Questa recensione è come un ritratto...
Edith Templeton
LE FRECCE DI CUPIDO
272 pp. Neri Pozza, euro 16
Il titolo, purtroppo, è la traduzione dell’originale,
e stona. Nulla di romantico,
infatti, nessuna passione travolgente. Ma
amore sì, sottile, inquieto. Strano. Anche
molto sensuale. Ma sempre accennato,
sotto le righe. Straordinariamente sotto le
righe. Nata nel 1916 a Praga, Edith Templeton
porta nel suo stile quel che di ineffabile
che è la Mitteleuropa, l’orgiastica
sensualità tutta controllata e sottile che sa
di Asburgo, velette e baci rubati a Malá
Strana. Ma poi, Edith Templeton diventa
inglese. Addirittura capitano dell’esercito
inglese, un’ausiliaria, durante la Seconda
guerra mondiale. Infine, sposata a
un medico, passa anni della sua vita prima
in India, poi in Nepal, a fianco del marito
archiatra personale addirittura del re
del Nepal. Una biografia che passa con
leggerezza nel flusso della sua penna,
molto apprezzata dal New Yorker che
pubblica i suoi racconti sin dai primi anni
Cinquanta. Amori, difficili, con uomini
di altre, spesso. Uomini sempre forti, massicci
decisi. Anche uomini dal ruolo strano.
Ora maggiori dell’esercito inglese con
tanto di moglie in casa, che le si coricano
a fianco nella camera accanto, la denudano
fino alla cinta e la immobilizzano, come
una piovra: “Capii che era l’immagine
di come dovrebbe essere l’amore: irrimediabilmente
in trappola, saldamente immobilizzato,
annegato nel letto e nell’acqua
e al tempo stesso culla e tomba”. Ora
spie sovietiche, ora pezzi grossi del regime.
Seguiti, obbediente, in un albergo, poche
ore dopo il rispettabilissimo incontro
in un rispettabilissimo caffè di Praga:
“Vieni?”, “Sì”. Null’altro e la notte di passione
neanche si indovina. Ma c’è stata. A
volte violentata, o quasi, ma senza rimpianti.
A quanto pare. Silenziosi, implosi,
gli uomini che la prendono. Nessuno pare
amarla, a parole, a gesti. La possiedono e
lei si rifugia in una strana immobilità di
preda catturata: “Era penetrato nel mio
labirinto interiore dove tutto era oscuro,
stupefacente e quasi sempre ignobile”.
Diverso, tra i sette racconti dipanati per
anni e decenni di solitudine apparente, il
ritorno al castello della nonna, in Boemia,
in una Cecoslovacchia ormai schiacciata
e posseduta dal grigio socialismo reale.
La Sala Austriaca, con gli affreschi panoramici
apparentemente ispirati alle montagne
di Salisburgo, il succedersi di stanze
e salotti che ora “appartengono ai lavoratori”
e di cui si occupa l’Accademia
delle Arti e delle Scienze. La guardiana la
interroga: “E quando usavate la Sala dei
Santi? Mai, era troppo tetra e deprimente”.
Ma il cane, che mai l’aveva vista, la riconosce.
Sa, sente, che lei era di casa.
Che donna !!!!![]()




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