Capitolo 1. Scandalo SISMI
Arrestato Mancini, uomo ai vertici del Sismi
In manette in Italia uno dei massimi dirigenti del controspionaggio, Marco Mancini. Il suo arresto, e il mandato d arresto per altri funzionari, un italiano e quattro americani, rientrano nell'inchiesta della procura di Milano sul sequestro di Abu Omar.
L'agente è sospettato di aver aiutato la Cia a mettere le mani sul cittadino di origine egiziana, imam in una moschea del capoluogo lombardo. Nel 2003 venne rapito, trasferito in Egitto e torturato.
Per gli inquirenti italiani Abu Omar aveva legami con al Qaida e reclutava combattenti da inviare in Iraq. Il suo sequestro rientrerebbe nella guerra al terrorismo lanciata dagli Usa, le cui modalità sono state denunciate dal rapporto Marty, lo scorso giugno.
Il responsabile dell'inchiesta europea sulle prigioni segrete della Cia punto' il dito contro 14 paesi che avrebbero collaborato coi servizi americani, fornendo loro appoggio logistico. Lo studio di Marty ha inoltre denunciato le frequenti violazioni dei diritti umani
Quella patacca del Sismi
per infangare Prodi
In questa storia del sequestro illegale di Abu Omar, di azioni storte del Sismi, di dossier abusivi, di disinformazione, della sprovvedutezza del suo direttore (quel benedetto uomo non sa mai nulla di quanto accade fuori e dentro casa sua), il governo si muove - nelle prime ore - come un estraneo in una stanza buia. Si agita. Cerca, a braccia protese, un muro a cui appoggiarsi. Lo trova. Non se ne fida. Cerca un'altra posizione. Senza farla tanto lunga, pare di poter dire che Romano Prodi, all'annuncio della bufera che soffia sulla nostra intelligence, non trovi subito il passo giusto. Non immagina dove si trova, con chi si trova e perché.
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C'è un altro capitolo che interroga la qualità della nostra democrazia e chiede di comprendere meglio la funzione, le responsabilità, il programma dell'"ufficio riservato" del Sismi di via Nazionale 230. Undici stanze all'attico. Cinque computer. Una babele di file, dossier, faldoni, appunti sparsi. Schede su magistrati, politici, giornalisti. Per esempio, analisi sul "confronto politico" nell'Associazione nazionale magistrati nel primo anno del governo Berlusconi, con una minuziosa biografia di Edmondo Bruti Liberati, poi presidente del sindacato delle toghe.
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Un nemico di Pio Pompa e di "Fonte Betulla" è Romano Prodi. Giugno di quest'anno. L'uomo di via Nazionale chiede al giornalista di scrivere una cronaca contro il presidente del Consiglio, di afferrare il nome di Prodi e di cacciarlo nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo responsabile politico della svendita della sovranità nazionale. "Ti mando un documento, poi ti dico come fare..." dice Pompa a "Betulla". L'articolo è pubblicato venerdì 9 giugno. Pagina 13. Titolo: "Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto Prodi". Sommario: "Rivelazione. Gli spostamenti dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d'Europa, ma dalla commissione guidata dal Professore".
Incipit. "Abbiamo uno scoop...". Ultimo paragrafo. "Siamo allo scoop. La legislazione americana (...) prevede che la Cia operi all'estero anche senza avvertire i Paesi coinvolti, pur ammettendo che (...) si violi la sovranità nazionale. Dunque la Cia ha legalmente operato in Italia dal punto di vista americano. Non ha ottenuto nessun consenso dal Sismi e dal governo (Berlusconi), quando chiese collaborazione nel novembre del 2001. Ma quello che è stato bocciato dall'Italia è stato con un ghirigoro linguistico accettato dalla Commissione europea di Romano Prodi. Ad Atene si incontrarono esponenti del Dipartimento di stato e della Commissione europea. Risultato: la "New Transatlantic Agenda". (...) Di quelle operazioni di sequestro e trasferimento, più che a Berlusconi bisognerebbe chiedere conto alla Commissione Europea".
L'operazione e il metodo di lavoro sono espliciti. Il "creatore di favole" di via Nazionale estrae un documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l'attenzione della pubblica opinione e del ceto politico dalle responsabilità del governo Berlusconi e del Sismi alle decisioni di Romano Prodi e agli accordi della commissione europea. "Fonte Betulla" esegue. Il "creatore di favole" appare soddisfatto del suo lavoro mentre conversa con il suo (unico) Capo.
Farina: «Confesso, ho dato una mano al Sismi»
«Non sono salito sull'elicottero per raccontare dall'alto, come i terroristi islamici seminano il terrore. Ma ho cercato di difendere questo nostro Paese e la sua civiltà cattolica»
ROMA. «Confesso, ho dato una mano ai nostri servizi segreti militari, il Sismi». Lo scrive il vicedirettore di Libero, Renato Farina in prima pagina sul quotidiano, in una lettera aperta indirizzata al direttore, Vittorio Feltri, in cui, parlando dei suoi rapporti con i servizi: «ho passato loro delle notizie, ne ho ricevute, ho cercato contatti persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze, ma anche il mio corpaccione».
E, ancora: «ho usato tutto, secondo me dentro i confini della legalità di certo seguendo una scelta morale trepidante ma molto salda. Sono retorico, lo so. Mi sto costruendo un monumento, ma tanto mi hanno buttato giù preventivamente. Se avessero messo in giro la voce che ero una fonte del Kgb si sarebbe alzato un muro di garantismo. Stare dalla parte dei nostri, giocandosela, merita invece la fucilazione immediata».
INTERCETTAZIONI «Direttore, ho istruito Betulla» Così Pollari veniva informato
ROMA — I resoconti erano puntuali e dettagliati. Dell’attività di depistaggio messa in atto, Pio Pompa informava in tempo reale il direttore del Sismi Nicolò Pollari. Le intercettazioni telefoniche allegate all’ordinanza di arresto per Marco Mancini e Gustavo Pignero delineano il ruolo del generale. Dimostrano che era a conoscenza di quanto i suoi uomini facevano. E che lo condivideva. Ma non solo. Gli accertamenti compiuti dai magistrati rivelano che le riunioni organizzate per concordare la linea da tenere sul sequestro di Abu Omar furono organizzate e in alcuni casi dirette dal capo del suo gabinetto. E infatti nella sua ordinanza il gip afferma: «Mancini e Pignero potrebbero aver taciuto al direttore quanto andavano tramando, organizzando e quanto hanno poi realizzato con uomini di sua fiducia allo stato ancora sconosciuti. In alternativa è possibile solo ipotizzare un concorso anche del direttore del Servizio generale Pollari nei reati ascrivibili a Mancini e a Pignero, per aver nascosto alla polizia giudiziaria e all’autorità giudiziaria le notizie ricevute in ordine al progetto e al sequestro di Abu Omar».