OMNIA SUNT COMMUNIA
C’è del fuoco in Danimarca- Nikolaj Heltoft (dal Manifesto di oggi)
Nelle università di Copenaghen, Roskilde, Aalborg, Arhus, diverse facoltà sono state occupate: è la conclusione, provvisoria, della prima grande ondata di proteste contro le «riforme del welfare» lanciate dal governo di destra di Anders Fogh-Rasmussen agli inizi di aprile, che ora sono approdate in parlamento. Un crescendo di azioni di contrasto - occupata la sede del ministero delle Finanze, l’agenzia statale che distribuisce il reddito degli studenti, occupato l’ufficio centrale della Confindustria danese - che ha poi esordito in piazza il 17 maggio, con 110.000 persone che hanno dato vita a Copenaghen e in altre quattro città del paese, ad alcune tra le più grandi manifestazioni degli ultimi vent’anni in Danimarca. Una mobilitazione caratterizzata da una composizione sociale variegata, promotori studenti e sindacati, gruppi auto-organizzati e associazioni di immigrati. Un modello sotto attacco Il governo di destra si trova faccia a faccia con un’opposizione decisa a non far passare le sue «riforme» che non mirano a semplici decurtazioni del welfare, bensì segnano una rottura forte e netta con alcuni dei risultati più importanti del movimento operaio e studentesco danese del novecento. Un sistema basato su modelli di reddito statale generalizzati finanziato dai livelli di tassazione progressiva più alti d’Europa: con lo stato che, tra le altre cose, garantisce pensioni minime per tutti, un reddito mensile di 600 euro a tutti gli studenti, diritto alla continuità di salario in caso di pensionamento anticipato, sussidi di disoccupazione pari a fino all’85% dell’ultimo salario ricevuto. Il progetto di tagli include una serie di punti nevralgici dello stato sociale, a partire dall’innalzamento dell’età pensionabile (da 65 a 67 anni), al cambiamento delle normative del pensionamento anticipato, ai tagli dei sussidi di disoccupazione per i giovani, alla riduzione del periodo in cui gli studenti universitari possono beneficiare di reddito statale, fino alle ancor più restrittive leggi che regolano l’accesso alla cittadinanza e i diritti degli immigrati. Un altro importante aspetto riguarda l’intensificazione di misure disciplinari nei confronti dei disoccupati che inasprisce la cosiddetta «politica dell’attivazione». Tale normativa stabilisce che il disoccupato, per continuare a percepire il reddito statale debba seguire un piano individuale: ad esempio, seguire corsi professionali, e sostituire i lavoratori in congedo o in formazione. La nuova riforma imporrebbe controlli più severi e ulteriori minacce, come l’obbligo di presentarsi in comune e dichiarare la propria disponibilità ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, ogni due settimane. Lo scopo complessivo di questo pacchetto di riforme, è quello di estendere il periodo della vita lavorativa: iniziare a lavorare prima e finire più tardi, per «garantire il welfare del futuro», secondo lo slogan governativo. Il governo cerca consenso Il premier Fogh-Rasmussen, che fino a questo momento sta basando la sua maggioranza parlamentare sui voti dell’estrema destra – il Partito popolare danese - aveva già dichiarato molto tempo fa che il varo delle riforme questa volta sarebbe stato condizionale all’appoggio dei socialdemocratici, che avrebbero potuto beneficiare anche di un diritto di veto sulle proposte ritenute inaccettabili. Ciò riflette la consapevolezza che le maggiori riforme del mercato del lavoro danese non si possono attuare senza il consenso socialdemocratico, a garanzia della pace sociale. Oggi infatti, tirare la corda, pretendendo di far passare un pacchetto di riforme basato sul solo consenso della destra estrema potrebbe rivelarsi controproducente visto il crescente malcontento proprio sui legami del governo con quel populismo di destra, che si sta diffondendo all’interno degli stessi settori economici. I poteri «forti», che hanno finora appoggiato Fogh-Rasmussen, hanno infatti fatto scendere in picchiata il loro indice di gradimento quando le maggiori industrie danesi hanno cominciato a perdere soldi con la «crisi delle vignette » su Maometto. Il governo ha dunque maledettamente bisogno degli SD, e ha pianificato la loro inclusione per mesi. Io non sono come Villepin L’esecutivo guidato da Fogh-Rasmussen, diversamente da quello di Villepin in Francia, è ben cosciente del modo in cui le sue proposte di riforma debbano essere inquadrate e su quali basi si debbano fondare. Per diversi anni sono stati promossi comitati di esperti che hanno analizzato tutti i settori del mercato del lavoro. Le riforme dovevano essere concepite e presentarsi come «necessarie». Queste commissioni, dichiarate indipendenti e allo stesso tempo minuziosamente selezionate, dovevano elaborare le proprie proposte, a cui poi il governo si sarebbe ispirato, con il «dovere di moderarne gli aspetti più radicali». In questo modo per molti anni non si è parlato di alcuna riforma concreta,ma si è riusciti a creare la sensazione della «necessità» di cambiare le cose. Il risultato di questa strategia è stata la creazione di due argomenti dominanti che giustificano questo presunto bisogno: lo sviluppo dell’andamento demografico che presenterà un preoccupante aumento del numero di futuri pensionati, e la minaccia della globalizzazione. L’argomento dell’aumento del numero degli anziani, definito «il fardello dell’età», è servito a preparare i tagli al welfare di oggi, come conseguenza dell’aumento previsto delle spese del futuro; mentre l’argomento della globalizzazione è servito a sottolineare il bisogno di «riforme nel sistema educativo», che significa un maggior controllo delle imprese sull’università e la ricerca. La strategia per un po’ ha funzionato. Mentre demandava l’elaborazione delle più aspre proposte di riforma ai «consigli per la globalizzazione e del welfare», il governo ha assunto il ruolo di mediatore sociale, spingendo i socialdemocratici a essere il primo partito a proporre le riforme. Di conseguenza i SD hanno proposto riforme che accettavano in pieno la premessa generale. Il fatto è che nell’Aprile 2006, quando il premier ha finalmente lanciato la sua proposta, i socialdemocratici avevano già perso la possibilità di assumere qualunque posizione autonoma, pagando il prezzo delle proprie scelte. A quel punto, infatti, la questione si era già ridotta alla decisione su quanto tagliare, e in quale settore. Ma chi ha sfidato la favola della destra? Ma non si tratta solo dell’acquiescenza del Sd: sono ben poche le persone che nel parlamento o sui media hanno veramente voluto sfidare la favola narrata, fare chiarezza sul modo in cui il senso comune della «necessità delle riforme» è stato costruito. In realtà questo poggia tutto sulle previsioni economiche per le spese di welfare del 2040. Non vi è dubbio che l’aumento del numero degli anziani genererà un aumento delle spese per le pensioni. Ma l’intero calcolo include anche un’impressionante crescita del 120% del consumo privato e una crescita della spesa pubblica molto più limitata. Quindi la necessità di riforme non dipende dal timore di una mancata crescita economica. Ma come qualche economista ha osato dire, una previsione della crescita del consumo privato anche del ’solo’ 100%, che autorizza una moderata crescita della spesa pubblica, delegittima completamente ogni discorso sul ’bisogno’ di tagli. Visto in questa luce, sembra chiaro che piuttosto che di ’necessità’, si parla di un progetto di ridistribuzione ideologico neo-liberale che, conforme alle disposizioni del processo di Lisbona, coinvolge in forme diverse anche gli altri paesi europei. Ambiguità di Sd e vertici sindacali Gli SD non hanno promosso ufficialmente le mobilitazioni del 17 aprile ma, anche a causa della pressione interna da parte dei loro sindacati di base, hanno preferito optare per una sorta di supporto passivo, tentando di dare un’interpretazione delle proteste come se queste manifestassero un appoggio al loro proprio programma di riforme. Ma la dimensione della protesta sembra avere sorpreso molti, mentre aumentano le pressioni perché gli SD non si sottomettano ad alcun compromesso. Compromesso che se sembrava ovvio alcune settimane fa, appare oggi molto più incerto. Non vi è dubbio alcuno che i vertici SD hanno ogni intenzione di firmare un accordo, ma la posta si alza insieme all’inasprirsi delle proteste. In questo preciso momento le mobilitazioni cominciano ad evolversi verso forme meno controllate e più auto-organizzate nelle università. La questione è: cosa succederà se e quando gli SD firmeranno accordi che provocheranno il ritiro dal gioco delle loro organizzazioni sindacali? Uscire in Europa Sicuramente sempre più sindacalisti sembrano aver riscoperto la via del conflitto,ma rimane il fatto che gli SD e i vertici sindacali sono d’accordo sul 50% dei tagli. Gli attivisti hanno dunque indirizzato le loro azioni contro gli stessi vertici, chiedendo risposte chiare e aumentando la pressione interna. In queste ore gli studenti, i sindacati giovanili e vari attivisti hanno lanciato un appello per un secondo round di mobilitazioni, questa volta decentrato: la «V-DAY» che dovrà partire il giorno in cui gli SD firmassero un compromesso. La possibile firma prima dell’estate e una possibile votazione parlamentare in autunno, lascia presagire nuove ondate di protesta nel paese. Questa ondata di protesta, due mesi dopo le proteste francesi, apre questioni rilevanti: stiamo semplicemente rivivendo la riesumazione di conflitti classici, che rispecchiano modelli di contrattazione tradizionale limitati al sistema politico nazionale? O questi conflitti sapranno aprire processi che si possano estendere a tutto il territorio europeo, capaci di affrontare la cornice più estesa che struttura il mercato in cui lavoriamo?
TUTTO E' DI TUTTI




Rispondi Citando