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    Predefinito Sulle Orme Degli Antichi Veneti

    Dopo 3000 anni, grazie a un gruppo di persone intraprendenti, dallo spirito sportivo e avventuroso, il progetto "Paflagonia" ci ha permesso di conoscere e documentare i luoghi da cui migrarono le antiche popolazioni che diedero il nome alla nostra regione

    Da chi e da dove discende la nostra identità? Da quale matrice culturale nascono le nostre tradizioni?

    Sono quesiti che molti di noi si pongono, non solo gli storici o i ricercatori, suscitati da quell'esigenza sempre più diffusa di conoscere le nostre origini di uomini singoli e di popoli. Un desiderio di conoscenza che si manifesta in svariati modi, dalla lettura di libri di storia locale, all'organizzazione di feste popolari e di rievocazione storica, alla visita di musei etnologici. Non c'è da stupirsi, quindi, se termini come "popolo veneto", "comunità", "etnia", "civiltà contadina", "testimonianze orali" e "cultura popolare" sono sempre più di uso comune: "riscoprire" e "valorizzare" le proprie radici e identità se non proprio un imperativo sono sicuramente qualcosa di più di un'effimera curiosità e oggi lo studio e la ricerca sulla storia del Veneto e dei Veneti coinvolge un numero sempre più consistente di addetti ai lavori e non.

    In tale contesto anche il progetto "Paflagonia" è espressione del desiderio delle genti venete di riscoprire le proprie origini, un affascinante percorso a ritroso che ha consentito a un gruppo di appassionati di risalire a quella che qualcuno considera l'unica grande radice genealogica dei veneti, la Paflagonia, appunto, un'antica regione montuosa dell'Asia Minore, oggi territorio turco.

    La prima idea del progetto, che suscitò curiosità e scetticismo, risale agli anni '90, in seguito al diffuso interesse storico, archeologico, politico e culturale intorno alle origini delle popolazioni abitanti in Veneto e sul loro nome.

    Come sia nata questa singolare iniziativa ce lo spiega Ugo Silvello, padovano di Fontaniva, dirigente scolastico a Tombolo ma soprattutto progettista dell'impresa, storico e addetto, insieme ad altri, alla documentazione fotografica e narrativa e alle pubbliche relazioni: "Il Progetto Paflagonia è figlio di… un dopocena tra amici - racconta - trascorso guardando alcune diapositive fatte da Giovanni Rebellato, appassionato ciclista e fotografo. Gli chiedemmo: tu che sei un giramondo, perché non vai in Paflagonia, da dove tremila anni fa partirono le genti che poi approdarono sulle coste venete? Da questa provocatoria domanda è iniziato tutto!"

    "Da subito - prosegue il bassanese Aladino Tognon, che ha partecipato alla spedizione in sella alla sua moto - la nostra ambizione fu quella di dare al progetto un'impostazione di tipo didattico, attivando anche uno scambio culturale tra le autorità della Turchia settentrionale e la Regione Veneto, il Comune e la Provincia di Padova e il locale Museo Archeologico, dove si conserva la tradizione storica di Antenore, mitico fondatore della città. Inoltre, parteciparono il Rotary di Cittadella e del Triveneto, il Lions di Cittadella e il Comune di Fontaniva, che fin dalla prima ora decise di appoggiare questa iniziativa. L'obiettivo era anche quello di avviare un cantiere per effettuare degli scavi archeologici e riportare alla luce il prezioso patrimonio di reperti, attraverso i quali scoprire i segreti delle antiche civiltà di quei luoghi, dalle quali noi discendiamo".

    Alcune fonti storiche affermano che i primi abitanti del Veneto furono gli Euganei o Protoveneti, ai quali seguirono i Paleoveneti e quindi gli attuali Veneti. Tali popolazioni abitarono stabilmente un'area che corrisponde all'incirca all'attuale Triveneto, anche se, sulla base di nuove teorie, c'è chi afferma che i Veneti abitarono una vastissima area che va dal Mare del Nord all'Adriatico.

    Già fonti letterarie come, ad esempio, l'Iliade di Omero, parlano di una popolazione di Eneti o Enetoi, provenienti dalla Paflagonia, alleati dei Troiani. La leggendaria fondazione di Padova da parte di Antenore, in fuga dopo la distruzione di Troia, è invece narrata da Virgilio nell'Eneide. Lo stesso Antenore torna anche negli scritti dello storico padovano Tito Livio, che racconta le gesta del comandante troiano a capo degli Eneti della Paflagonia, i quali, spintisi nella parte più interna dell'Adriatico, cacciarono gli Euganei da quelle terre.

    "In quei cinque versi dell'Iliade - conferma Silvello - Omero parla di quelle genti della Paflagonia, famosi allevatori di cavalli, venuti in aiuto dei Troiani contro i Greci, nella guerra di Troia, circa 1200 anni prima di Cristo e poi emigrati, in quegli anni, nel Veneto attuale. E nell'Iliade si fa riferimento a cinque località, Sesamo, Cromna, Citoro, l'Alta Eritini (o Faraglioni Rossi) ed Egialò, tutte puntualmente e sorprendentemente identificate dopo tremila anni. E' stato come se parenti assenti da tremila anni facessero ritorno alla casa degli avi. L'aver seguito il mito di questa leggenda o storia epica, ha di fatto ricreato un legame emotivo, una vicinanza tra il ricco nord est italiano, erede della magnificenza della Repubblica di San Marco, e un suo naturale e storico interlocutore economico e politico: l'Oriente ottomano e turco attuale. E' la curiosità di conoscere ed esplorare il passato che sta, dunque, alla base del progetto Paflagonia ed è focalizzando l'attenzione sulla civiltà paleoveneta che siamo indotti a riflettere sulla nostra storia regionale, sulla nostra identità storico-culturale, aprendoci nel contempo verso altre culture".



    Sono otto i protagonisti di questo viaggio, di questo itinerario a ritroso rispetto alla migrazione degli antichi progenitori dei veneti: cinque cicloamatori di Fontaniva (un ex operaio, Giuseppe Pavan, un ingegnere chimico, Alessandro Bizzotto, un impiegato dell'anagrafe, Giovanni Rebellato, un insegnante, Flavio Spiga, un giornalaio, Stefano Bonamin) che hanno pedalato per circa tremila chilometri, e tre accompagnatori, due alla guida del camper d'appoggio (Beppe Forti, ex direttore didattico e l'ideatore della spedizione Ugo Silvello) e uno in moto, il già citato Aladino Tognon, anch'egli dirigente scolastico di professione. Il percorso, dal Veneto alla Turchia, ha toccato in 30 giorni i luoghi storicamente più rilevanti e simbolici per la storia e la cultura dei Veneti antichi: Padova che, con la tomba di Antenore ed il Museo degli Eremitani (contenente i fondamentali reperti paleoveneti), è stata l'origine del viaggio; il fiume Brenta, la via d'acqua attraverso la quale, presumibilmente, gli antichi Paflagoni e il mitico Antenore giunsero a Padova; Este, dove sono stati rinvenuti i primi reperti sui Veneti Antichi e gli Euganei; l'Adige, il fiume che toccava Este e ha favorito lo sviluppo della civiltà euganea e paleoveneta; l'Etruria, vasta area tra la Toscana e il Lazio, che ha influito sulla nascita dell'alfabeto e della lingua paleoveneti; lo Stretto di Otranto, ancor oggi una delle rotte più comode per le migrazioni dall'Albania e dall'Oriente verso la penisola italiana; Troia, città per la cui difesa combatterono anche le genti che diedero origine alla civiltà veneta; e, infine, la Paflagonia, impervia regione montuosa dell'Asia Minore settentrionale, attuale Turchia, il cui popolo guerriero la rese famosa per la cavalleria, considerata la migliore dell'esercito persiano.

    E se l'idea di "viaggio" richiama, nelle grandi e piccole migrazioni, concetti come avventura e sacrificio, rischio e curiosità, bisogno e conoscenza, la fatica e l'impegno fisico spesi in sella a una bicicletta sono sicuramente una moderna evocazione di quell'impresa compiuta dai nostri antichi avi. Aggiungiamoci, inoltre, il fascino del noto e dell'ignoto che ha caratterizzato l'avventura degli otto intraprendenti veneti di oggi.

    "Se fossimo degli scettici - conclude Silvello - potremmo pronunciare molti ma e se sui fondamenti di questo progetto. Noi abbiamo voluto crederci ed abbracciare questa ipotesi storico-letteraria, come fece, ad un livello ben più importante, l'archeologo tedesco Heinrich Schliemann, che, nel secolo scorso, sulla base dei versi di Omero, scoprì l'antica Troia. E anche noi, nel nostro piccolo, siamo partiti dai versi dell'Iliade che parlano degli Eneti della Paflagonia. E se lui quella volta non sbagliò, ci preme evidenziare che, pur riconoscendo che ipotesi diverse vedono l'origine dei Veneti in altri luoghi dell'Europa, chiare corrispondenze in città e luoghi le abbiamo trovate noi stessi nella nostra spedizione. Ma questo non ci basta e vorremmo compiere altri viaggi proprio in qui luoghi indicati come possibile origine della nostra civiltà. Rispettiamo le convinzioni di chi ha avanzato dubbi sui fondamenti storici della nostra iniziativa. Noi abbiamo scelto di andare in Paflagonia perché qui la tradizione storico-letteraria più antica ed affascinante ci portava: la prudenza nel considerare le fonti letterarie è sempre doverosa, come è doverosa la prudenza nel destituirle di ogni credibilità. Amiamo pensare che Omero non ci abbia tradito, come non tradì altri ben più importanti di noi e che investirono la loro vita e il loro patrimonio, scommettendo sulle sue parole. In quei luoghi da leggenda, vivono comunque persone che ci hanno accolto con un enorme calore, persone belle per generosità e cordialità. Semmai questo progetto dovesse provare qualcosa di scientifico, comunque ha dimostrato che i sogni e l'idea della fratellanza, permettono a persone sconosciute e distanti tremila chilometri di incontrarsi e di sentirsi amici".

    Eleonora Baldan

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    I VENETI ANTICHI
    II mistero dei Veneti - I Veneti sono i più Celti tra i contemporanei?
    Dal libro "Noi, celti e longobardi" di Gualtiero Ciola



    Il problema dei Veneti e molto controverso; consultando qualche enciclopedia troviamo:
    "Popolo celtico del Nord-Ovest della Gallia Celtica: popolo marinaro del1’Atlantico".
    "Antica popolazione indoeuropea stanziata nella pianura veneta".
    "Antico popolo della Gallia, che abitava la penisola di Bretagna e che fu vinto e assoggettato da Cesare".
    "Antica popolazione di stirpe illirica, abitante nell'attuale Veneto".
    Montanelli storico ne fa addirittura una tribù germanica acquartierata nella provincia che ne porta il nome.

    La Società Filologica Veneta: "L antico popolo indoeuropeo dei Veneti si diffuse, verso la meta del secondo millennio avanti Cristo, dal Centro-Europa, in numerose direzioni, ben prima delle grandi migrazioni "illiriche", celtiche e germaniche, portando con sé la propria cultura e la propria lingua, lasciando tracce della propria presenza riconoscibili ancora oggi in varie regioni europee.

    Saranno i Veneti stabilitisi tra le Alpi e l'Adriatico a mantenere, nel corso dei millenni, la propria identità ed uno sviluppo culturale autonomo, fino ai nostri giorni; stanziati ancora oggi, nonostante le pressioni celtiche e la frammentazione sofferta ad est della Livenza, sul territorio che dai nostri antenati ha preso il nome: il Veneto.

    La lingua veneta più antica, chiamata anche venefica, indoeuropea occidentale, scritta sin dal VI sec. a.C., unitaria, non può essere confusa con alcuna delle lingue più antiche d’Europa, né aggregata ad alcun gruppo; era però dotata, dati i suoi caratteri "antico-centroeuropei", d'interessanti isoglosse con alcuni altri linguaggi. Un filone linguistico veneto disceso nel Lazio (tipo "rubro") partecipò anzi alla genesi tripartita del Latino, assieme a1 filone osco-umbro (tipo "rufus") ed al filone ausonico (tipo "rutilus"). Tale partecipazione, anteriore al contributo etrusco al Latino, e confermata nel Lazio da reperti archeologici di tipo venetico (gli incineratori del foro romano) e dallo stesso Plinio (N.H. 3.69), nel citare il popolo dei Venetulani tra i componenti dell'antichissima lega sacra d'Alba Longa.

    I Veneti contribuirono anche in misura notevole allo sviluppo culturale e linguistico dell'antica Bretannia; la stele di Plumergat presenta, infatti, tratti decisamente venetici. Il nome etnico di "Veneti" e stato tra i più diffusi nel mondo indoeuropeo; si ebbero presenze venete antiche anche in Gran Bretannia, nel Belgio, in Paflagonia (Turchia) e forse in Catalogna. Duemila anni fa il lago di Costanza era chiamato "lacus Venetus" ; altre testimonianze toponomastiche e storiche degli antichi stanziamenti veneti in Europa sono tuttora chiaramente rilevabili lungo le coste del Baltico, nell’Europa Centrale e Orientale e nella penisola balcanica.

    Spesso questi antichissimi gruppi veneti, mantennero dei contatti con i Veneti dell'Adriatico ed il ricordo di tali relazioni era ben vivo al tempo della Repubblica Veneta.

    Spesso questi antichissimi Veneti mantennero dei contatti con i Veneti dell'Adriatico ed il ricordo di tali relazioni, era ben vivo al tempo della Repubblica Veneta.

    In seguito all’espansione del latino in Europa ed al suo uso universale nella scrittura, nel Veneto, nazione che i Romani mai conquistarono, il contatto con tale lingua internazionale e con le successive lingue neolatine, favori maggiormente la conservazione nella nostra lingua di quanto di comune essa aveva, in quanto indoeuropea e per le ragioni suesposte, col latino stesso, senza che ciò ne riducesse l’individualità, l'omogeneità e l’autonomia. Queste riappaiono chiaramente nei primi testi medievali veneti non latini, e quindi nei testi successivi anche se, come ovunque in Europa, la lingua scritta sarà sempre più latineggiante della lingua parlata.

    Amplissima e stata ed è tuttora, le produzione letteraria, diffusa nel tempo ed in tutte le province venete, il Veneto e stato, e risaputo, la lingua ufficiale della nostra Repubblica, giungendo ad essere una vera "Schriftsprache" europea, una lingua in tutti i possibili sensi della parola, molti secoli prima del sorgere della lingua italiana e con un’importanza maggiore di questa.

    Fu ed e notevole la profonda omogeneità della lingua veneta, di per se stessa koinè, cioè lingua comune a tutti i Veneti, dalla quale nessuna variante locale si discosta sensibilmente; ed altrettanto notevole è stata la politica della millenaria Repubblica, che mai volle imporre il Veneto ad alcun popolo non venetofono (realtà ricordata ancora oggi con riconoscenza da Cimbri (1) e Sloveni, Ladini, Albanesi, Croati, Lombardi e Greci), giungendo ad usare nei documenti, oltre alle lingue locali, lingue neutrali diverse dal veneto, secondo uno spirito pluralista ancora oggi ben raro in Europa.

    Privato con l’inganno della propria libertà e della propria indipendenza plurimillenaria (1797), il popolo veneto ha continuato fino ad oggi a parlare e a scrivere in Veneto, a dispetto dei governi "forestieri", succedutisi da quella data (!) ; e la stessa "subalterneità" alle culture dominanti cui la cultura veneta pareva ormai condannata, viene oggi finalmente rimessa in discussione (2).

    Sentiamo ora Attilio Nodari, cultore della Venezianità: " Circa 1500 anni a.C. nuove genti provenienti dall’area caucasica (Aral, Caspio, Volga) si mossero verso occidente. Una nobile schiatta di cavalieri e di marinai, giunta nella penisola anatolica (odierna Turchia), dopo aver partecipato alle vicende dei principi della Frigia, prese stanza nella vicina Paflagonia, lungo le coste del Mar Nero. Erano i Veneti, che in greco significano "degni di lode", una parte dei quali riprese il cammino per l’Europa e risali il corso del Danubio fino alle montagne, ove si divise. Quelli che si diressero a nord delle Alpi, raggiunsero l’Atlantico presso l’estuario della Loira e popolarono le coste della Bretagna e della Normandia dedicandosi all’arte della navigazione. Soltanto Cesare molti secoli dopo, nel 56 a.C., li vinse, come egli stesso narra nel libro terzo del "De Bello Gallico". Quelli invece che affrontarono la porta orientale dell’Italia, entrarono nella regione degli Euganei, i quali, vinti, dovettero fuggire o sottomettersi.

    I Veneti, che alcuni storici classificano di stirpe illirica venuta dall’oriente e sono invece i Veneti dell'Adriatico, d'antica origine indoeuropea, erano d'attitudini più elevate che non gli Euganei. Possedevano carri leggeri trainati da un veloce e fino allora sconosciuto animale, privo di corna ma con criniera, che sapevano anche cavalcare; perciò il loro impeto nei combattimenti era incontenibile, tuttavia amavano l’ordine e la pace che mantennero per secoli perché erano i più forti.

    Estesero il loro dominio dal Timavo all’Adige, ma non si affacciarono sul mare e per questo sono stati chiamati i Veneti terrestri. Dopo alcuni secoli anche i discendenti di quelli che erano rimasti in Paflagonia lasciarono quella patria dopo la distruzione di Troia (1184-1183 a.C.), della quale erano stati alleati e, stando al racconto di Livio, arrivarono per mare nel fondo del golfo adriatico per riunirsi ai loro fratelli: sono i Veneti detti marittimi, che, con i terrestri, costituirono la grande nazione dei Veneti italici.

    L’antica Ateste (Este), già euganea, fu il centro principale della civiltà paleoveneta, ma nuclei importanti furono anche Padova, Adria, Vicenza, Oderzo, Treviso e Belluno. In epoca più tarda, quando iniziarono i rapporti con Roma, Padova assunse il ruolo di cita capitale, anche perché Este andava decadendo.

    Le abitazioni dei paleoveneti erano costituite da capanne, probabilmente simili ai superstiti casoni (3) della nostra bassa pianura; nelle zone paludose prelagunari erano innalzate su piattaforme di tronchi, mentre in montagna si costruivano di pietra, materiale di facile disponibilità.

    Nella parte più orientale della regione le capanne si erigevano all’interno dei castellieri.

    I Veneti si dedicavano alla confezione di prodotti fittili e alla lavorazione del bronzo (spade, asce, pugnali, fibule), arte nella quale raggiunsero un livello di preminenza. Poi comparve il ferro che avrebbe acquistato gradatamente sempre maggiore importanza. Tra le due età essi si fecero iniziatori d'industrie e attivarono per primi la navigazione commerciale non solo lungo i fiumi e nelle lagune, ma anche per il mare, conseguendo supremazia e ricchezze.

    La loro civiltà progredì nei secoli successivi e raggiunse il massimo splendore proprio quando, tra il 500 e il 400 a.C., iniziarono le tremende e rovinose invasioni galliche.



    I Veneti sono i più "Celti" tra i contemporanei?



    A questo punto tocca a noi fare delle osservazioni e provare a dimostrare una tesi della quale siamo più che convinti.

    Che i Veneti siano un antica popolazione indoeuropea stanziata nella pianura veneta e pacifico; pero e altrettanto pacifico che il popolo dei Veneti che abitava la penisola di Bretagna e che fu vinto da Cesare, fu da questi descritto come una tribù celtica e che fosse di stirpe celtica nessuno lo ha mai messo in dubbio.

    Un altro argomento che va puntualizzato e il concetto di "stirpe illirica", alla quale molti studiosi attribuiscono i Veneti: le così dette stirpi illiriche potevano essere tutto: doriche, celtiche, germaniche e slave, poiché si riferivano esclusivamente alla localizzazione geografica, sita fra il Danubio e l’Adriatico; una "razza illirica" come tale, non e mai esistita! Quanto all’uscita di Montanelli ("Dante e il suo secolo" - Rizzoli) di vedere nei Veneti una tribù germanica, ciò a prima vista può anche stupire; ma poi risulta giustificata dal fatto che il paleoveneto, proprio come il latino, presenta una rimarchevole affinità col germanico, specie nella costruzione del periodo. Per esempio: il veneto forma l’accusativo del pronome personale "mecho" secondo il nominativo "echo", in ciò corrisponde perfettamente al germanico - gotico "mik", antico alto tedesco "mih". La radice pronominale "selbo" si incontra soltanto tra i Veneti e i Germani: la doppia posizione ritorna in entrambi i linguaggi, veneto "sselboi", "sselboi" ( = "sibi ipsi’) sta accanto all’alto tedesco "selb", "selbo". Il veneto "veno" accanto a "veso", corrisponde alla formazione gotica parallela di "seins", "suo" e di "sui proprio" (4).

    Secondo la maggior parte degli storici che sino ad ora non hanno trovato che pochi contraddittori, solo dal V° secolo a.C. i Celti emergono dalla preistoria come entità etnica riconosciuta. E prima? Theodor Mommsen e Georges Dumezil sono di ben diverso avviso. Questi due insigni studiosi non sembrano avere dubbi che si possa parlare di Celti anche a proposito di quegli invasori nordici che conquistarono l’Italia nel corso dei due primi millenni: in particolare essi ipotizzano l’esistenza di un gruppo italo - celtico, strettamente imparentato con il gruppo indo - iranico che conquistò la Persia e l’India.

    Anche per noi i paleoveneti sono dei protocelti ed allo stato attuale, assieme agli altri Padani, ai Francesi ed agli Irlandesi, costituiscono ancora il popolo che possiede la più alta percentuale di sangue celtico. In effetti, salvo infiltrazioni germaniche che non hanno alterato granché il carattere etnico di queste popolazioni, anche perché non si è trattato di un vero e proprio meticciamento, i Veneti hanno potuto mantenere inalterati per millenni le loro peculiarità somatiche e spirituali.

    Non siamo certo stati i primi a sostenere la teoria sulla celtitudine dei Veneti, poiché già da tempo la scuola germanica la dava per scontata; citiamo tra i tanti l’antropologo tedesco Otto Reche (5): "Veneter und norditalienische Gallier werden heute nicht mehr zu den Italikern gezählt, sondern als keltische Gruppen angesehen, die Veneter von manchen auch als Illyrer..." (=I Veneti e i Galli dell’alta Italia non vengono oggi piu ascritti agli Italici, ma a gruppi celtici, i Veneti da alcuni anche gli Illirici…"

    Pure lo storico cecoslovacco Jan Filip attribuisce carattere celtico "almeno a quella parte di popolo veneto che praticava la sepoltura in campi d’urne": ora e un fatto storicamente accertato che il nome di Veneti accompagna tutti i movimenti del popolo dei campi d’urne dalla foce della Vistola (Wenedi) (6), fino alle rive dell’Atlantico (Galli Veneti, Veneti della Loira).

    Scrive Franz Altheim: "Ad ogni modo si può dire che qualunque estensione possa avere avuto questo nome etnico (:dei Veneti), e certo che esso e legato con l’espansione dei campi d’urne". E d’altra parte la maggior parte degli storici indicano nei Celti i portatori più tipici della civiltà dei campi d urne centroeuropei, per cui questa, da sola, sarebbe la lapalissiana dimostrazione dell'equazione: Veneti = Celti!

    Anche gli studi sulla preistoria del Veneto compiuti da R. Battaglia, il quale ha visto una stretta affinità tra i paleoveneti e le contemporanee popolazioni di Hallstatt e della Carniola ci hanno sorretti nella nostra convinzione sulla celtitudine dei Veneti, oltre ad alcune osservazioni che balzano agli occhi di ogni ricercatore che cerchi un approccio non prevenuto alla questione.



    I toponimi.



    Il più chiaro e probante indizio dell’insediamento di un popolo di stirpe celtica ci rimane nella toponomastica : le località con finale in "ago", "aga", "igo", "iga" ( tipici del paleoveneto "ico", "ica") corrispondevano ad antiche proprietà agricole che si definivano normalmente secondo il nome del proprietario, che si ritrovano in Italia dovunque si sono insediate popolazioni protoceltiche e galliche, ma che nel Veneto e nel Friuli sono molto più frequenti che altrove, se si eccettua la zona compresa tra Como e Bergamo, che e il punto di massima concentrazione celtica in Lombardia: Alpago, Asiago, Crescenzago, Legnago, Maniago, Mardimago, Massanzago, Moriago, Orsago, Terlago, Vedelago, Volpago, Umago, Grassaga, Peraga, Lancenigo, Francenigo, Lonigo, Veternigo, Zianigo, Barbariga, Pianiga, ecc.

    Il Prof. Giovan Battista Mancarella sostiene che molti toponimi con la finale in "acum" ("ago"), dopo la conquista romana sono stati sostituiti dal latino "anum", per cui è logico ritenere che anticamente i nomi di derivazione celtica dovessero essere molto più numerosi; anche le italianizzazioni in "ato" sembrano frequenti, come dimostra l’esempio di Borgnato che prima suonava Borgnago e di Lovernato che anticamente era Lovernaco.

    Anche i toponimi uscenti in "lano", "liano", "gliano" derivano dal celtico "land(a)" e dal gallo-romano "lanum" come Primolano, Mortegliano, Conegliano, Terlano, ecc.

    Ci sono poi toponimi riferibili a vocaboli o radici celtiche: da "avon" = fiume, Piavon ed il fiume Piave; il suffisso finale in "asio", "esa", "iso" indica località poste lungo corsi d’acqua, come Bevasio, Uigasio, Nervesa e la stessa città di Treviso ("Tarvisium") derivante dalla radice "tarvos" = toro; il monte Grappa dalla radice "greb", "grepp", indicante luogo sassoso ed arido, analogamente alle Grave del Piave o di altri fiumi; Belluno, Montebelluna derivano da "behl" = splendente o dal dio Behl e da "dunum" = fortezza, castello; da "seg", "sego" = forza, fortezza, Segusio, Segusino, Susegana; da "windo" = bianco, il monte Venda e Vendevolo; da "briga" = colle, rocca, Breganze e Preganziol; da "ronk" = campo, colle, Roncade, Roncadelle, Ronchi, Ronco; da "mara" = palude, Marano, Mareno, Marocco; da "bark" = capanna, Barco, Barcon; da "cadubrium", Cadore; la denominazione pregermanica del lago di Garda, Benaco; Verona da Verna, Ceneda dai Cenomani, Lugo Vicentino dal dio Lug, Motta di Livenza da "motta" = mucchio. Questo per dare solo qualche esempio poiché il campo della toponomastica e ancora tutto da scoprire,



    La lingua.



    Per Polibio "i Veneti differivano pochissimo dai Galli nei costumi e nell'abbigliamento, ma si servivano di un’altra lingua". La lingua venetica veniva un tempo parlata in un’area molto più vasta di quella attuale, che comprendeva una parte della Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, l'Istria, la Carinzia e la Carniola, ove il ritrovamento di iscrizioni venetiche e oltremodo frequente.

    Per la specificità e la diversità del venetico dal linguaggio celtico parlato nel II e I sec. a.C.,, ventiliamo l'ipotesi che la parlata dei Veneti, venendo a contatto con il linguaggio degli Euganei autoctoni, sia stata da questo influenzato in quelle zone nelle quali questo popolo era di casa: da qui può essere incominciata la sua differenziazione dalla lingua parlata nelle antiche sedi centro-europee.

    Per il Prof. G.B. Pellegrini la lingua veneta più antica, indeuropea occidentale, scritta fin dal VI secolo avanti Cristo, unitaria, non può essere confusa con alcuna delle lingue più antiche d’Europa, né aggregata ad alcun gruppo; era però dotata, dati i suoi caratteri "antico-centroeuropei", "di interessanti isoglosse con alcuni altri linguaggi". Ora il suo antico carattere centro-europeo, nonostante il suo autonomo sviluppo e l'omogeneità che accomunerà tutti i Veneti in una vera koinè, doveva necessariamente avere dei punti di contatto con "alcuni altri linguaggi", che altro non potevano essere che quelli del gruppo paleoceltico, analogamente all’antico leponzio.

    Per dare un esempio abbiamo trovato che per denominare il bosco i Celti usavano il termine "leukos", mentre i Veneti dicevano "louki", il che poteva sembrare molto diverso se udito da uno straniero greco (come Polibio) o romano, ma che nella grafia rivela una indubbia analogia. Del dialetto veneto molti sono i termini ad etimo non latino sui quali seri studi di glottologia dovrebbero fare luce, come per dare un solo esempio l’aggettivo "romaso" = meravigliato, stupito e numerosi altri termini, molti dei quali sono purtroppo caduti in disuso. Diamo ora un breve elenco di vocaboli ad etimo celtico che ancora si usano, mentre la maggior parte deve essere andata perduta con la romanizzazione della popolazione:



    ALL'ITALIANA
    A £A VENETA
    TRADUTHION

    Arente Arente deriva dal celt. "are": vicino, presso, accanto
    Barco Bark, Barko recinto per bestie
    Barchessa Barkesa tettoia rustica annessa alla casa rustica
    Baro Baro, Xbaro cespuglio, mazzo
    Beta Beta, erbeta Bietola
    Bora, borin Bora, borin Tipico vento
    Bòria Bòria Superbia
    Borlon, bora borlon, bora Trave
    Boriana, buriana Boriana, buriana Burrasca
    Braga, braghe Braga, brage, bragese Pantaloni
    Branca, brincar Branka, brinkar zampa, afferrare
    Bricco Brik Recipiente
    Bricola Brikò£a gruppo di pali per ormeggio
    Briga, brigar Xbriga, xbrigar, briga, brigar molestia, brigare, sveltire
    Torse la briga Torse £a briga assumersi 1’onere
    Brolo, broleto Bro£o, bro£eto, bro£et campo, orto, frutteto
    Cantaro Kanter Vaso
    Cioco, ciuca Cok, cuka ubriaco, sbornia
    Cloccar Krokar suonare di campane
    Grébani, grava, grave Grébani, krépani, grava, grave luoghi sassosi
    Mota, motta Mota Mucchio
    Sbrego, sbregar Xbrego, xbrek, xbregar strappo, strappare
    Scaga Skaga, skago, spago, skego Paura
    Smara Xmara corruccio, dispetto
    Sloz, sloso Xloth, Xlotho Sporco, anche: marcio "ovo xloth" ed eccentrico
    Tacon Takon Pezza
    Tamiso Tamixo, tamis Setaccio
    Topa Topa Toppa



    Abbiamo sin qui riportato delle testimonianze: saranno i lettori a giudicarle probanti o meno; a corollario produrremo alcuni altri indizi a sostegno della nostra tesi. A. Nodari scriveva: "I Gallo-Celti riuscirono a penetrare nella regione dei Veneti, costringendoli temporaneamente nella fascia più prossima al mare". Però si contraddice quando sostiene che i Veneti "amavano l’ordine e la pace che mantennero per secoli perché erano i più forti". In effetti ciò corrispondeva a verità perché le tribù che si stanziarono nel Veneto e nel Friuli, lo fecero col beneplacito dei padroni di casa; infatti più oltre afferma che "gli antichi Veneti coabitarono coi Gallo-Celti, dai quali poco differivano, essendo di comune origine indoeuropea".

    Della stessa origine, ribadiamo noi.

    Circa la provenienza dei nostri Veneti non ci sentiamo di contraddire nessuno, constatata la straordinaria rapidità degli spostamenti in rapporto ai tempi, di cui erano capaci i popoli dell'antichità. Comunque, visto che l’antico idioma venetico apparteneva alle lingue indoeuropee occidentali con caratteri antico-centroeuropei, non si può escludere che la sua origine sia comune a quella degli altri popoli celtici: il Centro Europea. La provenienza dall’area caucasica e dall’Anatolia. non si può escludere, per le ragioni suesposte, per qualche gruppo di quel popolo: basti pensare a Brenno, che senza automezzi ed autostrade portò fulmineamente il suo esercito a saccheggiare Roma e un secolo dopo un suo omonimo fece lo stesso con la Grecia sino a Delfo!

    Un’altra ragione per dimostrare l’appartenenza dei Veneti al gruppo dei popoli celtici e costituito dai reperti paleoveneti dei musei: le armi in bronzo, spade, pugnali, asce, sono della più tipica e raffinata fattura celtica, così come le fibule, i vasi e le suppellettili: nella grandiosa esposizione sui "Celti della Mitteleuropa" tenuta ad Hallein, presso Salisburgo, nell'estate-autunno 1980, i reperti celtici provenienti dall’Italia, provenivano in massima parte dal museo di Este.

    Purtroppo la falsificazione della storia e soprattutto dell’etnografia sono di moda nel nostro paese, si che molte armi, statue ed oggetti di fattura gallica e gallo- romana portano la dicitura di armi, statue ed oggetti romani, vuoi per ignoranza, vuoi per malafede e di esempi se ne possono vedere parecchi sia nei grandi che nei piccoli musei.

    A titolo di curiosità annotiamo che presso i Celti "le piantagioni, la raccolta delle erbe medicamentose e la vinificazione venivano fatte solo con la luna giusta". La qualcosa e ancor oggi nel Veneto una legge non scritta, ma scrupolosamente osservata.

    Altro interessante campo di studio aperto all’archeologia e l’identificazione di castellieri e di templi solari: assai studiati sono stati i castellieri preistorici di Trieste e dell’Istria; il celtismo degli abitatori dei castellieri del Veneto Orientale e del Friuli e stato messo in luce da M.G.B. Altan; nel resto del Veneto gli studi scarseggiano: assai dettagliatamente catalogati i reperti del Bostel sull'Altipiano di Asiago; le rovine di Castel Sottosengia presso Breonio (Verona), è stato descritto da R. Battaglia come un santuario veneto-gallico. Un’ara celtica ci e stata segnalata dalll'avv. Perin sulla collina di Refrontolo (Treviso): ci siamo recati a vedere il tumulo di forma perfettamente circolare, edificato con materiale ghiaioso di riporto; nelle immediate vicinanze la conformazione spianata dalla mano dell’uomo della sommità di un colle lasciava supporre la presenza di un antico "oppidum"; un vecchio contadino ha dichiarato di aver sentito raccontare da bambino, che sotto il tumulo dovrebbe trovarsi "la testa della regina", la qual cosa ci ha fatto venire alla mente la decapitazione rituale dei re celti per placare gli dei nei casi di calamità naturali... La ricerca con fotografe aeree ed a raggi infrarossi potrebbe approdare a ritrovamenti interessanti. Invece il parroco di Solimbergo Don L. Cozzi ci ha informato che numerosi tumuli vengono spianati dalle ruspe, malgrado le segnalazioni alle autorità preposte come nel caso di sessanta tombe a tumulo, di cui solo una ha restituito il corredo funerario, mentre le altre sono state distrutte; hanno resistito sino ai nostri giorni delle costruzioni megalitiche come il "Cjadin", termine per indicare l’enorme diga formata da massi ciclopici presso Usago nello Spilimberghese e l'ara di Meduno, monolito di 35 quintali, con quattro coppelle ineguali ai lati, scannellatura ai bordi e colatoio e con scolpita una rudimentale figura di toro, animale sacro per i Celti. E per finire la sopravvivenza di un antichissimo rito: durante il Solstizio d’inverno, i Celti della Bretagna bruciavano e bruciano tuttora delle pire di legname a scopo propiziatorio: ciò si fa ancora, da tempo immemorabile in tutto il Veneto e nel Friuli il 5 di gennaio, perpetuando una tipica tradizione druidica precristiana.

    A proposito delle peculiarità somatiche e psichiche gli storici greci e romani ci hanno descritto i Celti con caratteristiche che sono assai simili a quelle dei Veneti odierni e ciò non deve stupire, ove pensiamo che i Germani descritti da Tacito assomigliano molto ai tedeschi moderni, cosa che si puo affermare che i popoli non cambiano i loro caratteri quando si mantengono immuni da massicce commistioni con popolazioni diverse.



    Le peculiarità somatiche dei Veneti sono abbastanza note: l’alta statura, nei confronti delle altre popolazioni italiane (7) e la corporatura generalmente robusta. Dolicocefali o mesocefali a bassa volta cranica, orbite rotondeggianti e distanziate, gli occhi sono spesso azzurri, verdognoli, grigiastri o nocciola; raramente scuri o neri. Capigliatura: frequente il tipo biondo - cenere, ma con caratteristiche diverse dal tipo germanico, per intenderci analogo al biondo slavo, baltico, falico e dinarico che e più slavato.

    Frequentissimi i capelli castani, relativamente frequenti i capelli rossicci; rari i capelli neri.

    Anche il naso diritto e prominente, spesso carnoso, e lo stesso di quello del Galata morente, visibile al Museo Capitolino a Roma. Se ne deduce che poco o nulla essi divergono dalle descrizioni fatte dagli storici sull'aspetto fisico dei Celti.

    Per il temperamento dei Celti risulta che essi erano portati al massimo grado per il lavoro di tipo industriale e versatissimi per gli affari e il commercio; è quasi certo che furono i primi in Europa a costruire fabbriche di abiti, scarpe, armi, utensili e vasi. Polibio racconta poi che nella Gallia Cisalpina i viaggiatori sostavano nelle locande "senza pattuire il prezzo di ogni singola prestazione, ma chiedendo il prezzo giornaliero tutto compreso per persona": i Galli cisalpini avrebbero così inventato l’albergo a pensione completa!

    Tutto ciò si attaglia perfettamente ai Veneti d’oggi, dediti ad ogni sorta di attività industriale e commerciale per non parlare della fitta rete turistico - alberghiera dell'alto Adriatico, che costituisce il pezzo forte delle strutture turistiche italiane.

    E ancora: "I Celti erano, gente chiassosa e spaccona, sempre pronta a litigare e siccome avevano la passione per il bere, questo avveniva specialmente durante i festini e i banchetti che occupavano una parte importante nella loro vita". Vengono in effetti descritti come dei buongustai ed in ciò ci pare che non si possa porre in dubbio la loro strettissima parentela con i loro discendenti Veneti, Emiliani e Romagnoli: ne fa fede la grande frequenza di ristoranti, locande e osterie che si trovano nell'ospitale terra veneta ed emiliana. Chiassosi e spacconi bisogna riconoscere che lo sono anche i Veneti; litigiosi no, almeno sino a che sono sobri; quanto al bere e indubbio che nel Veneto si beve più vino che altrove, ma bisogna aggiungere che è anche bene tollerato.

    Nell'antichità i Celti erano generalmente descritti come un popolo battagliero, coraggioso e fiero, ma talvolta di una ingenuità quasi infantile (Jan Filip).

    Secondo Cesare, erano un popolo instabile e la loro eloquenza spesso sfociava in loquacità...

    "Le più spiccate qualità della gente celtica – scrive lo storico Thierry – sono il valore personale, un carattere fermo, impetuoso, accessibile a qualunque impressione, intelligenza, ma nello stesso tempo moltissima volubilità, nessuna perseveranza, renitenza alla disciplina e all ordine, millanteria e discordia eterna, conseguenze di una vanità sconfinata" (!).

    Più severo ancora è il giudizio dello storico Theodor Mommsen: "La gente celtica, benché ricca di solidi pregi, e forse più brillanti che solidi, mancava di quell’indole morale e di quel senso politico su cui si basa fermamente, nelle vicende della natura umana, tutto ciò che vi e di buono e di grande.

    ...La loro costituzione civile è imperfetta; non solo l’unità nazionale vi è appena abbozzata da un debole vincolo federativo, ma anche in ciascuna comunità mancano lo spirito di concordia, di fermezza politica, di coesione civica e i desideri e i concetti che ne sono le conseguenze".

    Questi autorevoli giudizi sulle peculiarità caratteriali degli antichi Celti, ne dimostrano 1 impressionante affinità psicologica coi moderni Veneti: questo insieme di pregi e difetti, presenti invero in ogni gruppo umano, ci da modo di centrare alcune osservazioni che propizieranno qualche autocritica riflessione tra i diretti interessati...

    Sulle virtù militari la Storia della Repubblica Veneta ne dimostra a iosa il coraggio e la valentia nelle molte guerre sostenute dai Veneziani: anche nelle guerre moderne i Veneti, se ben guidati da valenti ufficiali, hanno dimostrato di essere ottimi soldati, coraggiosi e zelanti.

    L'ingenuità è pure una caratteristica non sempre positiva, che rende questa popolazione acritica e indifesa di fronte ad un potere che tende ad uniformare e a livellare a suo piacimento l’opinione pubblica.

    Anche le osservazioni di Cesare sono molto pertinenti poiché l'instabilità da noi riscontrata fra i Veneti ne fa un popolo perennemente in balia dei mestatori di professione, quali sono oggi i politici, che agendo con una certa abilità dialettica, riescono a condurre la massa amorfa a riconoscere soltanto le "loro" verità, che tali assai spesso non sono; anche la spiccata verbosità e una quasi costante realtà della gente veneta che sfoggia molte parole, senza arrivare a definire dei solidi concetti.

    L'instabilità, la volubilità, la renitenza all’ordine e alla disciplina, la discordia, furono, come vedremo, le cause delle sconfitte dei Celti ad opera dei Romani e furono anche le cause della perdita della loro identità nazionale, dei loro usi, costumi e tradizioni; anche nei Veneti fa difetto la consapevolezza e la fierezza della propria storia e della propria etnia, mentre vi abbonda il conformismo, tanto che sarebbe improprio per loro usare il termine "popolo", nel senso che noi diamo a tale termine, che presuppone questa consapevolezza e fierezza.

    Ribadiamo per chi troverà provocatorie queste osservazioni, che lo scopo di queste note è proprio quello di creare o propiziare una mentalità nuova, partendo dal riconoscimento delle proprie antiche origini.

    Le stesse carenze vengono ribadite dallo storico tedesco Mommsen, che lamenta l’assenza del legame di comunità, mancando lo spirito di concordia, di fermezza politica, di coesione civica; tutto ciò è la causa per la quale il Veneto e rimasto una terra di conquista e di colonizzazione: i Veneti sono stati "adoperati" quali "buoi da lavoro’ per bonificare paludi e per dissodare terreni sterili : Veneti sono stati i coloni delle Paludi Pontine, delle bonifiche di Torrimpietra presso Roma, del dissodamento del deserto libico in Cirenaica, di rimpiazzo ai contadini lombardi e piemontesi passati all’industria; altre volte i Veneti sono stati considerati "buoi da macello", quando si e trattato di combattere delle guerre fratricide per interessi ad essi estranei ed essi hanno sempre docilmente obbedito, morendo di malaria o di piombo per un paese che li considera ne più ne meno di quello che vogliono essere: dei sudditi comunque, talvolta dei servi!





    ---------------------NOTE-------------

    A comprova di ciò vale ricordare che quando nei 20 Comuni nei quali viveva questa minoranza etnico-linguistica (13 in prov. di Verona e 7 in quella di Vicenza) non c’erano sufficienti vocazioni per dotare le varie parrocchie di un prete parlante questo idioma germanico, la Serenissima Repubblica mando spesso a reclutare parroci nella vicina Baviera. A ciò è forse dovuto la frequenza di parole dialettali bajuvariche nel contesto di una parlata foneticamente frisona; ciò che ha indotto troppo spesso dei frettolosi storici austro-bavaresi e sud-tirolesi a rivendicare per troppo scoperti interessi campanilistici, l’appartenenza di quest’area linguistica alla contermine regione a parlata bajuvaro-tirolese.
    Com'è facile rilevare in questo scritto della Società Filologica Veneta, con sedi a Venezia, Padova e Conegliano, sono evidenti la nostalgia dello Stato Veneto ed il tentativo di difesa di una lingua e di una cultura minacciata. E’ significativo il fatto che i dirigenti di tale associazione saranno i propugnatori della costituzione di un movimento politico etnico, la "Liga Veneta", che postula l’autonomia integrale e la concessione di un "pacchetto", a somiglianza di quello concesso alla minoranza tedesca del Sud-Tirolo.
    I "casoni" veneti, dei quali esistevano ancora degli esemplari ben conservati e abitati sino a una trentina d'anni fa, sono caduti negli ultimi anni vittime di colpevole incuria da parte delle autorità, che forse non hanno visto con rammarico il loro abbattimento e la loro definitiva scomparsa. Essi rappresentavano un'importante testimonianza della vera provenienza dei Veneti e dovettero essere sempre costruiti nello stesso modo, ispirandosi ad un'antichissima tradizione architettonica: la tipica abitazione nordica ad atrio. Erano civettuoli, caldi e confortevoli, col tetto di paglia, a spioventi molto ripidi, secondo la tradizione delle antiche capanne nordiche e con la fantasia non è difficile immaginare la bellezza dei primitivi villaggi veneti, nello stile di quelli che si trovano ancora in tutto il mondo germanico, nel nord della Francia e in buona parte dei paesi slavi.
    Da "La lingua veneta" - Società Filologica Veneta - Venezia.
    L. Woltmann: "Die Germanen und die Renaissance in Italien"- Dönner Verlag - Leipzig 1936.
    Gregorio Morelli: "Veneti e Polacchi: un legame che dura da tanti secoli". "Il Popolo" del 7.7.1985: "I1 popolo che circa 2000 anni prima di Cristo scese nelle nostre regioni, sarebbe il medesimo che si insediò tra le praterie e i boschi dell'antica Polonia".
    I Veneti ed i Friulani, assieme ai Toscani detengono il primato dell’altezza corporea fra gli abitatori di tutta la penisola.





















    Da: "NOI, CELTI E LONGOBARDI" di Gualtiero Ciola


    Edizioni Helvetia 1987-San Polo 3022-VENETHIA

  3. #3
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    http://freeweb.supereva.com/paflagon...n/index2.htm?p



    Dopo oltre 3000 anni dalla guerra di Troia e dalle narrazioni epiche dell’Iliade di Omero sugli "Enetoi" della Paflagonia… dopo 2000 anni dagli scritti di Tito Livio sul leggendario Antenore, fondatore di Padova…dopo un secolo di scoperte archeologiche sui Paleoveneti
    ALLE ORIGINI DEI VENETI: UN’AVVENTURA, UN VIAGGIO, UN OMAGGIO

  4. #4
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    ECCOCI QUA.
    TEMPO FA AVEVO SCANNERIZZATO IN OCR E INSERITO LE PAG. DI GUALTIERO CìOLA DEDICATE ALL'ANALISI DETTAGLIATA DELLE ORIGINI ETNICHE DEI VENETI.
    OVVIAMENTE,non che mi riguardi, MA IO SE FOSSI VENETO NON SEGUIREI SOLO QUESTE FAVOLISTICHE ORIGINI TROIANE,CHE FORSE TROPPO SPESSO SONO STATE USATE PER CREARE DIVISIONI A FAVORE DI ROMA.

    http://www.politicaonline.net/forum/...67#post2124267

 

 

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