Ve lo ricordate? Obama, solo un anno fa, entrava alla Casa Bianca acclamato dalle folle, osannato dalla stampa, benedetto da tutti i principali commentatori politici, sulla scia di un trionfo elettorale quasi epocale, di speranze miracolistiche e di attese fenomenali. La provvidenza divina lo aveva scelto per restituire forza e dignità ad una America ferita e vilipesa da otto, sciagurati anni di amministrazione repubblicana, per rimediare alle catastrofi di Bush.

Ebbene, chi è Obama dopo un anno di messa in prova, di “yes we can” applicato alla realtà quotidiana, ai duri affari da uomo più potente del mondo? Obama è, semplicemente, un Presidente stanco, piuttosto logoro, in grande confusione, soprattutto deludente. Non c’è neppure bisogno di dare un’occhiata ai sondaggi: il suo viaggio in terra di Massachussets, per salvare dalla disfatta la candidata democratica al Senato, nel seggio che fu di Ted Kennedy, è il simbolo di un declino pauroso, di un tracollo di popolarità di rara ampiezza. Martha Coakley, alla fine, la spunterà, grazie all’aiutino presidenziale dell’ultimo minuto, ma resta il senso di paura, se non di puro terrore, per una sconfitta potenzialmente devastante, ai fini del mantenimento della maggioranza dei due terzi al Senato, fondamentale per l’approvazione della riforma sanitaria.

Già, la riforma della sanità: un cambiamento epocale secondo Obama, un terremoto per i conti pubblici secondo i repubblicani, ringalluzziti dalla sostanziale ostilità dell’opinione pubblica verso una legge-mostro lunga qualche centinaio di pagine, incomprensibile e foriera di novità sgradite e peggiorative. Probabilmente, la discesa di popolarità dipende proprio da questa proposta di riforma, annunciata male e gestita peggio (del resto, è difficile gestire una norma intrinsecamente malvagia). Al di là dei sorrisoni robotici stampati sul viso, delle strette di mano calorose fuori e gelide dentro, Obama non è riuscito ad imprimere, in modo stabile e maggioritario, la fiducia necessaria per proseguire con serenità il mandato. Come molti sospettavano, il Presidente è vuoto, vuoto dentro: dietro le promesse, gli impegni, le grandi speranze, non c’è nulla o quasi di concreto, sostanzioso, realizzato.

Dopo un anno, il programma presidenziale resta desolatamente privo di grandi conquiste ed obbiettivi raggiunti. Nonostante il Premio Nobel per la Pace (che continuiamo in ogni caso a ritenere assurdo ed incomprensibile, un vero insulto), la guerra in Afghanistan continua. Anzi, Al Qaeda si espande, attechisce in Pakistan, in Sudan, in Somalia, in Yemen. L’inerzia presidenziale consente ai terroristi di inserirsi nelle falle di un sistema di sicurezza scadente. La promessa di una azione globale contro i fondamentalisti islamici – allusione alla Guerra al terrorismo di bushiana memoria – non trova applicazioni nella realtà. Il Presidente è indeciso, non sa che fare, non sa se attaccare le basi terroristiche, attendere o dialogare con fantasmatici esponenti moderati dell’Islam.

E’ passato solo un anno, ma il fallimento è grande. L’aura miracolistica del Presidente è svanita da tempo, si è volatilizzata sotto i colpi della realtà quotidiana. Certo, mancano ancora tre anni prima del termine del mandato, Obama può ancora recuperare, cambiare rotta. Ma le elezioni di mid-term, a novembre, quasi sicuramente segneranno una disfatta per i Democratici. Le maggioranze bulgare di oggi non ci saranno più. E i repubblicani, giustamente, non si lasceranno sfuggire l’opportunità di paralizzare le leggi sciagurate proposte da un Presidente che resta troppo liberal. Non un socialista, non un comunista come lo dipinge la propaganda più dura del GOP, ma pur sempre un liberal con fortissime venature progressiste che occupa, si spera solo per altri tre penosi anni, la Casa Bianca.

Piccola storia di un grande fallimento: un anno con Obama Anduril