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  1. #121
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    APPENA nata, la Finanziaria sembra non avere più padri.

    da Il Tempo

    Critiche sono arrivate dall’opposizione, ma sono giunte soprattutto da autorevoli esponenti della maggioranza, dai sindaci di sinistra, dalla Confindustria. Così lo stesso Prodi si è dovuto affrettare a garantire che la manovra potrà essere rivista in Parlamento. Troppo facile dire che poteva pensarci anche prima, la Finanaziaria non è stata il frutto di una notte, ma di una elaborazione durata settimane, se non mesi. Alla luce di quanto sta accadendo anche all’interno del centrosinistra bisogna ammettere che saggia è stata la posizione dei leader dell’opposizione che hanno evitato di alzare il tiro, di arrivare subito a quel muro contro muro che alla fine avrebbe finito per rafforzare Prodi ricompattando il suo sgangherato schieramento. Ora nessuno potrà accusare la Casa delle Libertà di avere ricercato lo scontro. Così la strategia sarà quella di provare a modificare in Parlamento il provvedimento partendo da quella riforma del Tfr che scontenta tutti, imprese e lavoratori. Governare con uno schieramento sfilacciato, con gli imprenditori sul piede di guerra non è cosa facile. A tutto questo si aggiunge l’opposizione che ha lanciato un vero ultimatum. Condurrà la battaglia con l’obiettivo di giungere a delle modifiche sostanziali. Poi, se lo sforzo dovesse rivelarsi inutile, ricorrerà alla piazza. E c’è da scommettere che a quel punto all’appello non risponderanno soltanto gli elettori di centrodestra. La piazza è stata spesso utilizzata dalla sinistra per incalzare i governi. E nel ’94 la mobilitazione ha avuto la sua importanza per far cadere il primo governo Berlusconi. Ora le parti si invertono: per ceti medi e imprenditori, piccoli e grandi, potrebbe essere l’occasione per farsi sentire. Non solo, ma dall’altra parte non troveranno barricate. Cercare un difensore di questa Finanziaria, che non sia Padoa Schioppa, è più difficile che vincere al Superenalotto. Così per una volta la piazza potrebbe sancire la condanna del governo Prodi. Vale anche per lui il vecchio detto: chi di spada ferisce...

  2. #122
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    MILANO — La finanziaria 2007 può affossare il mercato immobiliare.

    da Il Tempo

    A lanciare l’allarme sono gli operatori del settore. «Le riforme previste - spiega il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani - influenzeranno pesantemente, in modo negativo, il nostro mercato e provocheranno effetti psicologici sconvolgenti». Sotto accusa l’obbligo di indicare l’Ici in dichiarazione dei redditi e la riforma del catasto. Previsto, inoltre, un aumento delle imposte catastali e ipotecarie ai fini della successione, con una tassa compresa tra il 2 e il 6%. «Una novità rivoluzionaria, in negativo, quella del catasto patrimoniale - spiega Sforza Fogliani - che avrà effetti immediati. L’aumento generalizzato delle imposte renderà meno "appetibile" e "redditizio" il mercato e peserà sulle spalle di ogni singolo cittadino. Il tutto finirà per appesantire la fluidità di un settore già in crisi». Bocciata per il presidente di Confedilizia anche la tassa sulla successione, «uno degli errori più gravi della nuova finanziaria». Mentre la Confederazione chiede «la separazione dei redditi di locazione dagli altri redditi. Una proposta di cui aveva parlato lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi e che ora non è prevista». Una riforma, quella della Finanziaria varata dal governo, «che vede l’innalzamento su cui calcolare le imposte - dice Luca Dondi, senior analyst di Nomisma real estate - troppo violento e indiscriminato. Un inasprimento che rischia di colpire nel mucchio e che dà una spallata troppo vigorosa a un settore già fragile». Alcune categorie catastali, dalle scuole ai musei, potrebbero subire un aumento del valore degli estimi del 40%. Se la nuova finanziaria «ha il pregio di toccare e centrare i temi da innovare nel settore immobiliare - spiega Dondi - le risposte date, forse per troppa fretta o per accontentare esigenze diverse, sono inadeguate». Neanche la polizza obbligatoria per la casa contro le calamità naturali trova il consenso degli operatori interpellati. «È sicuramente - sottolinea Dondi - un provvedimento da rivedere in fase di conversione della finanziaria. È un’idea non applicabile nell’immediato che non avrà una copertura così automatica e che sarà difficilmente controllabile».

  3. #123
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    Finanziaria: gruppo di lavoro del Pri e Tavolo dei volenterosi

    Martedì, 10 ottobre, riunione del gruppo di lavoro del Pri per seguire l'iter della Finanziaria. Col segretario Francesco Nucara e con Giorgio La Malfa, si sono incontrati Bruno Trezza, Riccardo Gallo, Gianfranco Polillo e Saverio Collura.

    Sempre martedì, 10 ottobre, si è svolta la prima riunione del Tavolo dei volenterosi. Il segretario del Partito repubblicano ne ha dato un giudizio complessivamente positivo, sottolineando che questi incontri trasversali "possono essere utili solo se il governo non porrà la fiducia sulla Finanziaria. Diversamente non si capirebbe cosa farebbero alcuni esponenti della maggioranza, specialmente quelli che hanno aderito al Tavolo dei volenterosi". Nella riunione è stato costituito un gruppo di lavoro per formulare gli emendamenti al decreto fiscale: il termine di presentazione scade giovedì alle 12.00. I punti centrali analizzati sono stati: il Tfr, la tassa di successione, la finanza locale, il sistema previdenziale e la pubblica amministrazione.



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  4. #124
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    da www.ilgiornale.it

    "Promessa mantenuta: fallimento

    - di Salvatore Scarpino -


    Lo scritto con cui Angelo Panebianco ieri mattina, sul Corriere della Sera, si è occupato della fine del feeling fra Romano Prodi e l'«establishment economico-finanziario italiano ed europeo» più che un articolo è un referto clinico: la certificazione definitiva di un fallimento e di una delusione. I cosiddetti poteri forti hanno scoperto un premier particolarmente debole, che nella stesura della manovra, vessatoria e ispirata a principi di rozza vendetta sociale, si è lasciato condizionare da centrali politiche di sinistra radicale inutilmente sopravvissute al crollo del comunismo. Il professor Panebianco ha completato un ciclo di critiche progressive e concentriche che hanno messo a nudo, in un crescendo di rilievi e contestazioni, la pochezza progettuale e strategica della politica economica del governo. Un attacco mirato, significativo proprio perché proveniente da uomini e circoli che avevano contribuito a circondare Romano Prodi di un immeritato prestigio politico, caricando la sua avventura di aspettative e promesse.
    La realtà è sotto gli occhi di tutti. Nessuna riforma per rafforzare il mercato, la concorrenza, la modernizzazione dell'apparato produttivo: soltanto la stangata, i balzelli, quasi per un'insopprimibile coazione a ripetere che fa della sinistra più datata il vero, grande partito delle tasse. Le cosiddette liberalizzazioni hanno colpito tassisti, farmacisti, avvocati, categorie i cui mugugni non toccano la sensibilità pelosa delle grandi confederazioni sindacali. E poi, la Finanziaria a colpire tutti senza aiutar nessuno, col proposito di far stringere la cinghia a chiunque porti a casa uno stipendiuccio da 1. 200 euro al mese e a quel ceto medio produttivo di piccoli imprenditori che costituiscono una risorsa per questo Paese. E i tagli? E la riduzione di quel corpaccione burocratico in cui si incarna l'amministrazione pubblica? E la modernizzazione della macchina statuale? L'adeguamento delle regole previdenziali alle mutate prospettive demografiche? Oggi, in coro, come il bambino della fiaba, le «teste d'uovo» dell'establishment, i grandi tecnici, gli accademici di conclamata fama, impreziosita da un sinistrismo moderato e con uso di mondo, scoprono che il Professore è nudo e che sotto l'abito grigio del presidente del Consiglio mostra la grana grossa di una mortadella andante.
    Ma i bambini tardivamente saccenti sono insopportabili quanto il reuccio nudo. I poteri saranno anche forti, ma le loro teste lo sono molto meno. C'è qualcuno che può spiegare perché si attendevano certi miracoli da Romano Prodi? I nostri atti ci seguono: il futuro del Professore era inscritto nel suo passato. Un boiardo, con un imprinting dirigistico, con una tendenza allo statalismo che le sue contestate privatizzazioni hanno confermato. Un uomo di Palazzo che dell'economia di mercato ha sempre sospettato. Abile, certamente, nel muoversi fra un'economia e una finanza che per decenni hanno costituito una singolare eccezione di socialismo surreale nel libero Occidente. Chissà che cosa si aspettavano da Prodi i suoi sponsor banchieri e megaindustriali. Ne hanno avallato l'ascesa, ma avrebbero dovuto sapere che un leader sempre contestato e senza partito sarebbe stato costretto a fare i conti con i suoi alleati più determinati. Con quella sinistra radicale che non ha mai nascosto i suoi propositi. Ma forse il disegno era più sottile: l'establishment ha scelto il Professore nel tentativo di fermare la trasformazione del Paese, per un disegno di mera conservazione e di autodifesa. Ora, per colpa delle sue cattive compagnie, Prodi ha esagerato nel ritorno al passato. Le manovre per sostituirlo sono già cominciate. Ma s'illudono i suoi sponsor di ieri se credono di poter sopravvivere alla sventura dell'uomo che hanno incautamente raccomandato
    ."


    Saluti liberali

  5. #125
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    L'equità della Finanziaria
    Anche i ricchi piangono perché i poveri continueranno a farlo

    Il manifesto propagandistico di Rifondazione comunista, "anche i ricchi piangono", nonostante i tanti tentativi di rettifica, rischia di essere la caratterizzazione più eclatante della legge Finanziaria che sta per essere discussa in Parlamento. E dire che anche i ricchi devono piangere, significa in sostanza che ormai per i poveri non c'è più niente da fare. La filosofia della maggioranza, nella versione del Prc è: mal comune, mezzo gaudio.

    Perché se, come ha rilevato puntualmente la Corte dei Conti, vi sono troppe tasse che pesano sulla ripresa economica, non si vedono in compenso gli interventi per i poveri, e non si vedono per la semplice ragione che non ci sono: basti pensare che la Finanziaria dà più soldi al cinema che ai disabili. E non ci sono perché non ci possono essere. Se freni la crescita, non c'è equità, se non nel senso che i ricchi si impoveriscono, così come i poveri restano tali.



    Si osserva, però, come fa il commissario europeo Almunia, che la Finanziaria va nella giusta direzione della riduzione del debito; oppure, che anche il governo Berlusconi - lo ha detto il presidente di Confindustria Montezemolo a Capri - ha sprecato un'occasione per lo sviluppo economico. Ma, ammesso che le quantità della Finanziaria siano adeguate, rimane un problema di qualità. Oltre al fatto che un conto è sprecare un'occasione per crescere, un altro - e ben più grave - è mettere i bastoni fra le ruote di una ripresa possibile. Questo è quello che sta accadendo. Servirebbe allora una ricetta per la crescita da offrire al Paese. Le maggiori tasse - citiamo ancora la Corte dei Conti - la impediscono, e si vedrà presto che esse non sono in grado di combattere l'evasione, anzi. La sola minaccia di aumento delle imposte incentiva questo fenomeno, ben collaudato efficacemente in tanti settori economici del paese. Pagheranno i soliti di sempre.

    Poi bisognerebbe pur fare una riflessione sul fatto che i Paesi che crescono di più sono quelli che offrono meno garanzie di diritti sul lavoro - la Cina, l'India, in testa - dopo che sono cresciuti quelli in cui i sindacati sono integrati e funzionali al sistema produttivo - gli Usa, il Giappone. Il fatto che solo la Cgil esulti per gli obiettivi indicati dalla manovra la dice chiara su questo fronte. Il governo non solo non ha tagliato la spesa, ma c'è da aggiungere che il ritardo nell'affrontare la riforma del sistema pensionistico ha già prodotto danni rilevanti, tanto che, non aver affrontato il nodo della previdenza nella Finanziaria, per riverenza nei confronti delle corporazioni sindacali, è quantomeno scandaloso. Ma a tutto ciò si aggiunge la manovra di finanza creativa che scippa alle aziende il Tfr, compensandole a mala pena con il taglio dell'Irap, che determina una competizione tra lo Stato e le forme di previdenza complementare. E se poi questo non fosse già sufficiente a formulare un giudizio negativo, notiamo che il governo ha financo messo in cantiere una riforma della legge Biagi, che pure era riuscita ad ottenere dei risultati positivi in fatto d'occupazione.

    Occupazione precaria, si dice. Ma il posto fisso è ormai un miraggio per la maggioranza dei lavoratori, e se si reintroducono maggiori vincoli, avremo solo più disoccupati e null'altro. Senza contare che i piani nazionalizzatori del governo, vedi Telecom, scoraggiano gli investitori esteri: l'unico Paese che è cresciuto nell'Unione Europea, nonostante la crisi, è stata l'Inghilterra di Blair, proprio per la sua capacità di aprire il mercato e di incoraggiare investimenti stranieri.

    La nuova Italia di Prodi appare dunque nel buio più assoluto. Per evitare che ci rimanga a lungo, abbiamo aperto un tavolo di lavoro importante per ridiscutere all'interno dei due schieramenti le misure della Finanziaria e cercare di correggere quello che è possibile. Il professor Brunetta, in un'intervista alla "Stampa", ha stigmatizzato questo tentativo da parte di molti volenterosi, come uno sforzo da "correttori di bozze", o addirittura un tentativo di "omologazione" dell'opposizione alla maggioranza. Ma Brunetta ha anche ammesso, bontà sua, una terza ipotesi: "Oppure vogliono convincere il governo che ha sbagliato tutto e allora puntano alla caduta di Prodi". Non vediamo altra soluzione possibile se non si vuole soffocare una volta per tutte la possibilità di ripresa del Paese.

    Crediamo che nella stessa maggioranza siano molti quelli che in queste ore se ne sono convinti.

    Roma, 10 ottobre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
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  6. #126
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    di LAURA DELLA PASQUA da Il Tempo

    A BRUXELLES Padoa Schioppa aveva detto che la Finanziaria non sarebbe stata toccata ...


    ... se con piccoli aggiustamenti ma appena tornato a Roma e varcato Palazzo Chigi, di fronte ai sindaci schierati in assetto di guerra, ha dovuto fare marcia indietro. Messo alle corde, il ministro dell’Economia, ha dovuto allentare i cordoni e ha messo sul tavolo una soluzione accompagnandola con un messaggio ultimativo: «Prendere o lasciare». E dal momento che lo sconto concesso è corposo, gli enti locali hanno deciso di «prendere». Salvo poi rilanciare durante una riunione serale con i capigruppo della maggioranza alla Camera ai quali hanno presentato un altro elenco di richieste. Eppure quanto hanno ottenuto da Padoa Schioppa non è di poco conto tant’è che subito si è scatenato l’interrogativo su chi pagherà ora l’alleggerimento dei tagli a Comuni e Province. Non solo. L’accordo non elimina affatto il rischio di un aumento delle addizionali e dell’introduzione di tasse di scopo. Il ministro dei Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti si è subito affrettato a spiegare che il conto non sarà girato a nessuno con maggiori entrate perchè le risorse necessarie allo «sconto» fatto ai Comuni verranno reperite «da una riorganizzazione interna e da una quantificazione precisa per la compartecipazione dei Comuni all'Irpef». Dichiarazioni che però convincono poco. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha subito precisato che «sarà rivista l'opportunità di aumentare il ricorso alle addizionali Irpef anche se non viene eliminata». Il sindaco di Torino Chiamparino è stato più esplicito: «I minori tagli non eliminano l’aumento le tasse locali». Ma veniamo a quanto ottenuto dai Comuni e dalle Province. È stato soppresso il tetto del 2,6% agli investimenti. Inoltre è stato alleggerito di 600 milioni di euro l’onere previsto dalla Finanziaria a loro carico. Il governo ha proposto di costruire un fondo di 260 milioni per aiutare i piccoli comuni. Lo sconto di 600 milioni andrebbe a vantaggio dei Comuni nella misura di 500 milioni, e di 100 alle province. In tal modo i tagli previsti in Finanziaria per le Autonomie si ridurrebbero da 2,8 a 2,6 miliardi. Ma tale operazione, come avrebbero assicurato tanto il premier quanto il ministro dell'Economia, non andrebbe a intaccare il saldo finale della manovra. Padoa Schioppa, al termine dell’incontro, ha precisato che «i Comuni non avranno la necessità di ritoccare le aliquote se amministrano nel modo più economico possibile». Leonardo Domenici presidente dell'Anci ha affermato che «l'incontro è stato positivo anche se ancora dobbiamo fare i conti». Per il sindaco di Roma, Walter Veltroni, «è stata una riunione importante, si è fatto un consistente passo in avanti». Mentre per il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. «c'è una correzione evidente, importante» per la quale non si può non esprimere soddisfazione. Prudente nel giudizio è stata invece Letizia Moratti che lamenta la mancanza di benefici per Milano, anche se «sono stati fatti passi in avanti». Dal vertice ha spiegato il primo cittadino è emersa una disparità di trattamento tra la capitale e il capoluogo lombardo: «Roma da questa manovra ha avuto 610 milioni di euro di incrementi. Milano deve fare i conti con decrementi di duecento milioni». Nonostante i commenti positivi i sindaci puntano a strappare qualcosa di più e nessuno assicura che con i minori tagli non saranno aumentate le tasse locali. Nell’incontro successivo a quello a Palazzo Chigi, con i capigruppo della maggioranza, i sindaci hanno sottolineato che i risultati raggiunti rappresentano un punto di partenza per una più robusta correzione della manovra, da effettuarsi in sede parlamentare. «Ci sono tutta una serie di risorse in Finanziaria - ha spiegato il presidente dell'Anci Leonardo Domenici al termine dell'incontro - e bisogna stabilire a cosa destinarli e perchè. Pensiamo per esempio alla questione della lotta all'inquinamento ambientale delle nostre città, alla casa come emergenza sociale, al trasporto pubblico locale. Tutto questo, oltre a un'altra serie di norme che dobbiamo rivedere attentamente, come le norme ordinamentali». Per il capogruppo verde Angelo Bonelli: «Ci sono una serie di elementi che devono essere affrontati. Ciò che è stato discusso a Palazzo Chigi è solo una piccola parte degli aspetti che interessano gli enti locali, e per i quali noi ci impegniamo a sostenere le loro istanza, come l'allocazione delle risorse e il trasporto pubblico».

  7. #127
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    Draghi boccia la manovra: «Frena la crescita»

    di Gian Battista Bozzo da Il Giornale

    Il governatore di Bankitalia: «L’aumento di mezzo punto della pressione fiscale incide negativamente sulla ripresa economica»

    «Un operaio che guadagna 23.100 euro senza assegni e familiari a carico perderà 120 euro l’anno»


    Una legge finanziaria «dagli aspetti problematici, con la correzione dei conti affidata interamente ad aumenti delle entrate». Una manovra che «potrà ridurre la crescita del 2007 fra lo 0,2 e lo 0,3%» ed aumentare la pressione fiscale dello 0,5%. Il Tfr, un «prestito di fatto» che potrebbe avere conseguenze negative sia per la liquidità delle piccole e medie imprese sia per il bilancio dello Stato. I soli due «ok», al cuneo fiscale ed ai saldi di bilancio, non salvano la manovra dalla bocciatura. La voce del governatore di Bankitalia Mario Draghi si aggiunge, così, alle tante che hanno già criticato la prima Finanziaria del governo Prodi.
    Il giudizio su una Finanziaria «molto complessa, alla quale ho dato una lettura obiettiva», è largamente negativo. Il governatore si concentra, in particolare, su due argomenti: l’aggravio fiscale e il Tfr. Draghi spiega ai parlamentari che la Finanziaria comporterà l’anno venturo un aumento del peso delle entrate «superiore a mezzo punto percentuale», dopo l’incremento dello 0,8% del 2006. La pressione fiscale giungerà così «in prossimità dei livelli più elevati registrati in passato nel nostro Paese». La sola manovra sulle aliquote Irpef comporta un maggior prelievo di 400 milioni di euro. Bankitalia dunque smentisce che lo spostamento di aliquote e scaglioni sia «neutrale», come ha sempre detto il governo; e che l’effetto complessivo sulla pressione fiscale si limiti allo 0,2%, come ha ribadito ancora ieri Vincenzo Visco. Sarà più del doppio. «Gli interventi sui contributi sociali e la riforma dell’Irpef, unitamente agli effetti automatici del drenaggio fiscale», determinano per molti contribuenti un aumento delle aliquote medie di prelievo», afferma il governatore. E fa anche un esempio: un operaio medio dell’industria, un Cipputi da 23.100 euro all’anno, «in assenza di carichi familiari subisce un aggravio di prelievo fra il 2006 e il 2007 di circa 120 euro». Se ha coniuge e due figli a carico, risparmia invece 230 euro (neppure 20 euro al mese). Come se non bastasse, c’è il rischio concreto di aumenti di tassazione a livello locale: e Draghi sollecita il governo a «compensare tale incremento con una riduzione a livello centrale»: i proventi della lotta all’evasione devono essere restituiti al settore produttivo, e «sono cose che vanno fatte rapidamente per evitare implicazioni recessive». Già l’anno prossimo, infatti, l’impatto della manovra sul Pil sarà una minor crescita fra lo 0,2 e lo 0,3%.
    A fronte dell’aumentato peso delle entrate, il capitolo dei tagli alla spesa risulta insoddisfacente per il governatore. La Finanziaria «lascia sostanzialmente invariato il livello della spesa pubblica corrente» rispetto al 2006. È invece necessario, osserva il banchiere centrale, «realizzare con rapidità le riforme necessarie nei principali comparti di spesa: un loro rinvio potrebbe solo rendere più oneroso l’aggiustamento». In particolare, Draghi sottolinea l’urgenza di misure per innalzare l’età pensionabile.
    La questione Tfr occupa un posto rilevante nell’esposizione di Draghi davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato. Il governatore sottolinea due criticità della norma che trasferisce ad un fondo Inps il 50% del flusso annuale del Tfr: la prima è che questa operazione «costituisce di fatto un prestito forzoso imposto alle imprese, con un onere sul bilancio pubblico superiore a quello dei titoli di Stato». L’Inps, spiega Draghi, dovrà infatti restituire le quote di Tfr versate al Fondo con la rivalutazione, attualmente del 3% l’anno, e «a tale onere si aggiunge, dal 2008, la compensazione prevista per le imprese». Il secondo problema riguarda le piccole e medie imprese che potrebbero avere «problemi di liquidità» a causa del prelievo del Tfr. Problema che comunque, aggiunge il governatore, potrebbe trovare risposta in accordi con il sistema bancario. E c’è poi il rischio che la norma danneggi lo sviluppo della previdenza integrativa, basata proprio sul Tfr. Draghi invece giudica non comparabili il vantaggio del cuneo fiscale per le imprese, con lo svantaggio del prelievo forzoso del Tfr: a fronte di 300 milioni di costi, osserva, ci sono 4,7 miliardi di benefici».
    L’audizione del governatore rafforza le critiche che l’opposizione di centrodestra riserva alla manovra. «Prodi ha mentito: aumenta le tasse e con il Tfr mette in difficoltà le imprese», attacca Roberto Castelli, della Lega Nord. «Quella di Draghi è una clamorosa bocciatura della manovra», gli fa eco Adolfo Urso (An). E Fabrizio Cicchitto (Forza Italia) parla di «lezione sui fondamentali economici al trio Prodi-Padoa-Visco: ma - si chiede - la capiranno»?

  8. #128
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    Da Palazzo Koch uno schiaffo alla gestione Padoa-Schioppa
    da Il Giornale
    Il passaggio del Tfr è di fatto un prestito forzoso imposto dallo Stato alle imprese

    Mario Draghi era nell’indirizzario a cui Padoa-Schioppa quest’estate ha girato le mail al vetriolo scambiate con Francesco Giavazzi. Il governatore ed il ministro vengono dallo stesso Mit di Boston. Hanno le stesse frequentazioni. E quest’estate hanno a lungo discusso a colazione di conti pubblici. Piccolo particolare. Padoa-Schioppa era già in Banca d’Italia quando il futuro governatore aveva una collaborazione scientifica.
    Tutto questo per dire che, molto probabilmente, il ministro si sarebbe atteso giudizi sulla manovra economica più sfumati da quelli pronunciati da Draghi in Parlamento. Pensava che potesse esistere una forma di «solidarietà fra banchieri centrali». Forse esiste, ma questa legge finanziaria l’ha messa a dura prova.
    Nella sostanza, il governatore ha smantellato tutte le difese costruite dal governo intorno alla manovra. Visco parla di un aumento della pressione fiscale dello 0,2%. Draghi lo smentisce: l’aumento è dello 0,5%, più del doppio. Abbiamo ridotto le tasse al 90% dei contribuenti, dicono i ministri. E dalla Banca d’Italia arrivano i calcoli su quanto paga più un single.
    In pratica, Draghi in audizione ha dato ragione alle tesi di Giavazzi, quando chiedeva maggiore coraggio nelle riforme. E Padoa-Schioppa dal governatore si è sentito ripetere le stesse obiezioni ascoltate a livello europeo. Vale a dire che, per un Paese con un alto debito come l’Italia, il risanamento deve essere concentrato sul lato della spesa; non su quello delle entrate. Mentre Padoa-Schioppa ha dovuto accettare un’impostazione lontana anni luce dalle sue teorie di «banchiere centrale»; e concentrare l’azione di miglioramento del deficit sul lato delle entrate.
    E proprio in materia di entrate, Draghi assesta un colpo sotto la cintura a Padoa-Schioppa. Lo fa utilizzando un lessico da banchiere centrale (qual è); quasi in codice. Con parole leggermente diverse, ripete un kharma della Banca centrale europea (che il ministro dovrebbe ricordare bene, visto che viene dalla Bce): le maggiori entrate fiscali devono andare a riduzione del deficit. Un principio guida del Patto di stabilità, che il ministro si è sentito ripetere anche nella riunione dell’Eurogruppo di Lussemburgo.
    Il governatore svela che quest’anno l’Erario incasserà più di 18,5 miliardi di maggiori entrate, pari all’1,3% del Pil. Draghi non dice di più. Ma basta a Padoa-Schioppa per capire che la Banca d’Italia avrebbe voluto vedere una riduzione del deficit di pari entità. Che non c’è stata. Perché altrimenti il governo non poteva dire di aver trovato i conti pubblici al disastro, come ha ricordato ancora ieri il ministro in Parlamento.
    Draghi ricorda che, anche grazie alla manovra del governo, il deficit tendenziale del 2007 è stato portato al 3,8%. Il governatore non lega i due ragionamenti: livello di deficit tendenziale e maggiori entrate; non ce n’è bisogno. Basta avvicinare i due numeri a capire a quale livello poteva essere fissato il deficit del prossimo anno.
    Dopo questa audizione, un risultato è probabile. Draghi verrà tolto dalla mailing list di Padoa-Schioppa.

  9. #129
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    dal quotidiano LIBERO di oggi...

    "Bankitalia: Prodi sta spremendo poveri e operai

    di ANTONIO CASTRO


    Troppe tasse, pochi sostegni fiscali anche per i redditi bassi, rischio di non far decollare la previdenza integrativa. Va bene invece il taglio delle tasse sul lavoro (cuneo fiscale) ed è trascurabile per le imprese il prelievo di parte del Trattamento di fine rapporto. Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, analizza la Finanziaria 2007 davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. E non è certo tenero: «La manovra», sussurra Draghi ai parlamentari, «presenta alcuni aspetti problematici, perché la correzione, in termini netti, è affidata interamente ad aumenti delle entrate». Insomma, secondo Draghi «la pressione fiscale nel 2007 potrebbe aumentare dello 0,5%». L'operaio perde 120 euro.Hanno fatto i conti a via Nazionale e il governatore li snocciola con tranquillità: nel 2005 un lavoratore dipendente del settore industriale «guadagnava una retribuzione lorda media pari a 23100 euro. In assenza di carichi familiari, con la nuova struttura dell'Irpef», spiega l'ex vicepresidente della Goldman Sachs, «e a parità di reddito nominale, questo lavoratore risparmierebbe in termini di imposta circa 60 euro l'anno», che si riducono a 10 a causa dell'aumento dei contributi previdenziali. Come se non bastasse - valutando anche l'impatto del drenaggio fiscale (fiscal drag) sul prelievo dell'Irpef - l'effetto complessivo «è un aggravio del prelievo tra il 2006 e 2007 di circa 120 euro». In base all'ipotesi di modifica degli assegni familiari, in presenza di coniuge e due figli l'onere fiscale cala invece di 230 euro.
    Lavorare di più. «La manovra», ha proseguito Draghi, «non incide sulle tendenze della spesa per pensioni». E insiste: «Sono soprattutto necessarie misure in grado di aumentare l'età effettiva di pensionamento, così da conciliare l'erogazione di pensioni di importo adeguato con la sostenibilità finanziaria del sistema contributivo ». Insomma, per garantire la sostenibilità della spesa pensionistica bisognerà lavorare più a lungo tutti. Più tasse per tutti. Non risparmia, il governatore, una stoccata al governo: «Condoni e sanatorie sono stati ridotti in questa Finanziaria, ma ahimé non sono scomparsi...». E continua: «Dopo l'innalzamento di 0,8 punti atteso per il 2006, nel 2007 si potrebbe registrare un aumento superiore a mezzo punto percentuale. La pressione fiscale si porterebbe in prossimità dei livelli più elevati registrati in passato nel nostro paese». Un record negativo che porterà la pressione fiscale in Italia a livelli mai sfiorati prima. Per il futuro Draghi invita quindi il governo a ridurre carico Irpef: «Il governo», sostiene, «dovrà restituire con aliquote più basse il gettito che deriverà dalla lotta all'evasione e all'elusione ». Anche perché o si riducono le tasse o «l'economia stenterà a crescere». Basta polemiche sul Tfr. Per le imprese, sostiene il governatore, il beneficio del taglio del cuneo fiscale «è superiore rispetto al costo da sostenere per il Tfr. Il costo del Tfr per le imprese è assolutamente trascurabile rispetto al beneficio ottenuto dal taglio dell'Irap. Se dovessi scegliere», replica ad una domanda Draghi, «tra il finanziare le infrastrutture con l'emissione di titoli di debito oppure con l'uso del Tfr, è chiaro che il ricorso ai titoli è meno costoso ma aumenta il nostro indebitamento nei confronti dei parametri di Maastricht. Con il Tfr, invece,possoavere una diminuzione dell'indebitamento». Nota a parte per le piccole e medie imprese, che invece potrebbero avere qualche problema a sopperire al prelievo di parte delle liquidazioni. Prosegue intanto il dibattito sulla manovra. Nel centrodestra c'è aria di maretta. La Lega ha deciso di procedere da sola - senza allinearsi alle correzioni proposte dalla Cdl - ed ha già presentato 250 emendamenti al decreto collegato alla Finanziaria. È rientrato intanto il previsto taglio delle questure e delle prefetture. Ieri infatti è stato approvato un emendamento di An che scongiura il pericolo. Il governo intanto allenta la morsa sugli scontrini:non basterà una sola infrazione per far scattare la chiusura dei negozi. E anche il periodo sospensione della licenza sarà modulato a seconda dell'importo dello scontrino. La proposta è contenuta in un emendamentoche il governo ha già depositato in commissione Finanze dove è in discussione il decreto fiscale. Per ora il governo ha accolto le richieste dei commercianti che chiedevano sugli scontrini una modifica per una norma che avrebbe potuto essere fortemente penalizzante anche per una piccola distrazione. Ora serviranno tre infrazioni nell'arco di 5 anni per far scattare la chiusura, che però sarà immediata. Cambia anche il periodo di chiusura: non più 15 giorni, ma un periodo che varierà da 3 giorni ad un mese se lo scontrino (o la fattura) è inferiore a 50.000 euro. Il periodo sarà invece più lungo se lo scontrino non viene fatto su importi maggiori. Dalla prossima settimana queste correzioni verranno discusse dalle commissioni Bilancio e Finanze di Montecitorio.
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    Saluti liberali

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    Duemila euro al mese, una moglie e tre figli a carico: i "ricchi" di Visco

    Lasciamo perdere i super-ricchi, tipo quelli che guadagnano 3.500 euro al mese e che, coerentemente con il credo della maggioranza che la esprime, la Finanziaria di classe del governo Prodi provvede a massacrare. E lasciamo perdere anche le tabelle e i calcoli pubblicati dai giornali di area liberal-conservatrice. Sono tutte fatte (o comunque controllate) da fior di commercialisti, ma spunta sempre qualcuno con il cervello all'ammasso che si rifiuta di prenderle in considerazione semplicemente perché appaiono su organi di opposizione (basterebbe prendere in mano una calcolatrice e rifare i conti, ma non tutti sono in grado di calcolare una percentuale. Ennesima conferma del fallimento del sistema scolastico italiano).

    Usiamo, invece, il calcolatore di Repubblica.it, controllato e approvato dal ministero delle Finanze, come faceva sapere nei giorni scorsi il quotidiano on line di largo Fochetti. Prendiamo in considerazione un individuo con il reddito lordo di 40.000 euro l'anno, che nel caso di un dipendente fanno circa 2.000 euro netti al mese. Mettiamogli a carico una moglie e tre figli minorenni, uno dei quali al di sotto dei tre anni (che, per inciso, costa nettamente più degli altri). Chiediamoci se una famiglia del genere, specie in una grande città, possa permettersi di condurre una vita di tenore alto, medio o basso. Fatto? Ora facciamo click e guardiamo il risultato, ovvero la differenza tra l'aumento delle aliquote Irpef e le nuove (si può dire ridicole?) detrazioni. Il lavoratore dipendente e la sua famiglia pagheranno in più di tasse, rispetto all'anno precedente, 386,27 euro.
    Se chi precepisce lo stesso reddito è un lavoratore autonomo, pagherà in più 1.147,48 euro. Se è un pensionato, la differenza, sempre a scapito del contribuente, sarà di 1.006,73 euro. Ovviamente, ci si può sbizzarrire a cambiare reddito, tipologia e numero dei familiari, ma l'andazzo questo è.

    da A Conservative Mind

 

 
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