Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    In memoriam F. Spadafora
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    Predefinito auguri, prof. faurisson!

    per festeggiare degnamente la settimana della "memoria"
    Andrea Carancini: Come vennero ottenute le confessioni di Höss

  2. #2
    Comunismo e Comunità
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    Predefinito Rif: auguri, prof. faurisson!

    Non mi pare un modo per portare avanti una critica alla giornata della memoria. Diciamo che le risa di scherno sarebbero più appropriate per ben altre situazioni.

  3. #3
    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Rif: auguri, prof. faurisson!

    Citazione Originariamente Scritto da _Riccardo_ Visualizza Messaggio
    Non mi pare un modo per portare avanti una critica alla giornata della memoria. Diciamo che le risa di scherno sarebbero più appropriate per ben altre situazioni.
    Infatti.

  4. #4
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    Predefinito Rif: auguri, prof. faurisson!

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Andrea, mi stai proprio sui gioielli, e pure parecchio!!!

    -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
    L’industria dell’Olocausto
    di Norman G. Filkestein*



    Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un atto

    d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che «l'Olocausto» è

    una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (2). Come la maggior parte delle

    ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L'Olocausto non è un

    concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui

    dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.


    Per meglio dire,l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale

    una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a

    rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo

    etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima

    derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto

    fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono

    sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di vista, il

    ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per dirla

    francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al

    suo talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere

    instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo

    sostengono.

    Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The

    Holocaust in American Life [L'Olocausto nella vita americana], che ho recensito per una

    rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che

    ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme

    di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American

    Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

    Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli

    abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in

    American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in

    discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro,

    né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su

    posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti

    sia positivi sia negativi sui media americani.

    La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra

    gli intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli

    prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a Maurice

    Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata

    forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali

    dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere»,

    «interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco,

    spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la

    documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione

    ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto scelta, la

    memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe

    tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza

    dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però, la

    documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

    Il mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

    Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di

    concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono

    sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto nazista è

    l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf

    Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai

    campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile

    separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano

    appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre

    sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con

    quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il

    fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni. Ricordo di avere

    letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e Mila 18, di Leon Uris,

    due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si

    lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al

    lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante, a fare quel

    salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel

    passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

    Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo

    intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principa

    le sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che

    era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano

    appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo

    un solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che mia

    madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice

    indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le

    manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.

    A volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo americano

    sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro Privato

    e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment

    i. Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

    Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono pubblicati

    solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews [La

    distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul Hilberg, e testimonianze come Man's Search

    for Meaning [Alla ricerca di un significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of

    Fear [Prigionieri della paura], di Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta

    di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

    I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita,

    negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo. Uno degli

    amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno

    sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il

    risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell'Olocausto,

    lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che

    perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto, adattando le

    proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione dell'Olocausto

    assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry

    Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all'Olocausto» (tutti

    prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una

    fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John Stuart

    Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di

    essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

    Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione

    e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato

    usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a

    tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la

    memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria

    dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose

    dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di

    Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia

    importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Alla

    fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo imparare

    molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso

    che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra

    ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e

    private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa

    produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma

    all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle

    altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia

    madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre. Certo si

    devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e

    la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due

    sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte alle sofferenze

    degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre:

    siamo tutti vittime dell'Olocausto.



    * Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York. Introduzione del libro “L’industria de l’Olocausto” edizioni Rizzoli, 2202 pressoché scomparso dalle librerie. Reperibile integralmente in formato elettronico su ARCIPELAGO Rivista telematica .
    Muntzer il Sopravvissuto

  5. #5
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  6. #6
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