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  1. #31
    Saloth Sâr
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    NIETZSCHE E L'ISLAM

    Il quadro nietzschiano dell'Islam è facilmente ricostruibile1. Nella prospettiva di Nietzsche, l'Islam è una religione affermativa sorta tra i ceti superiori di una razza forte ad opera di uno degli uomini più proiettati verso l'azione, Muhammad, il quale diede al suo popolo un codice completo di norme da seguire. L'Islam, secondo Nietzsche, avrebbe preso dal cristianesimo un solo elemento, la dottrina del giudizio, e ciò per soddisfare un bisogno di potenza e tener sotto controllo le masse. Per il resto, la "sacra menzogna" di Muhammad comprende quei concetti che stanno alla base di ogni costruzione religiosa (Legge, Volontà divina, Libro sacro, ispirazione) e, al pari di ogni altra religione, tiene occupati i "poveri di spirito" mediante la preghiera.
    Ma l'Islam, a differenza di altre religioni, attribuisce a Dio la potenza nella sua integralità, senza separare dualisticamente l'aspetto benefico da quello nocivo. Caratteristica dell'Islam è inoltre un'etica superiore che coltiva le tendenze nobili e virili pur non disdegnando le raffinatezze, tiene il corpo nella dovuta considerazione e attribuisce al sesso ed al pudore una dimensione sacrale. Questo dir di sì alla vita si è manifestato, in Spagna come in Oriente, in una civiltà grandiosa, meravigliosa e di gran lunga superiore alla civiltà occidentale. Tra coloro che lo compresero, vi fu il più grande degli Imperatori: Federico II. Nel contesto islamico, infine, hanno trovato spazio ordini iniziatici come quello degli "Assassini", che nei suoi ranghi più elevati realizzò la "libertà dello spirito".
    Questa rappresentazione, che secondo i criteri di valutazione nietzschiani risulta positiva e favorevole, non esaurisce tuttavia il significato del rapporto che intercorre tra Nietzsche e l'Islam. C'è ben altro. Se ne accorse, una sessantina d'anni fa, Muhammad Iqbal (1877-1938), un poeta, filosofo e uomo politico dell'India musulmana che fu, tra l'altro, amico dell'Italia e ammiratore di Mussolini.
    In un poemetto che si inserisce nella tradizione letteraria ispirata dal Viaggio Notturno e dall'Ascensione Celeste del Profeta Muhammad, Iqbal riferisce di un'esperienza spirituale che lo ha portato al di là dei cieli, ai limiti estremi del mondo manifestato. Qui il viaggiatore celeste incontra "un uomo dalla voce appassionata" che viene descritto così: "Il suo sguardo era più acuto di quello di un'aquila; il suo volto tradiva l'intimo ardore del cuore. Cresceva sempre più la febbre del suo petto, e aveva sulle labbra un verso che sempre ripeteva".
    "Chi è questo pazzo?" - chiede il poeta al suo accompagnatore celeste. Riportiamo la risposta nei suoi punti più salienti: "E' un saggio tedesco (...) un Hallâj senza corda e senza patibolo (...) Le sue parole furono ardite e il suo pensiero grandioso: spaccò in due gli Europei con la forza del suo dire. Nessun compagno trovò alla sua estasi: estatico, lo considerarono pazzo (...) Non vi era in Europa un uomo esperto nella Via, perciò la sua melodia eccedette la forza della corda del suo liuto. Nessuno indicò a quel viandante la via e cento inconvenienti occorsero al suo viaggio (...) Un amante che si perse nel suo sospiro d'amore, un viandante che si smarrì nel suo cammino".
    Nietzsche dunque, -è questa la diagnosi di Iqbal- date le circostanze storiche e geografiche in cui gli toccò di vivere, non poté trovare un maestro spirituale che gli trasmettesse l'insegnamento al quale inconsapevolmente aspirava, sicché andò incontro all'inevitabile catastrofe. Il maestro più adatto all' "equazione personale" di Nietzsche, secondo Iqbal, poteva essere Ahmad di Sirhind, un maestro vissuto nell'India musulmana del sec. XVI che venne ritenuto un restauratore (mujaddid) dell'Islam alle soglie del secondo millennio post Hegiram. Siccome lo shaykh Ahmad lottò contro le deviazioni panteiste di certi ambienti eterodossi, deviazioni che per Iqbal corrisponderebbero agli aspetti quietisti, evasionisti e rinunciatari del cristianesimo accusati da Nietzsche, quest'ultimo, "se fosse vissuto al tempo di Ahmad", avrebbe trovato la risposta più consona alla propria vocazione.
    Ma nessuno, prosegue Iqbal, insegnò a Nietzsche che la volontà di potenza può essere solo la partecipazione del servo di Allâh ad un Nome divino e che ciò comporta la realizzazione di un alto grado spirituale: "Volle vedere con un occhio esteriore il sacro amplesso dell'Amore con la Potenza. Volle che da acqua e fango spuntasse quella spiga che sola può germogliare dal seminato del cuore. Ciò che egli cerca è lo stadio della Potenza Divina e questo stadio sublime è al di là della ragione e della saggezza".
    Ed è proprio nella nozione di "servo di Dio" che culmina, si sublima e si perfeziona quel concetto cui Nietzsche dà il nome di Übermensch. Il "superuomo" dell'Islam, quell'uomo perfetto che è il Profeta Muhammad, viene infatti chiamato cabd , "servo" (Corano, XVII, 1) nel momento della sua massima esaltazione, che è quello in cui viene trasportato fino al Trono di Allâh.
    Veramente Übermensch è dunque, secondo Iqbal, colui che pienamente ed attivamente adegua la propria volontà alla Volontà divina.
    Vi sono, nel pensiero di Nietzsche, altre nozioni fondamentali che, come quella di Übermensch, trovano una loro puntuale rispondenza nella dottrina dell'Islam. Tale, ad esempio, è il caso della formula dell'amor fati, perno centrale della concezione nietzschiana della vita. Caratteristica dell'Islam è infatti la consapevolezza della totale dipendenza della manifestazione dal suo Principio: di qui quel tipico senso di fiduciosa accettazione di quanto per Volontà divina avviene nell'universo. Tale posizione, che non esclude affatto la responsabilità del singolo e che si accorda perfettamente con l'azione -come è dimostrato dalla storia stessa della civiltà islamica- potrebbe venire a buon diritto definita mediante un riferimento all'espressione nietzschiana, specialmente quando la serena accettazione del decreto divino (fatum) si traduce in amore per Allâh.
    Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte a proposito di altri elementi peculiari del pensiero nietzschiano, come ad esempio i concetti di Leben e di Wille zur Macht; che è, per l'appunto, quanto abbiamo cercato di fare in un nostro recente lavoro2.
    CLAUDIO MUTTI
    1. Si veda in particolare: Umano, troppo umano, parte seconda, af. 100 (Il pudore). Aurora, libro quinto, af. 496 (Il cattivo principio); libro quinto, af. 549 ("Fuggire se stessi"). La gaia scienza, libro primo, af. 43 (Che cosa tradiscono le leggi); libro terzo, af. 128 (Il valore della preghiera). Al di là del bene e del male, capitolo secondo, 30; capitolo quinto, 198. Genealogia della morale, saggio terzo, 2, 24. L'Anticristo, 21, 13. L'Anticristo, 42, 55, 59, 60. Frammenti postumi (1888-1889), framm. 14.195. Ecce homo, "Le Considerazioni inattuali", 2. La volontà di potenza, 287, 290, 291.
    2. C. Mutti, Nietzsche et l'Islam, Paris 1994.

  2. #32
    Saloth Sâr
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    Il capo dei Fratelli Musulmani ed il suo giudizio sull'olocausto
    .
    Il capo dei Fratelli Musulmani ha dichiarato nel Parlamento egiziano che il cosiddetto "Olocausto" è una leggenda inventata dai sionisti.

    24-12-2005

    Brotherhood chief calls Holocaust a myth
    Thursday 22 December 2005 2:22 PM GMT

    The head of Muslim Brotherhood, the main opposition force in Egyptian parliament, has echoed Iran's president in describing the World War Two Holocaust of European Jews as a myth.

    "Western democracy has attacked everyone who does not share the vision of the sons of Zion as far as the myth of the Holocaust is concerned," Mohamed Akef said in a statement on Thursday.

    Akef cited as evidence of Western intolerance the cases of Roger Garaudy, the writer who was convicted in France in 1998 of questioning the Holocaust, and David Irving, a British historian who faces similar charges in Austria next month.

    Mahmoud Ahmadinejad, the Iranian president, caused an international uproar when he said in a speech on 14 December that the Holocaust was a myth.

    An estimated six million Jews were killed by the Nazis and their allies between 1933 and 1945.

    Last week Mohamed Habib, the deputy leader of the Brotherhood, asked about Ahmadinejad's denial of the Holocaust, said reports of Nazi attempts to wipe out European Jews might have been exaggerated.

    "We don't have confirmed things to enable us to prove this matter or refute it," he said. "It needs documentation but what one can be sure of is that there were attacks on the Jews but not by means of gas chambers or perhaps not in these numbers or on this scale."

    But Habib said the debate was irrelevant to the situation of the Palestinians. "What the Jews propagate about there being a Holocaust has nothing to do with the way they treat the Palestinians on the land of Palestine," he said.

    US democracy

    Akef, whose group won 88 of the Egyptian parliament's 454 seats in elections in November and December, made his comment in an attack on the assertion by the US that it is promoting democracy in the Middle East.

    He said the US campaign was a cover for promoting its own interests and those of the Zionist movement in the region.

    "American democracy ... steers the world into the American orbit delineated by the sons of Zion, so that everyone must wear the Stars and Stripes hat and keep away from the Zionist foster child," he wrote in his weekly statement.

    Palestine

    He accused the US House of Representatives of hypocrisy when it threatened to cut off aid to the Palestinian Authority if the Islamist movement Hamas takes part in elections in January.

    He also criticised Javier Solana, the European Union foreign policy chief, for saying that Europeans might think twice about aid to the Palestinians if Hamas members were in parliament.

    Hamas says it is an extension of Egypt's Muslim Brotherhood, which was founded in 1928 and which renounced political violence inside Egypt decades ago.

    Hamas believes in armed struggle to replace Israel with an Islamic state.

    Reuters

    You can find this article at:


    http://english.aljazeera.net/NR/exeres/95F3E64C-5A43-4B89-B312-FE89142ECA15.htm

  3. #33
    Saloth Sâr
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    MUGIAHIDIN NELLA VALLE DEL PO (di Claudio Mutti )
    Se alquanto povera è la bibliografia relativa al capitolo storico della collaborazione politica e militare che intercorse tra il mondo dell'Islam e il Terzo Reich1, una "estrema scarsità di documenti"2 è stata a buon diritto lamentata per quanto concerne "quegli oscuri reparti mongoli" che nel secondo conflitto mondiale militarono al fianco degli eserciti dell'Asse.



    In realtà non di Mongoli si trattava, bensì di Turchi del Caucaso e dell'Asia centrale, schieratisi dalla parte dell'Asse dopo che il più autorevole esponente dell'Islam, il Gran Muftì di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî, ebbe proclamato il gihàd contro il giudaismo internazionale e le potenze con esso solidali. Se i mugiahidin allora operanti nella Valle del Po possono ancor oggi essere scambiati per "Mongoli", lo si deve al fatto che le etnie turco-tatare di alcune regioni centroasiatiche presentano caratteri somatici fortemente mongolizzati, tant'è vero che chi vide quei soldati rimase colpito da "gambette arcuate" e "occhietti di talpe"3 o "occhi a mandorla"4 e li ha descritti come "piccoli, brutti e rognosi asiatici"5. D'altronde, basterebbe osservare la fotografia riprodotta in un libro su Parma nella Repubblica Sociale, nella quale sono ritratti tre militari dalle sembianze mongolidi e tuttavia appartenenti a una popolazione di lingua turco-tatara e di tradizione islamica: si tratta infatti di "soldati musulmani della Türkestan originari del Kazakistan volontari nell'esercito germanico"6. A ingenerare la sommaria denominazione di "Mongoli" non fu dunque l'aspetto fisico dei Tatari di Crimea, né quello di una qualche etnia caucasica, turca o d'altro ceppo, bensì la facies esotica dei mugiahidin turco-tatari provenienti dall'Asia centrale. I cosiddetti "Mongoli" fiancheggiarono le truppe germaniche in alcune importanti operazioni antiguerriglia sull'Appennino. La loro presenza è attestata, ad esempio, nella battaglia di Montefiorino, avvenuta nell'estate del 1944. "Secondo informazioni da me non potute controllare -si legge nella relazione del "comandante" partigiano Mario Nardi- le forze attaccanti sarebbero risultate costituite da due divisioni tedesche (una probabilmente turcomanna in quanto nel settore nord gli attaccanti erano per la maggior parte di razza mongoloide) e due battaglioni di milizia fascista"7.
    Nella provincia di Parma, i combattenti turco-tatari parteciparono all'"operazione Totila", che ebbe luogo tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945. Nel quadro di tale operazione, cui presero parte anche alpini sciatori e bersaglieri italiani nonché soldati tedeschi del generale Fretter-Pico, "i musulmani della Türkestan, partendo dalla zona di Borgotaro, investirono a largo raggio il settore Ovest-Cisa muovendo verso nord in direzione di Salsomaggiore (...) I partigiani, strettamente marcati nel loro sganciamento verso la Val Ceno, si trovano tagliata la strada dalle truppe musulmane che il 2 gennaio hanno già raggiunto Ponteceno. Ai partigiani della 32a non resta che rifugiarsi a ridosso del confine piacentino"8. Nel suo diario di guerra, il generale Guido Monardi annotava: "I guerriglieri sospinti dai reparti della divisione Türkestan si ritirarono ovunque precipitosamente, camuffandosi e mimetizzandosi fra la popolazione civile"9.



    Il 10 gennaio 1945, un drappello di "Mongoli" incrociò tra Vianino e la fondovalle un folto gruppo di partigiani appartenenti alla 31a brigata Garibaldi, cui si erano aggregati alcuni renitenti di Varano Melegari.

    I "Mongoli" ebbero facilmente il sopravvento sulla banda, poi continuarono a rastrellare verso nord. Alcuni giorni più tardi ebbe luogo nel reggiano, tra Scandiano e Baiso, un vasto rastrellamento nel quale operarono diligentemente i legionari turchi.

    I "Mongoli" combatterono fino all'ultimo: poco prima del 25 aprile "reparti di cavalleria mongola provenienti dal fronte di Bologna, dopo aver tentato invano di attraversare il Po (...) salirono verso Barco e Montecchio tentando di varcare là il fiume, ma qui incontrarono squadre di partigiani parmensi, che li ostacolarono con una nutrita sparatoria la quale si tramutò ben presto in un violento combattimento"10.

    Il 28 aprile 1945 vengono inumati nel cimitero di Parma sei "militari tedeschi sconosciuti"; di un settimo soldato, seppellito in quel medesimo giorno, il registro cimiteriale ci ha però custodito il nome: Babajew Mamajakub.
    Era, evidentemente, un "Mongolo".






    * * *





    "Gli unici che io ritengo degni di fiducia sono i puri Musulmani, dunque i Turchi autentici"11, aveva detto il Führer il 12 dicembre 1942, discriminando nettamente tra le molteplici nazionalità minoritarie dell'URSS e quindi polemizzando con la Wehrmacht, la quale tendeva invece a mettere sullo stesso piano i popoli di religione cristiana (Ucraini, Georgiani, Armeni ecc.) e quelli di tradizione islamica.


    Fu tra l'ottobre e il novembre del 1941 che si formarono le prime unità combattenti di volontari turco-tatari e caucasici. Presso la Sicherungsdivision 444 si costituì un reggimento turco-tataro che sarebbe entrato in azione successivamente, tra la foce del Dnjepr e la Crimea, come Türk-Bataillon 444. Un altro gruppo di soldati dell'Armata Rossa originari dell'Asia centrale, dopo essere passato coi Tedeschi, diede vita a quell'unità che nel 1942 sarebbe diventata l'Infanteriebataillon 450, specializzato nell'attività antipartigiana. Nel campo di concentramento di Neuhammer, in Slesia, si formò invece il Sonderverband Bergmann, nel quale confluivano sia elementi musulmani (una compagnia azera e nordcaucasica) sia elementi cristiani (tre compagnie georgiane, un plotone armeno). In seguito a due successive azioni sul fronte caucasico (estate 1942 e gennaio 1943), la Bergmann incrementerà i propri effettivi grazie all'afflusso di nuovi volontari, sicché l'unità dovrà essere riorganizzata in tre battaglioni: uno georgiano, uno azero e uno nordcaucasico. Il primo e il terzo verranno trasferiti in Grecia, mentre gli Azeri andranno a fronteggiare l'insurrezione di Varsavia nell'agosto 1944. Infine, vi furono reparti di vario genere, tra i quali la Brigata Roller (20.000 uomini, per lo più türkmeni), la Divisione Montanari del Caucaso (7.000 uomini), una decina di battaglioni, oltre duecento compagnie autonome dislocate nelle retrovie, reparti d'autodifesa dei villaggi caucasici.
    Al fine di coordinare organicamente le formazioni di volontari caucasici e turco-tatari che si andavano costituendo, sorse nel febbraio del 1942 lo Stato Maggiore delle Legioni Orientali, al quale facevano capo sei legioni, per un totale di ottanta battaglioni: la Türkestanische Legion (26 battaglioni), che inquadrava volontari cazachi, chirgisi, usbechi, turcmeni, caracalpachi e di altre etnie; la Kaukasisch-Mohammedanische Legion, che diventerà poi la Aserbaidschanische Legion (14 battaglioni); la Nordkaukasische Legion (9 battaglioni), formata da legionari appartenenti a una trentina di etnie; la Wolgatatarische Legion (7 battaglioni); infine,
    costituite ambedue di elementi cristiani, la Georgische Legion (12 battaglioni) e la Armenische Legion (12 battaglioni). Parallelamente venivano addestrate in Ucraina altre cinque legioni (nordcaucasica, azera, turchestana, georgiana, armena), sicché parecchi altri battaglioni vennero raggruppati nella 162a Divisione di fanteria (nota anche come 162a Divisione Turkmena o Divisione Türkestan); dal maggio 1942 al maggio 1943 furono così schierati in campo altri 37 battaglioni.
    Ad arrivare in Italia, per contrastare l'invasione occidentale e il collaborazionismo partigiano, fu la 162a Divisione di fanteria, comandata dal Generalmajor Ralph von Heygendorff e forte di 35.000 uomini, Caucasici e Turco-tatari appartenenti a varie etnie. Nel maggio 1944, mentre la 162a
    abbandonava la Slovenia dove era stata inizialmente dislocata e impiegata in azioni antipartigiane, Himmler emanava l'ordine di istituire una divisione turca autonoma, per la quale era prevista la denominazione di Neu-Türkestan.
    Quello che si riuscì a realizzare, fu una formazione di quattro reggimenti comandata da un musulmano tedesco14 e con un corpo ufficiali composto prevalentemente di "legionari orientali". Dopo avere resistito in prima linea in Toscana contro gl'invasori, la Neu-Türkestan combatté contro i
    partigiani di Montefiorino ed eliminò la cosiddetta "zona libera"
    dell'Oltrepò pavese. Infine, negli ultimi mesi di guerra, la divisione musulmana fu schierata contro gl'Inglesi sulla costa romagnola.
    Altri gruppi armati si erano formati in Crimea, dove fin dai primi mesi del 1942 tremila volontari si organizzarono in otto Compagnie Tatare d'Autodifesa, mentre altri si arruolavano in diverse formazioni. Su una popolazione turco-tatara di circa 300.000 anime, si ebbero, entro il 1942,
    almeno 15.000 volontari, che successivamente diventarono 20.000; di questi, una buona parte venne inquadrata in otto battaglioni di Schutzmannschaften (poliziotti ausiliari). I mugiahidin della Crimea si dedicarono soprattutto alla repressione delle attività partigiane.
    Se al termine del conflitto i Tatari della Crimea arruolati a fianco dell'Asse erano 20.000, i volontari caucasici delle varie nazionalità, compresi Georgiani ed Armeni12, ammontavano a 110.000, mentre i Tatari del Volga (compresi i non tatari e non musulmani Mordvini e Ceremissi) erano 40.000 e i Turchi centroasiatici 180.000. In totale, 350.000 uomini, di cui
    circa 300.000 musulmani. I morti furono 117.00013.
    Morti? I mugiahidin avrebbero obiettato recitando il versetto coranico (III, 169): "Non ritenere morti coloro che sono stati uccisi sulla Via d'Iddio, ché invece son vivi presso il loro Signore e ricevon provvidenza".





    1. Laddove si prescinda dalla letteratura fiorita intorno alla figura del Gran Muftì di Gerusalemme, Hâjj Amîn al-Husseynî, che di tale collaborazione fu la personalità più autorevole ed emblematica, la bibliografia relativa è davvero povera. Il libro di H.W. Neulen An deutscher Seite (München 1985) riesce a contenere in poco più di una pagina i titoli delle monografie concernenti i rapporti della Germania nazionalsocialista con gli Stati e i popoli musulmani d'Africa e d'Asia. In italiano, fatta eccezione per qualche articolo su riviste difficilmente accessibili e qualche mezza pagina sparsa in volumi dedicati a temi più ampi, sembra che esistano solo gli studi di Stefano Fabei: La politica maghrebina del Terzo Reich (All'insegna del Veltro, Parma 1988) e Guerra santa nel Golfo (All'insegna del Veltro, Parma 1990), nonché il nostro Il nazismo e l'Islam (Ediz. Barbarossa, Saluzzo 1986), cui va aggiunta la ventina di pagine contenute nel ponderoso libro di Marzio Gozzoli Popoli al bivio (Ed. dell'Uomo Libero, Milano 1989).


    Sulla guerra d'indipendenza irakena del 1941 e sull'appoggio tedesco al governo di Bagdad, cfr. Mario Costa, Perché Hitler non lanciò i "parà" sul Medio Oriente?, "Storia illustrata", 140, luglio 1969 e anche Carlo De Risio, 1941 La prima "tempesta nel deserto", "Rivista Militare", nov.-dic.1991.


    2. Così Riccardo Bertani in Quegli oscuri reparti mongoli, "Gazzetta di Reggio", 21 maggio 1981. Dello stesso autore: Chi erano quegli oscuri reparti "mongoli" aggregati alle truppe germaniche?, "Notiziario ANPI", n.1-2, Reggio Emilia 1991. Per quanto attiene alle formazioni militari turco-tatare, la bibliografia è quella che segue: St. Georg, Die Fahnen der türkestanischen Freiwilligen-Verbände, "Zeitschr. für Heeres- und Uniformkunde", 1954; B. Hayit, Türkestan im Herzen Euroasiens, Köln 1980; J. Hoffmann, Die Ostlegionen 1941-1943. Türkotataren, Kaukasier und Wolgafinnen im deutschen Heer, Freiburg 1976; Ch. W. Hostler, Türken und Sowiets, Frankfurt 1960; E. Kirimal, Der nationale Kampf der Krimtürken, Emsdetten 1952; St. Martin, Die Abzeichen der Aserbaidschanischen Legion, "Zeitschrift f. H. u. U.", 1954; G. von Mende, Erfahrungen mit Ostfreiwilligen in der deutschen Wehrmacht während des Zweiten Weltkrieges, "Auslandsforschung", 1, Darmstadt 1952; O. Münter, Die Ostfreiwilligen, "Damals", 1979; F. W. Seidler, Zur Führung der Osttruppen in der deutschen Wehrmacht im Zweiten Weltkrieg, "WWR", 1970; J. Thorwald, Die Illusion, München-Zürich 1976.


    3. I. Petrolini, Nugae, Parma 1990, p.78.


    4. L. Garibaldi, Le soldatesse di Mussolini, Milano 1995, p.6.

    5. Espressione reiterata in M. Caffagnini, Bardi invasa dai mongoli. Quei "brutti" collaboratori dei nazisti, "Gazzetta di Parma", 25 febbr. 1991.(L'esempio è istruttivo: mostra come l'antifascismo e l'antinazismo possano legittimare tutto, anche quello che in altri casi verrebbe bollato come "razzismo della peggiore specie").



    6. F. Morini, Parma nella Repubblica Sociale, Parma 1989, p. 221.

    7. E. Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino, Bologna 1966, p. 405.

    8. F. Morini, op. cit., pp. 214-215.

    9. G. Pisanò, Storia delle forze armate della RSI, Milano 1982, vol. I, p.579.

    10. R. Bertani, I mongoli, servi dei tedeschi, "Gazzetta di Reggio", 30 maggio 1981.

    11. "Die einzigen, die ich für zuverlässig halte, sind die reinen Mohammedaner, also die wirklichen Türkvölker" (Hitlers Lagebesprechungen im Führerhauptquartier, a cura di H. Heiber, Darmstadt-Wien 1963, p. 46). Cfr. Hitler stratega, Verbali di conversazioni al Quartier Generale di Hitler,
    Milano 1966, p. 55, dove però la frase è tradotta in maniera approssimativa.



    12. J. Thorwald, Die Illusion, cit., p. 258.


    13. H.W. Neulen, An deutscher Seite, cit., p. 342 e p. 333.


    14. Al filoislamismo diffuso in alcuni ambienti nazionalsocialisti corrispose, a partire dagli anni '30, una serie di conversioni all'Islam, che si intensificarono nel periodo in cui il Gran Muftì di Gerusalemme risiedette a Berlino. Fu negli anni del Terzo Reich che il Congresso mondiale islamico ebbe una sezione tedesca; il periodico della comunità musulmana tedesca, la "Moslemische Revue", continuò a uscire fino al 1945. Gli altri periodici islamici pubblicati nella Germania nazionalsocialista furono appunto i giornali dei volontari turchi: "Azerbaican" (organo dei legionari azeri), "Kirim" (settimanale dei volontari turchi di Crimea, 1944-'45), "Yeni Türkistan", "Svoboda", "Türk Birligi" (giornali dei Turchi centroasiatici).

  4. #34
    EUROPA CRISTIANA
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    Citazione Originariamente Scritto da DaBak
    Grazie Saloth
    ora avanti gli altri...
    di solito sono circa 5,i personaggi filo-beduino,quindi non credo che abbia seguito il 3d
    andreas

  5. #35
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Why National-Socialism is Not Racist




    Street Vendor in Berlin, NS Germany
    Correctly defined and understood, National-Socialism is an ethnic philosophy which affirms that the different races, the different peoples, which exist are expressions of our human condition, and that these differences, this human diversity, should be treasured in the same way we treasure the diversity of Nature. National-Socialists believe our world would be poorer were these human differences to be destroyed through abstract ideas: through the creation of a socially-engineered cypto-Marxist society.
    Furthermore, National-Socialism is a pure expression of our own unique Aryan ethics, based as these ethics are upon the idealism of duty to the folk, duty to Nature, and upon the nobility of personal honour.
    National-Socialism is a way of living which affirms that the purpose of our lives is to contribute to evolution in a positive way. We contribute to evolution when we do our duty to our folk, since our folk (our race and culture) is our connection to Nature: how Nature is manifest in us as human beings.
    National-Socialism expresses the natural truth that the living being which is Nature works to produce diversity and difference: that the evolution of Nature is a bringing-into-being of more diversity and more difference.
    For our own, human, species this diversity of Nature is evident in the different races which exist, and in the different cultures which these races develope over time.
    National-Socialism values this diversity and difference, and states that we should not only strive to maintain and aid this diversity, but also encourage the peoples and cultures which express this diversity and difference to continue to develope and evolve, for by so developing and evolving race and culture we are aiding the evolution of Nature and thus fulfilling our potential, as human beings.

    The Ethics of National-Socialism: Treating Other Races With Respect

    According to National-Socialist ethics, what is good is what is honourable, what aids Nature and the living beings of Nature (such as our own race), and what aids the evolution of the cosmos itself. Our duty is to do what is honourable and what aids Nature, the living beings of Nature, and the cosmos, even if doing this duty makes us, as individuals, unhappy, or even if it means our own death. Furthermore, the happiness of the majority, of other people, comes second to this duty.
    The perspective of National-Socialist ethics is that of Nature - and indeed of the cosmos itself of which Nature is but a part. The perspective of all other ethics is the perspective of the individual, of their happiness, their winning of some reward in this life or the next.
    In addition, National-Socialist ethics - being based upon the ideal of personal honour - means and implies that we National-Socialists must strive to treat all people with courtesy and respect, regardless of their race and culture. This alone disproves the lie of National-Socialism being "racist", just as the true history of National-Socialist Germany (as opposed to the lies about NS Germany) proves how honourable and respectful genuine National-Socialists were toward others races and cultures.


    National-Socialist Germany:
    The government and officials of National-Socialist Germany strove hard to uphold and live by the ethics of National-Socialism, as did every genuine National-Socialist, even after the defeat of NS Germany in what has become known as the First Zionist War.
    Thus, in NS Germany, groups such as Muslims and Buddhists were accorded full respect, and allowed to practise their religion freely. In the pre-war years, NS Germany helped organize a pan-Islamic world congress in Berlin. Berlin itself was home to thriving Muslim and Buddhist communities, of many races, and the Berlin Mosque held regular prayers even during the war years, attended by Arabs, Indians, Turks, Afghans and people of many other races. Indeed, the Berlin Mosque was one of the few buildings to survive the lethal, indiscriminate, bombing and bombardment, and although damaged, it was clearly recognizable as a Mosque amid the surrounding rubble.

    NS Germany was home to exiles from many races, including respected individuals such as Subhas Chandra Bose, leader of the Indian National Army, and Mohammed Amin al-Husseini, the Grand Mufti of Jerusalem. Both received significant financial support from the German government and both enthusiastically collaborated with Hitler.


    Indian Volunteer Training in NS Germany

    There was also, of course, the alliance with Japan, and while the Allies - and particularly the Americans - were revvelling in and spreading derogatory anti-Japanese propaganda (many American GI's thought "the Japs" were not human) the Germans were extolling their virtues and regarded them as "comrades-in-arms". While the Germans honoured Admiral Isoroku Yamamoto with one of their highest decorations for gallantry, a Knights Cross with Oak Leaves and Swords, American GI's ruthlessly exterminated Japanese soldiers, it being common practice for them to "take no prisoners" and execute any Japanese soldier who surrendered. Incidentally, two other Japanese warriors were also honoured by Germany by being awarded the Knights Cross with Oak Leaves.


    Isoroku Yamamoto

    There was also, of course, the links between NS Germany, the SS, and various Muslim and Arab organizations, even before the First Zionist War. For instance, the Egyptian Greenshirt organization revered both Mussolini and Adolf Hitler, while Hassan Al-Banna, the founder of the Muslim Brotherhood (which lives on to this day in organizations like Hamas), made several complimentary remarks about Hitler. There was also a pro-National-Socialist coup attempt in Iraq, led by Rashid Ali.
    Thus, while the British in Egypt and Palestine were treating the Arabs as conquered subjects, the Germans were treating them as equals, as comrades, and respecting their culture, and even to this day in places like Egypt many Arabs fondly recall their meetings with these "nazis". In fact, Egypt was to become something of a haven for National-Socialists after the War, with hundreds of former SS and German officers helping the post-War anti-British government of Gamal Abdal Nasser, who was associated with the Muslim Brotherhood and a relative of the Egyptian publisher who published an Arabic version of Mein Kampf.
    These SS and German officers included Major General Otto Ernst Remer, Joachim Däumling, former Gestapo chief in Düsseldorf, and SS Officer Bernhard Bender, who allegedly also converted to Islam.

    Most revealing of all, perhaps, are the friendly links between NS Germany, the SS, and various Jewish organizations. SS Officer Adolf Eichmann was known to have travelled to Palestine in the years before the war where he met Jewish settlers, Jewish leaders, and German agents. His relations with these Jews were always very cordial and friendly.


    Of particular interest is the attempt, in 1941 (52yf) by the Jewish group Irgun Zevai Leumi (known to the British in Palestine as the Stern gang) to collaborate with Hitler and Germany:
    "On condition that the German government recognizes the national aspirations of the 'Movement for the Freedom of Israel' (Lehi), the National Military Organization (NMO) proposes to participate in the war on the side of Germany..." [Document number E234151-8 at Yad Vachem in Jerusalem.].
    The German NS government, however, refused to recognize such Jewish "national aspirations" since it conflicted with the policy of their ally Mohammed Amin al-Husseini who was opposed to the establishment of a Jewish State in Palestine. Thus, the attempted Jewish collaboration failed.

    Conclusion:

    To quote Waffen-SS General Leon Degrelle:
    " German racialism meant re-discovering the creative values of their own race, re-discovering their culture. It was a search for excellence, a noble ideal. National Socialist racialism was not against the other races, it was for its own race. It aimed at defending and improving its race, and wished that all other races did the same for themselves. That was demonstrated when the Waffen SS enlarged its ranks to include 60,000 Islamic SS. The Waffen SS respected their way of life, their customs, and their religious beliefs. Each Islamic SS battalion had an imam, each company had a mullah. It was our common wish that their qualities found their highest expression. This was our racialism. I was present when each of my Islamic comrades received a personal gift from Hitler during the new year. It was a pendant with a small Koran. Hitler was honoring them with this small symbolic gift. He was honoring them with what was the most important aspect of their lives and their history. National Socialist racialism was loyal to the German race and totally respected all other races." Leon Degrelle - Epic: The Story of the Waffen SS (Lecture given in 1982). Reprinted in The Journal of Historical Review, vol. 3, no. 4, pp. 441-468.

    Muslim SS


    I myself have saught to understand the purpose of our lives, as human beings, and so studied, first-hand in a practical way, most of the major religions of the world - Buddhism, Taoism, Hinduism, Christianity, Islam - as well as philosophy from Aristotle to Heidegger, literature from Homer to Mishima, and science from its earliest beginnings.
    I have spent long hours, day after day, often week after week and sometimes month after month, talking with Muslim scholars, Buddhist and Taoist Masters, Christian priests and theologians, Hindu ascetics, and a multitude of ordinary people of different faiths, cultures, and races. My very life, my very experiences among the different cultures, the different faiths, of the world, reveals the truth of National-Socialism: its desire for harmony, honour, and order. My own life, my experiences, my National-Socialist writings, expose the propaganda lies of those opposed to National-Socialism: those social engineers who have saught, and who do seek, through the usury of a world-wide consumer-capitalism, to exploit this planet and its peoples and so destroy diversity and difference and everything that is noble and evolutionary.
    A true, a genuine, National-Socialist does not go around "hating" people of other races just as National-Socialists are not disrespectful of the customs, the religion, the way of life, of people of other races.

    As I have said and written many times, we National-Socialists respect other cultures, and people of other races, because we uphold honour. Honour means being civilized; it means having manners: being polite; restrained in public and so on. Honour means treating people with courtesy and respect, regardless of their race and culture.
    We National-Socialists express the view that a person should be proud of their own culture and heritage, respectful of their ancestors and their ancestral way of life, and accept that other peoples have a right to be proud of their own culture and heritage as well. The ideal is a working toward mutual understanding and respect.
    Our duty, as Aryans, is to uphold and strive to live by our own Aryan values of personal honour and loyalty to our folk.


    David Myatt
    111yf

  6. #36
    DaBak
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    Citazione Originariamente Scritto da andreas
    di solito sono circa 5,i personaggi filo-beduino,quindi non credo che abbia seguito il 3d
    Nessuno ti ha chiamato...Ciao...guardati Argentina-Messico e non rompere le palle...

  7. #37
    EUROPA CRISTIANA
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    Citazione Originariamente Scritto da DaBak
    Nessuno ti ha chiamato...Ciao...guardati Argentina-Messico e non rompere le palle...
    abbassa la voce zingaro
    andreas

  8. #38
    DaBak
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da andreas
    abbassa la voce zingaro
    NON ROMPERE LE PALLE!!!
    COSI VA BENE?

  9. #39
    EUROPA CRISTIANA
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    Citazione Originariamente Scritto da DaBak
    NON ROMPERE LE PALLE!!!
    COSI VA BENE?
    sei stato gia' contaminato dall'arroganza beduina,non vuoi mica pensare di islamizzare anche il forum?
    questi sono i primi sintomi che si avvertono,vendendosi a loro...
    sveglia fratello ITALIANO
    andreas

  10. #40
    ulfenor
    Ospite

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    L'Islam a viso scoperto. Note sull'intervista allo sceicco Pallavicini su Julius Evola
    di Giovanni Damiano

    Il “Corriere della sera” del 5 luglio 2000 ha ospitato nelle pagine culturali, dandogli ampio risalto, un articolo-intervista di Sandro Scabello dedicato a Felice Pallavicini, che, oltre ad essere presidente di una confraternita islamica milanese, il Co.re.is., è ambasciatore della moschea di Roma presso il Segretariato vaticano per il dialogo interreligioso e membro del consiglio dei saggi della grande moschea di Parigi; insomma, si tratta di un esponente di assoluto rilievo della comunità islamica italiana, e non solo. Ora, questo articolo-intervista, che giunge improvviso e inaspettato (nel senso che nei giorni e nelle settimane precedenti non erano comparsi sul “Corriere della sera” altri articoli, inchieste o commenti in qualche modo attinenti alle questioni affrontate nell’intervista), ha un titolo alquanto “strano” (a dir poco): Pallavicini: Evola, traditore dello spirito.

    Ma andiamo con ordine: innanzitutto l’articolo ricapitola sommariamente la biografia di Pallavicini. Due dati emergono immediatamente: Pallavicini, nato nel 1924, esibisce subito un bel certificato d’antifascismo: è stato partigiano monarchico ed ha, per di più, rischiato la fucilazione; inoltre è un seguace di René Guénon. Non solo, perché, a quanto si rileva dall’articolo medesimo, proprio “l’essere sfuggito per un soffio alla fucilazione”, spinge il Pallavicini ad incontrare...Evola! Insomma, nonostante il suo “radicato antifascismo”, Pallavicini si avvicina ad Evola, a quanto pare per poter “verificare se Evola fosse davvero il Guénon italiano”. Per inciso, ma ci ritorneremo, Evola è presentato come “l’ideatore del razzismo dello spirito”; in più vengono citate due sue opere: Imperialismo pagano e Rivolta contro il mondo moderno (citazioni non casuali, visto che nella scheda su Evola che accompagna l’intervista vengono segnalati appunto Imperialismo pagano, unico testo seguito da un brevissimo accenno al suo contenuto, accenno relativo alla proposta di “modelli anticristiani”, 'Rivolta contro il mondo moderno', 'Il mito del sangue', 'Gli uomini e le rovine', 'Cavalcare la tigre' ( nota 1 ); non manca, inoltre, essendo ovviamente funzionale alle tesi avanzate nell’intervista, un riferimento al processo dei Far). Il resoconto biografico continua, inframmezzato da descrizioni tanto retoriche da ricordare certi libri dell’epoca fascista sul Graziani conquistatore della Tripolitania (il Pallavicini “a 75 anni, la lunga barba bianca, ha conservato l’espressione vigorosa. La tradizionale jallabia che lo avvolge fino ai piedi ne accentua l’apparenza orientale”). Pallavicini ammette che è stato Evola “fra i primi a indirizzarlo verso l’Islam e il sufismo”, il che è, a ben vedere, una grande lezione, da parte di Evola naturalmente, di antidogmatismo e di ampiezza di vedute. Ma ecco partire le accuse: Evola sarebbe stato “attaccato dai germi corrosivi dell’antitradizione”, sarebbe, inoltre, “scivolato su tendenze occultiste ed esoteriche” costituenti una mera “parodia della spiritualità”, sino a giungere “a tradire il pensiero di Guénon che con la sua ortodossia religiosa resta il vero depositario della Tradizione”. Anzi, incalza Pallavicini, in quello che viene presentato come “un atto di accusa senza appello”: “la spiritualità, secondo Guénon, deve riportare l’uomo a Dio, mentre la tradizione italico-greco-romana serve ad Evola per cementare il piedistallo politico-ideologico del suo superuomo senza alcuna finalità religiosa”. Inoltre, sempre Pallavicini, pur riconoscendo, bontà sua, che “Evola non è stato il capo di una banda di dinamitardi”, arriva ad affermare che “quando si parla di nichilismo, di Nietzsche, di rivolta contro il mondo moderno, di superuomo, bisognerebbe sempre aver presente l’influenza che un certo tipo di indottrinamento esercita sui giovani. Da studiosi a teorici del terrorismo il passo è breve”. L’esito ultimo di un simile discorso non può che essere radicalmente negativo: “l’evolismo ha prodotto fascismo, razzismo e antisemitismo. La rivolta ha senso solo se alla distruzione segue la ricostruzione, ma Evola ha badato solo a distruggere, a differenza di Guénon che ha ricostruito la Tradizione, ancorandola a valori di purezza celestiale ed angelica [sic]”.

    Fin qui il discorso su Evola. Ma l’articolo-intervista prosegue. Pallavicini sostiene che “gli stessi problemi” riguardano il fondamentalismo islamico. Di qui l’esortazione che “come tradizionalisti veri dobbiamo combattere il fascismo islamico [sic], il cancro dei sedicenti fratelli musulmani”, i quali, incredibile ma vero, sarebbero “imbevuti delle concezioni di un orientalismo fasullo, attizzato a volte dagli stessi occidentali, che vogliono islamizzare il mondo per sottometterlo ai vari partiti politici”. È chiaro poi, ça va sans dire, che quello del Pallavicini è un “Islam interiore, spirituale”, che non avanza “rivendicazioni politiche, sociali o nazionali” e che, e non poteva essere diversamente, rappresenta “l’Islam ortodosso”. Di poi, parole che dovrebbero allarmare non poco cristiani ed ebrei, il Pallavicini continua affermando candidamente che “per noi sono musulmani anche cattolici ed ebrei, esprimono diversamente la stessa fede nello stesso Dio”. Ancora: all’osservazione riguardante le affermazioni di Don Gelmini sul pericolo Islam, si arriva all’apoteosi: “il Servo dell’Unico si liscia la folta barba. Non perde il sorriso” e così risponde: “nella religione musulmana non esiste coercizione, il voler convertire appartiene al fanatico. Bisogna saper distinguere fra religione e integralismo”. Eccezionale! Non solo: ovviamente è la Chiesa cattolica ad avere “un atteggiamento di chiusura”. All’ultima domanda sui cattivi maestri di oggi la risposta è ancora una volta di una sconcertante ovvietà: i cattivi maestri sono immancabilmente “i nuovi guru del buddismo, della New Age, dello pseudozen”. Anzi, conclude Pallavicini, gli occidentali “dovrebbero tenere a mente le parole del Dalai Lama: voi occidentali non avete bisogno di convertirvi, non tanto perché non c’è più necessità del buddismo, ma perché non riuscirete mai a capire la spiritualità orientale”; così, e servendosi delle stesse parole del Dalai Lama, il buon Pallavicini cerca di “scalzare” un pericoloso avversario nella corsa alle conversioni.

    Adesso il commento: innanzitutto è bene sgombrare il campo da una impostazione fuorviante, quella, cioè, imperniata sull’ennesima difesa di Evola dalle accuse di essere stato il “cattivo maestro” della destra eversiva. Non ci vuole molto, infatti, per capire la strumentalità delle accuse di Pallavicini. Pertanto, rispolverare le usuali letture sull’Evola del tutto lontano dal ruolo assegnatogli dal Pallavicini significa soltanto fare il gioco di quest’ultimo, chiudersi esclusivamente a difesa e perdere di vista i più profondi significati contenuti nell’articolo. Evola, infatti, è un semplice pretesto per ottenere risultati ben più sostanziosi. E, d’altronde, basta poco per dimostrarlo. Accusare l’autore di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo di “occultismo” è semplicemente ridicolo. Ricordare solo determinate opere evoliane è chiaramente capzioso. Passare sotto silenzio il lunghissimo rapporto diretto intercorso tra Evola e Guénon, testimoniato da lettere, traduzioni, articoli elogiativi di Evola (basti ricordare, fra tutti, Un maestro dei tempi moderni: René Guénon, apparso nel 1935 su “La Vita Italiana”), collaborazioni dello stesso Guénon al quotidiano cremonese “Il Regime Fascista” (collaborazione durata dal febbraio 1934 al febbraio 1940 e richiesta personalmente da Evola, per un totale di venticinque articoli, ora integralmente ripubblicati in R. Guénon, 'Precisazioni necessarie'. I saggi di Diorama-Regime fascista, Edizioni di Ar, Padova, 1988) denota la cattiva fede del Pallavicini. Mettere assieme, con grande disinvoltura concettuale, nichilismo, Nietzsche e il superuomo e la rivolta contro il mondo moderno è testimonianza certa solo di una notevole confusione mentale (o di semplice ignoranza). Veniamo, pertanto, ai punti davvero decisivi, che sono perlomeno tre: Pallavicini 1) si serve di Evola per promuovere una immagine rassicurante dell’Islam; 2) attacca Evola sul versante della Tradizione perché sa che lo stesso Evola è l’unico ostacolo ad una piena vittoria dei “guénoniani” islamici. In breve, una volta “scomunicato” definitivamente Evola, la Tradizione diviene libero “territorio di caccia” per i “guénoniani” islamici; il passo successivo è elementare: se essere tradizionalisti significa essere guénoniani e se essere guénoniani significa essere islamici, è evidente l’obiettivo che Pallavicini vuole raggiungere; 3) cerca comunque, al di là delle critiche, di ingraziarsi i cattolici (espliciti, in tal senso, i rimandi a Imperialismo pagano, accompagnati ai riferimenti a new age e buddismo, “correnti” spirituali a cui, prescindendo ora dal loro effettivo “valore”, la Chiesa guarda con innegabile timore). E’ poi evidente che Pallavicini si sia servito dell’articolo-intervista non solo per far guadagnare spazio alla sua comunità (il Co.re.is., per intenderci) all’interno del mondo musulmano italiano, ma anche per proporsi (o per riaffermarsi come tale, visto l’incarico che già ricopre) come interlocutore privilegiato o comunque affidabile.Tutto questo a danno di Evola, probabilmente scelto come occasionale, e in fondo facile, bersaglio, grazie alle lontane frequentazioni avute con lui dallo stesso Pallavicini e che servivano per dare, come dire, un “tocco di autenticità” alla cosa, il che, è risaputo, non guasta mai.

    Articolando più in dettaglio le riflessioni sopra riportate: in primis, il tentativo di Pallavicini di accreditare una immagine assolutamente non preoccupante dell’Islam è sin troppo scoperto. Sottolineare, infatti, il razzismo, il fascismo e l’antisemitismo di Evola non ha altro significato. Per non parlare poi del delirante discorso sul fondamentalismo, in cui, accanto a spropositi pseudocomplottistici (che può mai significare il parlare di “occidentali che vogliono islamizzare il mondo per sottometterlo ai vari partiti politici”? Debbo confessare che per quanti sforzi abbia fatto la cosa mi risulta assolutamente incomprensibile), si ritrovano accuse spinte tanto oltre nella ricerca di una qualche captatio benevolentiae da risultare nemmeno incongrue quanto, molto più semplicemente, grottesche: alludo al “fascismo islamico”. In tutta sincerità mi ero convinto, col passare degli anni, che la moda di etichettare come fascista qualsiasi cosa non riscuotesse le nostre simpatie fosse oramai finita. Evidentemente mi sbagliavo. Di poi, altri dettagli che confermano il quadro sin qui tratteggiato: il rimando ad un Islam puramente interiore, sovranamente lontano da qualsivoglia rivendicazione, alieno dalle conversioni, scevro da fanatismi, pronto a riconoscere le altre religioni. Una immagine da Arcadia, però singolarmente in contrasto, guarda caso, con l’aumento esponenziale degli islamici in Italia, con l’edificazione di sempre nuove moschee, con la continua richiesta di “piattaforme rivendicative” (tra le tante, quella sulla scuola, di cui Pallavicini dovrebbe ben ricordarsi, articolata sui seguenti punti: uso dello chador nelle aule scolastiche, attenzione, nelle mense, alle consuetudini alimentari del mondo musulmano, rigida separazione tra maschi e femmine durante le lezioni di educazione fisica, possibilità di studiare il Corano e, infine, corsi di studio e perfezionamento della lingua araba). Insomma, si tratta di una presenza, quella islamica in Italia, che non mi sentirei proprio di definire “interiore”. E poi come passare sotto silenzio dei particolari così preziosi, quali l’affermazione di Pallavicini che il suo gruppo rappresenta “la spiritualità ecumenica”? Tanto ecumenica che, in fondo, “sono musulmani anche cattolici ed ebrei”. Piccole spie, sulle quali meditare. In merito a Guénon il discorso è altrettanto palese. È probabile che a Pallavicini di Guénon importi ben poco. Anzi, diciamo meglio: a Pallavicini la cosa che davvero interessa di Guénon è la sua conversione all’Islam. Tutto il resto è secondario. Sarebbe, infatti, sin troppo facile mostrare la siderale lontananza di Guénon dalle mitologie della modernità, oppure sottolineare il fatto che non ha senso criticare, come fa Pallavicini, la “rivolta” evoliana contro il mondo moderno in nome di un Guénon, visto che proprio quest’ultimo è l’autore di quel limpidissimo atto d’accusa intitolato La crisi del mondo moderno, oppure segnalare la straordinaria attenzione dedicata da Guénon all’induismo o molto altro ancora. Ma non servirebbe a nulla, perché tutto il discorso di Pallavicini è teso esclusivamente all’Islam e, in fondo, anche Guénon è un mero pretesto, al pari di Evola. Solo che Guénon, essendosi convertito all’Islam, è funzionale alle tesi di Pallavicini. Tutto qui. Per essere ancora più chiari: tutto l’articolo è una formidabile manipolazione e di Evola e di Guénon, in nome dell’unico e unilaterale interesse che sta davvero a cuore a Pallavicini: l’Islam. E quel che conta è poter dire che “Guénon resta il vero depositario della Tradizione” e che “come tradizionalisti veri dobbiamo combattere il fascismo islamico”. Ecco il punto: allontanare Guénon da Evola, dopo aver previamente accusato quest’ultimo dei peggiori crimini ideologici, significa poter rendere credibile la seguente correlazione: Guénon = vera Tradizione = antifascismo = vero islamismo. Il termine ultimo è ovviamente l’Islam, depurato delle sue “tossine” e reso del tutto accettabile. E il fatto che il più diffuso e importante quotidiano italiano si sia prestato a diffondere il “verbo” di Pallavicini la dice lunga su quella “accettabilità”.

    In via di conclusione: che quella di Pallavicini sia una prova della forza che oggi le comunità islamiche mostrano di avere è indiscutibile. Non si giocano in modo così protervo e, soprattutto, così manifestamente “sporco”, le proprie carte se non si è sicuri di ottenere alti dividendi. Questa mi sembra una constatazione desolata ma realistica. A ciò va aggiunto l’alto profilo, per così dire “istituzionale”, del personaggio in questione. Ben diverso peso avrebbero avuto queste dichiarazioni se fossero venute da un oscuro musulmano. E ben diverso peso, perché Pallavicini è per di più un italiano convertito all’Islam e quindi le sue parole acquistano (e la cosa è ovviamente voluta) un ulteriore e, diciamolo francamente, insidioso significato. Però, more solito, anche da simili occasioni è possibile ricavare insegnamenti positivi. Non c’è nemmeno bisogno di molte parole. Infatti le affermazioni di Pallavicini si commentano da sole, ma sarebbe davvero grave se anche uno solo non si accorgesse della loro pericolosità. Una tale opportunità non va sprecata. Quella di Pallavicini è una “scelta di campo” che non dev’essere minimizzata né, tantomeno, deve lasciare indifferenti. Adesso si sa a cosa si va incontro. E, ultimo punto ma essenziale: da dove riceve la forza Pallavicini? Da cosa viene legittimato? Cosa c’è dietro Pallavicini? Se Pallavicini fosse espressione di un gruppuscolo sparuto e insignificante ci saremmo affaticati nel denunciare le sue imposture? La risposta è semplice e drammatica: dietro Pallavicini c’è l’immigrazione extraeuropea. È soltanto grazie ad essa che gli islamici hanno oggi in Italia una forza impensabile già solo una diecina d’anni fa. E si tratta di una immigrazione in crescita record (aumento del 13,8% solo nell’ultimo anno) e con alti tassi di natalità. Una immigrazione che non è “una assicurazione sulla vita per il Bel Paese del terzo millennio” come si affanna a ripetere il solerte G. Bolaffi sul “Corriere della sera” del 12 luglio 2000 (è chiaro che per l’ineffabile Bolaffi l’Italia è soltanto un mero luogo geografico da ripopolare, indifferentemente, con chiunque) ma la certa assicurazione della morte dell’Italia, essendo per noi evidente che una Italia in cui gli italiani “autoctoni” siano ridotti a tragica minoranza sarà tutto tranne che il nostro paese. Questo è quanto, questo è tutto.

    Note

    Nota 1 ( torna al testo )
    Indicazioni bibliografiche relative ai testi evoliani citati nella scheda: Imperialismo pagano, Edizioni di Ar, Padova, 1996; Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1998; Il mito del sangue, II ed., del 1942, accresciuta e riveduta, Edizioni di Ar, Padova, 1994; Gli uomini e le rovine, Settimo Sigillo, Roma, 1990; Cavalcare la tigre, Mediterranee, Roma, 1995.

 

 
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