melo, nocciolo e castagno.
    Vivevano in oppida e castella, tenevano conciliabula in apposite piazze e in campi di riunione[2],dimoravano in vici o viculi presso sorgenti e posti, in genere lungo vie frequentate.[3]
    Le tribù liguri vivevano isolate le une dalle altre, come clans autonomi retti da un capo che presiedeva anche a riti religiosi.
    La proprietà privata non era in vigore[4], nei nuclei familiari esisteva una tendenza al matriarcato, anche se i figli erano riconosciuti dai padri.
    In caso di grave pericolo i vari clans si associavano per combattere, ma, finita l’ emergenza, riprendevano la loro vita indipendente.
    Esiste una scarsa documentazione a proposito delle credenze religiose degli antichi Liguri, rappresentata soprattutto da epigrafi di epoca romana, provenienti dalle regioni Alpine ed Appenniniche. Venivano venerate le vette delle montagne, le piante e, soprattutto, le sorgenti[5].
    Il culto delle vette era spesso associato a quello dei venti e diverse iscrizioni ricordano la venerazione per il faggio, alto e forte, in grado di sopravvivere a chi lo ha piantato.
    Il corvo ed il serpente sono spesso raffigurati nella pietra dagli antichi Liguri, erano probabilmente oggetto di culto insieme a tutto ciò che pareva animato o generatore di vita: il sole, la luna la stella del mattino e quella della sera, la terra ed il fuoco.
    Il legame con la propria terra, quello che spingerà intere tribù a suicidarsi, piuttosto che affrontare la deportazione ad opera dei Romani, appare chiaramente connesso all’ adorazione per gli elementi che di quella terra- madre fanno parte.
    I testi classici forniscono elementi sufficienti per connotare fisicamente e caratterialmente gli antichi Liguri.
    Diodoro Siculo descrive una razza di individui tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi....Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un’ esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro.
    E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l’ intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l’ incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre... A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi...Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali...Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve...essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo. [6]
    Lucano descrive la capigliatura lunga e irsuta dei Liguri, mentre Livio parla della loro resistenza alla fatica, dell’ agilità e velocità nella corsa.[7]
    Cicerone narra di uomini attivi, forti e intrepidi[8]e del medesimo avviso è Virgilio, nelle Georgiche, anche se, poi, nell’ Eneide descrive i Liguri in modo assai poco lusinghiero, facendoli apparire come astuti, mendaci e perfidi, in grado di trarsi d’ impaccio con trovate abili ed insidiose.
    Il medesimo quadro del carattere ligure ci viene fatto da Catone e dalla maggior parte degli storici romani ed ancora si sente in questi scritti la voce del popolo dominatore, troppo spesso e troppo a lungo beffato da bande di rozzi montanari.
    Vincitori o vinti i Liguri furono sempre dei ribelli[9], tanto da non riconoscere capi carismatici che li guidassero nelle lotte per l’ indipendenza.
    Rispettosi della libertà altrui come della propria, non si ricorda nessuna spedizione di conquista partita dai loro monti, ci appaiono attraverso i secoli quasi fatti ad immagine delle loro aspre montagne, duri e stabili come esse[10].








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    [1]Gli storici romani affermano che la bevanda più diffusa fra i Liguri era la birra, la coltivazione della vite fu introdotta con la romanizzazione.
    [2]Liv.XXI,33,2; XXV,3,6; XXIX, 32,2.
    [3]Liv.XXI, 32,7,XXXV,11,XXXIX,2,7.
    [4]GiustinoXLIII,3,8.
    [5]Plin. .XXXI,4.
    [6]Diod.IV, 20,1,2
    [7]LivXXIX,2,3, XXXIX,16,4, XL,27,12.
    [8]Cic.De lege agraria.
    [9]Liv. XXXIX, 1; XL,18 .
    [10]Curotto” I Liguri dalla preistoria alla colonizzazione romana”



    I Liguri, antichi abitanti d'Europa ( terza parte)
    . . . durum in armis genum . . . Liv.




    Le guerre di Roma contro i Liguri[1], proprio a causa del profondo bisogno di indipendenza insito nell’animo di questi ultimi,furono lunghe, dure ed aspre.
    Per mettervi fine i Romani non trovarono altra via che la deportazione in massa dei popoli che avevano dato più filo da torcere ed i Liguri ancora una volta seppero ribellarsi anteponendo la libertà alla loro stessa vita.
    Narra Livio che una intera tribù sub radice Alpium scelse la via del suicidio collettivo per non abbandonare la terra degli avi.
    La sconfitta definitiva dei Liguri viene storicamente determinata con la pace degli Ingauni ed è strettamente legata alle vicende delle guerre Romano-Puniche.
    Negli anni che seguirono immediatamente la fine della prima guerra punica una coalizione dei Boi e dei Liguri aprì le ostilità contro Roma; nel 238 a.C. si sfiorò la guerra, ma sorsero attriti fra i confederati e l’ alleanza si sciolse.
    Con la marcia di avvicinamento di Annibale alle Alpi arrivò per i Liguri, per i Galli Boi ed Insubri la speranza della rivincita su Roma[2].
    Annibale preparò e sostenne la rivolta sul Po del 218, che distolse le due legioni di P. Scipione[3], impedendo al console di imbarcarsi per la Spagna.
    Quando i Romani furono pronti a Pisa con un nuovo contingente, Annibale era oltre il Rodano; lì tentarono di intercettarlo, contando sull’ appoggio dei Massilioti, da sempre avversi a Cartagine, ma non ebbero successo.
    Il condottiero cartaginese ebbe guide dai Boi e dagli Isubri, che gli mostrarono il cammino verso i valichi alpini loro noti.
    Gli indicarono probabilmente la via del Monginevro, che le tribù dei Galli avevano disceso a suo tempo per stanziarsi nella Pianura Padana.
    Annibale, ci tramanda Polibio, riteneva che Scipione lo attendesse a quel valico già noto: risalì la valle dell’ Isère e si fece guidare dagli Allobrogi lungo il cammino delle Alpi.
    I Liguri furono le guide di Annibale sull’ Appennino: come gli Allobrogi dovettero accoglierlo con ogni onore.
    Il condottiero punico era palesemente l’ unico in grado di opporsi all’ arroganza romana, con il suo grande esercito e i trentasette elefanti, che avevano superato indenni le nevi alpine.
    I grandi animali esotici dovettero sembrare ai montanari macchine da guerra terribili, indici di un potere quasi divino; li videro poi morire di stenti quasi tutti prima della battaglia della Trebbia.
    I Liguri, come i Boi, gli Insubri e gli Allobrogi fornirono esploratori e truppe ad Annibale, partecipando al secondo scontro fra Romani e Cartaginesi, quello sul fiume Trebbia.
    Nell’ accanita lotta lungo le rive della Trebbia Annibale seppe trovare un nuovo,feroce alleato locale.
    Aveva scelto con cura le posizioni sulle quali attestarsi, narra Polibio, studiando la natura dei luoghi della riva sinistra del fiume, dopo aver disceso i sentieri che i Liguri gli avevano mostrato; il campo romano, dove Scipione giaceva ferito nella sua tenda, stava sull’ altra riva.
    Prima dell’alba nutrì abbondantemente uomini e cavalli e li fece riscaldare intorno a grandi fuochi; ai soldati fornì olio di oliva, perchè si ungessero il corpo e lo proteggessero dal nevischio che cadeva a raffiche,poi cercò lungo il corso del fiume un luogo dove riparare una parte delle sue truppe ed attaccò i Romani, provocandoli a tal punto che essi uscirono digiuni nel freddo del mattino.
    Fingendo di ritirarsi li spinse a guadare il fiume e il nuovo alleato colpì, col gelo delle sue acque, placide solo in apparenza.
    I legionari semiassiderati che uscirono dalla Trebbia combatterono con valore, ma alla fine degli scontri, dopo che Annibale aveva messo in campo le truppe nascoste all’ alba lungo la riva, la Trebbia era gonfia di corpi e di scudi [4].
    Dopo la partenza dell’ esercito vittorioso, l’ eco della gloria di Annibale rimase nelle valli dell’ Appennino: a lungo nei secoli dei secoli ed ancora ai giorni nostri, se a Bobbio si stampa un giornale- La Trebbia- che porta nella testata ...un medaglione di Annibale.[5]
    La sconfitta di Cartagine alla fine della seconda guerra punica segnò un momento decisivo e tragico per i Liguri: Roma, liberatasi del grande nemico potè concentrare le sue forze per la pacificazione del suolo italico.
    Dal 180 a.C., nonostante qualche sporadica insurrezione, i Liguri entrarono nell’ orbita dell’ Urbe; combatterono valorosamente per Roma nella guerra contro Giugurta ed in quella contro i Cimbri e i Teutoni.

















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    [1]L’ inizio delle guerre romano- liguri risale al 237 a.C.; la fine si ebbe dopo la sconfitta di Cartagine, intorno al 180 a.C., con la pace degli Ingauni e la deportazione dei Friniati nel Sannio.
    [2]I Romani avevano sottomesso le popolazioni della Valle Padana tra l’ Appennino e il Po, tra Clastidium e i Boi, nel 222, sotto la guida del console Flaminio Nepote. Gli abitanti di questa zona erano Liguri; Plinio li cita erroneamente come Galli Anari ed Anamori, nomi che caratterizzavano due tribù liguri, come dimostra Tito Livio. Anari - Anamori, significa abitanti di zone soggette ad acqua, furono i costruttori di palafitte della zona padana.
    [3]P ublio Cornelio Scipione, padre di P. C. Scipione l’ Africano, il vincitore di Zama, che a quest’ epoca, diciassettenne segue il padre e già si distingue in battaglia.
    [4]Silio Italico; dice anche che gli stessi Cartaginesi erano a tal punto tormentati dal freddo che sentirono appena la letizia della vittoria
    [5]G. Granzotto “Annibale” Mondadori 1980.



    I liguri, antichi abitanti d'Europa ( quarta ed ultima parte)
    ...Quos timuit superat; quos superavit amat.[1]




    Il territorio dei Liguri divenne la IX regio; ne abbiamo scarse notizie, per lo più riguardanti Albingaunum e Albintimilium.
    Livio narra che, dopo la sottomissione a Roma, parte dei Liguri fu forzosamente trasferita in pianura;[2]chi rimase sui monti fu privato delle armi e lasciato alla sua vita primitiva.[3]
    Gli insediamenti liguri situati nei punti strategici dell’ Appennino ( oppida, fora, castella, vici..) assunsero sempre più importanza col progredire della rete viaria romana nella zona.
    Nel 109 a.C. il censore Emilio Scauro fece tracciare lungo l’ Appennino Ligure, la via Aemilia Scauri, che prolungava una strada già esistente, costruita da Aurelio Cotta due secoli prima.
    Nel 12 a. C. La via Aemilia Scauri fu continuata da Augusto e prese il nome di Julia Augusti.
    Augusto fece anche ripristinare la via che collegava il porto di Vado con Aquae Statiellae e Derthona, attraverso la valle Bormida e quella che dalla costa risaliva la valle del Tanaro, verso Pollentium e Alba Pompeia..
    Le vie romane diedero una svolta decisiva alla vita economico- culturale della Liguria incentivando la crescita delle città costiere, che divennero centri portuali e commerciali sempre più fiorenti.
    Dall’ Appennino prese il via un flusso migratorio diretto alle città litoranee quali Genua, da un lato o ai grandi centri della pianura come Derthona e Vicus Iriae.
    La pacificazione delle tribù liguri, con la conseguente fusione con Roma, può essere datata intorno al 7 a. C., quando fu innalzato il trofeo delle Alpi alla Turbia, presso Monaco, per celebrare le vittorie di Augusto e l’ unificazione dell’ Italia[4] entro il confine delle Alpi.





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    [1]Roma. Rutilio Namaziano Itin. I, 72
    [2]Liv.XXXIX 2,4.XL 53,2.
    [3]Floro I 19. Diod.V 39.
    [4]...Diis sacra...Plinio, N. H., III 20.

  2. #2
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    Predefinito

    Le origini etniche dei liguri
    Le origini etniche dei Liguri



    È uno scherzoso paradosso affermare che, allorché si costituiva il primo germe delle futura etnia dei Liguri, essi naturalmente non sapevano di chiamarsi cosi. Ma, del resto, neanche dopo lo avrebbero saputo, perché questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (*Liguses) e poi dai Romani (Ligures), formandolo probabilmente da una base linguistica preindoeuropea *"liga", "luogo paludoso", "acquitrino", ancora viva nel francese "lie" e nel provenzale "lia": e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano.

    La storia dei Liguri parte da molto lontano. E' singolare, infatti, la constatazione che i Liguri, una popolazione fino ad oggi assai poco studiata e quindi conosciuta a livello generale, in realtà sono, tra i popoli d'Italia, quelli che siamo in grado di seguire dai tempi più remoti. Abbiamo questa possibilità soltanto per loro, se consideriamo la situazione dell'Italia Settentrionale al tempo dell'ultima grande glaciazione, quella di Wurm, allorché dovunque dominavano ghiacci o inospitali distese gelate. Dappertutto, tranne che lungo l'arco dell'attuale costa ligure, quasi un istmo fra penisola italica ed area franco-cantabrica, in cui il clima era quasi primaverile: in ogni caso sopportabile per flora, fauna ed esseri umani. E la nostra storia comincia proprio circa 25.000 anni fa, sul finire del Paleolitico Superiore, con quegli esseri umani che presero a frequentare le caverne dei Balzi Rossi, oggi a pochi metri dal confine francese, sulla costa, proprio sotto il villaggio di Grimaldi, che si trova a monte. In realtà queste grotte erano state frequentate già da migliaia di anni. Prima dell'epoca di cui parliamo le abitò l'uomo di Neanderthal, il quale scomparve o (più probabilmente) fu eliminato dall'uomo di Cro-Magnon (così detto da una località della Francia atlantica), a cui si deve la mirabile fioritura artistica delle grotte della civiltà franco-cantabrica. Nel momento di cui parliamo, esisteva un contatto diretto fra le coste atlantiche e la Liguria attuale.

    In effetti, l'uomo dei Balzi Rossi costituiva la propaggine più orientale dell'uomo di Cro-Magnon. Se, come si è detto, prima che la fine dell'ultima epoca glaciale interrompesse i contatti, i ghiacci arrivavano a lambire la Liguria sin sul crinale a poca distanza dalla costa, lì invece era quasi primavera. Per effetto della glaciazione il mare si era ritirato e le grotte non si trovavano, come oggi, a 20 metri dal mare, ma a 10 chilometri, era dunque permesso l'insediamento umano ed animale. O, per meglio dire, l'insediamento umano esisteva proprio a causa del continuo passaggio di selvaggina di grossa taglia: bisonte, bue muschiato, stambecco, cavallo selvaggio. L'uomo viveva di caccia e, in minima parte, di raccolta. Non conosceva neppure la pesca, se non quella di fiume e torrente, al massimo raccoglieva qualche mollusco lungo gli scogli della costa. La prima cosa notevole da segnalare è la particolare struttura scheletrica e la notevole massa muscolare dei frequentatori dei Balzi Rossi: l'esemplare maschio adulto poteva raggiungere e superare l'altezza dei due metri e non essere mai inferiore ai 180 cm. E soprattutto tombe maschili sono venute alla luce nelle sepolture scavate a partire dagli anni '70 del secolo scorso sino ai primi del '900: ne emerge una civiltà prettamente patriarcale con la donna in posizione subordinata (proprio come avviene in tutte le comunità di cacciatori). Sembra poi di capire che quegli uomini di cui è stata trovata la tomba avessero una posizione privilegiata all'interno della comunità: lo si deduce dal colore rosso dell'ocra che ricopriva sia i corpi che le tombe, da ricondursi al concetto del rosso come celebrazione della sovranità, presente tra l'altro anche in diverse manifestazioni di Roma antica. Si trattava evidentemente di capi. Vennero anche rinvenuti oggetti che in apparenza potrebbero suggerire una civiltà matriarcale: statuette di donne con caratteristiche sessuali esagerate, le cosiddette Veneri paleolitiche ritrovate anche in molte altre parti d'Europa, sempre associate ai resti del Cro-Magnon. Ma esse non devono far pensare ad una civiltà matriarcale, sono solo un tributo che questa umanità offriva al sacrum, al mistero della sessualità e della fecondità. Siamo di fronte, in ogni caso, ad una società spiritualmente molto sviluppata: sia nelle grotte atlantiche che ai Balzi Rossi sono stati trovati elementi (ad esempio, tacche incise su strumenti, ossa o pareti) che fanno pensare addirittura ad un sistema di calcolo del tempo, delle stagioni e delle costellazioni.

    Il dominio dei cacciatori durò per migliaia di anni e l'ultima sua fase, che contrassegna le estreme manifestazioni della civiltà franco-cantabrica collegata all'uomo di Cro-Magnon, viene definita "Epigravettiano" (dalla località di La Gravette, in Dordogna): una fase culturale che in Liguria durò più a lungo, pervenendo, con diversi aspetti regionali, sino alle soglie del Neolitico. Circa 18.000 anni fa il distacco dell'area ligure dalla vicina area francese viene ad approfondirsi. Finiti i rigori e la presenza del ghiaccio, la valle del Rodano viene allargata e quindi resa impraticabile. Dove erano i ghiacci si distende una serie interminabile di paludi e questo provoca una rottura irrimediabile fra la zona atlantica e quella italica. Nell'area atlantica i residui dei Cro - Magnon daranno origine alla civiltà maddaleniana e saranno alla base (secondo l'opinione di molti) del grandioso fenomeno del megalitismo. Alcuni andranno a nord e (si pensa) contribuiranno alla formazione della razza falica o dalica. Molti si sposteranno a sud e attraverso la Spagna raggiungeranno l'Africa del Nord. Daranno vita alle etnie dei Guanci nelle Canarie, dei Cabili dell'Algeria e dei Berberi dell'Atlante e, più in generale, alla sottorazza detta degli Atlanto-mediterranei. Le popolazioni che rimarranno sul posto daranno origine all'attuale popolo dei Baschi. Esistono recenti ricerche (ad es., di L. e F. Cavalli Sforza) che, utilizzando le più aggiornate conoscenze della genetica, provano questa continuità.

    Anche se non circola più da quelle parti l'uomo alto due metri e la cacciagione di grossa taglia, si può dire che i Baschi siano i moderni discendenti dell'Uomo di Cro-Magnon: lo prova, tra l'altro, l'alta frequenza del gruppo sanguigno 0 negativo e la spiccata dolicocefalia. Coloro che poi erano rimasti nell'area ligure lasciarono le loro tracce un po' dappertutto, fino alla Toscana settentrionale.

    L'apporto etnico successivo sarà quello dei popoli mediterranei ovvero dei portatori della civiltà neolitica e quindi dell'agricoltura e della ceramica. Se pur non ne esistono le testimonianze archeologiche (come ricordava anche il grande storico delle religioni Mircea Eliade), vi è oggi tra gli studiosi la tendenza diffusa ad affermare che la civiltà neolitica si sia propagata lentamente dal Medio Oriente verso la Grecia e il corso del Danubio, quindi lungo le coste del Mediterraneo per mezzo di un piccolo cabotaggio. Per quanto riguarda la Liguria, l'unica area in cui ci sono prove archeologiche del manifestarsi della nuova cultura neolitica è quella di Finale Ligure, un'area abbastanza ampia nell'attuale provincia di Savona. Nelle grotte di Finale (in particolare nelle grotte della Pollera e delle Arene Candide) la civiltà agricola lascia le prime tracce del lavoro dei campi e della ceramica. Ma gli scheletri ritrovati hanno caratteristiche che ricordano le precedenti popolazioni dei cacciatori, il che significa che avvenne un matrimonio, un incontro tutto sommato pacifico fra la civiltà dei cacciatori e quella degli agricoltori (un fenomeno antropologico che si è riscontrato - e tuttora marginalmente si verifica in certe zone remote dell'Africa centrale - in epoche ed aree diverse del nostro pianeta ).

    Nello studio della conformazione dei crani si avverte una rottura, ma anche una continuità. La caratteristica dominante dei crani Liguri - dall'uomo dei Balzi Rossi (Cro-Magnon) - alla conquista romana - è una dolicocefalia nettamente sviluppata. Il Neolitico non incide profondamente in quell'antica società, almeno fino a che non si sottentra nella successiva età dei metalli. Un'epoca che un tempo non lontano sembrava remotissima ed oggi invece ci appare più vicina. Più vicina, s'intende, se consideriamo le cose in una prospettiva più ampia, metastorica: ma in realtà, più lontana in termini di cronologia assoluta. Pensiamo un po' al cosiddetto "uomo (o mummia) del Similaun", ritrovato pochi anni fa in Alto Adige: un cacciatore, forse uno sciamano, riemerso fortunatamente dai ghiacciai al confine con l'Austria. Fra le altre cose, ha con sé un'ascia dalla lama metallica, di rame (un rame che egli stesso fuse per sé). Le analisi al carbonio 14 fanno risalire la mummia al 3500 a.C., cioè a 5500 anni fa. In precedenza si pensava che il rame in Italia fosse sconosciuto in quell'epoca, ma adesso bisogna retrodatare il suo uso di circa un migliaio di anni. Ed è singolare come quell'ascia rassomigli molto alle asce raffigurate in Liguria sulle statue-stele della Lunigiana o nelle prime incisioni rupestri di Monte Bego.

    Si pensava in un primo tempo che la Liguria fosse una regione povera di minerali, poi si è scoperto che nell'entroterra fra Chiavari e Sestri Levante esisteva una miniera di rame, a Libiola, sfruttata sin da epoca remotissima: analisi al carbonio 14 hanno dimostrato che vi si estraeva il metallo già 4500 anni fa. E la futura città di Chiavari (ma come si sarà chiamata allora?) nascerà come primo centro abitato sulle coste della Liguria proprio grazie alla presenza di questa miniera, dal momento che il rame vi veniva esportato tramite un approdo marittimo. Il professor Nino Lamboglia è stato l'autore di cinque campagne di scavo nella necropoli di Chiavari, che però risale all'età del Ferro, al VIII secolo a.C. Fra il 2500 e l' VIII secolo a.C. esiste naturalmente un lungo iato di tempo: come può essere colmato? Il prof. Lamboglia, durante gli scavi, studiandone la stratigrafia, aveva notato che la necropoli sorgeva su un luogo reso asciutto (così, almeno, egli pensava) mediante un'impermeabilizzazione artificiale ottenuta tramite uno strato di minuti cocci, che l'antica popolazione avrebbe appositamente steso a quello scopo. Tuttavia, Lamboglia non analizzò o, meglio, non ebbe il tempo per analizzare adeguatamente proprio questo strato, l'ultimo della serie, cosa che fu compiuta solo negli anni '80 di questo secolo. Ebbene, questo strato di cocci è composto da anfore di ceramica risalente al XIV-XIII secolo a.C. e si trattava, dunque, non di un fondo artificiale, ma di una base naturale di spiaggia, di riporto, lavorata dal mare, che attestava un traffico ed uno scambio di merci sulla costa già in quell'epoca lontana. Siamo agli albori dell'età del Bronzo e tale attività può essere agevolmente connessa con l'esportazione del minerale di rame e la miniera di Libiola. Poi, in seguito, nascerà il vero e proprio centro abitato e la necropoli ad incinerazione di Chiavari.

    Analizzando il territorio ligure si capisce anche il carattere della popolazione. La gente ligure è stata sempre ritenuta chiusa, inospitale, difficile. I Romani la ritenevano "dura e agreste". Tuttavia questa regione ha subito anche infiltrazioni lente e pacifiche di altre genti. All'inizio dell'età del Bronzo, dalle Alpi settentrionali si riversarono popolazioni che possiamo riconnettere con il mondo dei "campi d'urne", vale a dire col crogiolo delle popolazioni indoeuropee che in parte popoleranno l'Italia. I Latini traggono origini da lì e così i Veneti e tante altre popolazioni italiche. In quest'epoca è ancora difficile distinguere i popoli italiani da quelli celtici. Oggi esiste una "moda celtica" o panceltica che, intendiamoci, ha più di una giustificazione rispetto alla misconoscenza del passato, ma, appunto, non bisogna esagerare. Popolazioni che possiamo definire "preceltiche" si infiltrano comunque già in età antichissima nel Piemonte e nella Liguria centro-orientale, mentre la Liguria occidentale manterrà caratteristiche più arcaiche, così come certe aree più vicine alla Toscana (Garfagnana, Lunigiana). Nelle zone interessate dall'ondata migratoria inizierà un processo di parziale indoeuropeizzazione in parte collegato a popolazioni che ho definito "preceltiche". Lo si può affermare anche sulla base di alcune iscrizioni ritrovate. La prima statua - stele rinvenuta in epoca moderna, nel 1837 a Zignago (SP), reca un'iscrizione in alfabeto etrusco, ma in lingua di dubbia attribuzione e tuttavia sicuramente indoeuropea: "Mezunemunis", ovvero "io (cioè la divinità raffigurata) che mi trovo in mezzo al bosco" (da notare l'affinità col latino). A Genova l'iscrizione (VI sec. a.C.?) "Mi Nemeties" ("di me, Nemetie") di nuovo collega sistema alfabetico e grammaticale etrusco con un personaggio dal nome certamente celtico. Eccoci dunque di fronte alla terza componente etnica della Liguria preromana .


    Renato del Ponte

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    le guerre romano-liguri
    GUERRE ROMANO- LIGURI
    238 a.C. – 14 a.C.
    di Lanfranco Sanna


    Anfiteatro Romano di Luni


    Quando i Romani, conquistata definitivamente l’Etruria costiera e acquisita la città di Pisa (tra il 280 e il 273), portano il loro confine al fiume Arno, entrano in contatto diretto con un territorio controllato, almeno saltuariamente, dai Liguri.
    Per il momento Roma, però, ha due priorità politico-militari, una contro Cartagine che pratica il blocco marittimo costringendo lo Stato Romano in un bacino chiuso, il Tirreno, con le sue colonie della Sardegna, della Corsica e della Sicilia occidentale (I Guerra Punica), l’altra, prettamente difensiva, contro i Celti che compiono continue scorrerie dalla pianura padana nel cuore della penisola italica; di conseguenza trascura il fronte nord-occidentale dove gravitano i Liguri.
    La prima vaga notizia di uno scontro militare con i Liguri risale al 238 a.C. “Adversus Ligures tunc primum exercitus promotus est”[Liv.,per. 20]. Si tratta probabilmente degli Apuani.
    Nel 236 a.C. c’è la prima registrazione nei Fasti Trionfali di un trionfo de Liguribus, sotto il consolato di C. Cornelio Lentulo. E’ allora con certezza portato il confine almeno fino a Pisa se non fino al Portus Lunae.
    Alcuni anni dopo (234-233) è riportato un secondo trionfo sui Liguri da Quinto Fabio Massimo: è resa sicura la linea marittima sulla rotta Pisa-Portus Lunae - Genova, necessaria per contrastare l’espansione cartaginese in Iberia .
    Allo scoppio della II Guerra Punica si schierano con i Cartaginesi, dei quali erano vecchi alleati in funzione anti-greca (Marsiglia), i Liguri delle Provenza e del Ponente, e i Liguri dell’Appennino orientale (Velleiati e Friniati) che sono a contatto con i Celti della pianura padana e i Liguri Apuani che confinano col territorio di Roma stessa. Invece erano alleati di Roma Genua e i Taurini: la prima perché circondata da Liguri ostili, i secondi verosimilmente in funzione anti-celtica.
    Mercenari liguri si trovano in Iberia con Annibale prima dell’inizio delle ostilità e vengono inviati in Africa per presidiarla. Altri Liguri li troveremo con l’esercito di Asdrubale nella battaglia del Metauro e nella battaglia finale a Naraggara con Annibale.
    Ma un intervento diretto dei Cartaginesi in Liguria si ha solo con Magone che nel 205 sbarca in Liguria. Dopo aver conquistato ed incendiato Genova, come detto alleata di Roma, si dirige verso il Ponente e stringe un’alleanza con gli Ingauni in cambio dell’appoggio militare contro le tribù dei Montani (specialmente gli Epanteri che abitavano l’alta Val Tanaro e Val Bormida).
    In questa operazione però Magone perde tempo prezioso e, quando alla fine del 205 è raggiunto da altre truppe inviate dalla madre patria e dall’ordine di reclutare il maggior numero possibile di truppe per soccorrere Annibale, invitto ma ormai bloccato nell’estremo sud della penisola italiana, trova difficoltà tra i Liguri che, non sentendosi direttamente minacciati dai Romani, chiedono due mesi di tempo per fare la leva. Deve pertanto accontentarsi ad assoldare mercenari, mentre il piano di sollevamento d’Italia del nord fallisce.
    Con un numeroso esercito comunque valica l'Appennino Ligure-Piemontese, sbocca nella pianura padana ed avanza fin nel territorio degli Insubri. Qui, nella primavera del 203, si scontra con i Romani in una battaglia sanguinosa e a lungo incerta, ma, ferito gravemente, l'esercito si sbanda ed è costretto a ritirarsi sino ad Alberga dove trova l’ordine di tornare in Patria sulle cui coste sono sbarcati i Romani.
    Nello stesso anno Genova risorgerà più grande e forte di prima ad opera del Pretore Spurio Lucrezio.
    Nel 201 gli Ingauni stipulano un “foedus” decennale con il console Publio Elio Peto.

    L’anno successivo Amilcare, già luogotenente di Asdrubale o di Magone, rimasto in Gallia Cisalpina, pur essendo ormai conclusa la II Guerra Punica, alla testa di Galli e Liguri conquista la colonia romana di Piacenza che pur aveva resistito bravamente agli eserciti cartaginesi di Annibale e di Asdrubale. I Romani reagiscono e inviano nel 197 due eserciti consolari che con manovra a tenaglia attaccano i Gallo-Liguri: uno, sotto la guida di Caio Cornelio Cetego lungo la via Flaminia si dirige contro i Galli Insubri e Cenomani; l’altro, al comando di Quinto Minucio Rufo da Genova attraverso il passo dei Giovi punta sui Liguri.
    Si arrendono 15 “oppida” con 20.000 uomini; sono espugnati Castidium (Casteggio) e Litibium (Retorbido) e sono debellate le tribù dei Celelates (forse i Celini che nel 200 avevano conquistato Piacenza) e dei Cerdiciates. Sono sottomessi gli Ilvates, ultima popolazione che resisteva al di qua del Po.
    Genova viene collegata alla via Postumia.


    “ De bello apuano “
    (193-180 a.C.)


    Al termine della II Guerra Punica i Romani conservano quasi certamente la fascia costiera sino al Portus Lunae, che è unito a Roma da una veloce strada (sono sufficienti 4 giorni per recare le notizie alla capitale), l’Aurelia nova prosecuzione della vetus da Pisa, costruita attorno al 200.
    Marco Porcio Catone *, console nel 195, staziona con una flotta di 25 navi nel Portus Lunae dove attende l’arrivo delle truppe via terra destinate alla spedizione in Iberia.
    Ma la grande confederazione dei Liguri Apuani, la più potente e fiera tra le popolazioni liguri rimaste indipendenti, che si è ritirata tra le montagne della Val di Magra, della valle del Serchio e dell’Appennino orientale, si sente ormai circondata da Roma e si prepara alla guerra.


    Nel 193 a.C. “coniuratione per omnia conciliabula universae gentes facta”[Liv. XXXIV,56,1 ] 20.000 Apuani attaccano la piana di Luna, 10.000 Piacenza e ben 40.000 si accampano sotto Pisa.
    Accorre il console Quinto Minucio Termo da Arezzo e salva Pisa da sicura distruzione, ma non osa attaccare in campo aperto i Liguri che continuano a devastare l’agro pisano. Anzi, caduto in un’imboscata, è salvato dall’intervento della cavalleria numida .
    Solo alla fine del 192 a.C. riesce ad affrontare gli Apuani in campo aperto e riporta una schiacciante vittoria: sul campo rimangono 9.000 Liguri .
    Sbaragliati i nemici, le sue truppe entrano in territorio apuano e “castella vicosque eorum igni ferroque pervastavit “. Ma la sconfitta non ha fiaccato le forze degli Apuani, tanto che l’anno successivo attaccano improvvisamente le truppe romane che riescono a respingerli a costo di notevoli perdite.
    Dopo tre anni di guerra nel 190 a.C. Minucio** ritorna a Roma ma non ottiene il trionfo, segno che le sue campagne non sono riuscite a porre un freno all’aggressività dei Liguri.
    Pisa è salva ma sono interrotte le comunicazioni via terra con il Portus Lunae perché gli Apuani hanno ormai occupato la fascia costiera e minacciano l’Etruria del nord, appoggiati dai loro alleati Friniates che scendono dall’Appennino verso la Val d’Arno.
    Per frenare tali incursioni nel 188 a.C. il Senato invia contro i Liguri il console Marco Valerio Messala che però non ottiene risultati apprezzabili.
    E’ organizzata, l’anno successivo, una operazione su più larga scala impiegando tutti e due gli eserciti consolari: quello di Caio Flaminio insegue lungo le valli appenniniche che scendono verso l’Arno e sconfigge prima i Friniati e poi gli Apuani, che avevano devastato l’agro vicino a Pisa e a Bologna;
    l’altro al comando di Marco Emilio risale la valle del Serchio saccheggiando la terra degli Apuani costringendoli a ritirarsi nei monti più alti fino a Suismontium (forse la rocca di Bismantova nel reggiano ), ma poi li vince in battaglia in campo aperto.
    Proseguita la campagna contro altri gruppi di Friniati li costringe in pianura e, giunto a Bologna, dà inizio alla costruzione della via Aemilia.

    Pur sconfitti, gli Apuani rimangono in armi costringendo i Romani ad organizzare un’altra spedizione militare affidata al console Quinto Marcio Filippo.
    Costui al comando di 3.000 fanti e 150 cavalieri romani e 5.000 fanti e 200 cavalieri dei “socii” ,avanza verso la Val di Magra.
    I Romani, che si sono imprudentemente avventurati tra boschi impenetrabili, sono accerchiati in una gola e massacrati, subendo la più grave sconfitta di tutte le guerre contro i Liguri. Restano infatti sul campo 4.000 uomini e vengono perse 3 insegne delle legioni e 11 insegne degli alleati, mentre il resto dell’esercito si ritira in disordine “prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt."
    Il luogo dello scontro, passato alla storia col nome di "Saltus marcius”, non è stato individuato con certezza: tra i luoghi possibili sono stati proposti i Cerri di Marzo sul fianco orientale del monte Burello, nel territorio di Torrano nella stretta vallata del Gordana al confine tra i comini di Pontremoli e Zeri, i Mulini di Marzo nel comune di Bagnone e Marciaso nel comune di Fosdinovo.
    Resi baldanzosi dalla vittoria gli Apuani riprendono le scorrerie sul litorale versigliese, mentre all’altro estremo della Liguria sulla Riviera di Ponente si sollevano gli Ingauni.

    Nonostante il foedus del 201, le vie di comunicazione per Marsiglia e l’Iberia sono rese insicure sia sul mare dagli atti di pirateria da parte degli Ingauni e degli Intemelii della Riviera di Ponente, sia via terra dagli agguati lungo la strada costiera: l’incidente più grave era accaduto nel 189 quando il Pretore Quinto Bebio e la sua scorta diretto in Iberia, erano stati massacrati presso Marsiglia.

    Per porre fine alle continue incursioni sulle due riviere e rendere sicure le comunicazioni, i Romani organizzano due spedizioni nel 185 a.C.: una, comandata da Appio Claudio Pulcro, diretta contro gli Ingauni; l’altra, sotto il console Marco Sempronio Tuditano, contro gli Apuani. Sempronio devasta il territorio degli Apuani e raggiunge il fiume Magra e il Porto di Luni, costringendo i Liguri a rifugiarsi sulle montagne. Ma i successi sono effimeri tanto che nessuno dei due consoli ottiene il trionfo.

    Durante il consolato di Publio Claudio Pulcro e Publio Porcio Licino nel 184, e di Marco Claudio Marcello e Quinto Fabio Labeone nel 183, non si verifica nessuna azione militare di rilievo pur avendo entrambi i consoli l’assegnazione della Liguria come zona di operazione.
    Nel 182 a.C. Lucio Emilio Paolo è impegnato contro le popolazioni liguri che abitano tra Genova e Alberga (forse i Viturii e i Sabates). Giunto ai confini con lo Stato ingauno, probabilmente presso Finale, il suo campo trincerato è assediato a lungo, e messo in grave difficoltà tanto da costringerlo a chiede aiuto alla flotta ancorata a Pisa.
    Prima che sopraggiungano i rinforzi, però, con una fortunata sortita riesce a sconfiggere gli Ingauni che lasciano sul terreno ben 15.000 uomini e 2.500 prigionieri.
    Tre giorni dopo la loro capitale Album Ingaunum* si arrende. Nello stesso tempo la flotta romana inviata da Pisa al comando del duumviro Caio Matieno sconfigge duramente la flotta ingauna catturando 32 grosse navi pirata.
    I Romani, in questo caso, non infieriscono sui vinti per ordine del Senato, che probabilmente mira ad ottenere una solida alleanza e amicizia da parte di questa popolazione ligure marittima più civile e già aperta alla civilizzazione anche in funzione anticeltica. Gli Ingauni sono costretti solo ad abbattere le mura della città e devono rinunciare ad una flotta di navi di grosso tonnellaggio; ma, l’anno successivo, concluso un nuovo foedus con i Romani, in compenso potranno ingrandire notevolmente il loro territorio a scapito dei Montani, gli atavici nemici, sconfitti dal console Postumio.

    Nella Liguria orientale i Romani si preparano ad una azione risolutiva contro gli Apuani e raccolgono quattro nuove legioni che con i socii raggiungono ben 35.800 uomini. Se si considera che anche Labeone ha ottenuto la proroga del comando, ben tre eserciti consolari gravitano sul suolo dei Liguri dalla costa degli Ingauni alle Alpi Apuane.
    Nella primavera del 180 a.C. due di questi eserciti comandati dai proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Panfilo marciano contro gli Apuani con l’ordine di risolvere definitivamente il “problema apuano”.
    I Liguri sono completamente sorpresi dall’azione dei Romani che sono entrati in campagna prima del consueto, cioè prima che assumessero il comando i nuovi consoli Aulo Postumio Albino e Quinto Fulvio Flacco (suffectus) e sono costretti alla resa in numero di 12.000.
    Consultato il Senato, si prende la decisione di deportare 40.000 capifamiglia con mogli e figli nel lontano Sannio in una zona di ager publicus già appartenuto ai Taurasini vicino a Benevento. (I Ligures Baebiani condividono l’antico pagus Aequanus degli Irpini con la colonia di Benevento. Le rovine del loro centro urbano si trovano in un bosco a tre chilometri da Circello.)
    Qui vivranno per secoli in isolamento etnico col nome di Ligures Baebiani e Corneliani dal nome dei proconsoli che li avevano sconfitti.
    I consoli dell’anno nel frattempo hanno raggiunto Pisa e con le legioni assegnate loro, e proseguono le operazioni militari: Fulvio rastrella il territorio degli Apuani catturando altri 7.000 capifamiglia che sono deportati nel Sannio come i precedenti.

    Postumio afronta i Friniati presso il monte Ballista e Suismontium, costringendoli alla resa. Poi, battuti i Montani ad occidente, prende imbarco su una flotta e costeggia il territorio degli Ingauni e Intemelii. Sopravvivono in vallate isolate poche migliaia di Apuani che, dopo molti anni di pace, nel 155 a.C. si ribellano nuovamente: ma sono inevitabilmente sconfitti dai legionari romani comandati dal console Marco Claudio Marcello, che ottiene il trionfo ed una dedica di riconoscenza da parte degli abitanti di Luni.

    *
    E’ molto probabile che lo stesso porto di Luna fosse opera di Catone. In questo porto sostò anche Ennio in quella stessa occasione o forse prima nel 204 a.C. di ritorno dalla Sardegna (Lunai portum est operae conoscere
    Cives) .Questa frase è riportata quale motto nel Crest di Maristaeli Luni - Sarzana .

    **
    Forse in questa circostanza Catone pronunciò il celebre discorso “ In Q. Minucium Thermum de falsis pugnis”
    Il console, costernato, si allontanò da Roma e morirà in battaglia contro i Traci due anni dopo.

    ***
    La base linguistica del substrato mediterraneo “alb/alp” indica una località elevata centro del culto e del compascuo cioè del pascolo comune di diverse tribù liguri.
    Anche oggi sulle Alpi e sull’Appennino tosco-emiliano il termine “alpe” [in dialetto lunigianese arpa] non indica il “monte”, ma i pascoli più elevati dove i pastori provenienti da più parti portano in estate le loro greggi, cioè l’alpeggio.
    In seguito l’espressione “alba” sarà usata per designare le capitali sinecistiche dei popoli liguri:
    Album Intemelium, centro federale degli Intemelii (oggi Ventimiglia); Album Ingaunum, capitale degli
    Ingaunii (oggi Alberga); Alba Docilia (Albissola); Alba Pompeia (Alba in Piemonte);
    Lo stesso processo portò da mons Albanus ad Alba Longa capitale federale dei populi Albenses del Lazio pre-romuleo, cioè dei Latini (espressione questa, non etnica ma politica).
    Dalla stessa base “alb/alp” deriva il nome delle Alpi , del fiume Albula – il fiume dei monti - il più antico nome del Tevere [Aen., VIII, 332], del fiume Elba in Germania, dell’Albania nel Caucaso e nei Balcani, e di Albione intesa a designare dapprima tutta la Britannia e poi la sola Scozia.




    CAMPAGNA CONTRO I FRINIATES

    179 a.C. - 175 a.C.



    Tutta la costa ligure da Pisa a Monaco è sotto il controllo di Roma, rimangono autonome le popolazioni del Piemonte meridionale ad ovest di Tortona (Bagienni, Statielli) e molte altre a nord dell'Appennino tosco-emiliano che si incuneano tra l'Etruria e l'Emilia: sono queste ultime riunite nella forte confederazione dei Friniates.
    Contro questi marcia nel 179 a.C. il console Quinto Fulvio Flacco; dopo aver attraversato "montagne senza sentieri e i gioghi del Ballista (forse il monte Valestra)" riesce a impegnare il nemico in campo aperto dove ancora una volta i legionari si dimostrano imbattibili: sono catturati 3.200 Liguri che sono subito trasferiti in pianura.

    Ma solo due anni dopo (177 a.C.) la rivolta riprende vigore proprio quando volge al termine la guerra contro gli Istri. Il Senato informa il console Caio Claudio Pulcro della situazione e gli lascia la facoltà di portarsi nel territorio dei Liguri.
    Il console porta le legioni contro i Friniates che si sono accampati nella spianata del fiume Scultenna (l’attuale torrente Scoltenna che, nato tra il monte Giovo e il passo dell’Abetone, va a formare il Panaro.); affrontati in battaglia, i Liguri perdono 15.000 uomini tra morti e feriti e 700 prigionieri e 51 insegne, mentre i superstiti si rifugiano sui monti.
    In quello stesso anno è dedotta a Luna una colonia di 2.000 cittadini romani (Triumviri Publio Elio, Marco Emilio Lepido, Gneo Sicinio). Ad ogni colono vengono assegnati 51 iugeri e mezzo di terreno: una così cospicua assegnazione aveva un solo precedente e recentissimo, quello di Aquileia, a significare l'urgenza dei Romani di presidiare la zona.
    Caio Claudio ottiene il trionfo per la doppia vittoria contro gli Istri e i Friniates.

    La pace è poco durevole perché, proprio quando Claudio sta celebrando i due trionfi, giunge notizia di una rivolta ancora più estesa perché ai Friniates si sono uniti i Garuli, gli Hergates e i Lapicidi, e soprattutto gli Apuani che si gettano subito in profonde incursioni nell'agro lunense e pisano, mentre sull’altro versante dell’Appennino Modena è conquistata e saccheggiata.

    Sono eletti consoli Gneo Cornelio Ispalo e Quinto Petilio Spurino: al primo è assegnata Pisa e al secondo il territorio dei Liguri. Sono arruolate 2 legioni e 10.000 fanti e 600 cavalieri dei socii.



    A Gaio Claudio, ora proconsole, è assegnata la Gallia (Cisalpina).
    L'inizio delle operazioni è rinviato per pratiche religiose e per la morte del console Gneo Cornelio. Nel frattempo, però, Gaio Claudio ha portato il suo esercito sotto Modena che viene riconquistata dopo tre giorni di assedio: sono massacrati 8.000 Liguri.
    Finalmente il 13 luglio è eletto il nuovo console Gaio Valerio Levino.
    Il Senato ordina alle sue legioni di raggiungere il proconsole in Gallia e ai duumviri di raggiungere con la flotta il litorale di Pisa per attaccare i Liguri dal mare.
    Mentre il console Quinto Petilio attende l'adunata delle sue legioni a Pisa, il proconsole G. Claudio raccoglie un contingente da aggiungere alle forze che già ha con sé a Parma e si mette in marcia verso i territorio dei Liguri.
    Questi si ritirano in montagna e si arroccano tra il monte Leto (?) e il m. Ballista (Valestra) sulla sinistra del Secchia circondandoli con un muro.
    Il console Q. Petilio si unisce a Gaio Claudio ai Campi Magri (Magreta loc. a sud-est di Modena alla sinistra della Secchia: il toponimo ricorda l'idronimo della Magra in Lunigiana). Nello stesso luogo giungono anche le truppe del console Gaio Valerio.
    Sono sorteggiate le zone verso le quali marciare: Petilio pone il campo di fronte al massiccio del Ballista e del Leto (Livio ci racconta che nell'esortazione ai suoi soldati prima dell'attacco avrebbe detto, non badando all'ambiguità della parola ,"che in quel giorno avrebbe conquistato il Letum") e di lì inizia la marcia di avvicinamento alle fortificazioni liguri dividendo l'esercito in due colonne: mentre la prima avanza senza incontrare difficoltà, la seconda è costretta prima ad arrestarsi e poi a retrocedere.
    Petilio, resosi conto della difficoltà dei suoi uomini, accorre a cavallo, ma ,dopo essere riuscito ad arrestare la ritirata, viene ferito a morte da una freccia. La sua morte è tenuta nascosta e i Romani, ripresa l'avanzata, probabilmente aiutati dalle legioni dell’altro console, sconfiggono i Liguri che lasciano sul campo 5.000 morti contro solo 52 Romani. E’ la definitiva fine della resistenza ligure in tutto l’Appennino orientale.

    Sull’altro fronte Publio Mucio Scevola affronta e sconfigge gli Apuani, che avevano saccheggiato tutta la piana di Luni e di Pisa, costringendoli alla sottomissione e alla consegna delle armi (175 a.C.).

    L’unico territorio rimasto indipendente nell’ Appennino ligure-emiliano – odierno piacentino - è quello dei Velleiates: erano questi liguri affini agli Apuani ma celtizzati precocemente per la loro vicinanza al territorio celtico nella pianura padana.
    Saranno sottomessi nel 158 a.C. dal proconsole Marco Fulvio Nobiliore, come è registrato solamente nei Fasti Trionfali .
    Nel 173 a.C. ad entrambi i consoli è assegnato il territorio dei Liguri da presidiare con due legioni ciascuno alle quali si aggiungono 10.000 fanti e 600 cavalieri dei socii di diritto latino.



    LA CAMPAGNA CONTRO GLI STATIELLI

    173 a.C.- 172 a.C.


    Si combatte nel territorio dei Statielli a nord di Genova tra i fiumi Tanaro e Odubria nella zona dell’odierna Acqui.
    Questo popolo si era sempre mantenuto neutrale nelle guerre romano-liguri, forse perché legato da legami commerciali con la filo-romana Genova.
    Ma il console Marco Popillio Lenate, esponente della corrente nazionalistica romana, provoca immotivatamente i Liguri che sono costretti infine a prendere le armi.
    L’esercito romano si schiera di fronte alla loro capitale, la cittadella di Caristo (?), all’interno delle cui mura si era radunato un grande esercito di Liguri.
    Gli Statielli decidono di affrontare il nemico in campo aperto e danno inizio al combattimento che rimane incerto per tre ore fino a quando il console non ordina alla cavalleria di attaccare contemporaneamente da tre lati le linee liguri. La manovra provoca lo sbandamento e la fuga precipitosa dei Liguri che lasciano sul campo 10.000 uomini e 700 prigionieri, ma anche le perdite romane sono alte (3.000 uomini).
    In seguito i 10000 Liguri superstiti si arrendono senza condizione: la cittadella è distrutta e i Liguri sono venduti come schiavi.
    Tale comportamento è ritenuto infame dal Senato che ordina di ridare la libertà e le armi ai Liguri che si erano battuti solo perché costretti, e che si erano arresi senza condizione.
    Anche l’anno successivo entrambi i consoli (Gaio Popilio Lenate e Publio Elio Ligure) sono assegnati al territorio dei Liguri. Ne nasce un conflitto col Senato e con i tribuni della plebe perché i due consoli vogliono essere assegnati alla Macedonia dove si prospetta un conflitto contro Perseo. La situazione peggiora quando giunge la notizia che il proconsole Marco Popilio aveva aggredito una seconda volta gli Statielli (172 a.C.) sterminandone 6.000 e che, questa volta, si erano sollevati anche altri Liguri.
    E’ eletto il pretore Gaio Licinio per svolgere un’inchiesta sui fatti: i Liguri sono liberati e trasferiti al di là del Po dove sono assegnati loro altri territori.

    I Liguri ancora indipendenti nella pianura padana occidentale sono invitati dai Romani a collaborare all’opera di fecondazione e ripopolamento della transpadania: molti popoli accolgono tale invito e tra questi anche i Bagienni che abitano tra lo Stura e il Tanaro contro i quali infatti non si ha notizia di guerra di conquista.

    Nel 171 a.C. il console Gaio Cassio riceve come zona di operazione la Gallia (Cisalpina) e si porta a Rimini. Nel territorio dei Liguri non accade nulla ed anzi il console congeda le due sue legioni, mentre l’esercito dei socii è inviato nei quartieri di Pisa e Luni .

    Negli anni successivi il fronte Ligure è tranquillo: solo nel 167 a.C. i Romani sono impegnati ma solamente in azioni di antiguerriglia perché i Liguri non osano affrontare le legioni in campo aperto.



    ULTIME OPERAZIONI MILITARI CONTRO I LIGURI


    166-163 a.C.
    Sono sottomessi da Marco Claudio Marcello i Liguri Alpini abitanti dell'entroterra tra Savona e Monaco.

    154 a.C.
    I Greci di Nizza e di Antibes chiedono l'intervento di Roma contro i Deciates e gli Oxybii che dall'approdo di Aegitna paralizzano il traffico marittimo con atti di pirateria.
    Il console Quinto Opinio, fallite le trattative, attacca ed espugna Aegitna sbaragliando 4.000 Oxybii (Liv, 47 - Polib. XXXIII 89).
    Non si hanno notizie dei Liguri Vediantii stanziati a Cemenelum non lontano da Nizza, probabilmente perché da tempo associati ai Romani da un foedus.

    125 a.C.
    Riprende l'espansione Romana in Provenza.
    Il console Quinto Fulvio Flacco è mandato in soccorso dei Marsigliesi attaccati dai Celto-Liguri Salluvi che vengono sconfitti come i più settentrionali Vocontii e le tribù transalpine confederate dei Ligauni, Anatelli e Albici.

    124 a.C.
    Il nuovo console Caio Sestio Calvino batte nuovamente i Vocontii e i Salluvii ottenendo la loro resa. Per presidiare la zona fonda la città di Aquae Sextiae (dal suo nome) vicino alla loro capitale Entremont.

    118 a.C.
    Viene dedotta a Narbona una colonia di cittadini romani e costruita la via Domizia tra il Rodano e i Pirenei: nasce la Provincia Narborensis [cioè la Provenza].


    IL REGNO DI COZIO


    Mentre nelle Alpi centrali ed orientali le sacche etniche del ceppo ligure-alpino hanno perso, al tempo di Cesare, la coscienza dei caratteri originali della loro stirpe, nelle Alpi occidentali molte tribù che si mantengono ostili ai Romani continuano a chiamarsi Ligures Capillati.
    Lo stesso Cesare è ostacolato nell'attraversare le Alpi durante le campagne galliche, dai celto-liguri che controllano i valichi in specie sul versante occidentale (Caturiges =re della battaglia, Ceutrones, Graioceli).
    Per garantirsi le spalle Cesare ottiene l'alleanza e l'amicizia di Donnus, che da Segusio [Susa] governa diverse comunità di quella zona di Alpi (valico di Mons Matrona [Monginevro] ). Il ligure, per l'aiuto fornito, ottiene la cittadinanza romana per sé e per la sua famiglia ed il suo regno, sotto la protezione romana, si ingrandisce notevolmente fino a comprendere una buona parte dell'arco alpino occidentale.
    Suo figlio Cozio, dopo aver abbandonato in un primo tempo la tradizionale alleanza con Roma, torna alla politica paterna, forse per il monito della fine subita dai Salassi ribelli e, assunto il nome di Marcus Iulius Cottius, fa costruire comodi sentieri per i viaggiatori che attraversavano le Alpi .
    I valichi alpini saranno nuovamente bloccati dai Caturiges, insorti in armi insieme ad altri popoli del versante alpino occidentale, come erano resi impraticabili i valichi del grande e Piccolo san Bernardo per la sollevazione dei Salassi, Seduni,Veragri e i Nantuantes del versante alpino orientale.
    Il Legato di Augusto Terenzio Varrone nel 25 a.C. occupa la Val d'Aosta, vende come schiavi i ribelli e fonda la colonia di Augusta Praetoria [Aosta].
    Il territorio di Cozio insieme ad altri sottomessi è trasformato in Distretto (Praefectura Alpium Cottiarum) sotto il comando di Cozio divenuto praefectus di Roma.


    Campagna contro i Liguri Capillati.


    Lo stesso Augusto, assunto personalmente il comando delle operazioni, sottomette nel 14 a.C. i Liguri Capillati delle Alpi Marittime costituendovi una Prefettura.
    Sia i Segusini che Cozio si mantengono neutrali; anzi, per volere di Cozio, è eretto un arco in onore di Augusto a Susa.
    Dopo Augusto la prefettura Alpium Cottiarum subisce dei combiamenti:
    forse alcuni popoli sono restituiti alla giurisdizione di Donno II, figlio di Cozio, tra il 13 e il 44 d.C. .
    Cozio II, figlio di Donno II, ottiene nel 44 d.C. dall'Imperatore Claudio il titolo di Re ed estende il suo regno verso sud-ovest forse in parte del territorio di Forum Vibi e dei Bagienni..
    Alla sua morte, senza eredi, Nerone trasforma il suo regno in una provincia procuratoria retta da allora da un procuratore romano.
    Negli stessi anni viene creata la provincia delle Alpi Marittime

  4. #4
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  5. #5
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    Tra l'altro plutarco chiama i liguri ambrones e pare che secondo lui siano scappati dalla loro patria nordica a causa di un alluvione e di conseguenza sono discesi in liguria in un epoca a cavallo l'eta del bronzo e la prima eta del ferro

  6. #6
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    ANTICHI POPOLI DEL NORD ITALIA - VENETI - LIGURI - CELTI
    LIGURI
    Popolazione autoctona abitante nell'odierna Liguria.
    Ebbe il proprio centro politico principale nella città di Luni (odierna La Spezia). Vivevano prevalentemente di pesca e di commercio. Erano in contatto con i Greci di Marsiglia e con le coste corse, dove avevano alcuni porti di scambio.
    Protetti dalle montagne liguri, preservarono la loro integrità socio-culturale fino all'avvento dei Romani, che approfittarono della battaglia di Talamone contro i Celti (225 a.C.) per annettere anche la regione ligure. Abili nella navigazione, insegnarono ai Romani le loro tecniche.
    Le loro città conobbero un periodo di floridezza economica fino in epoca medioevale, tanto che dal loro territorio nacque la Repubblica Marinara di Genova.
    VENETI
    Popolazione di origine celtica , che risiedette prevalentemente nell'odierno Veneto.
    Abili nella navigazione, insegnarono a Giulio Cesare come attraversare la Manica nel suo progetto di invasione della Britannia e come affrontare la popolazione celtica dei Bretoni.
    Non era una popolazione molto evoluta dal punto di vista sociale, ma lo era dal punto di vista militare. Vivevano in villaggi e non ebbero uno sviluppo urbanistico.
    Vennero lentamente assoggettati dai Romani.

    NOTA gentilmente fornita dal Dottor M. Palombi:

    Volevo segnalarVi che nel Vs sito si fa riferimento per errore ai Veneti di Gallia (quelli dell'invasione romana guidata da Cesare) e non ai Veneti d'Italia, popolazione autoctona dalle origini culturali legate, appunto, alle culture protoitaliche e protovillanoviane. Il delta padano conobbe anche presenze e influssi tardo micenei e colonizzazioni ed emporizzazioni greche successive. La civiltà veneta o cultura veneta (mi riferisco sempre a quella presente in territorio italiano) evolse fino a livelli considerati dagli archeologi, tra quelli delle civiltà indigene, subito secondi a quelli degli etruschi.Le espressioni artistiche presentano una differenziazione che nei secoli va dagli influssi orientalizzanti alle acquisizioni La tene di IV-III secolo a.C. La lingua era indoeuropea e affine al Latino.Il territorio era suddiviso in polis secondo un modello analogo, ancora una volta a quello etrusco, in cui la città stato aveva un territorio di perti nenza.I Veneti d'Italia, alleati da sempre dei Romani, ne favorirono il sopraggiungere in Pianura Padana e ne assecondarono gli intenti. Dott.M.Palombi


    I CELTI
    Origini
    L’origine del popolo dei Celti è indoeuropea. La parola celtico ha origine dal greco keltai che gli abitanti di Marsiglia, città fondata dai Focei, attribuirono ai membri di queste tribù belligeranti.
    La loro prima area geografica di residenza è l’Europa centrale, in particolare tra la Boemia e la Baviera, dove ha avuto luogo la cosiddetta " Cultura di Unetice", particolarmente legata alla lavorazione dei minerali ed alla pastorizia. Da questa cultura hanno avuto origine anche gli italici, gli illiri ed i veneti.
    Sicuramente la genesi dei Celti ha risentito di una interazione tra varie popolazioni. E’ dunque opportuno fare una premessa.
    Intorno al 4000 a.C. esisteva una civiltà, denominata di Atlantide, che abitava nella zona del Baltico (che sarà nel medioevo luogo della Lega Anseatica), in particolare nello Jutland e nella bassa Scandinavia. Questa civiltà, racconta Erotodo, era particolarmente progredita. Abile nella costruzione dei templi e degli stadi, aveva una certa esperienza nella navigazione. Ciò è provato dalle costruzioni megalitiche dei menhir della Bretagna (Carnac), dell’Irlanda, del Galles e dell’Inghilterra (Stonehenge), dove nelle vicinanze è stato forse rinvenuto un probabile stadio per le corse equestri. Tali costruzioni di dolmen avevano come scopo la guida agli astri, in cui tali popolazioni credevano.
    A seguito di siccità, terremoti e carestie, tale popolo è migrato verso l’Europa centrale, la Grecia (dove c’erano le culture achea e micenea, che furono distrutte), l’Anatolia (dove erano presenti gli Ittiti ), la Palestina (in cui hanno avuto origine le civiltà fenicia e semita) e l’Egitto. Questa migrazione è nota come quella dei "popoli del mare". Solo in Egitto, Tolomeo riuscì a respingere la loro invasione. La coda della migrazione dei popoli del mare fu rappresentata dai Dori che si stanziarono in Grecia ed in Egeo.
    Intanto, quasi contemporaneamente, secondo una teoria più accreditata tra il 3000 e il 2500 a.C. in Oriente c’erano tre popolazioni indoeuropee: i Kurgan (per le tombe a tumulo che usavano) della zona del Volga - alto Mar Caspio, i Transcaucasici del Caucaso, i Nordpontini della zona del Mar Nero. Queste popolazioni, in particolare la prima, influenzandosi e mescolandosi tra loro fino alla fine dell’età del rame, eseguirono delle migrazioni in: Anatolia ( Ittiti ), in Mesopotamia (Arii), Grecia (Macedoni e Micenei), Europa (Cultura di Unetice in Boemia, crocevia di popolazioni). La divisione cominciò con l’inizio dell’età del bronzo e si perfezionò con l’età del ferro (la Boemia era ricca di ferro) e si implementò con l’addomesticamento della razza equina (la parola cavallo ha la stessa radice in tutte le lingue indoeuropee) e del bestiame. Contemporaneamente nel nord europa, in particolare nella zona della Polonia, compare la civiltà dei Campi di Urne , di origine nordica, che prende il nome dal modo in cui seppellivano i loro morti. La coda di questa migrazione orientale ebbe luogo con gli Sciti, nell’800 a.C., che si diffusero in Mesopotamia (originando prima la cultura caldea, di cui Abramo ne sarà un rappresentante, e poi quella assira che sarà dominante fino all’avvento dei Persiani), in Anatolia (ove erano presenti già i Frigi, i Lidi ed i Pontini), in Grecia, in Italia (dove dal 900 a.C. erano presenti gli Etruschi e ancora prima i Liguri e gli Italici ) ed in Europa centrale (dove era presente la migrazione dei popoli del nord).
    In particolare, con riferimento a quest’ultima, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia), fino al 450 a.C. si diffuse la cultura di Hallstatt , abile nel commerciare sale (di cui la loro regione era ricca) con i popoli italici e nordici. Si trattava dunque di una cultura di crocevia, basata prevalentemente su due classi sociali legate all’aristocrazia e alla pastorizia. La fine della cultura di Hallstatt segna l’inizio della cultura di La Tene (450 – 50 a.C.), situata sulle rive del lago di Neuchatel e caratterizzata dall’arte espressionista, dalle rappresentazioni del particolare e dei dettagli, dall’inizio di migrazioni di popoli, dalla valida rete di commercio di massa che furono in grado di impiantare, dalla conseguente nascita di una protoborghesia. Questo passaggio è stato motivato anche da una differente esigenza sociale: nuovi ceti aspirano al potere, per cui la vecchia aristocrazia hallstattiana viene soppiantata.
    Dunque all’inizio del 600 a.C., come risultato di queste due ultime culture appena descritte, nella zona che comprende il basso Rodano e l’alto Danubio ha origine la popolazione celtica che, di cultura nomade, comincia a migrare verso l’Italia settentrionale, dove si stanzia attorno a Mediolanum ed entra in contatto con gli Etruschi, l’Europa centrale, facendo scomparire la cultura di Hallstatt, la Francia, da cui hanno origine i Galli, la Germania, dove si integrano con i Germani (Suebi, Marcomanni, Longobardi, Ermunduri, Quadi e Semnoni), popolo proveniente dall’area del Baltico, differente da quello dei Celti, la Gran Bretagna, dove ebbero uno sviluppo più arretrato, la Serbia, la Macedonia e l’Anatolia, dove compaiono i Galati (la parola celtico in greco si scrive gàlatos), che importarono culti religiosi orientali.
    In particolare per la Gran Bretagna è opportuno precisare che intorno al 900 a.C. ed al 500 a.C. ci furono due ondate di migrazioni di popoli di origine indoeuropea che si sovrapposero alle popolazioni preesistenti derivate dagli "ex Atlantidi" giunte nel 3000 -2000 a.C..

    Gruppi linguistici celti e derivati
    La prima fu legata a popoli di lingua gaelica, che partiti dalla Spagna settentrionale, approdarono in Irlanda, Scozia e Isola di Mann. Svilupparono una lingua denominata "celtico Q", poiché al posto della lettera k si utilizzava la lettera q. La seconda migrazione fu caratterizzata da popoli britannici, che partiti dal Belgio, in piena età lateniana, dunque nella massima fase dello sviluppo socio-economico, colonizzarono Inghilterra, Galles e Cornovaglia, sviluppando il "celtico P", poiché la k era sostituita da p. Ad esempio, la parola indoeuropea ekuos (cavallo), si scrive equos in gaelico ed epos in britannico. Dunque la mutazione consonantica q-p caratterizzò due tipologie di popolazioni, che si differenziavano anche per scelte architettoniche ed urbanistiche: le prime vivevano in fortificazioni, le seconde in villaggi. E’ anche probabile che la migrazione dei secondi spinse i primi verso zone più lontane. Il termine gaelico deriva dalla parola gwyddel che significa "selvaggi" e fu attribuita, in una fase di migrazione, dai Gallesi agli avi degli Irlandesi che vi si insediarono.
    I Celti hanno risentito molto della cultura scita, sia per l’uso delle tombe a tumulo, sia per l’allevamento del cavallo, ritenuto sacro, sia per il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, sia per la suddivisione in classi sociali, ove l’aristocratico era chi possedeva più cavalli. Dunque i Celti hanno subito influenze orientali (Sciti, Kurgan, Greci, Etruschi) ed europee (culture di Hallstatt e di La Tene, popoli del nord), sviluppando a loro volta una propria cultura.

    Società

    Il tessuto sociale celtico si articolava su tre livelli: il druida, sommo sacerdote che presso i Galli aveva il nome di virgobrete (in realtà questo era più un magistrato), uomo di legge, di scienze esoteriche, indovino, conoscitore degli astri e della natura, medico, interprete dei sogni; il cavaliere, uomo di potere economico, politico e militare, la cui fonte di ricchezza era il bestiame (periodo hallstattiano) e l’industria ed il commercio (periodo lateniano); il popolo, composto da servitori. In realtà le decisioni più importanti spettavano al druida. Dunque chi aveva più cavalli (o in generale bestiame) oppure attività commerciali gestiva il potere economico ed era il re della tribù, cioè il capo dei cavalieri.
    Questa suddivisione dimostra come l’evoluzione dei popoli celtici andò assieme all’evoluzione del cavallo, animale di grande importanza e di ausilio per loro. Tutto ciò ci mostra come in effetti i Celti derivarono dagli Sciti e dunque dalla cultura dei Kurgan, che avevano la stessa considerazione per il cavallo, mezzo di sopravvivenza sia in pace che in guerra. Tra l’altro, gli Sciti avevano sostanzialmente la stessa struttura sociale.
    In particolare dopo il periodo lateniano, ogni comunità celtica si identificava in un gruppo economico: tutti vivevano per quella o quelle attività che gestiva un signore locale. Per questo motivo quando il cavaliere decideva di combattere, tutto il popolo si mobilitava, perché era in gioco la loro sopravvivenza; quando si decideva di migrare, tutti partivano. Nel corso degli anni i diversi gruppi economici si sono unificati, per esigenze commerciali e gestionali, dando vita così a tribù più estese e complesse. I clan scozzesi sono un’espressione di questi antichi raggruppamenti sociali. Anche le costruzioni dei villaggi venivano realizzate attorno a quella del cavaliere.
    La contrapposizione maggiore tra la cultura greco-romana e quella celtica consisteva nel fatto che mentre la prima si proponeva di conquistare la natura e di dominarla, conoscendo le sue leggi, la seconda preferiva conviverci, sentirsi parte integrante, conoscere il proprio destino per abbandonarsi ad esso. Nell’arte, dunque, non si ricerca la perfezione e la bellezza, ma l’emozione e la libertà.
    Nella società celtica il maschio era espressione di vigore e forza e viveva assieme ad altri maschi, fino a che non era tempo di avere figli, per cui si avvicinava alle donne, con cui avrebbe vissuto assieme, continuando comunque a frequentare comunità maschili. Le donne, a loro volta, vivevano in gruppi, separati dagli uomini dove allevavano i figli. Esse esprimevano il coraggio e la tenacia. Gli uomini avevano grande rispetto per loro e ad esse erano molto legate. La prova di ciò ci è data dalle regine della Britannia che hanno combattuto i Romani, come vedremo dopo. Addirittura si dice che in battaglia esse trasmettevano il coraggio ai guerrieri. Tale affermazione rientra in un discorso esoterico che riprenderemo nel prossimo paragrafo. Tuttavia, alcune di esse, di rango basso, potevano essere barattate con dei cavalli.
    Al largo della Bretagna esisteva un’isola abitata solo da donne che vi vivevano in comunità ed assunse un ruolo di sacralità.
    Gli uomini celtici amavano le feste, dove si raccoglievano assieme e raccontavano saghe e favole, i riti comunitari, dove, alle volte, compivano dei duelli mortali, prediligevano bere (vino, birra, whisky) e mangiare in particolare il maiale arrosto (il cavallo ed il toro erano impiegati per riti sacri). Secondo la tradizione, un buon celtico, oltre che un valente guerriero, doveva essere eloquente.
    Il guerriero celtico in battaglia si dipingeva il volto di vari colori, urlava sia perchè voleva spaventare il nemico, sia per esprimere il proprio vigore fisico, di cui era fiero. Amava radersi (i Britanni portavano anche i baffi) e viveva a contatto con la natura. Dunque, la struttura sociale dei Celti era molto semplice ed in essa nel corso degli anni e dello sviluppo economico si potè inserire anche la borghesia (età lateniana). La società celtica non ebbe modo di articolarsi, viste le contaminazioni romano - germaniche. Solo in Irlanda, dove potè svilupparsi in pieno, andò articolandosi su più livelli: re, druidi (filid), nobili inferiori, contadini (perché possessori di terra), bardi (ceto borghese, a cui era affidato il tramandare la tradizione), lavoratori ed artisti di intrattenimento. Questi ultimi due rappresentano classi sociali non libere. Più tardi, con l’avvento del cristianesimo, il druida diventa anacoreta ed assume un ruolo di consigliere nella chiesa celtica, che avrà dei contrasti con quella romana, sfociati in alcuni casi in eresia.

    Sviluppo
    I Celti erano composti da diverse tribù, ognuna delle quali si diffuse in uno specifico territorio. Si difesero dai Romani, dai Germani e dalle invasioni asiatiche. Nel corso delle loro migrazioni popolarono un vasto territorio. Videro lo sviluppo di diverse società (kurgan, halstattiana, lateniana) che corrispose anche ad uno sviluppo economico e sociale.
    In base alla premessa fatta in precedenza, possiamo visualizzare la seguente situazione, legata sia al popolo celtico che alla regione di influenza relativa, frutto di continue migrazioni:
    Serbia: Scordisci (325 a.C.);
    Bulgaria: Bastarni (fondatori del regno di Tylis);
    Ungheria, Romania, Boemia : Carnuti, Teutoni, Cimbri (forse di origine germana), Menapi, Treviri, Ubii;
    Svizzera: Rezi, Rauraci, Carnuti, Elvezi;
    Austria: Taurisci, Norici;
    Italia Settentrionale : Boi, Senoni,Veneti, Gesati, Insubri, Taurisci;
    Spagna e Portogallo : Celtiberi che si mescolarono con la popolazione locale degli Iberi e che ebbero un sviluppo diverso rispetto ai Galli, i Gallaeci e gli Asturi (Galizia), i Cantabri (zona di Bilbao), i Tarragonesi, i Baeti (zona di Siviglia), i Vasconi (Pirenei, da cui è originato il termine guascone), gli Arevaci, i Vaccei, i Lusitani ed i Vettoni (nel Portogallo);
    Anatolia: Galati (276 a.C.) abitanti della Galazia, arrivati dalle regioni del Danubio;
    Macedonia: Tettosagi, Trocmeri, Tolistoagi, che entrano in contatto anche con Alessandro Magno;
    Francia: Sequani, Edui, Alverni, Ambroni, Arverni, Parisii (che diedero i natali a Parigi), Aquitani, Vocati, Volci, Bellovaci, Venelli, Eburovaci, Suessioni, Tricassi, Mandubii, Carnuti, Veneti, Namneti, Pitti, Biturgi, Allobrogi, Gesati, Ceutroni, Eburoni;
    Paesi Bassi e Belgio : Nervii, Menapi, Suessoni, Remi, Belgi (forse di origine germana);
    Germania: Ambroni, Teutoni, Boi, Nemeti, Vangioni, Treviri, Advatici, Usipeti, Tenteri, Eburoni, Ubii, Sicambri(si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica);
    Irlanda: Ulsteriani (con capitale Emain Magach), abitanti del Mide (centro-est), del Connacht (ovest) e del Munster (sud-est), Scotti (che migrarono in Caledonia che prese il nome di Scozia);
    Scozia: Pitti e Caledoni;
    Galles: Ordovici, Siluri e Cornovii (che poi migreranno in Cornovaglia)
    Inghilterra: Atrebati, Belgi, Catuvellani, Trinovanti, Dumnoni (in Cornovaglia), Coritani, Briganti, Suessoni, Carataci, Novanti, Segovii, Trinovanti, Iceni;
    Danimarca: Arudi, Cimbri, Ambroni (si tratta in prevalenza di popolazioni germaniche, di influenza celtica).
    Dunque i Celti, durante una loro migrazione, giunsero fino in Turchia. Nel 278 a.C. Brenno, omonimo del condottiero che un secolo prima sconfisse i Romani, invase la Pannonia e da lì, attraverso l’Illiria, giunse in Grecia, distruggendo Delfi, dove venne ferito. Tra il 278 a.C. ed il 270 a.C., trovando resistenza in Grecia, in particolare in Macedonia, una parte della popolazione celtica attraversò lo stretto dei Dardanelli e si stanziò a ridosso della Bitinia, approfittando anche dell’invito del re locale Nicomede, che, in cambio di territori, li assoldò come mercenari per conquistare l’Anatolia ed avere uno stato cuscinetto con i Frigi. La loro espansione ed i loro saccheggi furono interrotti dall’imperatore di Siria Antioco I, che li sottomise e li confinò in Galazia, regione nei pressi di Ankara. Successivamente, nel 230 a.C., il re di Pergamo Attalo I, sconfigge i Galati che si erano ribellati e fa erigere, come segno di trionfo, dei gruppi marmorei. Di questi oggi ci rimane una copia romana del "Galata Morente".
    L’altra parte della popolazione, che costituiva il flusso migratorio, caratterizzata in particolare dalla presenza dei Bastarni, sconfitta in Macedonia dal re Filippo, padre di Alessandro Magno, si stanziò in Bulgaria, fondando il regno di Tylis.
    E’ opportuno fare una considerazione sull’Irlanda. Fu l’unico paese celtico che non subì invasioni, per cui sviluppò la propria cultura completamente senza subire influenze esterne. Era divisa in cinque regioni: a nord l’Ulster, con capitale Emain Magach, a sud il Munster, con capitale Caisel, ad ovest il Connaught, con capitale Cruachain, ae est il Leinster, con capitale Dinn Rig ed al centro-est il Mide, con capitale Tara, luogo sacro vicino a Dublino. La prima e l’ultima regione furono le più progredite, con la prevalenza finale dell’ultima. Nel 450 d.C. l’Irlanda era divisa in due regni. Il regno del nord abitato dagli Uì Neìll e quello del sud, popolato dagli Eòganachta.
    Dediti alla pastorizia, gli abitanti dell’Isola Verde, non erano molto progrediti scientificamente. Amavano la musica, le arti esoteriche, la natura e svilupparono l’alfabeto ogamico fatto di segni, con il quale composero fiabe, divinizzando eroi nazionali, tra cui Cù Chulainn . Il mito, presso i Celti era importante e questo gli Irlandesi lo applicarono abbastanza. Favole quali l a conquista di Etain , Tàin Bò Cùailnge (la cattura del toro di Cooley), the Book of Leinster , the book of Dun Cow, the yellow book of Lecan (le tre massime fonti mitologiche gaeliche), novità sul maiale di Mac Da Thò sono saghe che raccontano di eroi popolari, di dei, come Maeve, divinità della guerra che visse tre volte, ricalcando le religioni scite e le strutture celesti degli inferi, riprese da tutte le altre religioni. Si ripete il tema della reincarnazione e della resurrezione.
    Gli Scotti migrarono in Galles, dove i loro discendenti furono chiamati "selvaggi" (gaelici) dalle tribù locali ed in Caledonia, a cui diedero il nome di Scozia, tra questi, sull’isola sacra di Iona approdò San Colombano (563 d.C.) che evangelizzò la regione assieme a dodici discepoli.
    Dunque la cultura celtica si interseca con il cristianesimo.
    Sia l’Irlanda che la Gallia furono sede di molti conventi, che in realtà erano comuni. La seconda, poi, fu patria di San Martino, vescovo di Tours, nonché della setta eretica pelagiana, che contrapponeva alla grazia divina, professata da S. Agostino, solo la capacità umana.
    L’Irlanda era la patria della chiesa celtica, che già esisteva prima dell’evangelizzazione della chiesa romana operata da San Patrizio e da Palladio. Questa fu importata dall’Aquitania che aveva frequenti commerci con l’isola verde, ricca di stagno. Nella chiesa celtica non c’era una struttura ed un’organizzazione, esistevano solo abati, la pastorale era semplice, i frati vivevano in luoghi appartati (isole, eremi…), lontano dai conventi, il simbolo più usato era la croce celtica, segno di rigenerazione, contenente al centro la ruota solare, imitando i druidi gli abati al posto della chierica usavano una rasatura da orecchio a orecchio, lasciando i capelli sulla nuca lunghi. La chiesa celtica adattò il modello cristiano all’amore per la natura, per la fantasia, per i luoghi fiabeschi. E’ evidente che, nonostante le dominazioni e le influenze, la filosofia dei Celti rimase incontaminata. In Irlanda, come in Scozia, non si annoverano martiri, segno che il modello cristiano fu accolto pacificamente. Tuttavia ci sono molti santi, nominati anche con la segnalazione degli anacoreti, uomini, che si distinguevano per la semplicità, il vigore, la mitezza.
    Ci furono notevoli dissidi tra chiesa celtica e chiesa romana: alle volte si rasentava la scomunica, come quando Fergal, vescovo di Salisburgo, credeva che sottoterra esistesse un mondo parallelo, in base al modello celtico.
    Lo scontro decisivo tra le due chiese fu nel 663 d.C. nel concilio di Whiotby. In questa sede il dissidio principale, preso a pretesto dalla chiesa romana, consisteva nella festa della Pasqua, che gli abati celtici festeggiavano tre giorni dopo le Palme, secondo la tradizione di Giovanni Evangelista. La chiesa di Pietro e Paolo uscì vincitrice.
    Tuttavia gli abati celtici continuano la loro evangelizzazione in Europa: Sangallo (Svizzera), Bobbio (Pavia), Francia, Salisburgo, Scozia, Inghilterra, Germania.
    Nel 410 d.C. i Sassoni, gli Angli e gli Juti, popoli germanici, occupano l’Inghilterra. I Britanni si ritirano in Cornovaglia, Galles (dove c’è il vallo di Olla), Bretagna e Scozia. Nel 440 Ambrogio Aureliano prende il potere e sconfigge i germani. Nel 491 compare il mito di Artù che, attraverso dodici battaglie, scaccia gli invasori. Dopo il 500 l’Inghilterra è di nuovo in mano ai germanici, che abbracciano la chiesa romana. L’Irlanda vivrà le invasioni vichinghe (793 d.C.) e comincia un periodo di migrazioni degli irlandesi verso l’Europa. Successivamente sarà la volta delle invasioni normanne, che importeranno l’amore per l’agricoltura e la pastorizia.
    Nel 1066 il duca Guglielmo di Normandia riprende l’Inghilterra e restaura la chiesa celtica, rinasce il mito del Graal e di Artù, che viene abbracciato anche dalla Francia, per puri scopi politici, in opposizione al domino della chiesa romana. Nel 1180 Chretien de Troyes scrive il Perceval, nel 1210 Wolfram von Eschenbach compone il Parsival.
    Il re Artù non sappiamo se sia esistito veramente. Sappiamo che richiama il dio celtico Artaios. Questo re si avvaleva del druida Merlino, il cui padre, secondo la tradizione, era Ambrogio Aureliano, a sua volta fratello di Uther. Da quest’ultimo nasce Artù che estrae la spada dalla roccia (caliburnus) e diventa signore di Camelot. Sposa Ginevra e fonda una tavola rotonda di 150 cavalieri. Con essi battè i Sassoni, i Pitti e gli Scotti. Suoi compagni sono:
    Tristano, che innamorato di Isotta, andò in Francia dove morì;
    Lancillotto, che circuì Ginevra;
    Galvano, che si avventura sulle Orcadi, combattendo contro il cavaliere verde;
    Galahad, figlio di Lancillotto, e Percivale che vanno alla ricerca del Graal.
    Artù, alla fine, accompagnato da alcune donne, si ritira su un’isola, da cui farà ritorno successivamente.
    Dunque, ci sono tutti gli elementi delle saghe celtiche: il re e il druida, che lo consiglia e guida; le riunioni assieme, rievocate dalla tavola rotonda; le sofferenze per l’amore, vissute da Tristano e Lancillotto; la lotta contro il nemico di Galvano, come Cù Chulainn, contro il drago; la rigenerazione, come quella di Artù, che fa ritorno da un’isola misteriosa, cioè muore e si rigenera.
    Siamo di fronte ad un eroe mitizzato, come è nella cultura celtica. Il Graal, poi, rappresenta le nature di Cristo: umana nel sangue e divina nell’acqua. Entrambe sono unite assieme dallo spirito. Questi sono i tre elementi raccontati da Giovanni, che era il più seguito dalla chiesa celtica. Chi possedeva il Graal, possedeva questi tre elementi. Di nuovo la fantasia serve ai Celti per superare le avversità della vita, che in questo caso erano rappresentate dai Germani.
    Tuttavia, come già detto, questa figura mitica fu strumentalizzata dai popoli invasori che volevano contrapporsi alla chiesa di Roma.

    Attività

    Le fonti storiche che raccontano dei Celti sono svariate: Erodoto, Cesare, Livio, Polibio (il più accurato), Posidonio, Diodoro Siculo, Dionigi di Alicarnasso, Strabone, Dione Cassio, Tacito.
    I Celti erano una popolazione prettamente nomade. Furono i primi ad introdurre l’uso dei mantelli colorati e dei pantaloni (brache) entrambi ereditati dagli Sciti. Molto bravi dunque nell’arte della tessitura e della tintura.
    Abilissimi, poi, nella lavorazione dei minerali, in particolare del ferro, introdussero l’ottone e per molto tempo lavorarono la smithsonite, un particolare minerale, sostitutivo dello zinco. Conoscevano molto bene le varie tecniche di fusione. Erano anche capaci nella cottura del vetro (bianco e colorato), nell’uso dello smalto e nella lavorazione dell’ambra. Tali pratiche furono perfezionate nel corso del passaggio dalla cultura hallstattiana a quella lateniana.
    Era dedito all’allevamento del bestiame (la parola pecus la ritroviamo anche tra i Galati), in particolare mucche e pecore; da queste ultime si traeva la lana. Popolo guerriero, utilizzavano splenditi elmi piumati ed alcune volte corazze (anche se combattevano quasi sempre nudi), tipo quelle medioevali. La spada celtica era corta e veniva impiegata come arma da taglio. Più tardi ne furono forgiate di più lunghe, tutte intarsiate e adornate di pietre, ma si parla di dopo il 500 d.C..
    Amavano radersi il volto e pettinare i biondi capelli all’insù, indurendoli con del gesso. In battaglia si coloravano il viso e, dopo aver danzato, si lanciavano nudi addosso al nemico urlando: prediligevano il corpo a corpo ed il primo assalto. Per questo con le spade colpivano, menando dei fendenti, che non si rivelavano mai colpi mortali. Polibio racconta che le loro piccole spade si piegavano dopo i primi colpi. Fu questo uno dei motivi che li fece perdere contro i Romani, che invece usavano la spada e le lance, colpendo con dei colpi mortali, evitando il corpo a corpo. Solo successivamente gli Etruschi ridestarono l’uso del carro da guerra che avevano prima appreso sia dagli Sciti che dai popoli del nord (ex Atlantidi) e poi dimenticato. Gli scudi, poi, ben rifiniti ed incisi, erano piccoli rispetto al corpo, sempre perché i Celti confidavano nell’impeto dell’assalto. I Romani avevano scudi lunghi; fu anche questo un motivo della disfatta celtica. Tra l’altro i loro eserciti non erano ben organizzati e le loro tattiche di guerra si basavano prevalentemente sul furore bellico.
    Dunque i Celti, per via del loro furore e della scarsa tattica, erano destinati a perdere le battaglie contro un esercito organizzato. Questa particolarità costituì un serio pericolo per Annibale, nella sua calata in Italia, poiché, in battaglia, la parte celtica del proprio fronte di attacco era la prima a cedere. Il generale punico seppe utilizzare questo potenziale difetto a proprio vantaggio, inserendo i Celti al centro del proprio schieramento, dando origine alla sua famosa tattica a tenaglia, nella quale il centro cedeva e risucchiava il nemico che veniva finito dalle ali, ove era presente la cavalleria.

    L’unico re celtico che capì che, in battaglia, bisognava usare una strategia oltre al furore fu il gallo Vercingetorige, che, impiegando la tattica della "terra bruciata", minava a colpire gli approvvigionamenti dei Romani, ottenendo qualche successo. In particolare, aveva capito che se avesse accettato lo scontro diretto con i Romani avrebbe perso.
    Dal punto di vista dell’edilizia, i Celti abitavano prevalentemente in capanne di legno, circolari o rettangolari, ed in villaggi.
    Cesare chiama vici i villaggi non fortificati e oppidum le costruzioni - roccaforti, di cui le terre celtiche sono piene. I Celti, invece, indicavano con il termine dunum la fortezza e con nemeton un luogo sacro. Soprattutto in Gallia, le loro città avevano mura di cinta spesse.


    Con l’influenza degli Etruschi e dei Greci, che avevano fondato Marsiglia ed influenzavano il commercio di quelle regioni, costruirono case di pietra con piccoli vani. Amavano vivere all’aperto, sotto le querce, ritenute sacre, secondo la cultura del drynemeton (luogo delle querce), ove si tenevano riti sacri e processi.
    Un esempio è la città di Manching, nelle paludi del Danubio, crocevia tra Ungheria e Baviera, distrutta nel 15 d.C. in modo misterioso e violento. Città grandissima (7 km mura di cinta), conteneva tante fabbriche, vicine tra loro, basate sul prototipo della catena di montaggio, introdotto dai Greci. Si trattava di una città tipica dell’espressione lateniana, dove c’erano schiavi e signori, dove il commercio aveva il suo valore (specie quello di massa), dove il denaro aveva la sua importanza.
    Come sepolture dapprima utilizzarono le tombe a tumulo, tipiche della cultura indoeuropea ereditata dai Kurgan (si ritrova tra gli italici, i sanniti, gli illiri….), poi predilessero l’inumazione.
    Commerciavano e lavoravano il sale, in celtico hal: molte città della zona del sale hanno come suffisso iniziale questo termine. Prediligevano l’uso delle botti a quello delle anfore. Inoltre lavoravano l’ambra, con la quali arricchivano le loro collane.
    Amanti del vino, producevano anche la birra. Inventarono il servizio turistico della pensione completa, che si teneva nelle stazioni di cambio.
    In generale, erano dediti alla manifattura (questo fu trasmesso loro dagli Etruschi) ed al commercio, anche per questo si frazionarono molto (di cui Roma approfittò): si può dire che ciascuna unità economica era una tribù (questo fu un difetto della cultura lateniana). Quindi davano una grande importanza al denaro.
    I Celti che vivevano in zone marittime svilupparono un’abile capacità di navigazione. Possedevano navi più robuste di quelle romane: erano fatte di quercia, con vele di pelle. Le caravelle della Lega Anseatica del 1300 erano fatte su questa stessa base, mentre le navi vichinghe erano più sul modello leggero. I Bretoni ed i Britanni in particolare esercitarono un’attività piratesca.
    Il popolo celtico amava molto la musica (in particolare l’arpa) che veniva impiegata per celebrare riti sacri e di preparazione bellica, per raccontare le gesta di eroi e per impiegare la propria fantasia, luogo di rifugio dalle storture della vita. Infatti era molto diffusa la divinizzazione di eroi espressa attraverso le saghe.

    Per i Celti la fama era tutto, soprattutto nella misura in cui gli altri ti ricordavano.
    A tale proposito espressero una tradizione soprattutto orale. Un esempio relativo a questo argomento è dato dai Celti d’Irlanda, che, per mezzo del loro isolamento storico, rappresentano una razza celtica incontaminata. Essi usavano molto le saghe ed i miti.
    Erano anche conoscitori della magia e delle scienze esoteriche.

    Religione

    Secondo la tradizione Eracle, divinità - eroe ellenico, giunto in Gallia, fondò Alesia e si invaghì di una principessa locale. Questa colpita dal suo vigore e dalla sua possenza fisica, si unì all’eroe orientale. Frutto dell’unione fu il giovane Galates, che salito al trono, diede il suo nome al popolo: galati o galli. Questa tesi propagandistica dimostra il legame tra Occidente ed Oriente.

    La religione celtica ha molte affinità con le religioni delle culture indoeuropee, in particolare con quella scita. Essa si basa su concetti molto semplici: la reincarnazione della vita, la rigenerazione, la resurrezione, l’amore per la natura, la sacralità di alcune piante (la quercia in Gallia e Galizia, il tasso in Britannia, il torbo in Irlanda). Gli alberi erano il tramite con il firmamento e separavano l’uomo dagli dei celesti. Attorno ad ogni villaggio c’erano dei boschi sacri (drynemeton) dove si eseguivano riti e dove veniva giudicata la gente dai druidi.
    Si usavano spesso anche i dolmen ed i menir megalitici, già realizzati dalle precedenti civiltà, per rappresentare una continuità tra l’uomo ed il firmamento.
    La morte rappresentava per i Celti una breve pausa per una vita eterna: esisteva infatti la reincarnazione (in cui si crede anche in India), per questo si amava la natura, perché si poteva rinascere in altre forme di vita. Il concetto di rigenerazione era fondamentale ed a simboleggiarlo c’era la croce celtica. Il tema della resurrezione è importante, perché indica una continuità della vita ai danni della limitatezza della morte.
    Dunque il celtico non si preoccupava se in battaglia moriva, anzi questo gli dava più onore, tanto poi risorgeva. Andavano nudi in battaglia perché, in preda al loro furore bellico, comunicavano con gli dei direttamente e quindi emettevano calore. Non è escluso che i druidi conoscessero delle tecniche yoga, atte a creare uno stato di trance nei guerrieri nella fase pre-bellica. Essi infatti eseguivano dei passi di danza prima di combattere, proprio per entrare in contatto con le divinità.
    I Celti, specialmente quelli d’Irlanda, credevano che alcune divinità vivessero sottoterra. Con loro si entrava in contatto attraverso pozzi e stagni. Attorno ad ogni villaggio c’erano zone ritenute sacre anche per questo. In Vandea sono stati trovati pozzi contenenti alberi e resti umani e animali: agli dei si sacrificava tutto, sia il simbolo della fertilità che la vita stessa. Esistevano cerimonie celtiche, presiedute da druidi, in cui, con un sottofondo musicale, si portavano in processione alberi che, alla fine, venivano sepolti in pozzi.
    I Celti non credevano nel peccato, quindi la loro morale era molto semplice.
    Collezionavano le teste dei nemici (in Irlanda il cervello) sopra le porte delle loro capanne o su pali conficcati nel terreno, sia perché questo accresceva la loro fama, sia perché quando il nemico fosse rinato lo avrebbe fatto senza testa, quindi più debole.
    I Galati trasmisero ai loro cugini europei il mito scita del piccolo dio Attis e della sua madre Cibele, dispensatrice di coraggio e gran madre di tutti, che poi, se vogliamo, è lo stesso mito fenicio del dio Baal e della dea Baalat.
    Dunque la donna rappresentava il coraggio, che specialmente in battaglia era molto utile, e la fertilità che si ricollega alla rigenerazione della vita: esisteva una forte venerazione per la madre. Non è escluso che esistessero druidesse, come le abitanti dell’isola bretone o la sacerdotessa di Vix della Baviera.
    Il ruolo del druida è molto simile a quello del bramino indiano (la società celtica e quella indiana sono simili: il re - cavaliere assomiglia al rajas indiano). A tale proposito si sottolinea che alcune parole del gaelico sono molto simili al loro omologo indiano.
    I druidi erano il centro della religione celtica. Ebbero anche una valenza politica. In Gallia, in particolare, sotto la dominazione romana, difesero i costumi celtici e portarono avanti un sentimento rivoluzionario antiromano che sfociò secoli dopo durante la fine dell’Impero Romano. Essi non pagavano tasse, non espletavano il servizio militare, non erano legati al loro territorio come il resto della popolazione. Erano, in pratica, i veri capi della tribù. Avevano un falcetto in mano che li rappresentava, anche perché erano conoscitori di erbe mediche, che venivano raccolte con una certa ritualità. Alcune, perché velenose, erano raccolte con la mano sinistra (era quella che valeva di meno), altre con la destra. Essi seppellivano i morti in tumuli, secondo la tradizione dei kurgan.
    I druidi si riunivano in assemblee e c’era il majestix (il grande re) che affidava i vari compiti a loro. Si diventava druida solo dopo aver superato una prova che consisteva nel ritirarsi nel bosco sacro e giungere all’aldilà (attraverso prove di allucinazioni ed ipnosi): solo chi vi era stato ed aveva fatto ritorno tra i mortali poteva guidare un popolo.
    I Celti avevano 374 divinità. In realtà molte erano copie di altre, per cui se ne contano circa 60. Tra questi si ricorda: Teutate, dio barbuto, presente nei riti sacrificali, Beleno omonimo di Apollo, Arduinna da cui presero il nome le Ardenne, Belisama omonima di Minerva, Nemetona dea della guerra. Il più importante di tutti era Lug, che diede il nome a Lione e Leida. Simboleggiava un grande druida e sapeva suonare l’arpa, lavorare il ferro, combattere da valoroso, fare magie. Questi fu il progenitore del germano Wotan, che era chiamato anche Odino ed era il signore del Walhalla.
    Wotan era il grande druida ed era il signore del calore magico che infiamma il guerriero. Dunque tra Germani e Celti c’è questa trinità divina in comune: Wotan-Odino, Donar-Thor, Ziu-Tyr, presso i primi; Teutate, Eso e Tarani presso i secondi. Teutate era il più potente e si placava con sacrifici di sangue. Eso era identificato con il toro, anche egli assetato di sangue. Tarani era il dio della guerra e preferiva il rogo. Successivamente, Lug prese il potere su tutti. La volta celeste era la proiezione della vita terrena, per questo si ipotizzavano lotte e nascite di dei. Alla fine uno prevalse e fu il successo dei druidi. Il concetto di trinità è molto ricorrente nelle religioni dei popoli di origine orientale.

    DRUIDI E DRUIDISMO


    E' molto difficile al giorno d'oggi ricostruire con un certo rigore scientifico il corpus dottrinale, mistico, magico e l'insieme di conoscenze scientifiche e tradizionali possedute dagli antichi Druidi. Essi, infatti, non ci hanno trasmesso nulla di codificato, e la quasi totalità della loro dottrina è andata perduta con la morte dell'ultimo di essi. Tuttavia, attraverso una cauta analisi di un certo numero di fonti indirette (romane e greche) o tardive (che si riducono a qualche cenno nei manoscritti di eta' cristiana), aiutandosi anche con elementi del folklore nordeuropeo sopravvissuti nei secoli, si è riusciti, negli ultimi due secoli, a dipingere un quadro generale, a dire il vero piuttosto vago, ma comunque estremamente interessante.
    Innanzi tutto, la figura del Druido era centrale nella civiltà celtica, ed assommava in sé diverse caratteristiche peculiari, che possono venire sommariamente suddivise in due aspetti principali: la funzione sacerdotale, e quella politica. Analizzeremo per prima quest'ultima, in quanto è quella oggi conosciuta con maggior precisione.
    Nella società celtica il potere politico, detenuto saldamente dal Re, aveva origine sacrale: il sovrano era anche l'incarnazione di un simbolo solare, la cui forza e virtù dovevano procurare alla Tuath il favore degli dei, la vittoria in battaglia e l'abbondanza dei raccolti. Proprio per questo motivo era compito della classe druidica insignire il nuovo Re, allorché il precedente moriva o non poteva più guidare la tribù (si noti che questo avveniva anche in seguito ad una mutilazione o menomazione di qualsiasi tipo: il Re , in quanto simbolo vivente del suo popolo, doveva essere perfetto nel corpo e nello spirito, in caso contrario avrebbe attirato sul suo popolo lo sfavore dell'Annwyn). Oltre a questa determinante funzione di nomina del Re, la classe druidica esercitava un controllo politico forte, benché velato: in primo luogo deteneva il potere legislativo e giudiziario; in secondo luogo era la depositaria ufficiale di tutto il sapere e provvedeva essa stessa all'educazione dei giovani e di quanti volessero entrare nel sacerdozio; ma soprattutto aveva (nella persona del Capo Druido) fondamentali funzioni consultive: riassumendo, si potrebbe schematicamente dire che il Druido era tenuto a consigliare il Re per il meglio (aveva la prerogativa di parlare prima del Re), ed il Sovrano aveva il dovere di tenerne in grande considerazione i pronunciamenti, onde non perdere il favore dell'Annwyn (parola che designa genericamente l'Aldilà, includendo gli spiriti, le anime dei defunti, le forze magiche e naturali, le entità divine o semidivine... in poche parole, l'Occulto). Tale favore sussisteva proprio in virtù di un giusto equilibrio fra l'uomo e la natura, fra la Terra e l'Aldilà, che era compito dei druidi mantenere, anche attraverso l'esercizio di rituali e cerimonie particolari.
    L'ordinamento politico della civiltà celtica era, in sostanza, bipartito, e rispecchiava la concezione druidica dell'Universo: un concetto analogo verrà espresso attorno al 1000 d.C. da Adalberone di Laon, che descriverà la società medievale tripartita (in quanto specchio della Trinità). Al di là di queste motivazioni di carattere mistico, questa struttura gerarchica aveva indubbiamente molti pregi: in particolare quello di fornire un elemento unificante comune a tutte le varie Tuath sparse per l'Europa e per l'Asia. Fu proprio il Druidismo, oltre alla lingua e alle comuni tradizioni, a rendere i Celti una Civiltà; alcuni storici parlano addirittura di un Impero ("Celtica"), nonostante la forza dei vari particolarismi e la totale indipendenza delle Tuath (venuta meno solo in brevi periodi): un impero, dunque, unificato ed uniformato, in prima istanza, dal Druidismo e dalla classe sacerdotale. Per concludere il discorso, si noti di sfuggita come delle tre classi sociali celtiche (Aristocrazia terriera fondata sul possesso del bestiame, Classe Sacerdotale e Aes Dana, cioè gente in possesso di abilità manuali o tecniche, ivi inclusa la coltivazione della terra) solo la prima comportasse una qualche forma di "impermeabilità", peraltro relativa e ferma soltanto ad alcune prerogative sociali (comunque subordinate al possesso dell'abilità in campo bellico); in particolare potevano accedere ad una formazione druidica tutti coloro che ne facessero richiesta e che mostrassero in tenera età disposizione allo studio: anche il figlio del più povero dei contadini avrebbe potuto ottenere in questo modo posizioni di prestigio nella società, o imparando a padroneggiare un mestiere, o addirittura entrando nell'Ordine dei Saggi: fatto praticamente isolato nelle civiltà antiche, senza echi nemmeno in quelle cosiddette "democratiche" e "fondate sul diritto" (?????) come quella romana.
    Veniamo ora alla funzione sacrale dei Druidi. Essi erano gli unici intermediari tra l'Uomo e l'Assoluto, ma non si limitavano all'esercizio di pratiche esclusivamente sacerdotali: amministravano la giustizia, svolgevano mansioni di guaritori e medici, indagavano la natura, il moto degli astri, la filosofia, la teologia e le scienze naturali nell'accezione più vasta del termine. La loro dottrina era giunta in questi campi a livelli considerati alti persino dai dotti greci (ai quali, verosimilmente, ne venne rivelata solo una parte infinitesima, in quanto le conoscenze dei Druidi erano loro retaggio esclusivo, fonte di potere e prestigio, custodite gelosamente e tramandate unicamente per via orale, da maestro a discepolo). Tale dottrina doveva avere notevoli profondità di contenuti, se si tiene conto che il periodo standard di apprendimento da parte dell'apprendista aveva una durata superiore ai vent'anni.
    Poco ci è noto della struttura gerarchica dell'Ordine dei Saggi ( "Molto Saggio" sarebbe verosimilmente il significato etimologico della parola Druido, composta delle radici Der + wydds; fino a non molto tempo fa però era quasi universalmente accettato il significato (piuttosto forzato) di "Figli della Quercia"). Si sa da fonti classiche che era suddiviso in tre rami: i Druidi veri e propri, i Filidh (veggenti) e i Bardi. Alla quasi unanimità degli studiosi pare verosimile che la distinzione tra le prime due categorie non fosse così accentuata; diverso è il discorso per i Bardi, di cui ci si occuperà, brevemente, in seguito.
    Analizzando e comparando un certo numero di fonti, si è giunti a distinguere i Druidi veri e propri in un certo numero di "specializzazioni", che sono le seguenti:
    Filidh: Si occupava delle profezie, e dei riti divinatori in genere.
    Atheberth: Si occupa dei sacrifici e della divinazione ad essi connessa.
    Liaigh: E' un guaritore, specializzato nell'applicazione delle tre medicine: magica, chirurgica e vegetale.
    Brithem: Si occupa del tramandamento e dell'applicazione della legge.
    Scelaige: Il "Contatore", esperto in matematica e nella valutazione del numero delle armate nemiche, dell'estensione della terra, nella conta degli alberi, dei frutti, nella stima dei capi di bestiame e delle messi... leggende raccontano che questi druidi fossero in grado di dare una stima abbastanza precisa con un solo colpo d'occhio.
    Gutuater: L'Esortatore, l'Invocatore, che guidava i riti invocando la presenza e l'ascolto dell'Annwyn.
    Per quanto concerne l'ordinamento gerarchico, ogni Clan aveva i suoi Druidi, i migliori dei quali prestavano servizio per l'intera Tuath al Bosco Sacro, vero cuore di ogni popolazione celtica. Qui i Druidi eseguivano i riti solenni connessi alle quattro Festività, ed esercitavano la loro arte nell'interesse dell'intera Tuath; alcuni studiosi ritengono che non vi fosse ordinamento gerarchico (in quanto scarseggiano cenni espliciti nei pochi documenti in nostro possesso), ma sembra verosimile che ogni Bosco Sacro avesse un Capo Druido, alla cui guida gli altri Druidi erano sottomessi (fatto che emerge da una serie di indicazioni implicite evinte da svariate fonti, non ultimo Cesare). Ciò che invece si sa per certo, al di là di ogni possibile dubbio storico, è che esisteva un Bosco Sacro (quello dei Carnuti, chiamato significativamente il "Cuore di tutte le Gallie") che aveva una sorta di "prevalenza" su tutti gli altri, e in cui tutti i (Capi)Druidi si recavano in occasione della Festa di Samhain. E' verosimile supporre che il Capodruido dei Carnuti avesse un ruolo di guida almeno sui Druidi della Gallia, e probabilmente anche su quelli insulari.
    A questo proposito, si ha traccia di un Santuario Druidico sull'isola di Môn (attualmente Anglesey) che era, secondo Cesare, il "Centro del Druidismo", più probabilmente di quello cimrico; è verosimile che sull'isola di Mona venissero addestrati gli iniziati della zona, e si trattava sicuramente di un luogo sacro. Svetonio Paolino, comandante in capo delle forze romane in Britannia, attaccò massicciamente l'Isola nel 60-61 d.C. Dopo un'iniziale terrore dovuto, secondo la cronaca romana, ad "incantesimi e malefici" scagliati sui legionari in avvicinamento (!!), i romani ebbero facilmente ragione degli abitanti dell'isola, per lo più sacerdoti, e massacrandoli senza incontrare ulteriori problemi. Disgraziatamente per loro, la notizia di questa profanazione si diffuse, e portò in ultimo alla rivolta delle Tuath capeggiata da Boudicca, Regina degli Iceni. Suo marito, Prasutagus, aveva tentato un compromesso con Roma per salvare dall'estinzione il proprio popolo, rendendo l'imperatore Nerone co-erede dei suoi possedimenti. Tuttavia in seguito alla sua morte (61 d.C.) Boudicca venne fustigata e le sue figlie furono violentate dai soldati romani... La rivolta dunque non attendeva che una scintilla per accendersi, e divampò in modo violentissimo, portando al saccheggio della maggior parte degli insediamenti romani della zona, i cui abitanti vennero, secondo cronisti romani, sacrificati dai druidi nel corso dei loro riti... Per inciso la pratica dei sacrifici umani, per quanto assolutamente esecrabile nonostante la peculiare concezione di aldilà in cui i celti credevano, era molto meno frequente di quanto i romani non amassero descrivere, e veniva per lo più applicata a criminali o prigionieri di guerra: una sorte non dissimile a quella riservata dagli stessi romani alle loro vittime, che venivano condotte a milioni in schiavitù, massacrate "per divertimento" nelle arene o uccise direttamente sul posto della cattura dai legionari: donne, vecchi e bambini inclusi...
    Dopo aver dato una sommaria descrizione dei Druidi, vale forse la pena di spendere qualche parola sui Bardi. La funzione del Bardo era duplice: da un lato egli era responsabile dell'intrattenimento dell'aristocrazia guerriera, specie durante i lunghi mesi invernali durante i quali l'attività bellica e venatoria venivano necessariamente meno; accanto a questo compito per così dire "frivolo" ve n'era un altro di peculiare importanza: così come il Druido era il depositario della Sapienza, della Legge e della Magia, il Bardo era il custode delle Tradizioni, della Storia, delle Leggende, in una parola dell'identità culturale del suo popolo; tutto ciò veniva affidato alla sua memoria attraverso canti e ballate in metrica e in rima, che nel complesso formavano un corpus poetico di dimensioni impressionanti, monumentali; oltre a ciò il Bardo era l'autorità inappellabile nel risolvere le questioni dinastiche, e si ritiene che fosse in grado di recitare l'intera genealogia di qualunque guerriero fino almeno alla nona generazione (e anche più in là per i Campioni dall'ascendenza illustre o regale). Infine il Bardo era tradizionalmente ritenuto in grado di padroneggiare la magia della Musica, capace secondo le leggende di indurre al riso o alla tristezza, di infondere coraggio ai propri guerrieri e di terrorizzare le schiere nemiche, o addirittura di farle cadere in un sonno magico... Una testimonianza, in chiave mitica naturalmente, di quanto gli antichi Celti amassero la musica e la poesia, da loro innalzata a forme tutt'altro che primitive, come vorrebbero invece le fonti classiche loro contemporanee.
    Per quanto riguarda l'ordinamento gerarchico, i Bardi erano considerati Druidi a tutti gli effetti, e pare (almeno secondo alcuni) che potessero persino venire eletti capi-druidi (purché ritenuti abili anche nelle dottrine magiche e mistiche), ma avevano una propria gerarchia e proprie sotto-specializzazioni: tra queste, brevemente, il Sencha, o Storico, era custode della storia del suo popolo; i Cainte, specializzati nell’uso della satira; i Bardagh, aspiranti bardi che studiavano presso un maestro; i Cithradrag, bardi esperti solo nell’uso degli strumenti e non della voce; il Dorsaid, facente funzioni di araldo… Analogamente ai Druidi, in ogni Tuath il bardo più dotato veniva eletto dai suoi simili Penkerrd, Capo-Bardo, sedeva alla sinistra del Re (il Capo Druido alla destra) ed aveva diritto a portare un mantello a sei colori, simbolo della sua carica.
    Druidismo
    Come si è detto alla voce “la spiritualità dei celti”, la società celtica era espressione del divino; ed avendo loro un’immagine del divino tripartito secondo i principi Skiant, Nerz e Karantez, espressione dell’Awen, anche la società era così ripartita.
    Quindi se a Nerz corrispondeva la classe guerriera e a Karantez la classe produttiva, Skiant (conoscenza/saggezza) era rappresentata dai sacerdoti.
    Tali sacerdoti hanno il nome di druidi, appellativo sulle cui origini si è molto discusso.
    Ci sono alcune teorie elaborate a tale proposito tra cui quella che vuole la parola druido come derivazione di quercia dal gaelico Duir; tale ipotesi venne fatta sia per la somiglianza tra i nomi Druid (druido) e Duir (quercia) e dal fatto che la quercia era un albero sacro e caro ai druidi. Però questa ipotesi è stata superata in quanto anche se si somigliano, duir è diverso da druid.
    L’ipotesi più accreditata è quella sostenuta da etimologisti come Whitley Stokes e Rudolf Thurneysen i quali sostengono che la parola deriva dalla radice linguistica dru-wid “conscenza della quercia”, in cui wid significa “conoscere” o “vedere”. Secondo questa tesi quindi, il significato non letterale equivale a “quello la cui conoscenza è grande”.
    L’origine della casta dei druidi si fa risalire ad un periodo antecedente il 400 a.C., quando l’Europa era quasi interamente ricoperta di foreste di querce e la popolazione usava le ghiande come risorsa alimentare durante i periodi difficili; la quercia quindi veniva venerata come simbolo della crescita della vegetazione ed era considerata albero sacro da tutti i popoli che discendevano dagli indoeuropei.
    I druidi non erano semplicemente sacerdoti o sacerdotesse, ma erano una classe di intellettuali, la cui casta riuniva tutte le funzioni erudite. Quindi fra i druidi si trovavano sì coloro che si occupavano di questioni religiose, ma anche storici, giudici, poeti, musicisti, medici, insegnanti, alcuni potevano essere anche re o comunque le guide della loro tribù o magari dei consiglieri politici.
    Il loro ruolo era estremamente rilevante, al punto che per poter essere definiti druidi all’interno della società era necessario fare un praticantato molto lungo, a volte anche di vent’anni durante i quali l’allievo apprendeva una quantità enorme di nozioni relative a tutti i settori dello scibile, senza che vi fosse un testo scritto a supportarlo. Le informazioni infatti venivano passate dall’insegnante all’allievo oralmente per due motivi fondamentali: per impedire al volgo di venirne a conoscenza e per impedire che l’impegno dell’apprendista venisse meno grazie ai testi scritti.
    Chiunque lo desiderasse poteva accedere alla “scuola” druidica, e il titolo di druida di otteneva per merito mai per eredità. Chi voleva accedere alla scuola doveva comunque essere immune da qualsiasi tara e da qualsiasi difetto fisico o intellettuale.
    Il druida al termine della sua lunghissima iniziazione, veniva considerato l’intermediario tra gli dei e gli uomini (guerrieri e artigiani) rappresentanti dal re.
    Dato che deteneva l’autorità spirituale era amministratore del sacro ed era responsabile del sapere, della conoscenza, di tutte le speculazioni e attività intellettuali e religiose (sacrifici, magia, medicina, diritto, predizione, divinazione, genealogia, astronomia ecc.).
    Uno dei suoi compiti era di orientare e consigliare, a volte vincolando mediante un’ingiunzione o un interdetto e il suo ruolo gli dava il diritto di parlare prima del re. Ovviamente non era vincolato da nessun tipo di obbligo o interdizione ed era esentato dal pagamento di qualsiasi imposta.
    All’interno verranno analizzati nel dettaglio tutti i ruoli ricoperti dai druidi in quei campi di conoscenza nei quali erano maestri.
    Tutto questo nel tentativo di cercare di conoscere meglio una casta, quella dei druidi, che ha esercitato l’influenza spirituale più illuminata e civilizzata di tutta l’Europa preistorica.


    I druidi occupavano un gradino davvero notevole all'interno della società, tanto che a Dione Crisostomo sembrava che costoro detenessero un posto addirittura superiore a quello del re, e che questi non fosse che un misero fantoccio nelle loro mani. Ciò non è del tutto esatto, ma contribuisce a rendere bene l'idea della potenza druidica, che compare anche in numerosi testi mitologici. Basti leggere questa frase tratta dall'immortale Tain Bo Cuailnge:
    " Nessuno rispose, poiché era proibito agli Ulaid parlare prima di Conchobar, e Conchobar non parlava mai prima dei suoi tre druidi."
    In effetti, similmente a quanto accade nella mitologia indiana con la coppia Mithra- Varuna, il druida non ha il potere materiale e decisionale, che spetta di diritto al re, ma possiede comunque un'influenza innegabile in quanto rappresentante della dimensione trascendentale in un popolo che aveva sempre rifiutato il dualismo aristotelico tra "realtà" e "irrealtà".
    Il druida consiglia il re come intermediario che riferisce i piani divini: il re, quindi, non può esimersi dall'ascoltarlo. Il potere giuridico, riferendosi al discorso precedente, spettava ai druidi in quanto brithem, ossia magistrati che conoscono, interpretano ed applicano la complessa legislatura trasmessa, naturalmente, per via orale.
    Quella di brithem non però è che una delle numerose funzioni attribuite ai druidi. Queste complesse figure, ammantate di mistero, possedevano diverse cariche specifiche di estrema importanza all'interno della società.
    Degni esempi possono essere druidi "specializzati" come il sencha, che svolge la funzione di storico ed è incaricato di tramandare la memoria collettiva di una società che si basava sull'oralità; o il cainte, l'invocatore, colui al quale spettava il compito di lanciare maledizioni e benedizioni e di evocare gli spiriti attraverso il canto magico; lo scelaige, il narratore, esperto dei racconti epici; il dogbaire, grande conoscitore di erbe inebrianti ed allucinogene; il liaig, preparato medico in grado di combinarei i rimedi magici a quelli scientifici, come la chirurgia, che era praticata ad un livello impressionante, e alle piante curative. Diversi druidi avevano anche doti di vati, come dimostrano anche molti testi mitologici in cui essi compiono predizioni di tutto rispetto, a volte ottenute con il sacrificio rituale degli animali e a volte derivate da una sorta di coscienza "superiore".


    nfine, tra di loro, va annoverato il cruitire, l'arpista, in grado di suonare con tecniche così raffinate da suscitare ilarità, pianto o sonnolenza nei suoi ascoltatori, secondo i suoi desideri.
    Questi rappresenta una figura di spicco all'interno della cultura e del panorama mitologico celtico. Più e più volte sono nominati, nell'epica irlandese, musici dotati di queste doti particolari. Ad esempio, poco dopo il ritrovamento, riportato più sopra, della spada Orna da parte di Ogmè, il dio In Dagda riprende possesso di un'arpa che gli era stata rubata dai mitici Fomoire. Questa, lungi dall'essere raffigurata come un mero oggetto, ha ben due nomi che indicano il rispetto che i Celti dovevano a questo tipo di strumento. Si dice inoltre che In Dagda "aveva racchiuso le proprie melodie" nell'arpa. Il dio, poi, la utilizza per suonare le "tre arie che distinguono l'artista", facendo dapprima lacrimare, quindi piangere ed infine addormentare i Fomoire che stavano per attaccarlo, e riuscendo così ad andarsene incolume. Tale episodio è ben esplicativo del grande rispetto che la gente comune attribuiva ai bardi. I Celti erano grandi amanti della musica; a tutt'oggi possiamo ascoltare con ammirazione gli armoniosi brani degli artisti contemporanei, che hanno saputo conservare l'incanto e la magia dei loro predecessori. Un altro aneddoto molto significativo è il fatto che l'Irlanda, dopo le innumerevoli invasioni di popoli mitologici, sia stata conquistata definitivamente, secondo la leggenda, non dalle armi ma dall'arpa e dal canto di Amergin, il poeta.
    I Celti avevano un grande rispetto per tutte le categorie di artisti, dai bardi agli artigiani. Questi ultimi, chiamati aes dana, godevano di privilegi spesso non accordati nemmeno alla nobiltà, come ad esempio la possibilità di varcare impunemente i confini tribali. Possedevano notevoli tecniche di lavorazione, ammirate sia dai loro vicini, i Romani, che dai moderni studiosi dell'arte. Si può restare ancora stupefatti dinanzi alla intricata bellezza di una torquis, di un elmo o di uno dei loro splendidi e ostentatamente preziosi manufatti, ornati con migliaia di figure simboliche stilizzate con abilità. Anche nei testi mitologici si esalta l'amore celtico per la bellezza dei monili, descrivendo con accuratezza i preziosi e gli artefatti scolpiti dagli artigiani più dotati.
    Abbandonando questa parentesi, possiamo notare come il rispetto di cui, pare, godessero i druidi fosse davvero straordinario. La mitologia, come sempre, è una delle nostre maggiori fonti di informazione: veniamo così ad apprendere che, durante una lotta o addirittura una battaglia, bastava che uno di loro alzasse un ramo di quercia perché cadesse il silenzio e ogni combattimento cessasse.
    Durante uno scontro, ogni druida e bardo godeva di totale immunità, tanto da potersi aggirare per il campo di battaglia liberamente senza che nessuno potesse fargli del male, in parte anche per il suo compito di storico. Questo speciale salvacondotto non veniva a cadere nemmeno nel caso che un druida decidesse di schierarsi con una delle sue parti o esasperasse un guerriero in modo eccessivo: Cù Chulainn trova la morte per aver infranto tutti i gessa che gravavano su di lui, e tra questi si trova il divieto universale di uccidere un membro della classe druidica (nel caso specifico un satirista, che pure lo aveva provocato e ripetutamente insidiato). I druidi, in effetti, pur non essendo ufficialmente costretti a partecipare alle guerre, spesso vi si recavano in ogni caso, di loro volontà. Numerose sono le descrizioni di druidi pronti per la battaglia; a quanto pare, alle numerose magie guerresche che compivano, essi univano anche una buona preparazione bellica più materiale. Anche Diviziaco, il druido degli Edui divenuto confidente di Cesare, parlava nel Senato appoggiandosi al suo scudo, e non esitava a pianificare le tattiche delle sue truppe come un vero stratega, pur sotto le direttive romane.
    I druidi erano estremamente apprezzati anche dai loro contemporanei Latini e soprattutto Greci. Basti pensare a come Cicerone si vantasse pubblicamente, con aperto orgoglio, di aver potuto parlare ad uno di essi. Da più e più autori classici, i druidi vengono messi in relazione con la dottrina pitagorica. Ciò non è assolutamente vero - l'unica credenza da loro condivisa era quella dell'immortalità dell'anima - ma testimonia, comunque, il rispetto di cui dovevano godere questi filosofi anche presso i popoli mediterranei, ben lungi dal catalogarli come selvaggi e anzi propensi a riconoscere la loro alta levatura intellettuale e di pensiero.

 

 

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