Il problema del carcere? I secondini
È apparso, il 19 gennaio 1999, sul quotidiano milanese Il Giorno una lettera sottoscritta da un anonimo "gruppo di agenti di Polizia peni¬tenziaria" che propongono, come recita il titolo, "Un'alleanza in carcere per rieducare il detenu¬to".
Si potrebbe iniziare consigliando gli anonimi sottoscrittori della let¬tera di firmarsi con nome e cognome, ma sappiamo che chiede¬remmo troppo a persone abituate, anche all'interno degli istituti di pena, a camminare in una forma anoni¬ma, che non risponde ad una esigenza di sicurezza ma è maniera per rendere difficoltosa l'identificazione del secondino, che compie azioni scorrette, da parte dei detenuti.
Ma sarebbe tempo sprecato, perché il coraggio morale e civile non fa parte del baga¬glio culturale di chi pretenderebbe di rieducare, senza essere a sua volta educato al rispetto delle regole stabilite dagli ordinamenti penitenziari e dal codice penale. È la nostra, un'accu¬sa pesante ma il numero di infrazioni regola¬mentari e di reati all'interno di un carcere è tale che riteniamo doveroso lanciarla, senza timore di incontrare smentite se non quelle ufficiali, d'obbligo, di chi è preposto a difendere in ogni caso e comunque l'immagine dei propri dipen¬denti. E le critiche della direzione generate degli istituti di pena ci lasciano indifferenti.
Non siamo noi a rimarcare l'impossibilità dei secondini a partecipare a un serio - e mai tentato - processo di "rieducazione", perché è sufficiente leggere la lettera per rilevare come gli ignoti secondini usano sempre il termine di "detenuto". Difatti, è vero. Per loro, non esisto¬no i detenuti, migliaia e migliaia di persone che sono in carcere per i motivi più diversi, ognuno provvisto di una sua personalità, una sua cul¬tura, un carico di problemi che non somiglia a quello di altri.
L'esistenza dei detenuti è ignota ai secondi¬ni italiani. Per loro esiste solo "il detenuto". Decine di migliaia di uomini ridotti ad una sola figura rappresentativa di tutti: "il detenuto", che non ha identità, non ha personalità, non ha affetti, sensibilità, orgoglio, umanità, dignità. "Il detenuto" che, per i secondini, deve rispondere ad un solo modello, quello che ritengono loro ideale, "bravo", che "sa stare il suo posto". Il ritratto del "detenuto modello", sempre secon¬do le ambizioni dei secondini, è quello che chiama l'agente appuntato, l'appuntato briga¬diere, il brigadiere maresciallo, e quest'ultimo "comandante"; che saluta sempre e comunque per primo, non importa se non corrisposto; che chiede qualsiasi cosa facendola precedere da 'cortesemente', 'gentilmente', che da il 'lei' venendo apostrofato con il 'tu' ("come ti chiami te"), che soprattutto non protesta, non recrimi¬na, non denuncia abusi e soprusi, vessazioni e reati commessi dai secondini perché sa, il "bravo detenuto", che qui la legge la fanno loro, i secondini, a che lui, avendo violato le leggi non ha il diritto di esserne tutelato.
Con questo bagaglio 'culturale', fa sorridere leggere che i secondini lamentino di essere "privi di specifiche conoscenze psico-patologiche", quasi che queste possano eliminare la tara che è in loro, nella loro formazione profes¬sionale per meglio dire. Perché la 'rieducazio¬ne' in carcere è affidata esclusivamente ai secondini, dato che i civili (educatori, criminologi, ecc.) incontrano la stragrande maggioran¬za dei detenuti per tre o quattro volte nel cor¬so della detenzione, e non hanno quindi né la volontà né la possibilità di influire sui loro com¬portamenti e sulle loro scelte.
La realtà del carcere è questa. Chi afferma il contrario mente consapevolmente. I detenuti hanno come unici nemici-interlocutori i secondini. I metodi di questi ultimi sono rozzi e sem¬plici perché non devono 'rieducare' alcuno, ma solo far capire, a chi tarda a comprendere la realtà, chi è che "comanda qui".
Se un detenuto protesta, civilmente, perché i cancelli vengono chiusi con una violenza tale da far vibrare i vetri delle finestre, da quel momento e per mesi, a volte per anni, il suo cancello verrà sempre chiuso allo stesso iden¬tico modo perché così "impara" a protestare. È un esempio che vale per ogni cosa, per tutto e per tutti. Maleducati, aggressivi, scorretti nei gesti e nel linguaggio, i secondini ritengo¬no di imporre in questo modo il 'rispetto' che gli è dovuto, ricorrendo quando è il caso (secondo loro) a pestaggi che avvengo¬no in tutti gli istituti di pena e di cui non sembrano accorgersi né magistrati né funzionari del ministero di Grazia e Giustizia.
Non vogliono essere, scrivono i secondini di Milano, "apri e chiudi cancelli", ma non sanno proporre altro che invocare, come fanno da due secoli a questa parte "una formazione del personale in servizio" che non si comprende a cosa serve se si sentono sempre in dovere di fare gli "apri e sbatti cancelli", infischiandosene di quanto accade ai detenuti, delle loro condizioni morali, psichiche, fisiche. Non serve, invero, avere una formazione professionale per rendersi conto delle condizioni di un tossicodipendente, malato di Aids per di più, o di un detenuto che ha disturbi alla personalità, caratteristiche schizoidi, di altri che soffrono di mania di persecuzione, altri ancora di claustrofobia, tutte forme di depressione che la vita carceraria rende inevitabili anche se si manifesta in forme diverse a seconda del carattere e della personalità dei detenuti.
In realtà, il carcere è modellato dal secondino e sul secondino che, a sua volta, è condizionato da questa figura mitica del 'detenuto' come egli la vuole, la sogna, la ‘rispetta’. È il secondino che si pone come ostacolo alla rieducazione dei detenuti, meritevoli di disprezzo se cambiano atteggiamenti, se danno segni di volersi distaccare dal loro passato, se riscoprono di essere uomini prima ancora che malavitosi. Loro, i secondini, invece apprezzano il "detenuto onesto" che non è quello che è dentro innocente, come potrebbe pensare chi non conosce il linguaggio dell'ambiente carcerario, bensì quello che rimane un delinquente fedele al suo stile di vita e alla sue regole di comportamento. Il "detenuto onesto" da garanzie perché non vede, non sente e se parla lo fa solo confidenzialmente con il secondino. Per il resto uomo d'omertà è. Picchiano un suo compagno e sospira "eh, questa è la galera". E la galera per lui è una palestra di arruffianamento costante, giornaliero verso operatori civili e
secondini, magistrati di sorveglianza e cappellano, verso tutti coloro che potranno aprirgli anzitempo le porte del carcere. Tanto, poi, quando rientra perche ha commesso altri reati, lo accolgono bene, come un vecchio amico:
"eh, te l'avevo detto che era un detenuto onesto!".
"Bravo", dirà un ispettore del reparto speciale (il G7) di Rebibbia ad un detenuto. "Io lo so che lei non cambia, io ho sempre pensato bene di lei". Era uno dei cosiddetti 'boss' della mafia siciliana e ci mancava poco che gli lustravano le scarpe, sia pure dandogli quasi sempre del 'tu', a riprova che era un "bravo detenuto", che sapeva, anche se era "uno importante", chi comandava.
Il carcere che mai ha rieducato alcuno, che ha creato invece migliaia di delinquenti che, compreso come funziona il meccanismo, non ne hanno avuto più timore alcuno, ha un solo autentico ed insormontabile, fino ad oggi, problema: i suoi secondini. Privi di cultura, annoiati dalle lunghe ore che trascorrono nelle sezioni senza fare nulla, provvisti di una formazione deviante che li rende simili ai loro custodi peggiori, capaci di ragionare solo in termini di arbitrio, prepotenza, falsità, spesso di corruzione contro la quale nessun magistrato si sogna di fare inchieste serie, i secondini italiani aprono e sbattono cancelli piangendo su se stessi, senza nemmeno tentare di migliorarsi, di rieducarsi ad un comportamento dignitoso e civile.
Lontani dalla società, alla quale non li avvicina di certo la presenza del presidente della Repubblica alla loro festa annuale, tutelati da una magistratura che ha solo il senso dello Stato misconoscendo da sempre quello della giustizia, non sono in grado di formulare una sola proposta innovativa per migliorare la vita all'interno degli istituti di pena. La selezione dei detenuti, il loro smistamento in sezioni dif¬ferenziate, non secondo l'età (che è un criterio idiota) ma secondo il loro curriculum in modo che coloro che hanno commesso reati occa¬sionali siano separati siano separati da quanti li compiono abitualmente, che coloro che ven¬gono in carcere per la prima volta stiano lonta¬ni da quanti sono recidivi, e così via, è argo¬mento mai sfiorato nelle loro assemblee dove si parla sempre di turni troppo gravosi, di sti¬pendi troppo bassi e della 'vita comoda' che, secondo loro, farebbero i detenuti.
In questo panorama, dove non i migliori ma i peggiori fanno di solito carriera, dove 'chi mangia' sale e i 'fessi' rimangono quelli che sono, dove si ripropongono drammati¬camente le condizioni ambientali della malavita, dove l'assenza di disciplina è regola di comportamento, leggere lettere come quella pubblicata da Il Giorno genera sconforto, non riso perché la materia è tra¬gica.
Comincino a rispettare le persone detenute, i loro sentimenti, la loro corrispondenza, i loro familiari, la quiete ed il riposo di chi sta nelle celle, i regolamenti e le norme, il codice penale e la dignità di chi è detenuto, a vedere "i dete¬nuti" al posto del "detenuto", figura abietta di ruffiano senza dignità, e un giorno potranno aspirare a svolgere un ruolo di "rieducatori" in grado di trasformare un detenuto in un uomo onesto e non di obbligarlo, come fanno oggi, ad essere un delinquente 'onesto'. Comincino a fare queste cose, un poco per volta. A chiu¬dere un cancello in modo civile serve sol¬tanto la coscienza di avere a che fare comunque con uomini che, certamente, tollerano la prepotenza ma giustamente si ali¬mentano di disprezzo e derisione nei con¬fronti dei loro secondini, dissimulati in quella palestra di menzogna che è il carce¬re.
Non è difficile. Basta rieducarli ad essere uomini, invece che secondini. In caso con¬trario, tutto andrà come prima e come sempre, per loro come per i detenuti. E a costoro che oggi si aggrappano alla rispettabilità di essere "agenti", sia insegnato anche il coraggio di esprimere le loro opinioni alla luce del sole, dentro come fuori dal carcere, non a scrivere lettere rigorosamente anonime in uno stile di comportamento che da solo li qualifica come i secondini di sempre, che nessuna denomina¬zione potrà cambiare. È una condanna, la loro, senza appello, che la vivano in silenzio, in un riserbo decente e decoroso che se non altro farà risuonare solo i cancelli che sbattono. Questi i secondini, questo il carcere.
Vincenzo Vinciguerra
Opera, 11 febbraio 1999.




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