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  1. #1
    megaelleno
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    Predefinito Il Demone che ci è toccato in sorte

    Meditiamo sulle parole del Timeo:
    «Il Demone compie ciò che l’uomo ha scelto»

    Un aspetto su cui spesso si glissa, per salvaguardare la ‘laicità’ e la ‘razionalità’ del pensiero di Plotino è quanto egli scrive a proposito del ‘Demone che ci è toccato in sorte’ (Enn. III, 4).
    Questa concezione si ricollega esattamente, del resto, ad una idea tipica del pensiero e della filosofia ellenica. Felicità, infatti, non è altro che eudaimonía: ‘avere un buon demone’.

  2. #2
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    Predefinito

    E secondo Porfirio (Vita Plotini 10), il daimon guardiano di Plotino, evocato da un prete egizio, altro non era che un dio....

    Il passaggio, molto interessante (non lo posso citare pero' perchè non ho il testo sotto mano), pone delle questioni difficili: qual'e' il significato dell'evocazione? E' possibile evocare un dio per poi costringerlo a sparire, come fa un attendente nel passaggio di Porfirio, sacrificando un uccello? E soprattutto: qual'e' la natura del genio che alla nascita ci è impartito? Di che sesso è, e che funzione ha? Corrisponde alla nostra anima sottile? Al nostro corpo astrale (augoides ochema)? Alla fylgia germanica e all'angelo custode cristiano?...

  3. #3
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    Predefinito

    Daimon=REBIS=Nous, quindi il compimento della COSA UNA e quindi la Conoscenza della propria Vera Natura. Essa corrisponde al "separando mercuriale"( l'Uomo Alato, l'Uomo Storico) in Kremmerz, in quella dell'Astrum Argentinum di Crowley al Congressum cum Demone e nella Quarta Via di Gurdiiejf all'acquisizione della "Terza Forza", della terza Stanza. Nella Via della Tradizione ermetica romano-mithriaca è l'acquisita condizione di HELIODROMOS. ( Pasto con gli Dèi. Agape apollineo). L'eudaimonia in Platone è, infatti, l'attuazione dell'aretè della Giustizia, dell'Ordo nel Chaos, dell'anamnesi del proprio status orginario, di colui che coagula ciò che è (ha) disperso.

    "...l'anima immortale proviene dal Dio Primo, un'anima seconda si costituisce per opera degli Dei cosmici...questi Dei hanno posto nel corpo le diversa facoltà: il pensiero nel capo, il fuoco vitale nel cuore, l'epithymìa nel fegato,...la parte mortale dell'anima tessuta dagli Dei sulla parte immortale" (Plotino, Enneadi, II, 3, 9).

  4. #4
    megaelleno
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    Predefinito Il racconto di Porfirio

    […] un sacerdote egizio, giunto a Roma, che lo aveva conosciuto tramite un amico e che voleva far sfoggio della sua sapienza, portò Plotino a contemplare l’evocazione del suo proprio Demone che lo custodiva. Dopo che questi accettò, l’evocazione avvenne nel tempio di Iside: l’Egizio, infatti, sosteneva che a Roma soltanto quel luogo fosse puro. Il Demone fu evocato sotto i loro occhi, ma comparve un Dio che non apparteneva al genere dei Demoni; allora l’Egizio esclamò: «Beato te, che hai un Dio per Demone, e non un custode di grado inferiore». Non fu tuttavia possibile interrogarlo né guardarlo di presenza più a lungo, giacché un amico che assisteva, strangolò gli uccelli che teneva in custodia […]

  5. #5
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    Predefinito

    Mi permetto di porre una domanda circa una questione che mi tormenta da tempo immemore. Spero di non risultare importuna, nel caso che mi si epuri senza indugio.

    Premettendo che Dovere d'ogni uomo e donna sia quello d'inverare ciò che si è scelto prima della nascita, e di cui il Daimon è garante.
    Domando se possa un atto d'autoeliminazione essere considerato come incapacità, fuga vigliacca, e, soprattutto, elusione o peggio rottura, del Patto sugellato con la propria Moira, producendo come risultante una deviazione e retrocessione dell'Anima dal proprio percorso verso l'Uno. Oppure se, essendo anch'esso espressione di ciò che Ananke determina, questo non possa venir considerato altro se non l'ineludibile segmento di una strada che in quel determinato tratto non poteva essere calcata se non in tale maniera, risultando perciò lecito ed ammissibile.

    Grazie.

    Y

  6. #6
    megaelleno
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    Predefinito Er

    Queste sono le parole dell’araldo che presenta le anime a Lachesi. Una volta prese dalle ginocchia della Moira sorti e modelli di vita (biou paradeigmata), egli annuncia:

    Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke: anime, che vivete solo un giorno (ephemeroi) comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephoron). Non si otterrà in sorte un Daimon, ma sarete voi a scegliere il Daimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (arete) è senza padrone (adespoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il Dio (theos) non è responsabile.

    Alle anime, viene presentata una vasta quantità di paradigmi di vita: animali, uomini, donne, tiranni, vite di successi oppure di fallimenti...Dopo la scelta, le anime si presentano a Lachesi, dalla quale ciascuna ottiene il Daimon che si è preso, perché gli sia custode e adempia quello che ha scelto. Il Daimon quindi non capita in sorte (come pare affermare Plotino) ma è oggetto di una scelta. La libertà di scelta rende la virtù "senza padrone". Vi è eudaimonia in quanto noi stessi abbiamo scelto un buon Daimon. Fattore necessario dell'eudaimonia, dunque, non è più il Demone, ma il carattere della nostra scelta.

    Il Daimon conduce l'anima da Cloto, a confermare sotto il giro del fuso il suo destino, e poi da Atropo a renderlo inalterabile, e quindi, dal trono di Ananke, verso la pianura del Lete.
    Inalterabile: in base a quanto ci dice il Sommo Platone, dunque, anche la scelta (apparente) di rifiutare il proprio destino è stata prevista.

  7. #7
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    Predefinito

    Valete.

    Citazione Originariamente Scritto da =DADOUKOS=
    Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke: anime, che vivete solo un giorno (ephemeroi) comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephoron). Non si otterrà in sorte un Daimon, ma sarete voi a scegliere il Daimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (arete) è senza padrone (adespoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il Dio (theos) non è responsabile.
    Sarebbe interessante (fors'anche parzialmente risolutivo) sapere quanto di 'pitagorico' c'è in questa visione, che il richiamo stesso ad Ananke (la 'Necessità') inquadra in un contesto cronologico notevolmente antico, tanto risalente nel tempo da risultare nebuloso.
    Perchè Pitagora: perchè come forse in questo stesso Circolo (che per la qualità dei contenuti ed il livello delle discussioni si preannuncia, a meno di un mese dalla sua nascita, come uno dei fora italiani più completi e suggestivi) è stato detto, è anche mia ferma convinzione che Porfirio, Proclo, Plotino e via dicendo, tornando indietro nel tempo fino a Platone stesso, altro non abbiano fatto se non tramandare la medesima Idea secondo adattamenti varii, dovuti anche a normalissime "equazioni personali", senza la carica spregiativa che spesso questa espressione reca con sé; ciò che distingue il Filosofo dal "filosofo".
    E che Platone 'raccogliesse il testimone' da Pitagora, e Pitagora da Orfeo, ed Orfeo da... nec plus ultra.
    Ciò di cui parliamo è una Catena che si snoda attraverso i millenni, fino a Pletone, fino a Thomas Taylor, in maniera ora più ora meno incorrotta, ergo mi chiedo, tornando alla domanda principale: quanto c'è di 'pitagorico' nella visione dell'anima che sceglie il proprio Daimon?
    Augusto Rostagni, nel suo meraviglioso "Il Verbo di Pitagora" (rist. Victrix), ci fa notare che la metempsicosi è la dottrina del mutamento per eccellenza in base alla quale le anime, scintille divine, cadendo nel mondo, entrano nel ciclo della Necessità (Anànke) seguendo con moto apparente il moto “reale” della Natura ed incarnandosi di volta in volta in tutti gli esseri animati (metempsychòomai, passo da un corpo in un altro):

    “Ed io fui già garzone e donzella, e arbusto e uccello e muto pesce abitatore dell’onde...” (Emped., Purif., Fr. 117)

    È ciò che Rostagni imposta nei termini, tanto audaci quanto calzanti, di un mutamento qualitativo nel caso della Physis, della Natura in costante divenire, e di un semplice mutamento di posizione nel caso delle anime, aventi la stessa natura di Dio: fenomeno, quest’ultimo, chiaramente impostato sui canoni della relatività, paragonabile al moto apparente del Sole lungo l’Eclittica, laddove a muoversi non è l’Astro, bensì la Terra. È per questo motivo che gli Antichi ponevano la questione nei termini dialettici di metabolé e kìnesis.
    E tuttavia Rostagni non fa menzione di 'scelte' da parte dell'anima; tuttavia ecco un passo di Diogene Laerzio di particolare interesse:

    “Tutta l’aria è piena di anime, ed esse sono ritenute demoni ed eroi (daimonàs te kai éroas nomìzesthai).” (Diog.Laerz., Vita dei Fil., VIII, 32)

    Ciò pone un problema: le anime verrebbero identificate tout-court con i Demoni e gli Eroi. Allora dov'è la differenza (specie nel momento in cui diciamo che "l'anima sceglie il suo Dàimon") ?
    Ci soccorre, insperatamente, Alcmeone. 'Insperatamente' perchè è noto che del medico crotoniate si propaganda da secoli il presunto 'razionalismo', sulla scorta della concezione dell'anima come afferente all'organo cerebrale. Scrive Rostagni parlando di Alcmeone:

    “non la vita organica soltanto, ma anche la vita superiore, morale e intellettuale, è prodotta dal corpo. Infatti, abbiamo visto ch’egli (Alcmeone, nd Helios) la fa provenire da un organo fisico, il cervello; il quale, per mezzo del movimento, di cui ha il possesso, secerne le sensazioni, secerne la volontà, secerne il pensiero. Tutte le funzioni, dalle più umili alle più elevate, non sono se non proprietà del corpo: si identificano quasi con gli organi di esso; mutano col mutare delle condizioni in cui esso si trovi, muoiono in esso e con esso.” (A.Rostagni, Il Verbo, cit., pag. 74)

    Eppure lo stesso Alcmeone, in un altro tòpos (Fr. A 12 Diels), afferma a chiare lettere:

    “L’anima è immortale per la sua somiglianza con le cose immortali.”

    Abbiamo dunque due 'anime': un'anima "immortale", che pure a quanto pare i Pitagorici chiamavano Psychè alla stessa maniera dell'"altra" anima, quella "somatica", vale a dire il complesso psichico di cui si è detto sopra, comprensivo di sensazioni, volontà, pensiero e prodotto dall’organismo stesso per tramite dell’apparato cerebrale. Questa anima è da considerarsi come strettamente legata alla vita del corpo e non l’altra, immortale, cui il corpo -sòma- è carcere (“Igneus est ollis vigor et caelestis origo / seminibus, quantum non noxia corpora tardant / terrenique hebetant artus moribundaque membra. / Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, / neque auras dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco” – Verg., Aen., VI, 730 sgg.) ...
    L'anima immortale si identifica dunque col Dàimon ed è la scintilla di Divinità nell'uomo; l'anima somatica afferisce al piano "psichico" lato sensu inteso, è legata al cerebro, al sistema nervoso, è transeunte e può seguire il destino del corpo salvo "reincarnazione" secondo il ciclo di Anànke (e d'altra parte, volendo forzare 'poeticamente' la questione, non è forse concepibile in un certo senso -e non in quello della cristiana "resurrezione del corpo"- che il corpo stesso 'torni' sotto nuova forma, la materia avendo come proprietà intrinseca la trasformazione, il cambiamento, il mescolamento? Si vedano le Quartine Rubayyat di Omar Kayyam per una impostazione 'popolare' della questione: e che "il popolo abbia sempre ragione" è affermazione che, pur non essendo priva di pericolose forzature "oclocratiche", non è priva di una sua segreta verità).
    Ciò detto resta il problema della 'scelta' del Daimon da parte della Psyché propriamente detta: non mi risulta che lo stesso Pitagora faccia cenno all'elemento volontaristico della scelta (e soprattutto, la Psyché "somatica" ha volontà?...), se qualcuno ha maggiori informazioni è pregato di postarle per fugare i miei dubbi.

    Per quanto attiene il suicidio come 'fuga dalla vita' (Yggdrasill), ciò che dice =DADOUKOS= mi lascia perplesso:

    Citazione Originariamente Scritto da =DADOUKOS=
    Alle anime, viene presentata una vasta quantità di paradigmi di vita: animali, uomini, donne, tiranni, vite di successi oppure di fallimenti...Dopo la scelta, le anime si presentano a Lachesi, dalla quale ciascuna ottiene il Daimon che si è preso, perché gli sia custode e adempia quello che ha scelto. Il Daimon quindi non capita in sorte (come pare affermare Plotino) ma è oggetto di una scelta. La libertà di scelta rende la virtù "senza padrone". Vi è eudaimonia in quanto noi stessi abbiamo scelto un buon Daimon. Fattore necessario dell'eudaimonia, dunque, non è più il Demone, ma il carattere della nostra scelta.

    Il Daimon conduce l'anima da Cloto, a confermare sotto il giro del fuso il suo destino, e poi da Atropo a renderlo inalterabile, e quindi, dal trono di Ananke, verso la pianura del Lete.
    Inalterabile: in base a quanto ci dice il Sommo Platone, dunque, anche la scelta (apparente) di rifiutare il proprio destino è stata prevista.
    Anzitutto, da ciò che =DADOUKOS= afferma si evince che l'anima (Psychè) sceglie un paradigma di vita, e che il Dàimon le viene 'consegnato' da Lachesi successivamente alla scelta; se è vero che il paradigma di vita presuppone un determinato Dàimon, si può tuttavia identificare il paradigma di vita col Daimon in quanto tale?
    Non voglio fare semantica, è un mio dubbio reale -forse, anzi probabilmente, privo di fondamento.

    In secundis, affermare che "in base a quanto ci dice il Sommo Platone, dunque, anche la scelta (apparente) di rifiutare il proprio destino è stata prevista" può apparire da una parte come una scappatoia per conferire al suicidio una giustificazione morale, dall'altra come una legittimazione del concetto di "Destino cieco" in base al quale "tutto è già scritto", anche le eventuali scelte future dell'anima (e del Dàimon) già incarnata, sulla scorta di un 'cambio di prospettiva' che in certo qual modo postula uno 'spostamento' della scelta al 'momento' antecedente l'incarnazione; ciò che intendo dire è che secondo l'interpretazione di =DADOUKOS= l'anima (id est, saremmo tentati di dire, l'uomo) avrebbe a disposizione un'unica scelta, da effettuare prima dell'incarnazione, tutto ciò che ne consegue sarebbe 'scritto' in quella scelta. Mi sembra che questo concetto strida con il Fatum, con la 'Parola' romanamente intesa, che non esclude la possibilità per l'uomo di realmente scegliere in vita così dandole l'opportunità di 'sgrossare la pietra grezza', o per dirla con D'Annunzio: dant vulnera formam. In tal senso, anche un Seneca (che pur non è portavoce della più autentica spiritualità romana, cui tuttavia lo Stoicismo è suscettibile di avvicinamento per, diciamo così, 'successivi compromessi') si muove su una retta tangente l'idea romana di Fatum nel momento in cui afferma che solo il Vir che abbia "gustato appieno la vita" (in senso spirituale, naturalmente, nelle varie 'gradazioni' che lo Spirito assume a seconda del tipo umano) e che essendo già 'oltre' la vita ne provi oramai disgusto, è legittimato al suicidio, poiché questo costituirebbe una rottura di livello che consentirebbe all'anima di accedere a 'stati altri' dell'Essere. Aggiungerei altre ipotesi di 'suicidio legittimo' come il suicidio rituale del samurai o del generale romano sconfitto, o ancora ipotesi limitrofe al suicidio vero e proprio, come la devotio romana, ma rischio di eccedere dai limiti proprii alla discussione.
    Dunque la "mia" 'presa di posizione' nei confronti della problematica della Volontà, della scelta, anche in relazione al suicidio, implica che l'idea di Anànke è accettabile, a mio avviso, se la si considera come Necessità "fisica" del Ciclo della metempsicosi pitagorica (come, per analogia, per la donna sussiste la necessità fisica del ciclo mestruale); non è più concepibile nel momento in cui diventa una sorta di entità a sé stante, "divoratrice" ed eliminante qualsivoglia possibilità di emersione, in vita, di quell'elemento volontaristico che nel suo senso più profondo (la Volontà, con una maiuscola di comodo a fini distintivi) coincide, in ultima analisi, col Dàimon stesso...

    Valete optime.

  8. #8
    megaelleno
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    Predefinito

    Esimio Helios,
    nel darTi il benvenuto nel nostro Cenacolo, Ti accogliamo vergando una nota preliminare, utile per tutti i Simposiasti. In questa prima fase di apertura, lo avrai notato, si è preferito mettere a disposizione dei convitati una vasta scelta di argomenti, in merito ai quali, come nelle antiche Scuole, il Simposiarca si è limitato, come un musicista che principia la prima serie di accordi, a suggerire piccoli spunti e citazioni di testi. Questa scelta, per consentire ai primi frequentatori di poter esporre le proprie vedute, in vista della costituzione del Circolo vero e proprio e di una successiva ‘chiusura delle porte’.

    Fatto questo preambolo, non resta che venire agli arguti interrogativi da te sollevati.
    Innanzitutto, ciò che ti rende perplesso riguarda l’apparente fatalismo, l’ineluttabilità del destino conseguente alla scelta dell’anima. Non dimentichiamo però che, sempre nella Repubblica, Platone fa dire a Socrate che la scelta, da cui conseguirà l’eudaimonia, è il risultato della saggezza acquisita dall’anima. Ti inviterei quindi a riflettere su questo punto: dietro la scelta vi è la ‘ricaduta’ di una intera vita o, meglio, di più vite. La scelta operata dalle anime è consequenziale alla condotta delle vite precedenti.
    Plotino si è interrogato chiaramente su questi aspetti nella Terza Enneade, 4, 5 (che cercherò di trascrivere per intero nei giorni a venire), quando si chiede: ma se l’anima sceglie il Demone ‘lassù’, di cosa mai sarà padrona? Infatti ti chiedi se il Demone e la Necessità siano la stessa cosa. Il Demone ‘compie ciò che l’uomo ha scelto’ (Timeo). Ma ne risulta un percorso ineluttabile? Dobbiamo crederlo? O piuttosto, come per la taxis cosmica dobbiamo pensare, in base a quanto tu stesso citavi in altra sede, che esista un ordine prestabilito a cui ciascuno è libero di conformarsi o meno? Si parla infatti di ‘paradigmi’. Parafrasando una celebre affermazione, si potrebbe dire che il Fato, al cui compimento il Demone è assegnato, ‘inclina e non determina’… Plotino dice: il Demone fa sì che l’anima non scenda troppo in basso. Ma non potremmo essere diversi da ciò che siamo.
    Ma Platone non dice pure che Atropo rende il destino ‘inalterabile’? Lo dice, e perciò siamo qui ad interrogarci.

    Infine, dici del suicidio, sul quale se il caso possiamo aprire una discussione a parte. In via di principio, esso è ammesso anche da molti neoplatonici. Plotino stesso è indeciso al riguardo, perché se da un lato disapprova il suicidio (aveva spinto Porfirio a desistere…), dall’altro in un passo afferma chiaramente che qualora la decadenza fisica rischi di ottenebrare le lucidità nel momento fondamentale del trapasso (preparatorio alla ‘scelta’), l’uomo è autorizzato a troncare la propria esistenza. Per non dire del ‘suicidio rituale’ contemplato dalle dottrine caldaiche.

  9. #9
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    Predefinito Considerazioni circa quanto detto da Helios

    Innanzitutto ringrazio per le risposte, sin qui molto chiare, e dalle quali mi pare d'aver "colto".

    Questo circolo è per me un'insperata fortuna della quale spero di poter partecipare a lungo...

    Mi permetto quindi d'aggiungere un paio d'osservazioni augurandomi che, nel fare questo, non sembri io voglia arrogarmi ruoli che non mi competono e di cui so non essere all'altezza.

    Ciò detto, vorrei dire a Helios che è assai probabile che all'area semantica indicante la "distribuzione delle parti" appartenga anche Dàimon, così come vi appartiene Lachesis, derivante a sua volta dal verbo lancano che indica, per l'appunto, il ricevere qualcosa in sorte.

    Circa invece l'ineluttabilità del superamento di una scelta a priori, cito:"Inalterabile: in base a quanto ci dice il Sommo Platone, dunque, anche la scelta (apparente) di rifiutare il proprio destino è stata prevista". Non posso che concordare con quanto sostenuto dal dotto =DADOUKOS=, infatti nel mito di Er si narra della scelta autonoma delle anime, le quali liberamente dinnanzi alle Dee del destino raccolgono il proprio Kléros, cioè il proprio lotto di vita. Quindi alcuna costrizione od ineluttabilità è alla base di qualcosa che è, in fin dei conti, frutto di una libera scelta. Ananke in tale ottica perde qualsiasi possibilità d'essere concepita in quanto "entità a se stante, divoratrice", poichè diviene null'altro che l'espressione di un destino contenuto già nella natura stessa dell'anima. Insomma, l'agire nel mondo del soggetto incarnato non è altro che espressione del rapporto armonico che si viene ad instaurare tra la propria essenza ed una fatalità che è espressione di una causa auto-determinata. Si veda, all'uopo, il famoso esempio dello stoico Crisippo e del "suo" cilindro che, se poggiato su una superficie inclinata, non potrà che comportarsi, rotolando, in una determinata maniera, condizionata dalla propria forma, dalla propria natura. Il "destino" è insomma contenuto e determinato dal cilindro stesso, è espressione della di lui intima natura. Mi sorge poi, a questo punto, altra considerazione ancora, rimembrando quanto racconta Platone nel Fedro sempre in merito a certo percorso delle anime sospinte e condizionate nel loro tragitto proprio da quell'antico flebile ricordo della Verità della cui visione hanno rimembranza bramandola. Anche qui, non è certo a causa della tirannia di Ananke se subiscono un tristo destino, ma a causa propria e dell'appesantimento patito in virtù della scarsa attitudine a rimembrare. Attitudine che dovrà essere quindi affinata nel corso delle successive incarnazioni. Per cui anche qui l'anima più si apre al conoscere, al com-prendere, e più tende ad orientare le proprie scelte in una direzione ascensionale che può, alfine, contemplare anche l'ipotesi suicidiaria. Ma, in ogni caso, questa non rappresenta una rottura del "Patto" (fulcro dei miei timori).
    Quindi il suicidio appare effettivamente legittimo.

    Differente, invece, diviene il discorso se, da un piano propriamente ontologico, ci si sposta su quello sociologico. Allora si può parlare di una certa, o meno, tipologia di "legittimita" inserita in un contesto in un certo qual modo istituzionalizzato anche attraverso il rito. E qui, allora, il riportare il pensiero al rito del seppuku, all'interno del bushido, o a ciò che avveniva in ambito romano, o comunque "nostro", è obbligatorio. In ogni caso la complessità rituale (penso alle varie tipologie di Hara-Kiri) è, a mio parere, sintomatica innanzitutto dell'esigenza di ordinare e dirigere quello che potrebbe rappresentare l'irrompere nell'ordine sociale di un elemento caotico.
    Attualmente, infatti, e poi termino perchè mi accorgo che sto scivolando lentamente fuori dai limiti propri di questo pregevole spazio, l'epurarsi è divenuto atto nichilista per antonomasia nel quale si ricerca un annullamento che diviene "fuga vigliacca", rifiuto di un Dovere e di un Destino che avendo perso l'intima concezione sacrale della vita (intesa nella sua totalità) non si è più in grado di scorgere; non più quindi atto Eroico, ma atto caotico (questo alla base del mio intimo tormento...).

    Un saluto.

  10. #10
    megaelleno
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Yggdrasill
    Questo circolo è per me un'insperata fortuna della quale spero di poter partecipare a lungo...
    Mentre questa discussione si svolge e si approfondisce nel migliore dei modi, chiedo venia per la mia scortesia, indegna di un simposiarca, e porgo il benvenuto nel nostro Circolo ad Yggdrasill e alle sue dotte argomentazioni.

    Khairete
    =D=

 

 
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Permessi di Scrittura

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