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Discussione: I Liguri

  1. #1
    Mjollnir
    Ospite

    Post I Liguri

    I Fuochi Sacri dei Liguri

    di Mariella Bernacchi


    La Liguria è terra di tradizioni primordiali, la sua lingua pre-esisteva al volgare e al dialetto toscano che in seguito sarebbe diventato ?italiano?.

    Ed è una miniera di parole di radice celtica, germanica, e, curiosamente, anche araba. Forse per invasioni o frequentazioni di Punici e Saraceni, ma potrebbero esservi radici assai più antiche, addirittura una traccia di ancestrali culti del fuoco indoeuropei. E? conreoversa l?origine dei Liguri. Lo storico romano Varrone, li fa risalire a tribù proto-celtiche, e dello stesso parere è il ricercatore italiano Gualtiero Ciola, nel suo ?Noi, Celti e Longobardi?. Ma qualcosa di veramente straordinario è la contemporaneità di almeno due feste del fuoco che si svolgono in giornate contemporanee a migliaia di chilometri di distanza: in Iran, segretamente, la notte del fuoco di Zoroastro, e a Savona la ?Festa dei Lumetti?, che cadono ambedue il 19 Marzo, una data prossima all?Equinozio di Primavera. Sia chiaro che quel giorno, Festa di San Giuseppe lavoratore, era presso i Romani celebrazione di Minerva, Dea protettrice di arti e mestieri che ha il suo equivalente nel celtico Lugh, Dio della luce solare. La Minerva romana ha fra i suoi simboli il pavone, animale zoroastriano e persiano per eccellenza. Dunque una traccia di memorie cultuali indoeuropee centrate sulla solarità che sono passate dall?antica Persia, nella valle dell?Indo, attraverso l?oriente, per approdare al suolo Italico . Attorno al 19 Marzo, i fedeli di Zoroastro, maestro che propugnò la vittoria del fuoco sacro sulle tenebre infernali e del Sole sul Buio, nonostante la religione islamica, nella notte che segna il passaggio dall?inverno alla primavera, saltano 7 volte su fuochi propiziatori, recitando la strofa magica :?la luce e il calore del fuoco a me, la parte gialla ai diavoli e ai cattivi?. Si tratta di un residuo del culto indoeuropeo del fuoco sacro, veicolato dall?antinomia zoroastriana luce-tenebre. Ma veniamo ora alle ?Seiann-e di lumetti? (le serate dei lumicini) della tradizione savonese, che fanno coincidere la festa di San Giuseppe con quella dell?antica Madonna della misericordia, apparsa ad un contadino nei pressi di un corso d?acqua. Ormai le luci al neon e i fanali delle automobili hanno surclassato ?lumetti? e ?balunetti?(palloncini di carta con una candela accesa dentro appesi alle finestre), ma chi scrive se li ricorda ancora in pieno splendore negli anni dell?infanzia. In quelle serate era tutto un brillio di luci, specie nei ?caruggi?(vicoli) dove lumetti e balunetti formavano file ininterrotte di luci palpitanti. Vi erano palle luminose ai balconi, bicchieri di carta con una candela alle finestre, lumi ad olio, luci elettriche nelle principali vie. La popolazione, sciamava per le strade, specie gli anziani, per scambiarsi visite serali approfittando del primo tepore primaverile. Non mancavano piccoli e inoffensivi petardi tirati dai ragazzini per far chiasso. Le luci si accendevano al tramonto per restare accese fino a notte tarda, lungo tutta la città, spingendosi verso il fiume Letimbro, sulle cui colline i contadini accendevano falò con le fiamme più alte possibile, come in una gara luminosa, fino al santuario della Madonna. Qui la festa si concludeva con funzioni religiose officiate dal vescovo, e con la vendita di collane di nocciole che venivano poi consumate a casa. Si ricordi il valore del nocciolo come pianta sacra della tradizione druidica. Intorno al solstizio d?inverno si celebra a Savona e provincia ?Uconfeügo? (il confuoco), un falò solstiziale di origine pagana che è continuato fino ai giorni nostri. Esso consiste nell?offerta alle autorità cittadine di ceppi di alloro e fronde, che vengono irrorate di vino, confettini dolci, e alle quali è poi dato fuoco. Se il fuoco sarà alto e dritto è di buon auspicio. Le ceneri e i tizzoni sono raccolti come porta fortuna e offerti alle autorità comunali in un artistico vaso. L?alloro è pianta sacra ai Liguri come la quercia lo è per i Celti. L?alloro, perennemente verde, si ricollega ad Apollo Iperboreo, ed è un simbolo di immortalità. Era l?originario albero di Natale dei Liguri. Le sue fronde ricoprivano il ?pandolce di Natale?; una sorta di panettone rotondo e schiacciato, che simboleggiava il sole. Si presentava in tavola coperto di alloro, i commensali toglievano le foglie, e il ?sole? del dolce dorato e coperto di canditi e uvetta illuminava la tavola. Fuochi si accendevano ancora la notte di San Giovanni, il 24 Giugno, e lumini galleggianti sono spinti sul mare in occasione di feste Mariane : la divinità femminile Ligure dei primordi era la ?Mater Matuta?, una vergine partoriente.

    Il sacro Fuoco è immortale !

  2. #2
    zilath mexl rasnal
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    Predefinito Re: I Fuochi Sacri dei Liguri

    Originally posted by Mjollnir
    I Fuochi Sacri dei Liguri

    di Mariella Bernacchi



    Scusa Mjollnir è un'articolo od una parte di un libro Potresti indicare i dati relativi? Grazie.

  3. #3
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito Re: Re: I Fuochi Sacri dei Liguri

    In Origine Postato da nhmem
    Scusa Mjollnir è un'articolo od una parte di un libro Potresti indicare i dati relativi? Grazie.
    É un articolo, trovato sul sito www.zuccagialla.com

  4. #4
    zilath mexl rasnal
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    Predefinito Re: Re: Re: I Fuochi Sacri dei Liguri

    Originally posted by Mjollnir
    É un articolo, trovato sul sito www.zuccagialla.com
    Grazie Mjollnir; forse è il caso di segnalare detto sito nell'apposito tread?

    Colgo l'occasione per ricordare il libro di Renato del Ponte, I Liguri, Etnogenesi di un popolo, edito da Ecig Genova.

  5. #5
    zilath mexl rasnal
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    Predefinito I Liguri



    Articolo di Lombardo, intervista a Renato del Ponte e notizie utili sulla Mostra in Historia Magistra Vitae

  6. #6
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito i liguri antichi abitanti d'europa

    Liguri, antichi abitanti d'Europa ( prima parte)
    1
    Dalla preistoria alla colonizzazione romana


    . . . montani piratae qui Alpium asperrima colunt . . .Varr.



    Le prime testimonianze a proposito dei Liguri risalgono ad Esiodo, Ecateo di Mileto ed Eschilo, che li citano come i più antichi abitatori dell’Italia.
    Le fonti che descrivono le popolazioni liguri, il loro modo di vivere, la loro fiera lotta per l’indipendenza contro gli eserciti romani, sono scaglionate su ben dieci secoli, frammentarie e , soprattutto, sono le voci dei vincitori.
    I Liguri non scrissero di loro stessi, delle loro origini e delle migrazioni che li portarono sul Mediterraneo, dal Rodano all’Arno, nè parlarono della loro fierezza, dell’amore per le montagne dalle quali traevano a gran fatica di che vivere e che veneravano, adorandone le vette.
    Le voci dei Romani ci raccontano di in popolo ribelle, che rifiutò più di ogni altro di piegarsi alla potenza dell’Urbe e sta a noi tradurre la malvagità in spirito indomito, la sedizione in desiderio di libertà.
    Strabone, Plutarco, Floro e Diodoro Siculo sono concordi nel definire i Liguri come il popolo che più creò problemi agli eserciti romani[1], caratteristica estremamente negativa agli occhi di questi storici, indice di ferocia barbarica, ma il dato, letto da un altro punto di vista, è il segno della fierezza e dell’ indipendenza di un’ antica stirpe.
    Virgilio e Livio ci descrivono i Liguri come genti rozze, incuranti dell’ arte, della cultura e della loro stessa storia.
    Catone dice che neppure essi sapevano da dove provenissero e, ancor oggi, l’ origine dei Liguri e le loro migrazioni preistoriche rappresentano un affascinante mistero sul quale gli storici e gli archeologi hanno fatto luce solo parzialmente.
    Gli studiosi antichi ci hanno lasciato ipotesi varie e spesso in contraddizione fra loro, alle quali occorre, però, rifarsi per un confronto con le teorie più recenti avanzate dai paleoantropologi.
    Strabone e Diodoro Siculo ritenevano che fossero di origine greca; Plinio, Pseudo Scillace e Festo Avieno li dissero Iberici, mentre Plutarco li aveva classificati come Celti.
    Dionigi d’ Alicarnasso ricorda che si favoleggiava dei Liguri identificandoli con i mitici Aborigeni, finitimi degli Umbri, ma che, in realtà, nessuno conosceva la loro origine.
    Più facile era per gli storici antichi rifarsi alla espansione territoriale delle varie tribù liguri, confondendo, però, in questo modo, le terre occupate durante le tappe di una lunga migrazione con quelle dalle quali tale migrazione era partita.
    I Liguri per un lungo periodo si erano spostati nell’ Europa Occidentale acquisendo o abbandonando territori; i vari momenti della loro espansione sono registrati dagli antichi scrittori.
    Quando Esiodo parla degli abitanti delle coste occidentali del Mediterraneo cita esclusivamente il popolo dei Liguri; Eratostene testimonia la loro espansione territoriale chiamando Ligustica la penisola Iberica, mentre Aristotele ed Ecateo li collocano in Provenza, sul basso Rodano.
    Polibio dice che i Liguri, incalzati dai Celti a Nord e dagli Etruschi ad Est avevano perso grandemente terreno e si erano ridotti tra il Rodano e l’ Arno, comprese le regioni alpine ed appenniniche e il Sud della pianura piemontese[2]
    Livio ricorda che avevano, un tempo, il dominio dell’ intera valle del Po e Giustino afferma che erano stanziati anche nella valle dell’ Arno.
    Questo è quanto ci tramanda la tradizione più antica, né gli scritti degli studiosi dell' epoca medioevale e di quella rinascimentale servono a far luce a proposito dell' origine dei Liguri.
    Nonostante il procedere della Paletnologia, ancor oggi non esiste una teoria comprovata che possa indicarci le terre dalle quali le prime tribù liguri iniziarono le loro migrazioni.
    Malgrado le teorie sull' etnogenesi dei Liguri siano varie e spesso in contrasto tra di loro, tutti gli studiosi concordano sul fatto che essi furono fra i più antichi abitatori dell' Europa occidentale.
    Il Berthelot[3] giunge alla conclusione che i Liguri abbiano avuto origine nell' Europa settentrionale, basandosi sia sui racconti mitologici, sia su dati archeologici quali la rappresentazione del cigno sulle armature, presente nella tarda età del bronzo e l' uso di ornamenti e talismani d' ambra.
    L' ipotesi turanica, che vuole i Liguri discendenti degli Ugro-Finni, è ormai considerata poco accettabile. Essa si basa sulla comparazione dell' ultimo residuo linguistico della razza turanica, il basco, con i pochi vocaboli liguri giunti fino a noi[4].
    Il Curotto confuta questa teoria mettendo in evidenza il fatto che neppure la toponomastica constata alcuna sinonimia tra nomi baschi e nomi liguri[5]
    Il fatto che tutti i documenti mitologici connettano i Liguri con il Nord, sostiene la tesi dello stesso Curotto, che, poggiandosi alle teorie del Muellehof[6] considera le popolazioni liguri protoarie, ossia venute in Europa con le primissime migrazioni dall' Asia.
    Non si conoscono con certezza le regioni dalle quali passarono le ondate migratorie; nulla vieta di supporre che i protoariani, come altri dopo di loro nei secoli, si diressero inizialmente verso il Nord Europa, per poi scendere a Sud, sospinti dall' incalzare di nuovi popoli.
    ( continua)






    --------------------------------------------------------------------------------

    .[1]E. Curotto “La Liguria dalla preistoria alla sua fusione con Roma” - Quaderni di studi romani -Roma 1942.
    [2]La zona intorno al monte Ebro,della quale tratteremo in modo specifico nella seconda parte di questo volume, era abitate dai Liguri Euburiati.
    [3]A. Berthelot "Le Ligures- Revue Archéologique", 1933.
    [4]F. Molon" Preistorici e contemporanei”, 1880.

    [5]E. Curotto " La Liguria dalla Preistoria alla colonizzazione romana"
    [6]E. Curotto opera citata.


    I Liguri, antichi abitanti d'Europa ( seconda parte)
    . . . adsuetumque malo Ligurem . . . Virg. Aen.




    I costumi e le attività dei Liguri prima della colonizzazione romana sono stati descritti da storici antichi illustri ed attendibili come Tito Livio e, in epoche recenti, queste testimonianze sono state confermate dai numerosi ritrovamenti archeologici .
    Le popolazioni liguri, dai Balzi Rossi alla Palmaria, alle sommità dell' Appennino vivevano di caccia, dei prodotti della pastorizia e dell' agricoltura, usavano manufatti litici ed ossei, lavorati con notevole abilità.
    Il lavoro degli archeologi ha riportato alla luce stupende asce in pietra, levigate con incredibile perizia, talmente affilate e robuste da poter abbattere i grandi faggi appenninici, frammenti di corda e di stoffe di lino.
    L' uso dei metalli è piuttosto tardo, risale, circa al 600 a.C., periodo nel quale si iniziarono a fabbricare utensili in bronzo; il ferro fu sfruttato quasi esclusivamente per scopi ornamentali.
    Tito Livio ci parla di una stirpe indomita, rude e fiera, che passava la vita tra le foreste, in lotta con gli elementi e le belve.
    I Liguri non erano conquistatori di terre e uomini, amavano vivere in sedi fisse, coltivando lino e orzo[1],melo, nocciolo e castagno.
    Vivevano in oppida e castella, tenevano conciliabula in apposite piazze e in campi di riunione[2],dimoravano in vici o viculi presso sorgenti e posti, in genere lungo vie frequentate.[3]
    Le tribù liguri vivevano isolate le une dalle altre, come clans autonomi retti da un capo che presiedeva anche a riti religiosi.
    La proprietà privata non era in vigore[4], nei nuclei familiari esisteva una tendenza al matriarcato, anche se i figli erano riconosciuti dai padri.
    In caso di grave pericolo i vari clans si associavano per combattere, ma, finita l’ emergenza, riprendevano la loro vita indipendente.
    Esiste una scarsa documentazione a proposito delle credenze religiose degli antichi Liguri, rappresentata soprattutto da epigrafi di epoca romana, provenienti dalle regioni Alpine ed Appenniniche. Venivano venerate le vette delle montagne, le piante e, soprattutto, le sorgenti[5].
    Il culto delle vette era spesso associato a quello dei venti e diverse iscrizioni ricordano la venerazione per il faggio, alto e forte, in grado di sopravvivere a chi lo ha piantato.
    Il corvo ed il serpente sono spesso raffigurati nella pietra dagli antichi Liguri, erano probabilmente oggetto di culto insieme a tutto ciò che pareva animato o generatore di vita: il sole, la luna la stella del mattino e quella della sera, la terra ed il fuoco.
    Il legame con la propria terra, quello che spingerà intere tribù a suicidarsi, piuttosto che affrontare la deportazione ad opera dei Romani, appare chiaramente connesso all’ adorazione per gli elementi che di quella terra- madre fanno parte.
    I testi classici forniscono elementi sufficienti per connotare fisicamente e caratterialmente gli antichi Liguri.
    Diodoro Siculo descrive una razza di individui tenaci e rudi, piccoli di statura, asciutti, nervosi....Costoro abitano una terra sassosa e del tutto sterile e trascorrono un’ esistenza faticosa ed infelice per gli sforzi e le vessazioni sostenuti nel lavoro.
    E dal momento che la terra è coperta di alberi, alcuni di costoro per l’ intera giornata, abbattono gli alberi, forniti di scuri affilati e pesanti, altri, avendo avuto l’ incarico di lavorare la terra, non fanno altro che estrarre pietre... A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo, si mantengono nel corpo forti e vigorosi. In queste fatiche hanno le donne come aiuto, abituate a lavorare nel medesimo modo degli uomini. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili sono forti e muscolosi nei corpi...Trascorrono la notte nei campi, raramente in qualche semplice podere o capanna, più spesso in cavità della roccia o in caverne naturali...Generalmente le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini e questi come le belve...essi sono coraggiosi e nobili non solo in guerra, ma anche in quelle condizioni della vita non scevre di pericolo. [6]
    Lucano descrive la capigliatura lunga e irsuta dei Liguri, mentre Livio parla della loro resistenza alla fatica, dell’ agilità e velocità nella corsa.[7]
    Cicerone narra di uomini attivi, forti e intrepidi[8]e del medesimo avviso è Virgilio, nelle Georgiche, anche se, poi, nell’ Eneide descrive i Liguri in modo assai poco lusinghiero, facendoli apparire come astuti, mendaci e perfidi, in grado di trarsi d’ impaccio con trovate abili ed insidiose.
    Il medesimo quadro del carattere ligure ci viene fatto da Catone e dalla maggior parte degli storici romani ed ancora si sente in questi scritti la voce del popolo dominatore, troppo spesso e troppo a lungo beffato da bande di rozzi montanari.
    Vincitori o vinti i Liguri furono sempre dei ribelli[9], tanto da non riconoscere capi carismatici che li guidassero nelle lotte per l’ indipendenza.
    Rispettosi della libertà altrui come della propria, non si ricorda nessuna spedizione di conquista partita dai loro monti, ci appaiono attraverso i secoli quasi fatti ad immagine delle loro aspre montagne, duri e stabili come esse[10].








    --------------------------------------------------------------------------------

    [1]Gli storici romani affermano che la bevanda più diffusa fra i Liguri era la birra, la coltivazione della vite fu introdotta con la romanizzazione.
    [2]Liv.XXI,33,2; XXV,3,6; XXIX, 32,2.
    [3]Liv.XXI, 32,7,XXXV,11,XXXIX,2,7.
    [4]GiustinoXLIII,3,8.
    [5]Plin. .XXXI,4.
    [6]Diod.IV, 20,1,2
    [7]LivXXIX,2,3, XXXIX,16,4, XL,27,12.
    [8]Cic.De lege agraria.
    [9]Liv. XXXIX, 1; XL,18 .
    [10]Curotto” I Liguri dalla preistoria alla colonizzazione romana”



    I Liguri, antichi abitanti d'Europa ( terza parte)
    . . . durum in armis genum . . . Liv.




    Le guerre di Roma contro i Liguri[1], proprio a causa del profondo bisogno di indipendenza insito nell’animo di questi ultimi,furono lunghe, dure ed aspre.
    Per mettervi fine i Romani non trovarono altra via che la deportazione in massa dei popoli che avevano dato più filo da torcere ed i Liguri ancora una volta seppero ribellarsi anteponendo la libertà alla loro stessa vita.
    Narra Livio che una intera tribù sub radice Alpium scelse la via del suicidio collettivo per non abbandonare la terra degli avi.
    La sconfitta definitiva dei Liguri viene storicamente determinata con la pace degli Ingauni ed è strettamente legata alle vicende delle guerre Romano-Puniche.
    Negli anni che seguirono immediatamente la fine della prima guerra punica una coalizione dei Boi e dei Liguri aprì le ostilità contro Roma; nel 238 a.C. si sfiorò la guerra, ma sorsero attriti fra i confederati e l’ alleanza si sciolse.
    Con la marcia di avvicinamento di Annibale alle Alpi arrivò per i Liguri, per i Galli Boi ed Insubri la speranza della rivincita su Roma[2].
    Annibale preparò e sostenne la rivolta sul Po del 218, che distolse le due legioni di P. Scipione[3], impedendo al console di imbarcarsi per la Spagna.
    Quando i Romani furono pronti a Pisa con un nuovo contingente, Annibale era oltre il Rodano; lì tentarono di intercettarlo, contando sull’ appoggio dei Massilioti, da sempre avversi a Cartagine, ma non ebbero successo.
    Il condottiero cartaginese ebbe guide dai Boi e dagli Isubri, che gli mostrarono il cammino verso i valichi alpini loro noti.
    Gli indicarono probabilmente la via del Monginevro, che le tribù dei Galli avevano disceso a suo tempo per stanziarsi nella Pianura Padana.
    Annibale, ci tramanda Polibio, riteneva che Scipione lo attendesse a quel valico già noto: risalì la valle dell’ Isère e si fece guidare dagli Allobrogi lungo il cammino delle Alpi.
    I Liguri furono le guide di Annibale sull’ Appennino: come gli Allobrogi dovettero accoglierlo con ogni onore.
    Il condottiero punico era palesemente l’ unico in grado di opporsi all’ arroganza romana, con il suo grande esercito e i trentasette elefanti, che avevano superato indenni le nevi alpine.
    I grandi animali esotici dovettero sembrare ai montanari macchine da guerra terribili, indici di un potere quasi divino; li videro poi morire di stenti quasi tutti prima della battaglia della Trebbia.
    I Liguri, come i Boi, gli Insubri e gli Allobrogi fornirono esploratori e truppe ad Annibale, partecipando al secondo scontro fra Romani e Cartaginesi, quello sul fiume Trebbia.
    Nell’ accanita lotta lungo le rive della Trebbia Annibale seppe trovare un nuovo,feroce alleato locale.
    Aveva scelto con cura le posizioni sulle quali attestarsi, narra Polibio, studiando la natura dei luoghi della riva sinistra del fiume, dopo aver disceso i sentieri che i Liguri gli avevano mostrato; il campo romano, dove Scipione giaceva ferito nella sua tenda, stava sull’ altra riva.
    Prima dell’alba nutrì abbondantemente uomini e cavalli e li fece riscaldare intorno a grandi fuochi; ai soldati fornì olio di oliva, perchè si ungessero il corpo e lo proteggessero dal nevischio che cadeva a raffiche,poi cercò lungo il corso del fiume un luogo dove riparare una parte delle sue truppe ed attaccò i Romani, provocandoli a tal punto che essi uscirono digiuni nel freddo del mattino.
    Fingendo di ritirarsi li spinse a guadare il fiume e il nuovo alleato colpì, col gelo delle sue acque, placide solo in apparenza.
    I legionari semiassiderati che uscirono dalla Trebbia combatterono con valore, ma alla fine degli scontri, dopo che Annibale aveva messo in campo le truppe nascoste all’ alba lungo la riva, la Trebbia era gonfia di corpi e di scudi [4].
    Dopo la partenza dell’ esercito vittorioso, l’ eco della gloria di Annibale rimase nelle valli dell’ Appennino: a lungo nei secoli dei secoli ed ancora ai giorni nostri, se a Bobbio si stampa un giornale- La Trebbia- che porta nella testata ...un medaglione di Annibale.[5]
    La sconfitta di Cartagine alla fine della seconda guerra punica segnò un momento decisivo e tragico per i Liguri: Roma, liberatasi del grande nemico potè concentrare le sue forze per la pacificazione del suolo italico.
    Dal 180 a.C., nonostante qualche sporadica insurrezione, i Liguri entrarono nell’ orbita dell’ Urbe; combatterono valorosamente per Roma nella guerra contro Giugurta ed in quella contro i Cimbri e i Teutoni.

















    --------------------------------------------------------------------------------

    [1]L’ inizio delle guerre romano- liguri risale al 237 a.C.; la fine si ebbe dopo la sconfitta di Cartagine, intorno al 180 a.C., con la pace degli Ingauni e la deportazione dei Friniati nel Sannio.
    [2]I Romani avevano sottomesso le popolazioni della Valle Padana tra l’ Appennino e il Po, tra Clastidium e i Boi, nel 222, sotto la guida del console Flaminio Nepote. Gli abitanti di questa zona erano Liguri; Plinio li cita erroneamente come Galli Anari ed Anamori, nomi che caratterizzavano due tribù liguri, come dimostra Tito Livio. Anari - Anamori, significa abitanti di zone soggette ad acqua, furono i costruttori di palafitte della zona padana.
    [3]P ublio Cornelio Scipione, padre di P. C. Scipione l’ Africano, il vincitore di Zama, che a quest’ epoca, diciassettenne segue il padre e già si distingue in battaglia.
    [4]Silio Italico; dice anche che gli stessi Cartaginesi erano a tal punto tormentati dal freddo che sentirono appena la letizia della vittoria
    [5]G. Granzotto “Annibale” Mondadori 1980.



    I liguri, antichi abitanti d'Europa ( quarta ed ultima parte)
    ...Quos timuit superat; quos superavit amat.[1]




    Il territorio dei Liguri divenne la IX regio; ne abbiamo scarse notizie, per lo più riguardanti Albingaunum e Albintimilium.
    Livio narra che, dopo la sottomissione a Roma, parte dei Liguri fu forzosamente trasferita in pianura;[2]chi rimase sui monti fu privato delle armi e lasciato alla sua vita primitiva.[3]
    Gli insediamenti liguri situati nei punti strategici dell’ Appennino ( oppida, fora, castella, vici..) assunsero sempre più importanza col progredire della rete viaria romana nella zona.
    Nel 109 a.C. il censore Emilio Scauro fece tracciare lungo l’ Appennino Ligure, la via Aemilia Scauri, che prolungava una strada già esistente, costruita da Aurelio Cotta due secoli prima.
    Nel 12 a. C. La via Aemilia Scauri fu continuata da Augusto e prese il nome di Julia Augusti.
    Augusto fece anche ripristinare la via che collegava il porto di Vado con Aquae Statiellae e Derthona, attraverso la valle Bormida e quella che dalla costa risaliva la valle del Tanaro, verso Pollentium e Alba Pompeia..
    Le vie romane diedero una svolta decisiva alla vita economico- culturale della Liguria incentivando la crescita delle città costiere, che divennero centri portuali e commerciali sempre più fiorenti.
    Dall’ Appennino prese il via un flusso migratorio diretto alle città litoranee quali Genua, da un lato o ai grandi centri della pianura come Derthona e Vicus Iriae.
    La pacificazione delle tribù liguri, con la conseguente fusione con Roma, può essere datata intorno al 7 a. C., quando fu innalzato il trofeo delle Alpi alla Turbia, presso Monaco, per celebrare le vittorie di Augusto e l’ unificazione dell’ Italia[4] entro il confine delle Alpi.





    --------------------------------------------------------------------------------

    [1]Roma. Rutilio Namaziano Itin. I, 72
    [2]Liv.XXXIX 2,4.XL 53,2.
    [3]Floro I 19. Diod.V 39.
    [4]...Diis sacra...Plinio, N. H., III 20.

  7. #7
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito Le origini etniche dei liguri

    Le origini etniche dei Liguri



    È uno scherzoso paradosso affermare che, allorché si costituiva il primo germe delle futura etnia dei Liguri, essi naturalmente non sapevano di chiamarsi cosi. Ma, del resto, neanche dopo lo avrebbero saputo, perché questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (*Liguses) e poi dai Romani (Ligures), formandolo probabilmente da una base linguistica preindoeuropea *"liga", "luogo paludoso", "acquitrino", ancora viva nel francese "lie" e nel provenzale "lia": e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano.

    La storia dei Liguri parte da molto lontano. E' singolare, infatti, la constatazione che i Liguri, una popolazione fino ad oggi assai poco studiata e quindi conosciuta a livello generale, in realtà sono, tra i popoli d'Italia, quelli che siamo in grado di seguire dai tempi più remoti. Abbiamo questa possibilità soltanto per loro, se consideriamo la situazione dell'Italia Settentrionale al tempo dell'ultima grande glaciazione, quella di Wurm, allorché dovunque dominavano ghiacci o inospitali distese gelate. Dappertutto, tranne che lungo l'arco dell'attuale costa ligure, quasi un istmo fra penisola italica ed area franco-cantabrica, in cui il clima era quasi primaverile: in ogni caso sopportabile per flora, fauna ed esseri umani. E la nostra storia comincia proprio circa 25.000 anni fa, sul finire del Paleolitico Superiore, con quegli esseri umani che presero a frequentare le caverne dei Balzi Rossi, oggi a pochi metri dal confine francese, sulla costa, proprio sotto il villaggio di Grimaldi, che si trova a monte. In realtà queste grotte erano state frequentate già da migliaia di anni. Prima dell'epoca di cui parliamo le abitò l'uomo di Neanderthal, il quale scomparve o (più probabilmente) fu eliminato dall'uomo di Cro-Magnon (così detto da una località della Francia atlantica), a cui si deve la mirabile fioritura artistica delle grotte della civiltà franco-cantabrica. Nel momento di cui parliamo, esisteva un contatto diretto fra le coste atlantiche e la Liguria attuale.

    In effetti, l'uomo dei Balzi Rossi costituiva la propaggine più orientale dell'uomo di Cro-Magnon. Se, come si è detto, prima che la fine dell'ultima epoca glaciale interrompesse i contatti, i ghiacci arrivavano a lambire la Liguria sin sul crinale a poca distanza dalla costa, lì invece era quasi primavera. Per effetto della glaciazione il mare si era ritirato e le grotte non si trovavano, come oggi, a 20 metri dal mare, ma a 10 chilometri, era dunque permesso l'insediamento umano ed animale. O, per meglio dire, l'insediamento umano esisteva proprio a causa del continuo passaggio di selvaggina di grossa taglia: bisonte, bue muschiato, stambecco, cavallo selvaggio. L'uomo viveva di caccia e, in minima parte, di raccolta. Non conosceva neppure la pesca, se non quella di fiume e torrente, al massimo raccoglieva qualche mollusco lungo gli scogli della costa. La prima cosa notevole da segnalare è la particolare struttura scheletrica e la notevole massa muscolare dei frequentatori dei Balzi Rossi: l'esemplare maschio adulto poteva raggiungere e superare l'altezza dei due metri e non essere mai inferiore ai 180 cm. E soprattutto tombe maschili sono venute alla luce nelle sepolture scavate a partire dagli anni '70 del secolo scorso sino ai primi del '900: ne emerge una civiltà prettamente patriarcale con la donna in posizione subordinata (proprio come avviene in tutte le comunità di cacciatori). Sembra poi di capire che quegli uomini di cui è stata trovata la tomba avessero una posizione privilegiata all'interno della comunità: lo si deduce dal colore rosso dell'ocra che ricopriva sia i corpi che le tombe, da ricondursi al concetto del rosso come celebrazione della sovranità, presente tra l'altro anche in diverse manifestazioni di Roma antica. Si trattava evidentemente di capi. Vennero anche rinvenuti oggetti che in apparenza potrebbero suggerire una civiltà matriarcale: statuette di donne con caratteristiche sessuali esagerate, le cosiddette Veneri paleolitiche ritrovate anche in molte altre parti d'Europa, sempre associate ai resti del Cro-Magnon. Ma esse non devono far pensare ad una civiltà matriarcale, sono solo un tributo che questa umanità offriva al sacrum, al mistero della sessualità e della fecondità. Siamo di fronte, in ogni caso, ad una società spiritualmente molto sviluppata: sia nelle grotte atlantiche che ai Balzi Rossi sono stati trovati elementi (ad esempio, tacche incise su strumenti, ossa o pareti) che fanno pensare addirittura ad un sistema di calcolo del tempo, delle stagioni e delle costellazioni.

    Il dominio dei cacciatori durò per migliaia di anni e l'ultima sua fase, che contrassegna le estreme manifestazioni della civiltà franco-cantabrica collegata all'uomo di Cro-Magnon, viene definita "Epigravettiano" (dalla località di La Gravette, in Dordogna): una fase culturale che in Liguria durò più a lungo, pervenendo, con diversi aspetti regionali, sino alle soglie del Neolitico. Circa 18.000 anni fa il distacco dell'area ligure dalla vicina area francese viene ad approfondirsi. Finiti i rigori e la presenza del ghiaccio, la valle del Rodano viene allargata e quindi resa impraticabile. Dove erano i ghiacci si distende una serie interminabile di paludi e questo provoca una rottura irrimediabile fra la zona atlantica e quella italica. Nell'area atlantica i residui dei Cro - Magnon daranno origine alla civiltà maddaleniana e saranno alla base (secondo l'opinione di molti) del grandioso fenomeno del megalitismo. Alcuni andranno a nord e (si pensa) contribuiranno alla formazione della razza falica o dalica. Molti si sposteranno a sud e attraverso la Spagna raggiungeranno l'Africa del Nord. Daranno vita alle etnie dei Guanci nelle Canarie, dei Cabili dell'Algeria e dei Berberi dell'Atlante e, più in generale, alla sottorazza detta degli Atlanto-mediterranei. Le popolazioni che rimarranno sul posto daranno origine all'attuale popolo dei Baschi. Esistono recenti ricerche (ad es., di L. e F. Cavalli Sforza) che, utilizzando le più aggiornate conoscenze della genetica, provano questa continuità.

    Anche se non circola più da quelle parti l'uomo alto due metri e la cacciagione di grossa taglia, si può dire che i Baschi siano i moderni discendenti dell'Uomo di Cro-Magnon: lo prova, tra l'altro, l'alta frequenza del gruppo sanguigno 0 negativo e la spiccata dolicocefalia. Coloro che poi erano rimasti nell'area ligure lasciarono le loro tracce un po' dappertutto, fino alla Toscana settentrionale.

    L'apporto etnico successivo sarà quello dei popoli mediterranei ovvero dei portatori della civiltà neolitica e quindi dell'agricoltura e della ceramica. Se pur non ne esistono le testimonianze archeologiche (come ricordava anche il grande storico delle religioni Mircea Eliade), vi è oggi tra gli studiosi la tendenza diffusa ad affermare che la civiltà neolitica si sia propagata lentamente dal Medio Oriente verso la Grecia e il corso del Danubio, quindi lungo le coste del Mediterraneo per mezzo di un piccolo cabotaggio. Per quanto riguarda la Liguria, l'unica area in cui ci sono prove archeologiche del manifestarsi della nuova cultura neolitica è quella di Finale Ligure, un'area abbastanza ampia nell'attuale provincia di Savona. Nelle grotte di Finale (in particolare nelle grotte della Pollera e delle Arene Candide) la civiltà agricola lascia le prime tracce del lavoro dei campi e della ceramica. Ma gli scheletri ritrovati hanno caratteristiche che ricordano le precedenti popolazioni dei cacciatori, il che significa che avvenne un matrimonio, un incontro tutto sommato pacifico fra la civiltà dei cacciatori e quella degli agricoltori (un fenomeno antropologico che si è riscontrato - e tuttora marginalmente si verifica in certe zone remote dell'Africa centrale - in epoche ed aree diverse del nostro pianeta ).

    Nello studio della conformazione dei crani si avverte una rottura, ma anche una continuità. La caratteristica dominante dei crani Liguri - dall'uomo dei Balzi Rossi (Cro-Magnon) - alla conquista romana - è una dolicocefalia nettamente sviluppata. Il Neolitico non incide profondamente in quell'antica società, almeno fino a che non si sottentra nella successiva età dei metalli. Un'epoca che un tempo non lontano sembrava remotissima ed oggi invece ci appare più vicina. Più vicina, s'intende, se consideriamo le cose in una prospettiva più ampia, metastorica: ma in realtà, più lontana in termini di cronologia assoluta. Pensiamo un po' al cosiddetto "uomo (o mummia) del Similaun", ritrovato pochi anni fa in Alto Adige: un cacciatore, forse uno sciamano, riemerso fortunatamente dai ghiacciai al confine con l'Austria. Fra le altre cose, ha con sé un'ascia dalla lama metallica, di rame (un rame che egli stesso fuse per sé). Le analisi al carbonio 14 fanno risalire la mummia al 3500 a.C., cioè a 5500 anni fa. In precedenza si pensava che il rame in Italia fosse sconosciuto in quell'epoca, ma adesso bisogna retrodatare il suo uso di circa un migliaio di anni. Ed è singolare come quell'ascia rassomigli molto alle asce raffigurate in Liguria sulle statue-stele della Lunigiana o nelle prime incisioni rupestri di Monte Bego.

    Si pensava in un primo tempo che la Liguria fosse una regione povera di minerali, poi si è scoperto che nell'entroterra fra Chiavari e Sestri Levante esisteva una miniera di rame, a Libiola, sfruttata sin da epoca remotissima: analisi al carbonio 14 hanno dimostrato che vi si estraeva il metallo già 4500 anni fa. E la futura città di Chiavari (ma come si sarà chiamata allora?) nascerà come primo centro abitato sulle coste della Liguria proprio grazie alla presenza di questa miniera, dal momento che il rame vi veniva esportato tramite un approdo marittimo. Il professor Nino Lamboglia è stato l'autore di cinque campagne di scavo nella necropoli di Chiavari, che però risale all'età del Ferro, al VIII secolo a.C. Fra il 2500 e l' VIII secolo a.C. esiste naturalmente un lungo iato di tempo: come può essere colmato? Il prof. Lamboglia, durante gli scavi, studiandone la stratigrafia, aveva notato che la necropoli sorgeva su un luogo reso asciutto (così, almeno, egli pensava) mediante un'impermeabilizzazione artificiale ottenuta tramite uno strato di minuti cocci, che l'antica popolazione avrebbe appositamente steso a quello scopo. Tuttavia, Lamboglia non analizzò o, meglio, non ebbe il tempo per analizzare adeguatamente proprio questo strato, l'ultimo della serie, cosa che fu compiuta solo negli anni '80 di questo secolo. Ebbene, questo strato di cocci è composto da anfore di ceramica risalente al XIV-XIII secolo a.C. e si trattava, dunque, non di un fondo artificiale, ma di una base naturale di spiaggia, di riporto, lavorata dal mare, che attestava un traffico ed uno scambio di merci sulla costa già in quell'epoca lontana. Siamo agli albori dell'età del Bronzo e tale attività può essere agevolmente connessa con l'esportazione del minerale di rame e la miniera di Libiola. Poi, in seguito, nascerà il vero e proprio centro abitato e la necropoli ad incinerazione di Chiavari.

    Analizzando il territorio ligure si capisce anche il carattere della popolazione. La gente ligure è stata sempre ritenuta chiusa, inospitale, difficile. I Romani la ritenevano "dura e agreste". Tuttavia questa regione ha subito anche infiltrazioni lente e pacifiche di altre genti. All'inizio dell'età del Bronzo, dalle Alpi settentrionali si riversarono popolazioni che possiamo riconnettere con il mondo dei "campi d'urne", vale a dire col crogiolo delle popolazioni indoeuropee che in parte popoleranno l'Italia. I Latini traggono origini da lì e così i Veneti e tante altre popolazioni italiche. In quest'epoca è ancora difficile distinguere i popoli italiani da quelli celtici. Oggi esiste una "moda celtica" o panceltica che, intendiamoci, ha più di una giustificazione rispetto alla misconoscenza del passato, ma, appunto, non bisogna esagerare. Popolazioni che possiamo definire "preceltiche" si infiltrano comunque già in età antichissima nel Piemonte e nella Liguria centro-orientale, mentre la Liguria occidentale manterrà caratteristiche più arcaiche, così come certe aree più vicine alla Toscana (Garfagnana, Lunigiana). Nelle zone interessate dall'ondata migratoria inizierà un processo di parziale indoeuropeizzazione in parte collegato a popolazioni che ho definito "preceltiche". Lo si può affermare anche sulla base di alcune iscrizioni ritrovate. La prima statua - stele rinvenuta in epoca moderna, nel 1837 a Zignago (SP), reca un'iscrizione in alfabeto etrusco, ma in lingua di dubbia attribuzione e tuttavia sicuramente indoeuropea: "Mezunemunis", ovvero "io (cioè la divinità raffigurata) che mi trovo in mezzo al bosco" (da notare l'affinità col latino). A Genova l'iscrizione (VI sec. a.C.?) "Mi Nemeties" ("di me, Nemetie") di nuovo collega sistema alfabetico e grammaticale etrusco con un personaggio dal nome certamente celtico. Eccoci dunque di fronte alla terza componente etnica della Liguria preromana .


    Renato del Ponte

  8. #8
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito le guerre romano-liguri

    GUERRE ROMANO- LIGURI
    238 a.C. – 14 a.C.
    di Lanfranco Sanna


    Anfiteatro Romano di Luni


    Quando i Romani, conquistata definitivamente l’Etruria costiera e acquisita la città di Pisa (tra il 280 e il 273), portano il loro confine al fiume Arno, entrano in contatto diretto con un territorio controllato, almeno saltuariamente, dai Liguri.
    Per il momento Roma, però, ha due priorità politico-militari, una contro Cartagine che pratica il blocco marittimo costringendo lo Stato Romano in un bacino chiuso, il Tirreno, con le sue colonie della Sardegna, della Corsica e della Sicilia occidentale (I Guerra Punica), l’altra, prettamente difensiva, contro i Celti che compiono continue scorrerie dalla pianura padana nel cuore della penisola italica; di conseguenza trascura il fronte nord-occidentale dove gravitano i Liguri.
    La prima vaga notizia di uno scontro militare con i Liguri risale al 238 a.C. “Adversus Ligures tunc primum exercitus promotus est”[Liv.,per. 20]. Si tratta probabilmente degli Apuani.
    Nel 236 a.C. c’è la prima registrazione nei Fasti Trionfali di un trionfo de Liguribus, sotto il consolato di C. Cornelio Lentulo. E’ allora con certezza portato il confine almeno fino a Pisa se non fino al Portus Lunae.
    Alcuni anni dopo (234-233) è riportato un secondo trionfo sui Liguri da Quinto Fabio Massimo: è resa sicura la linea marittima sulla rotta Pisa-Portus Lunae - Genova, necessaria per contrastare l’espansione cartaginese in Iberia .
    Allo scoppio della II Guerra Punica si schierano con i Cartaginesi, dei quali erano vecchi alleati in funzione anti-greca (Marsiglia), i Liguri delle Provenza e del Ponente, e i Liguri dell’Appennino orientale (Velleiati e Friniati) che sono a contatto con i Celti della pianura padana e i Liguri Apuani che confinano col territorio di Roma stessa. Invece erano alleati di Roma Genua e i Taurini: la prima perché circondata da Liguri ostili, i secondi verosimilmente in funzione anti-celtica.
    Mercenari liguri si trovano in Iberia con Annibale prima dell’inizio delle ostilità e vengono inviati in Africa per presidiarla. Altri Liguri li troveremo con l’esercito di Asdrubale nella battaglia del Metauro e nella battaglia finale a Naraggara con Annibale.
    Ma un intervento diretto dei Cartaginesi in Liguria si ha solo con Magone che nel 205 sbarca in Liguria. Dopo aver conquistato ed incendiato Genova, come detto alleata di Roma, si dirige verso il Ponente e stringe un’alleanza con gli Ingauni in cambio dell’appoggio militare contro le tribù dei Montani (specialmente gli Epanteri che abitavano l’alta Val Tanaro e Val Bormida).
    In questa operazione però Magone perde tempo prezioso e, quando alla fine del 205 è raggiunto da altre truppe inviate dalla madre patria e dall’ordine di reclutare il maggior numero possibile di truppe per soccorrere Annibale, invitto ma ormai bloccato nell’estremo sud della penisola italiana, trova difficoltà tra i Liguri che, non sentendosi direttamente minacciati dai Romani, chiedono due mesi di tempo per fare la leva. Deve pertanto accontentarsi ad assoldare mercenari, mentre il piano di sollevamento d’Italia del nord fallisce.
    Con un numeroso esercito comunque valica l'Appennino Ligure-Piemontese, sbocca nella pianura padana ed avanza fin nel territorio degli Insubri. Qui, nella primavera del 203, si scontra con i Romani in una battaglia sanguinosa e a lungo incerta, ma, ferito gravemente, l'esercito si sbanda ed è costretto a ritirarsi sino ad Alberga dove trova l’ordine di tornare in Patria sulle cui coste sono sbarcati i Romani.
    Nello stesso anno Genova risorgerà più grande e forte di prima ad opera del Pretore Spurio Lucrezio.
    Nel 201 gli Ingauni stipulano un “foedus” decennale con il console Publio Elio Peto.

    L’anno successivo Amilcare, già luogotenente di Asdrubale o di Magone, rimasto in Gallia Cisalpina, pur essendo ormai conclusa la II Guerra Punica, alla testa di Galli e Liguri conquista la colonia romana di Piacenza che pur aveva resistito bravamente agli eserciti cartaginesi di Annibale e di Asdrubale. I Romani reagiscono e inviano nel 197 due eserciti consolari che con manovra a tenaglia attaccano i Gallo-Liguri: uno, sotto la guida di Caio Cornelio Cetego lungo la via Flaminia si dirige contro i Galli Insubri e Cenomani; l’altro, al comando di Quinto Minucio Rufo da Genova attraverso il passo dei Giovi punta sui Liguri.
    Si arrendono 15 “oppida” con 20.000 uomini; sono espugnati Castidium (Casteggio) e Litibium (Retorbido) e sono debellate le tribù dei Celelates (forse i Celini che nel 200 avevano conquistato Piacenza) e dei Cerdiciates. Sono sottomessi gli Ilvates, ultima popolazione che resisteva al di qua del Po.
    Genova viene collegata alla via Postumia.


    “ De bello apuano “
    (193-180 a.C.)


    Al termine della II Guerra Punica i Romani conservano quasi certamente la fascia costiera sino al Portus Lunae, che è unito a Roma da una veloce strada (sono sufficienti 4 giorni per recare le notizie alla capitale), l’Aurelia nova prosecuzione della vetus da Pisa, costruita attorno al 200.
    Marco Porcio Catone *, console nel 195, staziona con una flotta di 25 navi nel Portus Lunae dove attende l’arrivo delle truppe via terra destinate alla spedizione in Iberia.
    Ma la grande confederazione dei Liguri Apuani, la più potente e fiera tra le popolazioni liguri rimaste indipendenti, che si è ritirata tra le montagne della Val di Magra, della valle del Serchio e dell’Appennino orientale, si sente ormai circondata da Roma e si prepara alla guerra.


    Nel 193 a.C. “coniuratione per omnia conciliabula universae gentes facta”[Liv. XXXIV,56,1 ] 20.000 Apuani attaccano la piana di Luna, 10.000 Piacenza e ben 40.000 si accampano sotto Pisa.
    Accorre il console Quinto Minucio Termo da Arezzo e salva Pisa da sicura distruzione, ma non osa attaccare in campo aperto i Liguri che continuano a devastare l’agro pisano. Anzi, caduto in un’imboscata, è salvato dall’intervento della cavalleria numida .
    Solo alla fine del 192 a.C. riesce ad affrontare gli Apuani in campo aperto e riporta una schiacciante vittoria: sul campo rimangono 9.000 Liguri .
    Sbaragliati i nemici, le sue truppe entrano in territorio apuano e “castella vicosque eorum igni ferroque pervastavit “. Ma la sconfitta non ha fiaccato le forze degli Apuani, tanto che l’anno successivo attaccano improvvisamente le truppe romane che riescono a respingerli a costo di notevoli perdite.
    Dopo tre anni di guerra nel 190 a.C. Minucio** ritorna a Roma ma non ottiene il trionfo, segno che le sue campagne non sono riuscite a porre un freno all’aggressività dei Liguri.
    Pisa è salva ma sono interrotte le comunicazioni via terra con il Portus Lunae perché gli Apuani hanno ormai occupato la fascia costiera e minacciano l’Etruria del nord, appoggiati dai loro alleati Friniates che scendono dall’Appennino verso la Val d’Arno.
    Per frenare tali incursioni nel 188 a.C. il Senato invia contro i Liguri il console Marco Valerio Messala che però non ottiene risultati apprezzabili.
    E’ organizzata, l’anno successivo, una operazione su più larga scala impiegando tutti e due gli eserciti consolari: quello di Caio Flaminio insegue lungo le valli appenniniche che scendono verso l’Arno e sconfigge prima i Friniati e poi gli Apuani, che avevano devastato l’agro vicino a Pisa e a Bologna;
    l’altro al comando di Marco Emilio risale la valle del Serchio saccheggiando la terra degli Apuani costringendoli a ritirarsi nei monti più alti fino a Suismontium (forse la rocca di Bismantova nel reggiano ), ma poi li vince in battaglia in campo aperto.
    Proseguita la campagna contro altri gruppi di Friniati li costringe in pianura e, giunto a Bologna, dà inizio alla costruzione della via Aemilia.

    Pur sconfitti, gli Apuani rimangono in armi costringendo i Romani ad organizzare un’altra spedizione militare affidata al console Quinto Marcio Filippo.
    Costui al comando di 3.000 fanti e 150 cavalieri romani e 5.000 fanti e 200 cavalieri dei “socii” ,avanza verso la Val di Magra.
    I Romani, che si sono imprudentemente avventurati tra boschi impenetrabili, sono accerchiati in una gola e massacrati, subendo la più grave sconfitta di tutte le guerre contro i Liguri. Restano infatti sul campo 4.000 uomini e vengono perse 3 insegne delle legioni e 11 insegne degli alleati, mentre il resto dell’esercito si ritira in disordine “prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt."
    Il luogo dello scontro, passato alla storia col nome di "Saltus marcius”, non è stato individuato con certezza: tra i luoghi possibili sono stati proposti i Cerri di Marzo sul fianco orientale del monte Burello, nel territorio di Torrano nella stretta vallata del Gordana al confine tra i comini di Pontremoli e Zeri, i Mulini di Marzo nel comune di Bagnone e Marciaso nel comune di Fosdinovo.
    Resi baldanzosi dalla vittoria gli Apuani riprendono le scorrerie sul litorale versigliese, mentre all’altro estremo della Liguria sulla Riviera di Ponente si sollevano gli Ingauni.

    Nonostante il foedus del 201, le vie di comunicazione per Marsiglia e l’Iberia sono rese insicure sia sul mare dagli atti di pirateria da parte degli Ingauni e degli Intemelii della Riviera di Ponente, sia via terra dagli agguati lungo la strada costiera: l’incidente più grave era accaduto nel 189 quando il Pretore Quinto Bebio e la sua scorta diretto in Iberia, erano stati massacrati presso Marsiglia.

    Per porre fine alle continue incursioni sulle due riviere e rendere sicure le comunicazioni, i Romani organizzano due spedizioni nel 185 a.C.: una, comandata da Appio Claudio Pulcro, diretta contro gli Ingauni; l’altra, sotto il console Marco Sempronio Tuditano, contro gli Apuani. Sempronio devasta il territorio degli Apuani e raggiunge il fiume Magra e il Porto di Luni, costringendo i Liguri a rifugiarsi sulle montagne. Ma i successi sono effimeri tanto che nessuno dei due consoli ottiene il trionfo.

    Durante il consolato di Publio Claudio Pulcro e Publio Porcio Licino nel 184, e di Marco Claudio Marcello e Quinto Fabio Labeone nel 183, non si verifica nessuna azione militare di rilievo pur avendo entrambi i consoli l’assegnazione della Liguria come zona di operazione.
    Nel 182 a.C. Lucio Emilio Paolo è impegnato contro le popolazioni liguri che abitano tra Genova e Alberga (forse i Viturii e i Sabates). Giunto ai confini con lo Stato ingauno, probabilmente presso Finale, il suo campo trincerato è assediato a lungo, e messo in grave difficoltà tanto da costringerlo a chiede aiuto alla flotta ancorata a Pisa.
    Prima che sopraggiungano i rinforzi, però, con una fortunata sortita riesce a sconfiggere gli Ingauni che lasciano sul terreno ben 15.000 uomini e 2.500 prigionieri.
    Tre giorni dopo la loro capitale Album Ingaunum* si arrende. Nello stesso tempo la flotta romana inviata da Pisa al comando del duumviro Caio Matieno sconfigge duramente la flotta ingauna catturando 32 grosse navi pirata.
    I Romani, in questo caso, non infieriscono sui vinti per ordine del Senato, che probabilmente mira ad ottenere una solida alleanza e amicizia da parte di questa popolazione ligure marittima più civile e già aperta alla civilizzazione anche in funzione anticeltica. Gli Ingauni sono costretti solo ad abbattere le mura della città e devono rinunciare ad una flotta di navi di grosso tonnellaggio; ma, l’anno successivo, concluso un nuovo foedus con i Romani, in compenso potranno ingrandire notevolmente il loro territorio a scapito dei Montani, gli atavici nemici, sconfitti dal console Postumio.

    Nella Liguria orientale i Romani si preparano ad una azione risolutiva contro gli Apuani e raccolgono quattro nuove legioni che con i socii raggiungono ben 35.800 uomini. Se si considera che anche Labeone ha ottenuto la proroga del comando, ben tre eserciti consolari gravitano sul suolo dei Liguri dalla costa degli Ingauni alle Alpi Apuane.
    Nella primavera del 180 a.C. due di questi eserciti comandati dai proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Panfilo marciano contro gli Apuani con l’ordine di risolvere definitivamente il “problema apuano”.
    I Liguri sono completamente sorpresi dall’azione dei Romani che sono entrati in campagna prima del consueto, cioè prima che assumessero il comando i nuovi consoli Aulo Postumio Albino e Quinto Fulvio Flacco (suffectus) e sono costretti alla resa in numero di 12.000.
    Consultato il Senato, si prende la decisione di deportare 40.000 capifamiglia con mogli e figli nel lontano Sannio in una zona di ager publicus già appartenuto ai Taurasini vicino a Benevento. (I Ligures Baebiani condividono l’antico pagus Aequanus degli Irpini con la colonia di Benevento. Le rovine del loro centro urbano si trovano in un bosco a tre chilometri da Circello.)
    Qui vivranno per secoli in isolamento etnico col nome di Ligures Baebiani e Corneliani dal nome dei proconsoli che li avevano sconfitti.
    I consoli dell’anno nel frattempo hanno raggiunto Pisa e con le legioni assegnate loro, e proseguono le operazioni militari: Fulvio rastrella il territorio degli Apuani catturando altri 7.000 capifamiglia che sono deportati nel Sannio come i precedenti.

    Postumio afronta i Friniati presso il monte Ballista e Suismontium, costringendoli alla resa. Poi, battuti i Montani ad occidente, prende imbarco su una flotta e costeggia il territorio degli Ingauni e Intemelii. Sopravvivono in vallate isolate poche migliaia di Apuani che, dopo molti anni di pace, nel 155 a.C. si ribellano nuovamente: ma sono inevitabilmente sconfitti dai legionari romani comandati dal console Marco Claudio Marcello, che ottiene il trionfo ed una dedica di riconoscenza da parte degli abitanti di Luni.

    *
    E’ molto probabile che lo stesso porto di Luna fosse opera di Catone. In questo porto sostò anche Ennio in quella stessa occasione o forse prima nel 204 a.C. di ritorno dalla Sardegna (Lunai portum est operae conoscere
    Cives) .Questa frase è riportata quale motto nel Crest di Maristaeli Luni - Sarzana .

    **
    Forse in questa circostanza Catone pronunciò il celebre discorso “ In Q. Minucium Thermum de falsis pugnis”
    Il console, costernato, si allontanò da Roma e morirà in battaglia contro i Traci due anni dopo.

    ***
    La base linguistica del substrato mediterraneo “alb/alp” indica una località elevata centro del culto e del compascuo cioè del pascolo comune di diverse tribù liguri.
    Anche oggi sulle Alpi e sull’Appennino tosco-emiliano il termine “alpe” [in dialetto lunigianese arpa] non indica il “monte”, ma i pascoli più elevati dove i pastori provenienti da più parti portano in estate le loro greggi, cioè l’alpeggio.
    In seguito l’espressione “alba” sarà usata per designare le capitali sinecistiche dei popoli liguri:
    Album Intemelium, centro federale degli Intemelii (oggi Ventimiglia); Album Ingaunum, capitale degli
    Ingaunii (oggi Alberga); Alba Docilia (Albissola); Alba Pompeia (Alba in Piemonte);
    Lo stesso processo portò da mons Albanus ad Alba Longa capitale federale dei populi Albenses del Lazio pre-romuleo, cioè dei Latini (espressione questa, non etnica ma politica).
    Dalla stessa base “alb/alp” deriva il nome delle Alpi , del fiume Albula – il fiume dei monti - il più antico nome del Tevere [Aen., VIII, 332], del fiume Elba in Germania, dell’Albania nel Caucaso e nei Balcani, e di Albione intesa a designare dapprima tutta la Britannia e poi la sola Scozia.




    CAMPAGNA CONTRO I FRINIATES

    179 a.C. - 175 a.C.



    Tutta la costa ligure da Pisa a Monaco è sotto il controllo di Roma, rimangono autonome le popolazioni del Piemonte meridionale ad ovest di Tortona (Bagienni, Statielli) e molte altre a nord dell'Appennino tosco-emiliano che si incuneano tra l'Etruria e l'Emilia: sono queste ultime riunite nella forte confederazione dei Friniates.
    Contro questi marcia nel 179 a.C. il console Quinto Fulvio Flacco; dopo aver attraversato "montagne senza sentieri e i gioghi del Ballista (forse il monte Valestra)" riesce a impegnare il nemico in campo aperto dove ancora una volta i legionari si dimostrano imbattibili: sono catturati 3.200 Liguri che sono subito trasferiti in pianura.

    Ma solo due anni dopo (177 a.C.) la rivolta riprende vigore proprio quando volge al termine la guerra contro gli Istri. Il Senato informa il console Caio Claudio Pulcro della situazione e gli lascia la facoltà di portarsi nel territorio dei Liguri.
    Il console porta le legioni contro i Friniates che si sono accampati nella spianata del fiume Scultenna (l’attuale torrente Scoltenna che, nato tra il monte Giovo e il passo dell’Abetone, va a formare il Panaro.); affrontati in battaglia, i Liguri perdono 15.000 uomini tra morti e feriti e 700 prigionieri e 51 insegne, mentre i superstiti si rifugiano sui monti.
    In quello stesso anno è dedotta a Luna una colonia di 2.000 cittadini romani (Triumviri Publio Elio, Marco Emilio Lepido, Gneo Sicinio). Ad ogni colono vengono assegnati 51 iugeri e mezzo di terreno: una così cospicua assegnazione aveva un solo precedente e recentissimo, quello di Aquileia, a significare l'urgenza dei Romani di presidiare la zona.
    Caio Claudio ottiene il trionfo per la doppia vittoria contro gli Istri e i Friniates.

    La pace è poco durevole perché, proprio quando Claudio sta celebrando i due trionfi, giunge notizia di una rivolta ancora più estesa perché ai Friniates si sono uniti i Garuli, gli Hergates e i Lapicidi, e soprattutto gli Apuani che si gettano subito in profonde incursioni nell'agro lunense e pisano, mentre sull’altro versante dell’Appennino Modena è conquistata e saccheggiata.

    Sono eletti consoli Gneo Cornelio Ispalo e Quinto Petilio Spurino: al primo è assegnata Pisa e al secondo il territorio dei Liguri. Sono arruolate 2 legioni e 10.000 fanti e 600 cavalieri dei socii.



    A Gaio Claudio, ora proconsole, è assegnata la Gallia (Cisalpina).
    L'inizio delle operazioni è rinviato per pratiche religiose e per la morte del console Gneo Cornelio. Nel frattempo, però, Gaio Claudio ha portato il suo esercito sotto Modena che viene riconquistata dopo tre giorni di assedio: sono massacrati 8.000 Liguri.
    Finalmente il 13 luglio è eletto il nuovo console Gaio Valerio Levino.
    Il Senato ordina alle sue legioni di raggiungere il proconsole in Gallia e ai duumviri di raggiungere con la flotta il litorale di Pisa per attaccare i Liguri dal mare.
    Mentre il console Quinto Petilio attende l'adunata delle sue legioni a Pisa, il proconsole G. Claudio raccoglie un contingente da aggiungere alle forze che già ha con sé a Parma e si mette in marcia verso i territorio dei Liguri.
    Questi si ritirano in montagna e si arroccano tra il monte Leto (?) e il m. Ballista (Valestra) sulla sinistra del Secchia circondandoli con un muro.
    Il console Q. Petilio si unisce a Gaio Claudio ai Campi Magri (Magreta loc. a sud-est di Modena alla sinistra della Secchia: il toponimo ricorda l'idronimo della Magra in Lunigiana). Nello stesso luogo giungono anche le truppe del console Gaio Valerio.
    Sono sorteggiate le zone verso le quali marciare: Petilio pone il campo di fronte al massiccio del Ballista e del Leto (Livio ci racconta che nell'esortazione ai suoi soldati prima dell'attacco avrebbe detto, non badando all'ambiguità della parola ,"che in quel giorno avrebbe conquistato il Letum") e di lì inizia la marcia di avvicinamento alle fortificazioni liguri dividendo l'esercito in due colonne: mentre la prima avanza senza incontrare difficoltà, la seconda è costretta prima ad arrestarsi e poi a retrocedere.
    Petilio, resosi conto della difficoltà dei suoi uomini, accorre a cavallo, ma ,dopo essere riuscito ad arrestare la ritirata, viene ferito a morte da una freccia. La sua morte è tenuta nascosta e i Romani, ripresa l'avanzata, probabilmente aiutati dalle legioni dell’altro console, sconfiggono i Liguri che lasciano sul campo 5.000 morti contro solo 52 Romani. E’ la definitiva fine della resistenza ligure in tutto l’Appennino orientale.

    Sull’altro fronte Publio Mucio Scevola affronta e sconfigge gli Apuani, che avevano saccheggiato tutta la piana di Luni e di Pisa, costringendoli alla sottomissione e alla consegna delle armi (175 a.C.).

    L’unico territorio rimasto indipendente nell’ Appennino ligure-emiliano – odierno piacentino - è quello dei Velleiates: erano questi liguri affini agli Apuani ma celtizzati precocemente per la loro vicinanza al territorio celtico nella pianura padana.
    Saranno sottomessi nel 158 a.C. dal proconsole Marco Fulvio Nobiliore, come è registrato solamente nei Fasti Trionfali .
    Nel 173 a.C. ad entrambi i consoli è assegnato il territorio dei Liguri da presidiare con due legioni ciascuno alle quali si aggiungono 10.000 fanti e 600 cavalieri dei socii di diritto latino.



    LA CAMPAGNA CONTRO GLI STATIELLI

    173 a.C.- 172 a.C.


    Si combatte nel territorio dei Statielli a nord di Genova tra i fiumi Tanaro e Odubria nella zona dell’odierna Acqui.
    Questo popolo si era sempre mantenuto neutrale nelle guerre romano-liguri, forse perché legato da legami commerciali con la filo-romana Genova.
    Ma il console Marco Popillio Lenate, esponente della corrente nazionalistica romana, provoca immotivatamente i Liguri che sono costretti infine a prendere le armi.
    L’esercito romano si schiera di fronte alla loro capitale, la cittadella di Caristo (?), all’interno delle cui mura si era radunato un grande esercito di Liguri.
    Gli Statielli decidono di affrontare il nemico in campo aperto e danno inizio al combattimento che rimane incerto per tre ore fino a quando il console non ordina alla cavalleria di attaccare contemporaneamente da tre lati le linee liguri. La manovra provoca lo sbandamento e la fuga precipitosa dei Liguri che lasciano sul campo 10.000 uomini e 700 prigionieri, ma anche le perdite romane sono alte (3.000 uomini).
    In seguito i 10000 Liguri superstiti si arrendono senza condizione: la cittadella è distrutta e i Liguri sono venduti come schiavi.
    Tale comportamento è ritenuto infame dal Senato che ordina di ridare la libertà e le armi ai Liguri che si erano battuti solo perché costretti, e che si erano arresi senza condizione.
    Anche l’anno successivo entrambi i consoli (Gaio Popilio Lenate e Publio Elio Ligure) sono assegnati al territorio dei Liguri. Ne nasce un conflitto col Senato e con i tribuni della plebe perché i due consoli vogliono essere assegnati alla Macedonia dove si prospetta un conflitto contro Perseo. La situazione peggiora quando giunge la notizia che il proconsole Marco Popilio aveva aggredito una seconda volta gli Statielli (172 a.C.) sterminandone 6.000 e che, questa volta, si erano sollevati anche altri Liguri.
    E’ eletto il pretore Gaio Licinio per svolgere un’inchiesta sui fatti: i Liguri sono liberati e trasferiti al di là del Po dove sono assegnati loro altri territori.

    I Liguri ancora indipendenti nella pianura padana occidentale sono invitati dai Romani a collaborare all’opera di fecondazione e ripopolamento della transpadania: molti popoli accolgono tale invito e tra questi anche i Bagienni che abitano tra lo Stura e il Tanaro contro i quali infatti non si ha notizia di guerra di conquista.

    Nel 171 a.C. il console Gaio Cassio riceve come zona di operazione la Gallia (Cisalpina) e si porta a Rimini. Nel territorio dei Liguri non accade nulla ed anzi il console congeda le due sue legioni, mentre l’esercito dei socii è inviato nei quartieri di Pisa e Luni .

    Negli anni successivi il fronte Ligure è tranquillo: solo nel 167 a.C. i Romani sono impegnati ma solamente in azioni di antiguerriglia perché i Liguri non osano affrontare le legioni in campo aperto.



    ULTIME OPERAZIONI MILITARI CONTRO I LIGURI


    166-163 a.C.
    Sono sottomessi da Marco Claudio Marcello i Liguri Alpini abitanti dell'entroterra tra Savona e Monaco.

    154 a.C.
    I Greci di Nizza e di Antibes chiedono l'intervento di Roma contro i Deciates e gli Oxybii che dall'approdo di Aegitna paralizzano il traffico marittimo con atti di pirateria.
    Il console Quinto Opinio, fallite le trattative, attacca ed espugna Aegitna sbaragliando 4.000 Oxybii (Liv, 47 - Polib. XXXIII 89).
    Non si hanno notizie dei Liguri Vediantii stanziati a Cemenelum non lontano da Nizza, probabilmente perché da tempo associati ai Romani da un foedus.

    125 a.C.
    Riprende l'espansione Romana in Provenza.
    Il console Quinto Fulvio Flacco è mandato in soccorso dei Marsigliesi attaccati dai Celto-Liguri Salluvi che vengono sconfitti come i più settentrionali Vocontii e le tribù transalpine confederate dei Ligauni, Anatelli e Albici.

    124 a.C.
    Il nuovo console Caio Sestio Calvino batte nuovamente i Vocontii e i Salluvii ottenendo la loro resa. Per presidiare la zona fonda la città di Aquae Sextiae (dal suo nome) vicino alla loro capitale Entremont.

    118 a.C.
    Viene dedotta a Narbona una colonia di cittadini romani e costruita la via Domizia tra il Rodano e i Pirenei: nasce la Provincia Narborensis [cioè la Provenza].


    IL REGNO DI COZIO


    Mentre nelle Alpi centrali ed orientali le sacche etniche del ceppo ligure-alpino hanno perso, al tempo di Cesare, la coscienza dei caratteri originali della loro stirpe, nelle Alpi occidentali molte tribù che si mantengono ostili ai Romani continuano a chiamarsi Ligures Capillati.
    Lo stesso Cesare è ostacolato nell'attraversare le Alpi durante le campagne galliche, dai celto-liguri che controllano i valichi in specie sul versante occidentale (Caturiges =re della battaglia, Ceutrones, Graioceli).
    Per garantirsi le spalle Cesare ottiene l'alleanza e l'amicizia di Donnus, che da Segusio [Susa] governa diverse comunità di quella zona di Alpi (valico di Mons Matrona [Monginevro] ). Il ligure, per l'aiuto fornito, ottiene la cittadinanza romana per sé e per la sua famiglia ed il suo regno, sotto la protezione romana, si ingrandisce notevolmente fino a comprendere una buona parte dell'arco alpino occidentale.
    Suo figlio Cozio, dopo aver abbandonato in un primo tempo la tradizionale alleanza con Roma, torna alla politica paterna, forse per il monito della fine subita dai Salassi ribelli e, assunto il nome di Marcus Iulius Cottius, fa costruire comodi sentieri per i viaggiatori che attraversavano le Alpi .
    I valichi alpini saranno nuovamente bloccati dai Caturiges, insorti in armi insieme ad altri popoli del versante alpino occidentale, come erano resi impraticabili i valichi del grande e Piccolo san Bernardo per la sollevazione dei Salassi, Seduni,Veragri e i Nantuantes del versante alpino orientale.
    Il Legato di Augusto Terenzio Varrone nel 25 a.C. occupa la Val d'Aosta, vende come schiavi i ribelli e fonda la colonia di Augusta Praetoria [Aosta].
    Il territorio di Cozio insieme ad altri sottomessi è trasformato in Distretto (Praefectura Alpium Cottiarum) sotto il comando di Cozio divenuto praefectus di Roma.


    Campagna contro i Liguri Capillati.


    Lo stesso Augusto, assunto personalmente il comando delle operazioni, sottomette nel 14 a.C. i Liguri Capillati delle Alpi Marittime costituendovi una Prefettura.
    Sia i Segusini che Cozio si mantengono neutrali; anzi, per volere di Cozio, è eretto un arco in onore di Augusto a Susa.
    Dopo Augusto la prefettura Alpium Cottiarum subisce dei combiamenti:
    forse alcuni popoli sono restituiti alla giurisdizione di Donno II, figlio di Cozio, tra il 13 e il 44 d.C. .
    Cozio II, figlio di Donno II, ottiene nel 44 d.C. dall'Imperatore Claudio il titolo di Re ed estende il suo regno verso sud-ovest forse in parte del territorio di Forum Vibi e dei Bagienni..
    Alla sua morte, senza eredi, Nerone trasforma il suo regno in una provincia procuratoria retta da allora da un procuratore romano.
    Negli stessi anni viene creata la provincia delle Alpi Marittime.

  9. #9
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da nhmem
    Grazie Mjollnir; forse è il caso di segnalare detto sito nell'apposito tread?

    Colgo l'occasione per ricordare il libro di Renato del Ponte, I Liguri, Etnogenesi di un popolo, edito da Ecig Genova.
    Sto finendo di leggere il libro e devo dire che ho scoperto cose sui liguri che non sapevo genova stessa e stata fondata dagli etruschi ora so che la necropoli cineraria di chiavari e ricollegabile ai campi di urne dell'europa centrale
    ho soperto inoltre che le varie tribù liguri avevano le capitali federali come città vedii ingauni, intemelii,taurini ecc.

 

 

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