Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Piazza della Loggia

  1. #1
    Nessun vincitore crede al caso
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    Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam
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    Predefinito Piazza della Loggia

    La mattina del 28 maggio 1974 una bomba esplode sotto i portici di piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato antifascista. L’attentato rivendicato da Ordine Nero, provoca otto morti e più di novanta feriti. L'ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza. Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima porta a processo, nel 1979, diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985. La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989). Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia.

    Per questa strage si cerca ancora la verità, e da allora sono passati 32 anni ...

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Niccolò
    La mattina del 28 maggio 1974 una bomba esplode sotto i portici di piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato antifascista. L’attentato rivendicato da Ordine Nero, provoca otto morti e più di novanta feriti. L'ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza. Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima porta a processo, nel 1979, diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985. La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989). Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia.

    Per questa strage si cerca ancora la verità, e da allora sono passati 32 anni ...
    E queste sono le impunità che alla fine ci hanno regalato il piduista al governo e che permettono ancora ai suoi seguaci di minacciare (per fortuna ormai con poca possibilità di far danno) la repubblica e i diritti dei suoi cittadini.

  3. #3
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    1936-1976-2006

    Piazza Loggia non è solo il luogo della memoria civile di questa città, della sua vicenda politica e sociale più recente. E' qualcosa di più e di diverso solo se sappiamo intrecciare tra di loro, nel modo giusto, col “filo rosso” della conoscenza, i fatti accaduti e che la Storia ci mette davanti in un modo apparentemente arbitrario.
    C’è stata la strage fascista del 28 maggio del ‘74, ma c’è stata anche un’altra strage, e per questo fascista: quella del 29 maggio del ‘93. C’è stata Brescia e c’è stata Gorni Vakuf. Sono due episodi resi simili non solo perché segnati da una violenza assassina (ma non cieca), ma per il valore esemplare che la vita di quegli uomini e di quelle donne, e non la morte, ha avuto in sé. Per loro e per noi.
    Nello scoppio della bomba di piazza Loggia c'è l'eco di una guerra; un atto terroristico è in sé, sempre, una azione di guerra contro un popolo, i suoi valori umani e sociali, i suoi principi civili. Ma quell’atto evoca immediatamente anche ciò che nella storia dell’umanità viene giustamente rappresentato come la più grande azione terroristica che l'uomo abbia mai concepito: la guerra. Se i luoghi possono essere diversi e molto distanti tra loro, sono le intenzioni che muovono gli uomini che compiono questi atti o che li subiscono, ad essere le stesse. In questo senso i morti del 29 maggio potrebbero essere ricordati assieme alle vittime del 28, così come potremmo giustamente commemorare le vittime di piazza Loggia assieme a quelle dei tre volontari uccisi in Bosnia. Ciò che le rende così simili, che le accomuna, non sono tanto la ferocia di un atto criminale, comunque esso venga giustificato, ma le ragioni per le quali queste persone sono vissute: i loro ideali, le loro azioni, le loro passioni, le loro speranze. Quel loro essere stati, a loro modo, dei “nuovi resistenti” (e non per caso riposano accanto a molti partigiani) e dei costruttori di progetti sociali e politici rivolti tutti all’affermazione di una più matura giustizia sociale, di una nuova stagione di diritti civili, di una libertà coscientemente vissuta come partecipazione responsabile ai destini della propria comunità a fianco e per i più deboli, fossero essi classi o popoli, li rende straordinariamente uguali. Ancora una volta: è la loro vita e non la loro morte ad alimentare il nostro ricordo, l’idea di una loro presenza attiva, operante.
    Ma non solo. Questa “nuova Resistenza” parte da lontano e viene a incrociarsi con Brescia. L’antifascismo dei caduti e di chi era in piazza il 28 maggio e l’internazionalismo di quelli vilmente assassinati il 29, tra cui il “nostro” Guido, ci rimandano immediatamente a due episodi che hanno segnato la storia di milioni di persone: la Spagna del 1936 e il golpe dei militari argentini del 1976. In quella fine di luglio di settant’anni fa, 58 nostri conterranei attraversarono il confine francese per andare a difendere il legittimo governo della Repubblica; molti rimarranno feriti, alcuni moriranno. Altri cadranno combattendo nella Resistenza francese. Sono stati i nostri primi resistenti, antifascisti e internazionalisti, che una memoria avara ha troppo facilmente dimenticato. Ma piazza Loggia e il maggio bresciano evocano straordinariamente Plaza de Majo, quel luogo della resistenza civile argentina che per trent’anni le madri e le nonne degli scomparsi hanno occupato per chiedere al potere costituito, qualunque esso fosse, le stesse cose che i parenti delle vittime di piazza Loggia hanno rivendicato dal 1974 ad oggi e che non hanno ancora ottenuto: “verità e giustizia”. La vita e la morte di Guido, anche lui un ex desaparecido, per un disegno del destino a noi oscuro, imperscrutabile, tengono strettamente legati l’Argentina e i Bosnia: la prima teatro di una guerra di sterminio politico, ideologico, di classe da parte di un potere statale; la seconda anch’essa attraversata da una guerra totale in nome della più grande bestemmia del ‘900: il nazionalismo.
    Le stragi di Brescia e di Gorni Vakuf hanno colpito uomini e donne che credevano nelle stesse cose: le stesse dei volontari antifascisti andati a combattere in Spagna. Quelle stesse delle madri e delle nonne argentine. Brescia si ricongiunge a Buenos Aires, a Madrid e a Gorni Vakuf in una trama complessa di storie, destini, sentimenti, ricordi.
    Chi andò in piazza quel 28 maggio del ’74 lo fece per esprimere il suo netto rifiuto al fascismo eversivo coperto e blandito da alcuni apparati dello Stato: un fascismo non molto diverso da quello franchista e dei generali latinoamericani a cui si ispiravano ideologicamente e politicamente i mandanti e gli autori della strage, di tutte le stragi di quegli anni. Chi partì per la Bosnia vi andò per condividere un’esperienza di vicinanza con popoli giocati da governi accecati da un fanatico progetto: quello di “una terra, un popolo”. Guido e gli altri invece credevano che quelle genti potessero ancora vivere assieme e combattere unite sotto l’unica bandiera possibile; quella dei propri diritti sociali ed umani.
    Erano le stesse ragioni che avevano portato operai, studenti, insegnanti a riempire piazza Loggia quella mattina di fine maggio.
    E sono le stesse che oggi, in questo maggio del 2006, vengono rivendicate da uomini e donne che parlano altre lingue, molti dei quali fuggiti da terre dove le guerre combattute con le armi e quelle non dichiarate da un sistema economico internazionale ingiusto e genocida, mietono vittime dai più dimenticate perché scomode alla nostra coscienza “civile”.
    Il cerchio si chiude: i morti del ’74 e del ’93 sono ancora qui, accanto a questi nostri nuovi concittadini per rivendicare diritti e rispetto della dignità umana, contro il razzismo e la prepotenza dei più forti. Così una memoria inquieta si fa ancora una volta coscienza per diventare impegno responsabile.

    Il comitato promotore “Piazza di maggio”

    - Associazione culturale Teatro Dioniso
    - Associazione “Guido Puletti”
    - Associazione culturale Nuovo canzoniere bresciano
    - Arci Brescia
    - Arci Ragazzi Brescia
    - Associazione culturale “Memor/abile”
    - ADL Zavidovici

    Aderiscono

    - Anpi Brescia
    - Associazione familiari caduti della strage di p.zza Loggia
    - Spi Cgil Brescia
    - Emergency Brescia
    - Fiom Cgil Brescia
    - Coord. Libera Brescia
    - Camera del Lavoro
    - Fondazione Clementina Calzari Trebeschi
    - Comitato anti mafia Brescia
    - Fondazione G. Piccini per i diritti dell'uomo
    - Gruppi consiliari Prc al Comune e alla provincia
    - Radio Onda d'Urto
    - Lega di Cultura di Piadena


    nuovo canzoniere bresciano: memorie piazza loggia

  4. #4
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    28 MAGGIO 1974: 8 MORTI E 103 FERITI
    LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA

    DOPO 32 ANNI IMMINENTE A BRESCIA
    LA RICHIESTA DI UN NUOVO PROCESSO
    A TRE NEOFASCISTI

    COLPIRE TRA LA FOLLA PER SEMINARE IL TERRORE E PRECIPITARE IL PAESE NELLA GUERRA CIVILE, LA STRATEGIA DEL “PARTITO DEL GOLPE” NELLA PRIMA META’ DEGLI ANNI ‘70

    Dopo nove lunghi anni di indagini, segnati da continui imprevisti, difficoltà e richieste di proroghe, la procura di Brescia depositerà finalmente nelle prossime settimane, passato il 32° anniversario, gli atti per un nuovo rinvio a giudizio nei confronti di tre neofascisti per la strage del 28 maggio 1974 in Piazza della Loggia. Nel caso la richiesta fosse accolta si aprirebbe un ennesimo processo, dopo quattro istruttorie e due iter giudiziari, conclusisi, fra il 1979 e il 1989, con un nulla di fatto. L’unica condanna fu in primo grado, il 2 luglio 1979, nei confronti di Ermanno Buzzi (all’ergastolo) e Angelino Papa (dieci anni e sei mesi).
    Buzzi, alla vigilia del processo d’appello, dopo aver dichiarato di “voler parlare”, fu assassinato, il 13 aprile del 1981, nel “super-carcere” di Novara, a nemmeno quarantotto ore dal suo arrivo dall’istituto penitenziario di Brescia, su disposizione del Ministero di grazia e giustizia. A strangolarlo nel cortile, durante l’ora d’aria, Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, due fra i massimi esponenti del terrorismo nero.
    La sua sentenza di morte era stata pubblicata il mese precedente su “Quex”, il foglio di collegamento dei neofascisti incarcerati, stampato a Parigi con l’aiuto di neonazisti francesi, e fatto circolare nello stesso carcere di Novara. Difficile pensare che chi ordinò il suo trasferimento ne fosse totalmente all’oscuro.

    GLI IMPUTATI
    Con l’accusa di aver materialmente partecipato all’ideazione e all’organizzazione della strage comparirebbero ora sul banco degli imputati alcuni fra i principali dirigenti del gruppo neonazista di Ordine nuovo, divenuti in questi ultimi anni assai noti alle cronache giudiziarie, grazie alla riapertura di diverse inchieste sulle “stragi nere”. I nomi ancora una volta quelli di Delfo Zorzi, all’epoca a capo della cellula di Mestre, oggi cittadino giapponese, condannato all’ergastolo in primo grado per la strage di Piazza Fontana, poi assolto; di Carlo Maria Maggi, il “reggente” di Ordine nuovo nel triveneto, processato, senza esito, per la strage del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e per quella davanti alla questura di Milano, il 17 maggio 1973. Con loro alla sbarra, in questa occasione, anche Maurizio Tramonte, militante di Ordine nuovo, ma per sua stessa ammissione soprattutto confidente del Sid con il nome in codice di “fonte Tritone”.
    Carlo Digilio, l’”armiere” del gruppo e depositario di tutti i segreti della struttura clandestina dell’organizzazione, i cui interrogatori avevano consentito di riaprire l’inchiesta, non figurerà invece tra gli imputati E’ deceduto qualche mese fa.
    Nel corso di questa inchiesta erano anche stati indagati un’altra quindicina di personaggi la cui storia si è spesso intrecciata con molti episodi della “strategia della tensione”. Tra loro, Pino Rauti, già nell’immediato dopoguerra discepolo di Jiulius Evola e partecipe ai primi gruppi clandestini neofascisti, poi fondatore di Ordine nuovo; Mario Di Giovanni, uno dei più noti squadristi milanesi degli anni ’70; Guérin Sérac, prima nelle Waffen-Ss, poi nell’organizzazione terroristica francese Oas, successivamente al servizio della Cia, animatore a Lisbona della finta agenzia di stampa “Aginter Press”, uno degli snodi organizzativi dell’eversione di destra a livello internazionale; l’ex-generale dei carabinieri Francesco Delfino, capitano nel nucleo operativo di Brescia nel 1974.

    LA STRAGE
    La mattina del 28 maggio 1974 a Brescia, sotto un cielo cupo e piovoso, alle 10 e 12 minuti, nel corso di uno sciopero generale cittadino di quattro ore, indetto da Cgil, Cisl e Uil, congiuntamente al Comitato permanente antifascista, in risposta alle ripetute violenze fasciste, mentre in Piazza della Loggia da pochi minuti stava parlando il sindacalista della Cisl Franco Castrezzati, scoppiò una bomba posta in un cestino per i rifiuti, sul lato est, sotto i portici. I morti furono 8 e 103 i feriti. La piazza era già colma di gente, più di 2.500 le persone presenti, ancora in attesa di due dei quattro cortei previsti.
    Incerta rimase sempre la natura e la quantità dell’esplosivo. Accadde infatti che alle 11,45, a poco più di un’ora e mezza dallo scoppio, senza nemmeno attendere l’arrivo del magistrato incaricato, la piazza venne lavata dai vigili del fuoco con pompe idranti, su decisione della questura, disperdendo i reperti dell’ordigno esplosivo. A nulla false una successiva ricerca nelle fogne.
    Ancor prima, nessuno, quella mattina, si era dato pensiero di controllare le cassette metalliche portarifiuti distribuite nelle piazza e sotto i portici, nonostante le forze di polizia sostassero fin dalle 8,30. I netturbini, dal canto loro, avevano provveduto al loro svuotamento tra le 6,45 e le 7,00. Solo il palco era stato controllato dal vice-questore Aniello Diamare, incaricato di dirigere il servizio di ordine pubblico.
    Eppure una serie impressionante di attentati aveva colpito, nei mesi precedenti, la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Il 28 marzo in Piazza Maspero a Varese lo scoppio di un ordigno aveva ucciso, poco prima dell’apertura del mercato, un ignaro fiorista, e, proprio a Brescia, il 19 maggio Silvio Ferrari, un giovane neofascista, era saltato in aria con il suo scooter mentre trasportava una bomba ad alto potenziale.
    Silvio Ferrari, figlio di una famiglia agiata, era già a 21 anni un esponente di primo piano dell’estrema destra bresciana. Aveva avuto legami con Anno zero, la reincarnazione di Ordine nuovo dopo il suo scioglimento nel 1973. Diverse le sue amicizie anche fra i sanbabilini.
    Rimase dilaniato, in Piazza del Mercato, alle tre e cinque di notte, dallo scoppio di una bomba che, in previsione di un altro attentato, stava trasportando sulla pedana della Vespa 125 “Primavera” del fratello Mauro. L’ordigno era composto da un chilo di tritolo e da nitrato di ammonio, già con il detonatore elettrico innescato ed il congegno ad orologeria. Sul suo corpo, alla cintura, venne ritrovata una fondina vuota e a tre metri una Beretta 7,65 con caricatore e il proiettile in canna. A poca distanza alcune copie bruciacchiate della rivista “Anno Zero”.
    Nella stessa notte, quasi contemporaneamente, un auto, targata Milano, con quattro fascisti a bordo finì inspiegabilmente schiantata contro un muro all’angolo fra Via Villa Glori e Via Milano. Il guidatore morì. Anche in questa circostanza nell’auto furono ritrovate copie di “Anno Zero”.
    Ai funerali di Silvio Ferrari, comparve, a firma “I camerati”, una corona di fiori con l’ascia bipenne, simbolo prima di Ordine nuovo, poi di Ordine nero.
    Sarà proprio a seguito della sua morte che, il 22 maggio, il Comitato permanete antifascista e Cgil, Cisl e Uil, nel quadro dell’escalation terroristica e delle indagini sul Mar (il Movimento di azione rivoluzionaria), indiranno lo sciopero generale cittadino.

    IL “PARTITO DEL GOLPE”
    Solo qualche giorno prima la bomba di Piazza della Loggia, il 9 maggio, i capi del Mar erano stati arrestati alla vigilia di un piano di attentati a tralicci, porti e aeroporti, previsto in diverse città, tra le altre, Roma, Genova e Firenze. Sullo sfondo l’intreccio tra l’anticomunismo “bianco” animato da Edgardo Sogno, con l’appoggio di settori delle Forze Armate, e l’eversione neofascista coagulatasi attorno ad Ordine nero, la nuova sigla nella quale erano confluite le principali organizzazioni terroristiche, da Avanguardia nazionale alle Sam (le Squadre d’azione Mussolini) Mesi prima il giudice padovano Giovanni Tamburino aveva scoperto le trame della cosiddetta “Rosa dei Venti”, dal simbolo utilizzato da una costellazione articolata di gruppi neofascisti identico a quello della Nato.
    Due giorni dopo la strage, il 30 maggio, alle 7 del mattino, a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, nel corso di una sparatoria, due guardie forestali e cinque carabinieri guidati dal maresciallo, nonché agente del Sid, Antonio Filippi, uccisero Giancarlo Esposti, 27 anni, uno dei principali esponenti di Ordine nero, il braccio armato del Mar, accampato in una radura.
    La dinamica del conflitto a fuoco non venne mai chiarita. Il corpo di Esposti fu ritrovato crivellato di colpi e finito con un colpo alla testa. Furono nell’occasione tratti in arresto Alessandro D’Intino e Alessandro Danieletti, di 21 e 20 anni, legati ad Avanguardia nazionale.
    Nella Land Rover un fucile di precisione Hammerling Mauser, calibro 7,62 Nato, due mitra, pistole, munizioni, una grossa quantità di esplosivo, tra cui 50 chilogrammi di Anfo, centinaia di detonatori. Nelle tasche di Esposti una tessera della Pide, la polizia politica portoghese appena sciolta dopo la “rivoluzione dei garofani”, una tessera da studente della Sorbona, un’agendina e due foto formato tessera di Cesare Ferri, notissimo neofascista milanese.
    Carlo Fumagalli, il capo del Mar, chiarirà che l’obiettivo era di arrivare a tentare un colpo di stato, con l’aiuto di nuclei terroristici. Teatro delle operazioni la Valtellina, ma anche il centro Italia. Il gruppo di Esposti si trovava in Abruzzo in attesa di un’azione che avrebbe dovuto fungere da detonatore per l’entrata in azione sua e di gruppi analoghi.
    Alessandro Danieletti confesserà che la prospettiva golpista si sarebbe dovuta attuare attraverso “una serie di attentati di gravità crescente”, di stragi indiscriminate in città diverse. Sosterrà anche che la missione del gruppo, di cui faceva parte, prevedeva un attentato a Roma, il 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica.
    Il commando si era mosso da Milano subito dopo l’arresto, il 9 maggio, di Carlo Fumagalli. Secondo D’Intino il piano originario, che prevedeva attentati a raffinerie, linee ferroviarie e dighe, sarebbe dovuto scattare proprio il 28.
    Colpire tra la folla per seminare il terrore rientrava nei piani dei settori golpisti delle Forze Armate e della destra eversiva, per precipitare il paese nell’abisso di una “guerra civile” o condurlo ad una svolta autoritaria. In quegli anni furono particolarmente presi di mira i treni. Solo sul tratto, di cento chilometri, che collega Arezzo, la città di Licio Gelli, a Bologna, tra il 21 aprile del 1974 e il 7 gennaio del 1975, si consumò una strage, quella del 4 agosto del 1974 con una bomba sul treno “Italicus” (12 morti e 44 feriti), mentre sei altri diversi tentativi andarono a vuoto per un nonnulla. Una linea “maledetta” ancora teatro, negli anni a venire, di spaventosi eccidi: il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre del 1984 sul rapido Napoli-Milano.

    L’ULTIMA INCHIESTA
    Due le testimonianze principali che hanno accompagnato l’ultimo lavoro di indagine dei sostituti procuratori di Brescia Roberto Di Martino e Francesco Piantoni: quella di Carlo Digilio, l’ex-artificiere di Ordine nuovo, già alla base con i suoi racconti del procedimento su Piazza Fontana, e quella di Maurizio Tramonte.
    A fornire l’esplosivo sarebbe stato Delfo Zorzi. Marcello Soffiati, capocellula di Verona, deceduto anni fa, lo avrebbe trasportato. Lo stesso Digilio, in una tappa del percorso, si sarebbe occupato di mettere l’ordigno “in sicurezza”, impedendo che deflagrasse inavvertitamente lungo il tragitto. A Milano fu consegnato alle Sam di Giancarlo Esposti, materialmente incaricate di compiere la strage.
    Secondo Maurizio Tramonte fu invece Giovanni Melioli, il capo degli ordinovisti di Rovigo a collocare l’esplosivo. Per la cronaca, Melioli venne rinvenuto morto nel suo letto, nel gennaio del 1991, con mezzo chilo di cocaina sul comodino. Un racconto che se si discosta da quello di Carlo Digilio, si sofferma con dovizia di particolare sulle riunioni preparatorie, ma soprattutto sul ruolo di Carlo Maria Maggi, su quello degli esponenti del Mar di Carlo Fumagalli e di alcuni agenti dei servizi segreti, oltre che di Ermanno Buzzi, il neofascista bresciano condannato all’ergastolo nel primo processo.
    Ma di gran lunga l'elemento più interessante è un altro. Agli atti i magistrati allegheranno una fotografia scattata in Piazza della Loggia qualche istante prima lo scoppio della bomba. Confuso tra la folla, con un'attendibilità di riconoscimento, secondo i tecnici, molto alta, attorno al 92 per cento, lo stesso Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” del Sid. Una presenza che riporta alla mente la deposizione di una donna di mezza età, presente quel giorno al comizio, che testimoniò di aver occasionalmente sentito, pochi minuti prima della deflagrazione, cercando riparo dalla pioggia sotto i portici, un dialogo sussurrato fra due giovani. Uno disse all’altro: “Hai pronto la bomba?”. Li perse quasi subito di vista tra la folla.

    SAVERIO FERRARI
    Milano, 25 maggio 2006

  5. #5
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    Sembra che nelle prossime settimane possano esserci novità importanti......

    Tuttavia, gran parte dell'incartamento da anni secretato a Brescia, era stato archiviato dalla Procura di Roma perchè i reati erano ormai prescritti.

    Ho fondato motivo di ritenere che, più che sulla strage di Piazza della Loggia in sè, avremo documenti di grande interesse su "certi" apparati dello Stato e finalmente ci renderemo conto che non era Gladio la struttura eversiva cui dare la "caccia".

    Speriamo venga reso tutto noto......
    E' questo l'idolo no global????

  6. #6
    ardimentoso
    Ospite

    Predefinito

    ....tranquilli, che tre neofascisti 75enni cui dare la colpa li trovano e così c'avete lanima in pace

 

 

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