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  1. #1
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    Exclamation La nuova dottrina di 'Nostra Aetate'

    Tra coloro che sostengano che il documento del Concilio VaticanoII Nostra Aetate [1] al 4° punto non nega il Deicidio, esiste l'idea che tale documento tuttavia non accusi gli ebrei (da dopo appunto il Deicidio) di essere riprovati e soprattutto ancora colpevoli di tale delitto. In effetti il documento dice preciso questo se interpretato nella maniera più "cattolica" possibile. Quindi tali persone che sostengano questa interpretazione hanno ragione. Ma, purtroppo, il documento rimane palesemente ambiguo.

    Infatti per Deicidio si è sempre inteso, non potendo essere altrimenti, una responsabilità (colpa) che coinvolge moralmente anche i figli degli ebrei "storici" fino a giungere inevitabilmente a quelli attuali. Non è possibile "recintare" la colpa solo agli ebrei "storici", il Magistero non ha mai insegnato questo...semplicemente perché è impossibile andare contro le S.Scritture.

    L'ebreo anche oggi che non si converte chiede ancora la morte di Gesù (e se potesse materialmente lo ucciderebbe o farebbe uccidere come fece fare dai Romani), semplicemente perché lo prevede la Legge (Deuteronomio) [2]. Chi si dice il Cristo ma non è davvero il Cristo, merita la morte, deve essere ucciso. Infatti la Chiesa Cattolica, ovvero la Chiesa di Cristo, è sempre stata perseguitata, brutalmente soprattutto nei primi secoli, dalla Sinagoga infedele (più quella parte di ebrei infedeli) perché afferma a tutti i popoli che l'ebreo Gesù, di discendenza Davidica, è il Messia d'Israele, il quale è formato da Ebrei e Gentili uniti appunto dalla pietra angolare Gesù. La Sinagoga infedele, gli ebrei attuali, quindi, vogliano colpire la Chiesa di Cristo, perché è Gesù continuato nella storia...è la loro perenne pietra d'inciampo fin tanto non si convertono come fecero quella parte di ebrei fedeli, prima di tutti gli Aspotoli chiamati da Gesù (eccetto Giuda...).

    Detto questo, non potendo negare quindi il Deicidio con conseguente comunione morale tra gli ebrei "storici" infedeli e gli ebrei attuali infedeli (tutti e due come detto, vogliano la morte di Gesù), si può ascoltare una obiezione intelligente, mirante come afferma erroneamente Nostra Aetate, a far credere che non ci sia stata la volontà da parte della Sinagoga infedele e di quella parte di popolo ebraico infedele, di uccidere il Cristo, il Messia, Dio.

    Presento l'obiezione. Non è necessario avere una cultura giuridica per capire la differenza, tra COLPA e DOLO. Il primo termine è la responsabilità attenuata per una azione, che è contraria alla morale o alle leggi, in cui non si riscontra tuttavia la volontà di compierla. La responsabilità che deriva dall'azione non è quindi intenzionale, se così fosse, ci sarebbe invece il DOLO. La differenza è importante, COLPA non è soltanto una responsabilità attenuata in confronto al DOLO. Ora, la Sinagoga e in genere gli ebrei dovevano predicare la venuta del Cristo e quindi poi riconoscerLo in Gesù, questo lo fece solo una parte degli ebrei fedeli, non la Sinagoga infedele e la restante parte di ebrei infedeli che ne vollero la morte e quindi sono colpevoli di Deicidio/Cristicidio. E quindi giusto, corretto, sostenere che non è possibile sapere se oltre la colpa siamo in presenza anche di dolo.

    Sintesi: la Nostra Aetate afferma quindi che gli ebrei "storici" infedeli (aggiungo, compresa la Sinagoga, Farisei e Sadducei) sono colpevoli di essersi prodigati per la morte di Gesù (Deicidio), ma non hanno dolo, ovvero non sapevano di uccidere il Cristo, il Messia, Dio.

    Devo prima affermare che la nostra Santa Religione insegna che Gesù Cristo è resuscitato dopo la morte. Noi cattolici crediamo a questa affermazione, che è presente sempre nella nostra mente e che a me adesso permette di fare una riflessione. Dopo la Resurrezione Gesù rimane quaranta giorni con gli Apostoli, mangia, parla, vive con loro e con gli ebrei fedeli. Tanta gente lo vede...e si converte. Sono convinto che molti ebrei che vollero la Sua crocifissione e che quindi erano colpevoli, ma probabilmente senza dolo, non pensavano di uccidere il Cristo, il Messia, Dio...e quindi si sono poi certamente convertiti e sono rientrati nella Chiesa Cattolica, ovvero sono anche tornati a beneficiare delle promesse mai venute meno di Dio con il popolo eletto (eletto di annunciare la Sua venuta). Tali ebrei sono quindi rientrati in Israele, ovvero la Chiesa Cattolica. Tuttavia è evidente che altri ebrei infedeli, con in testa la maggioranza dei componenti della Sinagoga infedele, non si sono voluti convertire nonostante che Gesù avesse detto di essere il Cristo, non avesse contraddetto la Legge e sia poi Resuscitato dalla morte dopo che loro lo hanno voluto morto. Per questi ebrei da dopo la Resurrezione di Nostro Signore è manifesta oltre la loro colpevolezza anche il loro DOLO. Hanno voluto uccidere il Cristo, il Messia, Dio...infatti gli ebrei infedeli giunsero fino a negare l'esistenza del loro Messia nazionale, gridando: "Noi non abbiamo altro re che Cesare!".

    Ricapitolando: prima della Resurrezione siamo in presenza di colpa, dopo la Resurrezione, possiamo constatare colpa e dolo in quegli ebrei infedeli che ancora non lo riconoscono (sapendo di aver voluto la morte di Gesù che è Resuscitato!) con conseguente comunione morale tra padri infedeli e figli infedeli. L'ebreo attuale afferma che Gesù non è Dio e ne vuole ancora la Sua morte, nonostante la Sua Resurrezione, nonostante abbia ricostruito il Tempio in tre giorni...controprova, gli ebrei attuali vogliano riscotruire ancora il Tempio di pietra.
    Gli ebrei infedeli devono riconoscere Gesù come il Cristo, il Messia, Dio e tornare dentro Israele, ovvero la Chiesa Cattolica.

    1-http://www.vatican.va/archive/hist_c...aetate_it.html

    2-http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=159946

  2. #2
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    Predefinito Brani di Magistero

    Il cristiano ha il dovere di tutelarsi e il diritto di essere tutelato dalla dannosa influenza ebraica. Ecco perchè la Chiesa nei secoli ha preso dei provvedimenti in tal senso. L'antigiudaismo teologico si può considerare fondato da Nostro Signore Gesù Cristo, ripetuti sono nei Santi Vangeli le condanne ai farisei e ai sadducei, che poi sono le correnti di cui ancora oggi è impregnato l'ebraismo. La Santa Chiesa Cattolica, che da Cristo è stata fondata, non ha mai nascosto l'opposizione fra la Sinagoga e Gesù. Ecco un breve excursus su quello che dissero alcuni successori di San Pietro:

    1) INNOCENZO IV: "I giudei, ingrati verso Gesù, disprezzando la legge mosaica e i Profeti, seguono certe tradizioni dei loro antenati che sono chiamate Talmud, il quale si allontana enormemente dalla Bibbia ed è pieno di bestemmie verso Dio, Cristo e la Vergine Maria.

    2) Paolo IV: "I giudei sino a che persistono nei loro errori, riconoscano che sono servi a causa di essi, mentre i cristiani sono stati fatti liberi da Cristo Nostro Signore".

    3) San Pio V: "Il popolo ebreo, un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perchè ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce agli inganni di satana moltissime persone incaute e semplici".

    4) Gregorio XIII: "I giudei, divenuti peggiori dei loro padri, per nulla ammansiti, a nulla rinunziando del loro passato deicidio, si accaniscono anche adesso nelle sinagoghe contro N.S. Gesù Cristo essi sono estremamente ostili ai cristiani e compiono orrendi crimini contro la religione di Cristo".

    5) Benedetto XIV: "Ogni traffico di merci utili è gestito dai giudei, essi possiedono osterie, poderi, villaggi, beni per cui diventati padroni, non solo fanno lavorare i cristiani senza posa, esercitando un dominio crudele e disumano su di essi. Inoltre dopo aver accumulato una grande somma di denaro, con l'usura prosciugano le ricchezze e i patrimoni dei cristiani".

    6) Pio IX: egli chiama gli ebrei "cani", divenuti tali da "figli" che erano, per la loro durezza e incredulità...il Romano Pontefice continua definendoli "bovi", che "non conoscono Dio ed aggiunge "popolo duro e sleale, come si vede anche dai suoi discendenti", che "faceva continue promesse a Dio e non le manteneva mai".
    Inoltre Papa Mastai stabilisce un parallelo tra la chiesa del suo tempo e quella delle origini, asserendo "le tempeste che l'assalgono sono le stesse sofferte alle sue origini; allora erano mosse dai pagani, dagli gnostici e dagli ebrei e gli ebrei vi sono ancora presentemente". Quindi ricorre all'espressione apocalittica "Sinagoga di Satana" per meglio identificarli.

    7) Pio XI: "Il Verbo doveva prendere carne da un popolo che poi lo avrebbe confitto in Croce". Lo stesso Pio XI nella famosa "enciclica nascosta" (HUMANI GENERIS UNITAS), scritta come risposta alle deleterie teorie biologico razziali del Nazionalsocialismo (alla faccia di chi in questo forum parla a vanvera!), che non fu promulgata a causa della morte del Papa avvenuta il 10 febbraio 1939, scriveva "la vera natura della separazione sociale degli ebrei dal resto dell'umanità, ha un carattere religioso e non razziale. La questione ebraica non è una questione di razza, né di nazione ma di religione e, dopo la venuta di Cristo, una questione di cristianesimo. Il popolo ebreo ha messo a morte il suo Salvatore. Constatiamo in questo popolo un'inimicizia costante rispetto al cristianesimo. Ne risulta una tensione perpetua tra ebrei e cristiani mai sopita. Il desiderio di vedere la conversione di tale popolo non acceca la Chiesa sui pericoli ai quali il contatto con gli ebrei può esporre le anime. Fino a che persiste l'incredulità del popolo ebraico la Chiesa deve prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli".

  3. #3
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    Predefinito Resurrezione


  4. #4
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    Predefinito

    Cristianesimo e ebraismo
    “L’Antica Alleanza mai revocata”
    don Curzio Nitoglia

    L’ INSEGNAMENTO DI GIOVANNI PAOLO II

    1ª OBIEZIONE

    Sin dal suo primo incontro con una delegazione ebraica, il 12 marzo 1979, G. P. II cita la Dichiarazione Nostra Aetate, «il cui insegnamento esprime la fede della Chiesa» (come preciserà più tardi a Caracas, in Venezuela, il 27 gennaio 1985).
    Secondo “Nostra Aetate” [da qui in avanti abbreviata in N.A.] un legame unisce spiritualmente il Nuovo Testamento con la progenie di Abramo, che sono non solo gli ebrei dell’Antica Alleanza ma anche quelli odierni.
    Infatti citando Rm. XI, 28-29 «il Concilio dichiara - scrive padre Jean Stern della pontificia Università Urbaniana - a proposito degli ebrei [post-biblici] che formano un “popolo amatissimo dal punto di vista dell’elezione, a causa dei loro padri, poiché i doni di Dio sono irrevocabili”. Quindi se la comunità religiosa ebraica, formata dall’insegnamento rabbinico, appartiene alla discendenza [spirituale] di Abramo... l’ebraismo [post-esilico] costituisce una religione, gli ebrei di oggi formano un popolo» (1).

    1ª RISPOSTA IN TRE PUNTI

    Rispondo:
    A) “N.A.” rappresenta la fede della Chiesa:
    La Dichiarazione “N. A.”, del 28 ottobre 1965, su «le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane», al n° 2 parla del Buddismo e Induismo, al n° 3 parla dei Musulmani, al n° 4, parla del “legame della Chiesa con la stirpe di Abramo”. Ora stirpe = razza o discendenza carnale di Abramo; mentre la Chiesa è ultranazionale e supra-razziale; è universale, cattolica, riguarda la fede, le anime di tutti gli uomini, di tutte le ère, di tutto il mondo. La Chiesa non ha legame spirituale con nessuna stirpe particolare. Quindi non si può mettere in rapporto o legame la stirpe carnale o il sangue, con la fede, l’anima o lo spirito. Questa è la prima grande anomalia o contraddizione nei termini di “N.A.”.
    Il giudaismo post-biblico non è tanto una pura religione quanto una ideologia o “religione” razziale; Elio Toaff, ex rabbino capo di Roma, ha scritto: «Ebreo è un popolo che ha una religione. I due concetti sono inscindibili. L’identità ebraica è costituita soprattutto dall’appartenenza al popolo ebraico. Anche chi non è religioso è ebreo in quanto appartiene al popolo ebraico. La religione ebraica è solo per il popolo ebraico» (2).
    Occorre poi specificare che stirpe di Abramo non sono solo i giudei, ma anche gli arabi: infatti Ismaele (loro capostipite) era figlio di Abramo ed Agar (mentre Isacco, capostipite degli ebrei, era figlio di Abramo e Sara). Quindi quando “N.A.” parla dei “punti di contatto con i Musulmani” al n° 3 e al n° 4, ove tratta della “stirpe di Abramo”, trattando solo “degli ebrei”, commette una discriminazione razziale nei confronti degli arabi (i quali son presentati solo come “musulmani che cercano di sottomettersi... a Dio come... Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce”), senza dire che se da parte di madre sono figli della schiava Agar, da parte di padre son figli carnali o stirpe di Abramo come gli ebrei. Non sono “Nescio Nomen”, hanno madre e padre, anche se la loro madre era una schiava, e la madre di Isacco e degli ebrei era la padrona.
    La teologia cattolica ha distinto adeguatamente (prima e meglio del Concilio Vaticano II) la discendenza di Abramo:
    a) secondo la carne: ebrei ed arabi.
    b) secondo la fede: ossia coloro che hanno la fede di Abramo, egli credeva nel Cristo venturo, era cristiano in voto. Gesù nel Vangelo di Giovanni (VIII, 56) dice “Abramo, vostro padre (secondo la carne), desiderò veder il mio giorno (l’Incarnazione del Verbo), lo vide (in spirito) e ne tripudiò (mi accolse nel suo animo, nella sua fede, mentre voi no)”.
    Quindi ha legame con la Chiesa di Cristo solo chi ha la fede di Abramo in Cristo venturo (A.T.) e venuto (N.T.), indipendentemente dal popolo cui appartiene; “in Cristo non c’è più giudeo, né greco”, si è cristiani, figli nella fede di Abramo, anche se si è ebrei o no secondo il sangue. Gli Apostoli, la Madonna, Cristo come uomo, erano ebrei di sangue e cristiani di fede, veri figli di Abramo secondo l’una e soprattutto l’altra. Eugenio Zolli (3) era ebreo di razza, ma divenne cristiano di fede, e solo allora fu vero figlio di Abramo. Ora la discendenza carnale, stirpe, razza o popolo di Abramo che non ha accettato Cristo come Dio e Messia, non ha legame spirituale con la Chiesa cristiana, non ne condivide la fede nella divinità di Cristo. Quindi non è la stirpe che conta (sarebbe razzismo, e la Chiesa lo ripudia), ma la fede nella divinità di Gesù.
    Infatti è rivelato che “in Gesù Cristo la benedizione di Abramo passa alle Genti” (Gal. III, 14); Gesù nel Vangelo dice ai farisei: “non dite: Abbiamo Abramo per padre” (Mt. III, 9. Lc. III, 8), “la discendenza, deriva dalla fede di Abramo” (Rm. IV, 16), “quelli che hanno fede, son benedetti con Abramo che credette” (Gal. III, 9).
    L’ambiguità di “N.A.” è di far passare tutti coloro che discendono da Abramo (tranne gli arabi) come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa cristiana. Ma le cose non stanno così, la maggior parte dei figli di Abramo secondo la carne non crede alla divinità di Cristo, solo “un piccolo resto” (Rom. IX, 27-XI, 15) lo ha accettato come Dio e Messia. Lo stesso Gesù lo rivela “voi non avete per padre [secondo lo spirito o la fede] Abramo, ma il diavolo” (Giov. VIII, 44).
    La stirpe o razza abramitica è composta:
    a) dagli arabi, che spiritualmente sono - in massima parte - musulmani, quindi non hanno la fede di Abramo nella divinità di Cristo, anche se Lo riconoscono come profeta.
    b) dagli ebrei, che dal Venerdì santo si trovano scissi in due:
    a) La “piccola parte” fedele a Cristo:
    “il piccolo resto”, ossia gli Apostoli e i discepoli, che avendo accettato Cristo, ha dato origine alla Chiesa (stirpe+fede di Abramo).
    b) la maggior parte infedele o incredula verso la divinità di Cristo:
    ha rinnegato la fede di Abramo, il mosaismo vetero-testamentario, ed ha dato luogo al giudaismo post-biblico, post-cristiano, talmudico-cabalistico e rabbinico-farisaico, il quale più che una religione è una stirpe o una “religione razziale” e razzista.
    Gli esegeti distinguono nettamente il giudaismo Antico, del Tempio ossia biblico; da quello Nuovo, rabbinico-“post-templare” (dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.), talmudico e cabalistico, ossia antibiblico (4).
    La Chiesa è “la società dei battezzati, che hanno la stessa fede (in Cristo), la stessa morale, partecipano agli stessi sacramenti e sono sottomessi ai legittimi pastori, i vescovi o successori degli Apostoli e specialmente al Pontefice romano, successore di Pietro” (s. Roberto Bellarmino). Come si vede non si parla di stirpe o popolo in questa definizione classica, e comunemente accettata, della Chiesa. Quindi non vi è nessun “tanto grande patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei” (“N.A.”, n°4f).
    Al n° 4e, “N.A.” insegna: “secondo s. Paolo gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Ho già confutato il sofisma: s. Paolo dice solo che la vocazione da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Invece può cambiare la risposta umana alla chiamata di Dio, come è stato per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha mal corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo i Profeti e Cristo stesso; onde è caro a Dio, ossia sta in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.
    Al n° 4g la Dichiarazione conciliare scrive: “La morte di Cristo è dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si son adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commessso durante la passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo”.
    Occorre distinguere:
    Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia il fine della morte di Cristo è la redenzione del genere umano.
    Ma la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo, non furono i peccati degli uomini, ma il giudaismo post-biblico, che negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai romani. Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente (5), la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi “fedeli”. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa di Israele post-biblico e non tutta la stirpe (un “piccolo resto” che fu fedele a Cristo: gli Apostoli, i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù. Il consenso unanime dei Padri è segno di tradizione divina, ossia essi sono l’organo che trasmette la tradizione divino-apostolica, quindi il loro consenso comune è regola di fede: vale a dire che è rivelato da Dio e consegnato agli Apostoli, ciò che i Padri ecclesiastici insegnano con consenso moralmente unanime in materia di fede e di morale (non è necessario il consenso assoluto o matematico). Essi infatti sono stati posti da Dio nella Chiesa per conservare la tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Nel nostro caso i Padri (da s. Ignazio di Antiochia †?107 sino a s. Agostino † 430; passando per s. Giustino † 163, s. Ireneo † 200, Tertulliano † 240, s. Ippolito di Roma † 237, s. Cipriano 258, Lattanzio † 300, s. Atanasio † 373, s. Ilario di Poitiers † 387, s. Gregorio Nazianzeno † 389, s. Ambrogio di Milano † 397, s. Cirillo d’Alessandria † 444) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la grande parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il giudaismo talmudico è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica, il talmudismo, che si distacca dal mosaismo e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poichè da uomo pretende farsi Dio (6).
    a) i capi:
    sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S.T. III, q. 47, aa. 5, 6/ II-II, q. 2, aa. 7, 8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, aggrava la colpevolezza).
    b) il popolo:
    che nella maggior parte ha seguito i capi, mentre un “piccolo resto” ha seguito Cristo, ha avuto un’ignoranza non affettata o voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave (soggettivamente, ossia nel cuore di ogni singolo uomo, solo Dio vi entra). Il popolo, che aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguito il sommo sacerdote, il sinedrio, i capi; il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile ma non affettata (S.T. supra).
    Il giudaismo odierno, nella misura in cui è la libera continuazione del giudaismo rabbinico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo, partecipa oggettivamente alla responsabilità del deicidio.
    “N.A.” n°4h scrive: «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».
    Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, gli ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd (“N.A.” equivoca, quando usa la semplice parola “ebrei”, mentre sta parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo che ha legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”).
    Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione.
    a) Riprovare:
    significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la sinagoga talmudica (che l’Apocalisse di s. Giovanni chiama due volte Sinagoga di Sàtana), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio che ha constatato la sua infedeltà al patto stretto da Lui con Abramo e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” di Israele fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia“ Lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio.
    b) Maledire:
    significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio come un’imprecazione a fin di male, ma “oggettiva”, ossia una situazione che è condannata da Dio, di cui Egli dice male o “male-dice”: infatti Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Il Padre, avendo constatato la sterilità del giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti e suo Figlio, la condanna, disapprova, ne “dice-male” o “male-dice”. Come Gesù che constatata la sterilità di un fico lo maledisse, ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso (7).
    Riporto quanto ha scritto un’ebrea convertita: «Occorre distinguere il giudaismo dell’AT dal giudaismo post-cristiano. Il primo (AT), è una preparazione del cristianesimo; il secondo invece (giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra cristianesimo e giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del patto. L’Alleanza non è incondizionata (Dt. XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini... maledizioni se disobbedite” (Dt. XI, 28)... L’alleanza dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo che vorrebbe distruggere (Dt. XXVIII; Lev. XXVI, 14 ss.; Ier. XXVI, 4-6; Os. VII, 8 e IX, 6). Dopo la morte di Cristo il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè. In seguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restringe solo ad “un piccolo resto”. Da parte di Dio non vi è rottura del suo piano, ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza primitiva o antica, nell’Alleanza nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera... Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza... La comunità cristiana è rimasta fedele alla tradizione vetero-testamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo annunciato dai Profeti. Per i cristiani è il giudaismo post-biblico ad essere infedele all’AT, ma vi è un “piccolo resto ” fedele, che entrando nella Chiesa cristiana garantisce la continuità dell’Alleanza (antica-nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la pietra d’angolo che “ha fatto di due (popoli: giudei e gentili) una sola cosa” (cristiani)» (8).

    Rispondo:
    B) Vi è un legame che unisce spiritualmente il NT al giudaismo post-biblico:
    Il NT crede alla divinità di Cristo, il giudaismo attuale o post-biblico la nega: tra essi vi è opposizione di contraddizione (Cristo è Dio; Cristo non è Dio), ossia la massima opposizione che non consente la verità di entrambe le proposizioni, per cui o Cristo è Dio (ed allora vige il NT), o Cristo non è Dio (e quindi è vero il giudaismo post-biblico), tertium non datur. La posizione irenistica del Concilio Vaticano II e di Nostra Aetate particolarmente, è la terza via che è impossibile poiché contraddittoria.
    Inoltre il legame che unisce spiritualmente cristianesimo e giudaismo attuale, è contrario all’insegnamento del Vangelo e della Tradizione patristica; infatti Gesù dice ai farisei che negavano la sua divinità (ossia al giudaismo rabbinico e postbiblico o anticristiano) che il loro padre secondo la generazione carnale è Abramo, ma secondo lo spirito è il diavolo (Giov. VIII, 31-47; S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento a Giovanni, Omelia LIV, 1; S. AGOSTINO, Commento su Giovanni, Discorso XLII, 1; S. TOMMASO D’AQUINO, Commento a S. Giovanni, VIII, Lectio IV, 1201).

    Rispondo:
    C) il popolo ebraico [o religione talmudica] è ancor oggi amato da Dio:
    Deus non deserit nisi prius deseratur, l’Alleanza stretta con Abramo è un patto bipolare e condizionale: da parte di Dio (ex parte electionis) il Signore s’impegna a proteggere il suo popolo, se gli sarà fedele; altrimenti è rottura. Da parte del popolo, esso può contare sull’amore in atto da parte di Dio, se sarà fedele a Lui, altrimenti sarà ripudiato come idolatra, come una meretrice che ha abbandonato il suo sposo per vendersi a degli sconosciuti. Tutto l’AT si basa su tale rapporto bipolare e condizionale. Ora il popolo ebraico è stato infedele a Dio (ha ucciso i Profeti e il Messia); quindi Dio ha rotto l’alleanza con lui ed ha stretto una nuova e definitiva alleanza con il “piccolo resto” fedele e con le Genti.
    I doni di Dio sono irrevocabili o senza pentimento, ex parte electionis, certo. Dio chiama, elegge un popolo, una persona ad una vocazione particolare (Israele ad accogliere il Messia Gesù; Giuda ad essere Apostolus Jesu Christi; ma entrambi hanno tradito la loro vocazione ex parte cooperationis); Dio non cambia parere, la vocazione resta, ma vediamo che non vi è corrispondenza da parte del chiamato, che in quanto non corrispondente non è amato da Dio. Onde se Dio ama i padri dell’ebraismo attuale, secondo la generazione carnale (Abramo, Isacco, Giacobbe...), non ama il talmudismo in sé poiché ha rifiutato Cristo, unico Salvatore e Redentore dell’umanità.

    2ª OBIEZIONE

    «La nuova Commissione Pontificia per i rapporti religiosi col Giudaismo - osserva padre Michel Dubois O. P. - fa parte del Segretariato per l’Unione dei Cristiani, mentre la Commissione per l’Islàm dipende dal Segretariato per i non-cristiani. Questa decisione è ricca di significato teologico... tale da togliere ogni differenza fondamentale tra giudaismo e cristianesimo» (9).

    2ª Risposta:
    Il giudaismo che nega la divinità di Cristo (essenza della religione cristiana) e Lo ritiene un idolo meritevole di morte, è stato accorpato alla Commissione per i rapporti con i cristiani (come se il cristianesimo fosse un ramo del giudaismo attuale o post-biblico, o se il giudaismo talmudico inverasse il cristianesimo, quod repugnat); mentre l’Islàm che nega la divinità di Cristo ma Lo rispetta come profeta è considerato, giustamente, a-cristiano, però la sua distanza dal cristianesimo è meno forte di quella del giudaismo.

    3ª OBIEZIONE

    Nel 1980, Giovanni Paolo II, a Mainz (Magonza) in Germania, ha chiamato gli ebrei «il popolo dell’Antica Alleanza mai revocata»; tale espressione - spiega padre Paul Beauchamp S. J. - era già formulata «nella nuova liturgia (versione ufficiale francese) del Venerdì santo, nell’orazione in cui si implora Dio che gli ebrei “progrediscano nell’amore del suo Nome e nella fedeltà alla sua Alleanza”. Chi è escluso da un’Alleanza non può progredirvi [quindi l’ebraismo attuale manterrebbe l’Alleanza con Dio]» (10).
    Il padre gesuita Norbert Lohfink (11) ha approfondito il significato della frase pronunciata a Magonza da G.P. II, ed ha spiegato che dietro il concetto di Nuova ed Eterna Alleanza si nasconde un certo antigiudaismo cristiano, si tratterebbe di un concetto di antagonismo verso il giudaismo, ereditato dalla Chiesa primitiva; l’autore sostiene che occorre parlare di un’unica Alleanza e di una duplice via di salvezza, evitando di dire che solo in Cristo c’è la salvezza per ogni uomo [contraddicendo esplicitamente il dato rivelato, n.d.a.]; gli ebrei possono salvarsi percorrendo la via del giudaismo talmudico, i cristiani quella del Vangelo, l’Alleanza è una sola cui partecipano ebrei e non-ebrei, ciascuno seguendo la propria strada.
    Secondo l’autore Giovanni Paolo II si riferisce senza dubbio al popolo ebraico di oggi, infatti egli parla de «l’incontro tra il popolo di Dio dall’Antica Alleanza mai revocata (Rm. I, 19) e quello della Nuova Alleanza, è... un dialogo... tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia».

    3ª risposta:
    La pericope è equivoca, infatti il popolo dell’Antica Alleanza e quello della Nuova ed eterna è spiritualmente lo stesso; esso è composto da coloro che credevano nel Cristo Messia venturo (Mosaismo) e da coloro che credono al Cristo Messia venuto (Cristianesimo); per la teologia cattolica vi è un perfezionamento dell’Antica Alleanza tramite la Nuova; mentre Giovanni Paolo II parla di due popoli, quello cristiano e quello del giudaismo attuale, con il quale - per la sana teologia cattolica - Dio ha rotto l’Alleanza perchè è stato tradito da esso che ha rifiutato i Profeti e Cristo.
    Il rabbinismo farisaico-talmudico, invece, è presentato da Giovanni Paolo II come il popolo con cui Dio è ancora in alleanza.
    Il popolo dell’Alleanza stabilita con Mosè è spiritualmente il cristianesimo; infatti materialmente Mosè, circa tremila anni fa, era il capo del popolo d’Israele secondo la carne; ma questo popolo, nella maggior parte, quando venne il Messia, per il quale Dio aveva stretto alleanza con Israele, Lo rifiutò e da quel momento non è più da considerarsi figlio spirituale di Abramo, Mosè e Dio, ma solo discendente materialmente da Abramo, Mosè, ripudiato da Dio spiritualmente e quindi figlio spirituale del diavolo (Jo. VIII, 44).
    Il Lohfink scrive che Giovanni Paolo II «infrange, con audacia, la consuetudine, riferendo Rm., XI, 29 a questa “antica alleanza”, mentre Lc. XXII, 20 parla de «la Nuova Alleanza nel mio [di Cristo] sangue, che viene versato per voi». Il Lohfink invece ritiene che «in ordine all’interpretazione del rapporto ebraismo-cristianesimo, ci sono le cosiddette “teorie dell’unica alleanza [che ha due tappe, quella vecchia e quella nuova, nda], e ci sono per contro le “teorie delle due alleanze”» (12).
    Secondo il gesuita «l’ebraismo odierno può riferire a sé la parola “alleanza” anche da un punto di vista perfettamente cristiano poiché la sua “antica alleanza” non è mai stata revocata da Dio» (13).
    Invece è ovvio che se Dio ha stretto una Nuova ed Eterna Alleanza nel Sangue sparso da Gesù, non sussiste più la Vecchia che è stata perfezionata e sostituita dalla Nuova (14).
    Secondo il gesuita «il concetto popolare cristiano di “nuova alleanza” favorisce l’antisemitismo. Il cristiano normale di fronte al discorso dell’“antica e nuova alleanza” immagina che vi siano due alleanze, una “antica” ed una “nuova” che si succedono l’un l’altra...; un “testamento” vecchio si estingue quando uno va dal notaio e fa redigere un testamento “nuovo”.
    Quando noi cristiani parliamo della “nuova alleanza” consideriamo gli ebrei di oggi come i posteri di quegli ebrei che allora non hanno trovato accesso alla “nuova alleanza”, e poiché adesso l’“antica alleanza” non esiste più, essi non hanno più alcuna “alleanza” [mi sembra puro buon senso, n.d.a.].
    Questo è il punto in cui si inserisce la formulazione di Giovanni Paolo II a Mainz» (15).
    Ora S. Paolo, divinamente ispirato, ha scritto:
    «Dicendo Alleanza Nuova, Egli ha dichiarato antiquata la prima; ora ciò che diventa antico ed invecchia, è prossimo a sparire» (16).
    Il rimedio a questa distorsione del “cristiano normale, del popolo cristiano”, sarebbe secondo il gesuita un “cristianesimo a-normale ed elitario”, ossia esoterico, gnostico e cabalistico, cripto-giudaico che ritenga - contraddicendo s. Paolo - che occorra parlare di «due alleanze: di una antica che continua, nonostante sia invecchiata e prossima a sparire (già 2000 anni fa circa), e in cui si trova anche l’odierno ebraismo e della nuova, data ai cristiani; con l’avvertenza di aggiungere subito che non esiste nessun motivo per gli ebrei di rinunciare alla propria... Non si è mosso in questo senso - si domanda il gesuita - Giovanni Paolo II nel suo discorso di Mainz?» (17).
    Il gesuita continua dicendo che il termine Nuova alleanza è «un’arma concettuale della chiesa primitiva, per emarginare gli ebrei, inoltre questa affermazione [Nuova Alleanza] non è storicamente sicura...» (18), per provare ciò l’autore deve negare, in maniera contorta e confusa, la divina ispirazione dei Vangeli che sarebbero il prodotto delle prime comunità cristiane, del Cristo della fede e non del Cristo della storia (19).
    È interessante notare come l’affermazione di G. P. II del 1980 che suscitò scalpore, era già contenuta nel N.O.M. del 1968 (Venerdì santo) in cui si chiede a Dio di far progredire nell’alleanza con Lui il popolo e la religione giudaica post-biblica.
    In effetti G. P. II, non ha fatto nient’altro che esplicitare ciò che era contenuto nel Concilio Vaticano II, fornendoci così la sua retta interpretazione, che non è quella della Tradizione divino-apostolica, trasmessaci attraverso i Padri, i Papi, i Dottori e i Santi; ma che la contraddice formalmente, come il sì contraddice il no.
    Mi sembra che tale affermazione di Giovanni Paolo II, sia contraria al dato rivelato (“Chi crederà [al Vangelo, n.d.a.] e sarà battezzato si salverà. Chi non crederà sarà condannato”; Mc. XVI, 16), renda vana la redenzione dell’unico mediatore Gesù Cristo, “creando” artificiosamente una sussistenza della Vecchia Alleanza che non ha più ragion d’essere, a causa dell’Incarnazione Passione e Morte di Nostro Signor Gesù Cristo. Infatti a che scopo istituire una nuova alleanza se la prima è ancora valida? Sarebbe scorretto, inutile e disonesto da parte di Dio nei confronti del vecchio e del nuovo alleato (absit), sarebbe come se un marito, si sposasse di nuovo, vivente ancora la prima moglie, arrecando così danno sia alla prima che alla seconda; o come se un padre abrogasse il primo testamento, stilato dal notaio a favore del solo figlio primogenito, e lo rimpiazzasse con un secondo e definitivo a favore di tutti i suoi figli, e l’autorità giudiziaria ritenesse ancor valido il primo testamento (che è stato, per esplicita volontà del padre, rimpiazzato con un secondo ed ultimo), e - contraddittoriamente - anche il secondo testamento, di modo che vi sono due testamenti validi, di cui uno rende erede solo il primogenito e l’altro tutti i restanti, ma ciò è impossibile, “per la contraddizion che nol consente”.
    In breve Giovanni Paolo II “giudaizza”, ossia ritorna a prima del Concilio di Gerusalemme in cui fu definita, dagli Apostoli “con Pietro e sotto Pietro”, l’unicità della redenzione e salvezza del genere umano operata da Cristo, mediante la fede soprannaturale in Cristo-Dio e le buone opere. Il Concilio di Firenze (1438-1445) ha definito (Decreto per i Giacobiti) che le osservanze legali dell’AT sono cessate con la venuta di Cristo ed hanno preso inizio i sette Sacramenti del N.T. (D. 712) (20); egli cerca di reintrodurre il culto e le pratiche dell’Antica Alleanza, che sono “mortue et mortifere”, giacchè significavano la realtà di Cristo venturo. Ora se le si rispetta ancor oggi significa negare implicitamente che solo Cristo è Salvatore dell’umanità (“Non c’è salvezza in nessun altro fuori di Lui, poiché nessun altro Nome, sotto il cielo, è stato dato agli uomini, grazie al quale dobbiamo essere salvati”; Atti, IV, 12), che Egli non sarebbe ancora venuto e che pertanto l’Antica Alleanza deve restare ancora in piedi, non essendo presente il Messia, mediatore universale tra Dio e l’uomo.
    Tali errori conducono all’apostasia, al cambiamento di una religione (Cristianesimo che affonda le sue radici nell’A.T.) per un’altra (il giudaismo postbiblico, antimosaico e talmudista, il quale nega il concetto di Salvatore universale che la fede cattolica applica solo ed esclusivamente a Cristo).

    4ª OBIEZIONE

    Il 13 aprile 1986, durante la visita alla sinagoga romana, Giovanni Paolo II «avendo citato il passaggio di Nostra Aetate sugli odii e le manifestazioni di antisemitismo di cui gli ebrei son stati vittime, aggiunse: “in qualsiasi epoca e da qualsiasi autore”, “ripeto, da chiunque”. Egli pensava, sicuramente a l’uno o l’altro dei suoi predecessori, per esempio a Paolo IV» (21).
    Il fratello Jean-Miguel Garrigues conclude scrivendo che «ci son voluti più di diciannove secoli, affinché la Chiesa in quanto tale si sia concentrata ex professo sul “legame che unisce spiritualmente il popolo del N.T. con la discendenza di Abramo” (N.A., n° 4). Pronunciandosi per la prima volta con autorità, la Chiesa ha esposto al Concilio Vaticano II i fondamenti rivelati della sua fede sulla vocazione soprannaturale del popolo ebraico. Il Concilio Vaticano II ha dato... uno sguardo di fede sul popolo d’Israele..., che impegna la Chiesa propriamente detta tramite il suo Magistero dottrinale, diversamente da tante disposizioni disciplinari di tanti concili e di papi durante la cristianità, talmente dipendenti dalle contingenze storiche, che sono garantiti solo da un’assistenza divina di tipo prudenziale e fallibile nell’ordine della disciplina e del governo della Chiesa.
    Tuttavia non può passare inosservato che la parte della Dichiarazione “N.A.” che concerne il popolo ebraico è il solo testo del Concilio Vaticano II in cui le referenze sono esclusivamente scritturarali, senza alcun testo posteriore allegato. Ciò significa che «il Concilio non ha trovato espressioni adeguate, per insegnare la dottrina della fede, nei numerosi passaggi dei Padri, dei Dottori e dei Santi che hanno trattato sul giudaismo, infatti questi testi sono inficiati da condizionamenti molto umani provenienti dalla polemica tra cristiani e giudei. [...] Sarebbe auspicabile che la rilettura, in spirito di pentimento, di secoli cristiani di polemica, disprezzo e violenza antigiudaica..., si faccia mediante una interpretazione più esplicita dell’autentica dottrina della fede cattolica sul popolo ebraico, come il magistero supremo della Chiesa ha iniziato ad insegnare ex professo dal Concilio Vaticano II. [...] il Magistero continua a correggere, mediante l’autorità della dottrina della fede, le opinioni teologiche che stanno alla base dell’insegnamento [patristico] del “disprezzo”, queste opinioni teologiche, per “comuni” che siano state nella cristianità, sono solo opinioni umane probabili che non esprimono adeguatamente la fede cattolica e non impegnano la Chiesa in quanto tale [...]. Gli ebrei che non credono in Gesù sono sempre inseriti nel piano della salvezza, essi anche rifiutandosi di entrare nella Nuova Alleanza messianica, restano l’Unico Popolo di Dio. [...] la formula “fratelli maggiori”, usata da G. P. II nel 1986 alla sinagoga romana deriva dalla liturgia del Venerdì santo “il popolo che Dio ha scelto per primo”» (22).

    4ª RISPOSTA IN SETTE PUNTI:

    1°) È grave affermare che i papi anteriori a G. P. II hanno favorito l’odio antisemita, e che solo con il Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa ha dato una risposta adeguata al rapporto cristianesimo giudaismo post-cristiano.
    I rapporti tra Antico e Nuovo Testamento stanno alla base della fede della Chiesa: ora se i papi anteriori a G.P. II non hanno insegnato correttamente la dottrina della fede della Chiesa su tale problema, le porte dell’inferno avrebbero prevalso contro Essa e la promessa di Cristo sarebbe stata falsa (portae inferi non prævalebunt).
    2°) Altrettanto grave è l’asserto secondo cui ci son voluti diciannove secoli, affinché la Chiesa docente studiasse scientificamente il rapporto tra cristianesimo e giudaismo post-biblico, ossia il legame spirituale tra discendenti di Abramo secondo la carne e il sangue, e i cristiani. S. Giovanni nel suo Vangelo ha risolto mirabilmente il problema, i Padri lo hanno commentato in maniera unanime; ora quando vi è il consenso moralmente, e non matematicamente, unanime, in materia di fede e di morale, dei Padri sul significato della S. Scrittura, esso è infallibile, poiché ci fa conoscere la tradizione divino-apostolica nel suo vero significato (V. ZUBIZARRETA, Theologia dogmatico-scholastica, ed. El Carmen, Victoria, 1948, vol. I, n° 699, tesi IV).
    3°) La Chiesa si sarebbe pronunciata per la prima volta con autorità, esponendo la sua fede, sui rapporti cristianesimo giudaismo rabbinico, col Conc. Vat. II, che ha impegnato la Chiesa docente e gerarchica, tramite il magistero dottrinale e non disciplinare (al contrario di chi afferma che il Conc. Vat. II è pastorale, non dottrinale e quindi non ha mai impegnato l’infallibilità). Prima, specialmente durante la cristianità vi erano tante disposizioni disciplinari di tanti papi, che erano fallibili poiché dipendevano dalle contingenze storiche dell’epoca medievale.
    Non è e non può essere esatto; già dal Concilio di Gerusalemme la Chiesa con s. Pietro primo papa si è espressa dottrinalmente (e ne ha tratto conseguenze pratiche), e chiaramente sino a Pio XII, sui giudaizzanti, che si son rifatti vivi durante il Conc. Vat. II. (Cfr. C. NITOGLIA, L’antica e la Nuova Legge, il Talmùd e il Concilio Vaticano II, in «Per padre il diavolo. Un’introduzione al problema ebraico secondo la Tradizione cattolica», SEB, Milano, 2002, pagg. 117-124).
    Tutte le decisioni disciplinari dei Papi della Cristianità sugli ebrei, derivavano da un giudizio dottrinale sugli errori del Talmùd; tali giudizi dottrinali impegnavano l’autorità della Chiesa che, dunque, era assistita infallibilmente.
    4°) Chiedere un’interpretazione più esplicita della fede cattolica sul giudaismo post-biblico, è ambiguo anche quanto al Vat. II che non sarebbe stato poi così esplicito, come si dice. Infatti l’autore aggiunge che il Magistero supremo ha iniziato a dare l’interpretazione con il Conc. Vat. II e quindi lascia intendere che essa deve ancora essere compiuta. Ma data la mentalità storicistica (i Papi e i Padri erano condizionati dalle polemiche umane del loro tempo) dell’autore che storicizzando relativizza tutto (quindi non hanno risolto il problema con autorità dottrinale, ma solo con opinioni personali e fallibili), potrebbe succedere che anche il Vat. II abbia risentito gli influssi del suo tempo e si sia lasciato influenzare da esso, per cui la sua interpretazione non è adeguata e va rivista e corretta, e così all’infinito.
    5°) I Padri hanno espresso solo opinioni (non certezze) teologiche, che pur essendo comunemente insegnate, debbono essere corrette dal Magistero infallibile, in quanto esse erano umane e solo probabili.
    Abbiamo già visto che «in materia di fede e di morale, il consenso unanime moralmente dei Padri è una testimonianza irrefutabile di Tradizione divina» (V. ZUBIZARRETA, op. cit., n° 699).
    6°) La verità è che la Scrittura ha rivelato e il Magistero ha definito che Gesù è l’unico Salvatore di tutti uomini (compresi gli ebrei), il quale ha fondato una sola Chiesa, fuori la quale non c’è salvezza per nessuno (compresi gli ebrei).
    Asserire che gli ebrei che non credono in Gesù sono inseriti egualmente nel piano della salvezza, significa rinnegare il cristianesimo e giudaizzare: infatti è rivelato che Gesù è “l’unico mediatore tra Dio e gli uomini” (I Tim. II, 5), che “non vi è nessun altro in cui ci si possa salvare” (At. IV, 12), che “siamo giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo” (1ª Cor. I, 30), che “Cristo è morto per tutti” (2ª Cor. V, 14-15), che “abbiamo la remissione dei peccati per mezzo del suo Nome” (At. X, 43), che “siamo riconciliati con Dio, per mezzo della Morte del suo Figlio” (Rm. V 9-10). Inoltre Egli afferma: “se uno entra attraverso Me, sarà salvo, altrimenti sarà dannato” (Gv. X, 9), “chi crederà al Vangelo sarà salvato, chi non crederà sarà condannato” (Mc. XVI, 15), “chi non è con Me è contro di Me, e chi non raccoglie con Me dissipa” (Lc. XI, 32), “chi non crede (in Me) è già condannato” (Giov. III, 18), che “Dio trasse per Israele un Salvatore, Gesù” (At. XIII, 23), che “il Padre ha mandato il Figlio come Salvatore del mondo” (1ª Gv. IV, 14), che “Dio volle riconciliare a Sé tutte le cose, per mezzo di Gesù Cristo” (Col. I, 19-20), “Mediatore di una Nuova Alleanza” (Eb. XII, 24).
    La Chiesa ha definito infallibilmente ed immutabilmente che “Cristo è legislatore e giudice di tutti gli uomini”(De fide, DS. 1571, Concilio di Trento), che “mediante la Morte in Croce, Cristo ci ha riscattati e riconciliati con Dio” (De fide, DS. 1740 e 1531, Concilio di Trento), che “Cristo è morto per tutti gli uomini, senza eccezione” (Sententia fidei proxima, DS. 1522, Concilio di Trento), e che “con la sua passione ci ha meritato la nostra giustificazione” (De fide, DS. 1529, Concilio di Trento), che “nessuno fu liberato dal potere del demonio, se non mediante il merito del mediatore Gesù Cristo” (Sententia certa, DS. 1347, Decreto per i Giacobiti), che “la Chiesa di Cristo è necessaria per la salvezza di tutti, extra quam (Ecclesiam) nulla salus, nec remissio peccatorum, onde debbono essere membri della Chiesa, almeno in voto, tutti coloro che vogliono salvarsi” (DB, 388, 626, 1646, Concilio Lateranense IV; Concilio Fiorentino): questo è un dogma di fede, fondato sulla Volontà positiva di Dio, onde non può salvarsi chi, conoscendo l’istituzione divina della Chiesa, rifiuta di entrarvi.
    Il cardinal Pietro Parente ricapitola: «È verità di fede che Cristo sia Mediatore perfetto tra Dio e gli uomini. San Paolo 1ª Tim. II, 15: “Poiché uno solo è Dio, uno solo è anche il Mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù”. Così i Padri e il Magistero della Chiesa, (Conc. Trid., sess. 5, DB. 790)» (23).
    7°) L’espressione utilizzata da G. P. II alla sinagoga romana (1986), con la quale chiama gli ebrei “fratelli maggiori nella fede”, la si trova già nella nuova liturgia (1968) del Venerdì Santo, ove dice «il popolo ebraico che Dio ha scelto per primo».
    Ma l’autore non distingue il popolo dell’A.T., fedele al mosaismo (il quale fu scelto per primo cronologicamente, per pura e gratuita bontà di Dio, e non ontologicamente per un merito intrinseco al popolo ebraico), e il popolo ebraico post-biblico che ha abbandonato Mosè per il Talmùd e la Càbala rabbinico-farisaica.
    Si può tranquillamente concludere che il magistero di “N.A.” e degli insegnamenti successivi ad essa, sui rapporti spirituali della Chiesa col giudaismo post-cristiano, è molto differente da quello della Scrittura, dei Padri ecclesiastici e dei Dottori della Chiesa. L’ambiguità di “N.A.” e l’errore manifesto degli insegnamenti alla luce di “N.A.”, fa supporre che il giudaismo religione post-biblica è puro da ogni errore. Bisognerebbe allora pensare che la Tradizione divino-apostolica e il Magistero della Chiesa preconciliare è falso. Ma ciò è impossibile, data la indefettibilità della Chiesa e l’assistenza divina a Lei promessa. Inoltre quando si leggono i testi del Concilio Vaticano II e il magistero successivo, si evince la affermazione, da parte di chi li elabora ed interpreta, di un magistero autentico (sui rapporti col giudaismo) che inizia con “la Chiesa del Concilio” (card. Walter Kasper), che è in contraddizione con quello della patristica e della Chiesa preconciliare. Mi sembra che le cose stiano davvero così, la chiesa conciliare è la “sinagoga di Sàtana” di cui ci parla l’Apocalisse, è il marranesimo “il fumo di Sàtana che è penetrato sino al vertice della Chiesa” (Paolo VI) la quale starebbe “autodemolendosi” (Paolo VI), si fieri potest; sed portae inferi non praevalebunt.
    È questa una sorta di apostasia più che di eresia, infatti l’eretico sceglie di accettare alcuni dogmi e di rifiutarne almeno uno (per es. si nega l’Immacolata concezione di Maria), mentre l’apostasia è il passaggio da una religione (per es. cristiana) ad un’altra (per es. giudaico-talmudica), rinnegando totalmente la prima. Per la teologia cattolica, più esattamente, è l’abbandono della fede da parte di un battezzato. È peccato mortale e non ammette parvità di materia, essendo un’offesa diretta contro Dio; il Diritto canonico l’annovera nei delitti contro la fede. L’elemento materiale dell’apostasia è l’abbandono totale della fede cattolica, manifestata esternamente con parole o atti non equivoci; non occorre che l’apostata aderisca ad una confessione specifica (questo sarebbe un’aggravante), basta diventare panteista, materialista, libero pensatore. Occorre la perfetta coscienza e piena libertà di abbandonare la fede cristiana. L’apostata incorre ipso facto nella scomunica latae sententiae. Chi abbia dato il proprio nome o abbia aderito pubblicamente ad una setta a-cattolica diventa ipso facto infame (24).

    Il cardinal Walter Kasper

    A) In una conferenza tenuta a Villa Piccolòmini, in Roma il 28 ottobre 2002 (stampata dalla Commission for Relations with the Jews. Pontifical Council for Promoting Christian Unity, Città del Vaticano, che la presenta come “importante e rilevante opinione privata del cardinale Kasper, e non una dichiarazione ufficiale del Magistero”, 6 febb. 2003), il prelato tedesco, presidente della “Commissione Pontificia per le relazioni religiose con gli ebrei” ha detto che «poche generazioni fa montagne di pregiudizi e secoli d’ingiustizia creavano una separazione fatale tra cristiani ed ebrei. Il punto di svolta di questa tensione... è stato il Concilio Vaticano II [...] passo dopo passo la chiesa del Vaticano II [sic!] arrivò alla “deplorazione” conciliare dell’antisemitismo e al riconoscimento solenne della validità perpetua della promessa di Dio [...] dopo Nostra Aetate, 28 ottobre 1965 non c’è spazio, sotto nessun punto di vista, per l’antisemitismo nella Chiesa cattolica. Anzi, la Chiesa cattolica... è capace di attendere coloro che per cultura o abitudine si sentono a disagio davanti alla riforma liturgica o ad altre riforme del Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica non può accettare in nessuna forma e per nessuna ragione l’attardarsi nel pregiudizio e nel disprezzo verso gli ebrei e verso il giudaismo [...] Basta pensare a come l’accusa di “deicidio”... ha creato e in qualche luogo continua a creare le condizioni di una inimicizia che bestemmia sia il giudaismo che l’evangelo dell’umanità. Rompendo con la perversione “religiosa” del deicidio abbiamo dato come cristiani un contributo a credenti e non credenti...».

    Rispondo:
    Affermare che prima del Vaticano II, “montagne di pregiudizi creavano separazione tra ebrei e cristiani”, è erroneo; infatti la Chiesa non può aver insegnato per XIX secoli mediante “pregiudizi”, ma solo tramite giudizi teologicamente certi, su una materia di fede quale è il rapporto tra ebraismo e cristianesimo, basandosi sui Vangeli interpretati unanimemente, e quindi infallibilmente, dai Padri ecclesiastici.
    Inoltre, mi sembra che il non poter attender coloro che si attardano nel pregiudizio - ammesso e non concesso che lo sia - verso il giudaismo post-biblico, non rispecchi la volontà di Dio, il quale “attende il peccatore a penitenza e non vuole che perisca nei suoi peccati”. Se il card. Kasper ha meno pazienza di Dio il problema è tutto suo e di coloro che ha imparato a frequentare, (“dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” dice il proverbio), i quali “spiavano ogni mossa di Gesù per metterlo a morte”, mentre chi si attarda nel giudizio plurisecolare della Chiesa, resta fedele alla sposa di Cristo e al suo Capo che la “sinagoga di Sàtana” ha messo a morte, dopo un processo frettoloso e pieno di pregiudizi reali.

    B) In una conferenza tenuta a Boston il 6 novembre 2002, (stampata e diffusa dalla “Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei”, Città del Vaticano) il porporato tedesco ha detto che Giovanni XXIII è stato l’architetto dell’“inizio di un nuovo inizio”, ossia ha progettato la transizione della “Chiesa in costruzione costante”, che dal suo pontificato, vive in un continuo mutamento e divenire (p. 2). Il cambiamento più importante della “chiesa in costruzione” è stata la nuova concezione dei rapporti tra Chiesa e giudaismo, dopo tanti secoli di incomprensione, di “teologia del disprezzo” (come la chiamava Jules Isaac). Giovanni XXIII convoca il Concilio (p. 3) a sorpresa, ed affida al cardinal Agostino Bea la redazione della Dichiarazione sugli ebrei, che conobbe molte reazioni (della Curia romana e dei Paesi arabi) e dovette essere integrata, come capitolo di una Dichiarazione più generica sulle relazioni tra Chiesa e religioni non cristiane, Induismo, Buddismo, Islam e Giudaismo (“N.A.”). Ma il cristianesimo ha una relazione speciale e preferenziale con il giudaismo che G.P. II ha definito intriseca al Vangelo, ossia il cristianesimo è radicato nel giudaismo e non nelle altre religioni, con le quali vuol pur sempre dialogare anche se subordinatamente al giudaismo (p. 4).
    La sfida attuale si fonda - per Kasper - sul problema delle Missioni; dopo il Concilio (e “D.H.”), la Chiesa rifiuta le conversioni forzate ed ogni coercizione in materia di fede, tuttavia la sola parola “missione” evoca tra gli ebrei i fantasmi e le ferite del passato che non sono ancora cicatrizzate. Ma, al tempo stesso, la missione evangelizzatrice è il cuore del cristianesimo. Dialogo non significa chiedere ai cristiani di non essere più cristiani (p. 10). Ciò che si può fare, per evitare l’impasse, è sostituire il termine missione (parola teologicamente incriminata o scorretta) con “testimonianza o evangelizzazione” (p. 11), infatti missione si può applicare al paganesimo chiamato dall’idolatria al Monoteismo, ma non al giudaismo; perciò non ci sono più missionari per gli ebrei. Essi possono salvarsi, se seguono la loro fede, fuori di Cristo (p. 12).
    N.T. e A.T. sono memoria del passaggio dall’Egitto in Terra santa e dalla morte alla resurrezione di Gesù. Il giudaismo attuale è memoria della Shoah, di Auschwitz; anche il cristianesimo deve conservarne la memoria (“Ci ricordiamo”, documento Vaticano del 1998, riguarda la memoria della Shoah).
    Inoltre abbiamo in comune la coscienza messianica, o promessa del futuro (p. 13).

    Rispondo:
    Kasper conferma la nozione di una nuova chiesa, che è stata fondata dopo la morte di Pio XII. Essa è una chiesa in divenire perpetuo (evoluzione eterogenea del dogma) e la grande novità di questa chiesa in fieri è il rapporto che essa ha con il giudaismo attuale o post-biblico, che è coessenziale alla chiesa del Concilio, la quale ha le sue radici proprio nel giudaismo attuale e non mosaico, come si credeva prima del Concilio Vaticano II. Infatti non si deve più parlare di Missio verso Israele che è rimasto sempre nell’alleanza con Dio ed è ancor oggi amato da Lui, e quindi non ha bisogno di convertirsi al Vangelo di Cristo, a differenza dei pagani che son chiamati a convertirsi dal politeismo al monoteismo.
    Invece Gesù ha mandato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo e la conversione alla fede nella sua divinità in primo luogo ai giudei e solo dopo ai pagani; infatti il giudaismo attuale nega la divinità di Cristo, unico Salvatore e Mediatore tra Dio e gli uomini e la Trinità delle Persone divine nella unità della natura di Dio. La Chiesa cattolica non ha mai approvato le conversioni forzate, poiché la fede è un atto libero e meritorio; non vedo quindi come Kasper possa affermare e provare il contrario.
    Gli ebrei negano Cristo, per noi cristiani è Dio: come si può evitare di soffermarsi su questo articolo di fede, che ci separa, per guardare solo a ciò che avremmo in comune con gli ebrei post-biblici (la fede di Abramo? No, egli credeva in Cristo venturo; la Legge e i Profeti? No, il giudaismo rabbinico si fonda sulla Càbala e il Talmùd e non sul mosaismo; la comune alleanza con Dio? No, ora viviamo nella Nuova Alleanza, nel sangue di Cristo, che ha perfezionato e inglobato la Vecchia, che era solo preparatoria della nuova e definitiva). Onde la relazione tra cristianesimo e giudaismo attuale è di contraddizione e non di amicizia, di comunanza. “Chi non è con Me è contro di Me” ha detto Gesù: come può il giudaismo attuale anticristiano essere in comunione col cristianesimo quando rifiuta Gesù fondatore della Chiesa? E se il neo-cristianesimo del concilio è in comunione col giudaismo rabbinico, non lo è con Cristo, per il principio evidente e per sé noto di identità e non contraddizione, che non può essere negato in buona fede. Quindi i giudaizzanti della “chiesa del Concilio”, non vogliono veder la verità; la loro è ignoranza affettata, volontaria e inescusabile, come quella di chi non ha voluto risalire dall’effetto alla Causa e si è degradato nell’idolatria politeistica, o come quella dei capi dei giudei che non vollero ammettere la divinità di Cristo che pur conoscevano.
    Mi sembra esagerato dire che cristianesimo = ebraismo in quanto sono entrambe religioni di una memoria storica, che per i cristiani è la morte e resurrezione di Cristo Dio, e per i giudei attuali è la memoria di Auschwitz. Non voglio offendere nessuno, ma non si può mettere sullo stesso piano Gesù e Auschwitz, il Creatore e la creatura, fondando la nuova religione olocaustica di un passato che non passa.
    Per quanto riguarda la coscienza messianica futura, mi sembra che il messia Cristo sia venuto circa 2000 anni fa, solo il giudaismo talmudico si affanna ad attendere un altro messia futuro che per la tradizione cattolica è l’Anticristo. Ora Kasper e il magistero che ha fatto seguito a “N.A.”, parlano spesso dell’attesa comune a cristiani ed ebrei del Messia, senza specificare che i cristiani attendono solo la parusia, o il secondo ritorno di Gesù alla fine del mondo per il Giudizio universale, mentre gli ebrei attendono ancora la prima manifestazione del messia, avendo rifiutato Gesù. Quindi voler accomunare cristianesimo e giudaismo nell’attesa del messia è ambiguo, male sonante e non conforme alla fede cattolica, fondamentalmente anticristico.
    Mi sembra di poter concludere che la “chiesa del Concilio ”, come la chiama Kasper, sia quasi la “Sinagoga di Sàtana” di cui parla s. Giovanni, nell’Apocalisse, che in un primo tempo seguirà l’Anticristo e solo dopo le sue persecuzioni si convertirà a “Colui che hanno trafitto”. Essa ha fatto propria la “tentazione” del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni (17 gennaio 2002, presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore):
    «Ciò che dà fastidio agli ebrei è dire che lo scopo del dialogo è quello di convertire l’interlocutore alla propria fede. [...]
    La Bibbia ci presenta due personaggi: Noè dal quale discende tutta l’umanità, per questo le Genti vengono chiamate Noachidi...
    Nella famiglia umana esiste però un gruppo particolare, quello dei figli di Abramo, Giacobbe-Israele... “un regno di sacerdoti, un popolo distinto [diverso dagli altri; ai due gruppi si appartiene per nascita, non per fede, n.d.a.].
    Universalismo ebraico significa due strade parallele verso la salvezza [quella di Israele e quella dei non-israeliti, n.d.a.]. Si discute se la divinità di Gesù possa essere compatibile per un non ebreo con l’idea monoteistica [ossia se i Noachidi possano credere alla divinità di Gesù; la risposta del giudaismo ortodosso è no; tale credenza è idolatria ed è passibile di morte] (25).
    La conseguenza - continua Di Segni - è che il cristiano potrebbe, secondo l’opinione rigorosa, non essere nella strada della salvezza [...]. I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei... possiedono una loro vita autonoma piena e speciale verso la salvezza e che non hanno bisogno di Gesù» (26).
    Quindi: gli ebrei son pronti a chiudere un occhio sull’idolatra religione cristiana, non strettamente Noachide, se i cristiani ammettono che Gesù non è necessario alla salvezza come unico Mediatore tra Dio e l’uomo. Vi sono perciò due vie di salvezza: quella principale degli ebrei, e una “strada secondaria” [cfr. G.P.II, Redemptor hominis n° 13-14, 4 marzo 1979 “la via e la strada”, n.d.a.] dei non ebrei o Noachidi.
    Mi sembra evidente che “N.A” e il magistero successivo sui rapporti cristiano-giudaici abbia, non dico accettata, ma prevenuta addirittura, la proposta o “tentazione” di Riccardo Di Segni, che però porta a rinnegare il cristianesimo. Infatti non è possibile restare cristiani se si nega che Cristo è l’unico Salvatore dell’umanità, ebrei compresi; perciò quando i pan-ecumenisti dicono: siamo disposti al dialogo con il giudaismo (secondo la linea Di Segni), ma non potete domandarci [esplicitamente] di rinunciare ad essere cristiani, in realtà hanno già rinunciato [implicitamente, per non gettare la maschera] ad esserlo, concedendo che Gesù non è necessario alla salvezza di tutti (Absit).

    L’Episcopato americano

    Il 13 agosto 2002 a Washington il “Comitato Episcopale Americano degli affari ecumenici ed interreligiosi” e il “Consiglio Nazionale americano delle Sinagoghe” affermavano che la conversione degli ebrei al cattolicesimo era un fine inaccettabile; citavano Giovanni Paolo II «il quale ha insegnato esplicitamente che gli ebrei “sono il popolo di Dio dell’Antica Alleanza, mai revocata da Dio”..., inoltre ricordano le note del Vaticano del 1985 [che] fecero l’elogio del giudaismo postbiblico... la sua fecondità spirituale è sempre continuata... il giudaismo rabbinico, sviluppatosi dopo la distruzione del Tempio, deve essere considerato divino... Dal punto di vista cattolico, il giudaismo è una religione che deriva dalla rivelazione divina. Come ha notato il card. Kasper “la grazia di Dio..., è accessibile a tutti. Così la Chiesa crede che il giudaismo, ossia la risposta fedele del popolo ebraico all’Alleanza irrevocabile di Dio, è salvifico per essi, poiché Dio è fedele alle sue promesse”. [...] La missione evangelizzatrice della Chiesa non include più la volontà di assorbire la fede ebraica nel cristianesimo, mettendo così fine alla testimonianza specifica che gli ebrei rendono a Dio nella storia umana. [...] gli ebrei restano nell’Alleanza salvifica di Dio... inoltre essi son chiamati da Dio a preparare il mondo al Regno dei Cieli [...].
    Il giudaismo - a sua volta - considera che tutti i popoli sono obbligati ad osservare una legge universale, ossia i sette Comandamenti noachidi... con la proibizione dell’idolatria».

    Rispondo:
    Mi sembra opportuno precisare che il giudaismo postbiblico, avendo rifiutato il Messia ha rotto il patto con Dio, qui non deserit nisi prius deseratur; onde Dio non rompe per primo un patto, ma se constata l’infedeltà dell’altra parte si considera sciolto da ogni alleanza che diventa così vecchia ed è rimpiazzata da una nuova.
    Inoltre Cristo ha inviato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo a tutti gli uomini, ebrei per primi, dicendo a tutti loro che chi non crederà al Vangelo non sarà salvato, anche gli ebrei. La Chiesa di Cristo non può rinunciare alla missione che Cristo stesso Le ha data.
    Infine la legge noachide per i gojim, condannando l’idolatria intende riprovare la fede nella divinità di Cristo, empietà che è passibile di morte, come lo fu già per il Messia che si proclamò Dio; Egli per il giudaismo post-biblico, allora come oggi, è solo un uomo. Il cristiano, se vuol restare tale, non può accettare questa legge che nega e condanna la divinità di Cristo e condanna la fede in essa come idolatrica.

    Un recente libro del cardinal Lustiger

    È uscito recentemente un libro del card. Jean Marie Lustiger (La promesse, éd. Parole et Silence, Parigi, 2002), che raccoglie una serie di conferenze tenute dal porporato per circa vent’anni, in cui egli ritorna, a più riprese, sui rapporti tra giudaismo e cristianesimo.
    Il prelato francese scrive che “il massacro e la persecuzione di Israele fu fatta dai pagano-cristiani” (p. 74), Erode sarebbe la figura o il tipo dei cristiano-pagani (ivi), la società cristiana più che una figura del Regno dei Cieli ne è “la caricatura spesso infernale” (p. 112), il peccato dei cristiani è quello di deicidio “riguardo alla sorte che hanno riservata al popolo ebraico... La vittima assoluta - di cui Gesù è solo un simbolo - è Israele” (p. 51 e 75); la teologia della sostituzione cristiana “è un’appropriazione abusiva e blasfema dell’elezione d’Israele” (p. 162).
    Tali frasi pronunciate e ripetute da venti anni almeno, gettano una luce inquietante sulla giudaizzazione dei membri della Chiesa, e soprattutto di quelli più in alto.
    Si legga anche:
    - FIDELITER, n° 151, genn.-febb. 2003, pagg. 10-11.
    - L’EXPRESS, 5 dicembre 2002, pagg. 88-100, Debat: Juifs-Chrétiens. Pourqoi Lustiger dérange, par CHRISTIAN MAKARIAN.

    La genesi di “Nostra Aetate”

    Come abbiamo visto, sia gli ebrei che i cristiani, ritengono che “N.A.” sia la “Dichiarazione” più importante del Concilio, avendo dato luogo ad una nuova èra, quella della “chiesa conciliare” (come l’hanno chiamata i cardinali Benelli e Kasper), fondata sui rapporti tra ebraismo e cristianesimo. In essa Gesù non è più necessario alla salvezza degli ebrei, i quali sono sempre cari a Dio, sono tuttora il suo popolo eletto e restano nella sua Alleanza che non è stata mai revocata.
    Ma come si è arrivati a tanto?
    Marx Jules Isaac, è stato uno dei protagonisti principali della stesura di “N.A.”; egli era un ebreo, non credente, tendenzialmente comunista ed iscritto al B’nai B’rith (la massoneria ebraica), come ha rivelato il presidente del “B.B.” francese Marc Aron, il 16 novembre del 1991, nel discorso in occasione della premiazione del card. Decourtray (27).
    L’incontro tra Roncalli e Isaac (13 giugno 1960) fu organizzato dal “B.B” e da alcuni uomini politici socialcomunisti (28).
    L’altro artefice di “N.A” fu il card. Agostino Bea (29). Il porporato tedesco, volle incontrare - subito dopo aver ricevuto da Roncalli l’incarico di arrivare ad un documento “revisionista” sui rapporti giudaicocristiani - Nahum Goldman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, a Roma il 26 ottobre 1960. Bea chiese a Goldman, da parte di Roncalli, una bozza per il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei e sulla libertà religiosa (“N.A.” e “D.H.”). Il 27 febbraio 1962 il memorandum fu presentato a Bea da Goldman e Label Katz (membro del “B.B.”), a nome della Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche. Ebbene questa bozza ispirata dalla massoneria ebraica (“B.B.”) e dal Congresso Mondiale Ebraico, ha prodotto Nostra Aetate (30).
    Lo stesso Bea, sin dal 1961, incontrava spesso, a Roma, il rabbino Abraham Heschel, professore al seminario teologico ebraico, che «come collega scientifico di Bea... esercitò un notevole influsso sulla elaborazione di “N.A.”» (31).
    Nel 1986 Jean Madiran ha svelato l’accordo segreto di Bea-Roncalli con i dirigenti ebrei (Isaac-Goldman), citando due articoli di Lazare Landau, su “Tribune Juive” (n° 903, gennaio 1986 e n° 1001, dicembre 1987). Landau scrive: «nell’inverno del 1962, i dirigenti ebrei ricevevano in segreto, nel sottosuolo della sinagoga di Strasburgo, un inviato del papa... il padre domenicano Yves Congar, incaricato da Bea e Roncalli di chiederci, ciò che ci aspettavamo dalla Chiesa cattolica, alla vigilia del Concilio... la nostra completa riabilitazione, fu la risposta... In un sottosuolo segreto della sinagoga di Strasburgo, la dottrina della Chiesa aveva conosciuto realmente una mutazione sostanziale» (32).

    STANISLAS FUMET, JACQUES MARITAIN NELLA GENESI DI “NOSTRA ÆTATE”

    Una rivista francese (33) tratta, recentemente, il problema di alcuni «ebrei [mal]-convertiti al cristianesimo, “cristiani giudaizzanti” ed “ebrei cristianizzanti”» (34), che dettero luogo alla formazione del documento conciliare Nostra Aetate.

    I Maritain

    Secondo l’autore (molto ben informato), Raïssa Maritain, nata ebrea e «imbevuta di chassidismo [la mistica o càbala ebraica luriana, n.d.a.]» (35), ebbe un influsso notevole sul suo sposo Jacques. Attorno ai Maritain si formò un cenacolo di intellettuali, esteti, misticoidi che ebbero un ruolo fondamentale nella revisione della teologia della sostituzione della Sinagoga da parte della Chiesa. Uno di essi fu Léon Bloy «la cui influenza sarà importante sulla coppia Maritain» (36), un altro è «Charles Péguy, che dopo Bloy, è stato uno dei grandi ispiratori del filosemitismo in ambiente cristiano» (37), e in fine il futuro cardinale Charles Journet.
    Raïssa, nacque a Umanshoff, in Russia donde emigrò dieci anni dopo la sua nascita (1883), e incontrò Jacques nel 1901; nei primissimi anni del Novecento conobbero Léon Bloy. «Bisogna rivivere il clima di tensione e di esaltazione in cui li ha immersi [la conoscenza di Bloy, n.d.a.], per capire meglio le ragioni che hanno spinto nel 1906 i Maritain a riesumare a proprie spese un libro di Bloy così strano e complesso come Le salut par les juifs» (38). Bloy rivela a Raïssa che tra cristianesimo e giudaismo post-biblico «non c’è che unità, continuità, perfetta armonia» (39).
    Seguendo il consiglio di Bloy, «Jacques e Raïssa hanno pregato a lungo N.S. di La Salette... essi credevano fermamente al suo terribile segreto... considerato con grande sospetto dalla Chiesa, il segreto costituisce per Bloy un evento di un significato e di una bellezza eccezionali» (40). Il 21 dicembre 1915 «un decreto del S. Uffizio... proibisce di parlare del segreto di La Salette [non dell’apparizione, n.d.a.] sotto qualsiasi pretesto o forma» (41), dato il suo contenuto millenarista e gioachimita, che poteva far intravedere la fine del Nuovo Testamento e l’aurora della terza alleanza o èra dello Spirito Santo, senza più Chiesa gerarchica né sacerdozio. Jacques nel 1926 lesse La vita e le rivelazioni di Marie des Valées di Emile Dermenghem, colui che ha scoperto per primo gli scritti inediti di de Maistre. Egli ha fatto conoscere al pubblico il pensiero esoterico e nascosto del Savoiardo, legando la visione millenarista del conte alle rivelazioni di Maria delle Valli (che in sé non contengono nulla di eterodosso, ma possono essere mal interpretate, come effettivamente è successo nel Novecento, ad opera di una setta brasiliana: la TFP).
    Attorno ai coniugi Maritain, ma sotto la ferrea direzione di Raïssa, si forma un cenacolo di artisti, dacché Raïssa pensava che la cultura e l’arte assieme alla mistica chassidica luriana, potessero rinnovare il tomismo, il cristianesimo e la cristianità (demolendoli). Gran parte di questi personaggi esteti e bizzarri erano dei deviati (Jean Desbordes, François Mauriac, Julien Green e Jean Cocteau erano omosessuali dichiarati, qualcuno era tossicomane e scrivevano romanzi incitanti alla perversione morale). Essi hanno creato uno stato d’animo e un atteggiamento mentale decadente, dandy, pieno di disfacimento intellettuale e morale, poiché si pensa come si vive. Purtroppo da tale cenacolo è uscito l’Umanesimo integrale (1936), e il neo cattolicesimo-liberale o democrazia-cristiana sillonista; assieme al “cristianesimo”-giudaizzante o giudaismo talmudico (definito da Jacques Maritain, sin dal 1906 “la razza primogenita di Dio”) (42) che, pian piano, dagli anni Venti si è sviluppato sino a crescere e a primeggiare nel 1965 con Nostra Aetate, e soprattutto con il lungo regno di Karol Wojtila; esso rappresenta la vera peste e la grande apostasia del nostro tempo.

    I Fumet

    Mi sembra, tuttavia, che la figura di spicco, anche se poco conosciuta, sia quella di Stanislas Fumet (43) (1896-1983), vissuto sino al pontificato di Giovanni Paolo II, «amico ardente d’Israele, egli voleva conciliare l’avanguardia artistica, la vita mistica [“chassidica o cabalistica e lo Zohar”] (44) e il rinnovamento del tomismo [in chiave “umanistico-integrale”, n.d.a.]; convertitosi verso gli inizi del Novecento, proveniente dall’anarchismo e dall’occultismo ebraico, «trasfuga dall’anarchia e dallo spiritismo verso un cristianesimo alquanto esoterico... si sente vicino al Sillon» (45).
    Introdusse in ambiente cattolico a partire dal 1920, una nota di non-conformismo e uno stile fortemente bohemien alla Oscar Wilde; anche il suo itinerario è passato attraverso Péguy e Léon Bloy. «Un altro libro che risente dell’influsso di Fumet è quello del giovane ebreo di origine egiziana Jean de Menasce, Quand Israel aime Dieu (1931)» (46). Nel 1976 il futuro cardinal Jean Marie Lustiger, ebreo “convertito” ma giudaizzante, scrisse a Fumet per avere maggiori informazioni sul padre domenicano Jean de Menasce, «il cui libro lo aveva affascinato» (47).
    «Come il suo amico Jacques Maritain, Stanislas ha sposato (1919) un’ebrea convertita d’origine russa, di nome Aniouta Rosenblum, che assieme a Raïssa ha trasmesso ai rispettivi sposi l’amore per l’oriente russo-ebraico..., per il filosemitismo ardente che si prolunga nel filosionismo» (48).
    Le origini di tale filosionismo vanno ricercate in Bloy, secondo il quale - la salvezza venendo ancora dopo il Calvario dal giudaismo post-biblico - occorre «accordare al “focolare nazionale ebraico” tutta la simpatia e... sogna una Chiesa giudaico-cattolica, come vi è una Chiesa greco-cattolica» (49). I coniugi Fumet stanno all’origine dell’unione degli Amici d’Israele (nata nel 1925 e condannata dal S. Uffizio nel 1928), assieme alla fondatrice vera e propria, Franceska Van Leer, ebrea olandese malconvertita, la quale dopo la condanna tornò al marxismo rivoluzionario di Rosa Luxemburg, donde veniva (50).
    Stanislas Fumet, proprio nel 1925, parla di “fratelli maggiori” riguardo agli ebrei, espressione già usata da Adam Mickiewicz (1798-1885) nel 1842, amico di Andrea Towianski (1799-1878) “discepolo” di Joseph de Maistre (51). Tale espressione sarà ripresa da Giovanni Paolo II, nel 1986, il quale aveva esaltato come suo maestro, nel 1978, proprio Adam Mickiewicz. Un altro grande ammiratore di Maritain è stato Jerzy Turowicz (1912-1999), amico personale di Karol Wojtila, il quale nel 1968 fu spinto proprio dal Turowicz ad esprimere il primo di una lunga serie di mea culpa nei confronti dell’ebraismo, da parte della Chiesa romana, in una sinagoga di Cracovia, ove Wojtila era arcivescovo. I Turowicz erano ebrei frankisti (come Mickiewicz) e si convertirono esteriormente al cristianesimo, restando interiormente ebrei, nel 1760, dietro ordine del marrano Jacob Frank (52).
    Secondo Stanislas Fumet occorre «far conoscere ai cattolici la filosofia mistica degli chassidim [la càbala spuria, n.d.a.], bisogna che i cristiani sappiano che esiste, nei loro fratelli maggiori un’elevazione spirituale e mistica» (53).
    Fumet sosteneva che «quando un cristiano comunica, diviene della razza d’Israele, poiché riceve il sangue [minuscolo, n.d.a.] di Israele nelle sue proprie vene» (54). Quindi i cristiani devono comunicare frequentemente per diventare della stessa “razza” (parola impiegata dal Fumet) degli ebrei, tramite una sorta di “trasfusione di sangue” (si noti la rassomiglianza con la tesi dell’omicidio rituale). Perciò i due Testamenti e i due popoli sono uno solo, l’Israele post-biblico. «Il S. Uffizio non poteva lasciar passare tale teoria e condannò l’Associazione Amici d’Israele nel 1928» (55).
    Fumet è stato amico di Jacques Chirac ed assieme a lui uno dei primi gaullisti della Francia petainista, «prima del 1939 De Gaulle era un amico di Temps Présents, il settimanale diretto da Fumet» (56).
    Dopo il Concilio Vaticano II, nel 1968, il suo estetismo lo fa «ingaggiare personalmente [come tante altre personalità che amavano il canto gregoriano e il latino, ma non tanto la Messa romana, n.d.a.] nel movimento Una voce» (57), come pure il suo amico Maritain.

    Jules Isaac

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale, Jules Isaac, discepolo di Péguy, lancia l’offensiva volta a giudaizzare il cristianesimo, partendo dalla shoah. Egli riuscirà a preparare (con l’aiuto del Bené Berith) il documento conciliare Nostra Aetate, voluto da Giovanni XXIII e “imbastito” dal cardinal gesuita Agostino Bea, dal padre domenicano Jean de Menasce (ebreo “convertito”) e da padre Paul Démann (idem) della congregazione dei Padri di Sion (58). Loro scopo era soprattutto di impedire di «abbassare il giudaismo biblico e postbiblico, per esaltare il cristianesimo» (59), di seppellire la teologia della sostituzione e di mescolare giudaismo veterotestamentario e talmudico o anticristiano. Purtroppo il documento fu accolto dai padri conciliari nel 1965, ed è diventato il cavallo di battaglia dell’insegnamento wojtiliano, secondo il quale Cristo è il mediatore tra Dio e i cristiani, mentre gli ebrei non hanno bisogno di Gesù poiché aspettano un loro messia (60).
    Per capire appieno la genesi di Nostra Aetate era indispensabile scandagliare questo mondo oscuro e segreto di marrani, misticoidi, modernisti e deviati che ci ha portato “il cavallo di Troia nella Chiesa di Dio”, contro la quale, tuttavia, non prevarranno, secondo le promesse del Divin Redentore.

    Le tappe di Nostra Aetate

    1°) Prima del Concilio (1962). Appendice allo schema De Verbo Dei:
    [testo ritirato o non esaminato dalla Commissione Centrale Preparatoria].
    «La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... ma la maggior parte del popolo ebraico resta lontana da Cristo; tuttavia è ingiusto dichiarare questo popolo maledetto mentre resta carissimo a Dio, a causa dei suoi padri...».
    2°) II sessione del Concilio (1963). Capitolo IV dello schema De Oecumenismo:
    [testo distribuito ai vescovi l’8 novembre 1963, discusso ma ritirato].
    « La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... ma la maggior parte del popolo ebraico resta lontana da Cristo; tuttavia è ingiusto dichiarare questo popolo maledetto mentre resta carissimo a Dio, a causa dei suoi padri... o deicida, poiché la causa della passione e morte di Cristo furono i peccati di tutti gli uomini... la morte di Gesù non è stata provocata da tutto il popolo ebraico di allora e neppure da quello di oggi...».
    3°a) III sessione (1964). Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane:
    [testo distribuito il 25 settembre 1964 e discusso dal 28 al 30 settembre (89ª-94ª Congregazione); ridotto nel paragrafo riguardante gli ebrei, raddoppiato per l’aggiunta di due paragrafi: uno sulla paternità universale di Dio, con un cenno ai musulmani, l’altro con la condanna di ogni forma di discriminazione; primo testo mitigato].
    « La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... Siccome i cristiani hanno ricevuto un sì grande patrimonio dagli ebrei, questo santo Concilio vuole raccomandare tra loro la conoscenza e stima mutua... per questo motivo non bisogna presentare il popolo ebraico come riprovato da Dio e non si deve imputare ad esso le cose che son state compiute durante la passione di Cristo».
    3°b) III sess. (1964). Dichiarazione sui rapporti...
    [testo corretto ed ampliato, distribuito il 18 novembre 1964, discusso e votato il 20 novembre, con 1651 placet, 99 non placet, 242 placet iuxta modum, 4 voti nulli (125ª Congregazione), doveva venir messo in appendice al De Ecclesia; ritorno alle idee originarie].
    « La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi Mosè e i profeti d’Israele... siccome i cristiani hanno ricevuto un sì grande patrimonio dagli ebrei, questo santo Concilio vuole raccomandare tra loro la conoscenza e stima mutua... Il Concilio deplora e condanna l’odio e le persecuzioni contro gli ebrei... Il popolo ebraico non deve essere mai presentato come maledetto, riprovato o deicida. Infatti le cose successe durante la passione di Cristo non possono essere minimamente imputate a tutto il popolo ebraico di allora ed ancor meno a quello odierno...».
    4°) IV sessione (1965) Dichiarazione Nostra Aetate, De Ecclesiae habitudine ad religiones non christianas, paragrafo 4° De Judaeis.
    [testo rivisto dal Segretariato nel maggio 1965, distribuito ai Padri conciliari l’11 ottobre 1965, discusso ed emendato il 14-15 ottobre e dopo 8 votazioni ottenne 1763 placet, 250 non placet, 10 voti nulli, adottato nella votazione definitiva il 28 ottobre (7ª sessione pubblica), con 2041 placet, 88 non placet, 3 voti nulli; testo finale mitigato].
    Cfr. testo definitivo Nostra Aetate in «Tutti i Documenti del Concilio», Massimo, Milano, 1971, oppure in «Enchiridion Vaticanum, testo latino-italiano. Documenti. Il Concilio Vaticano II», EDB, Bologna, 9ª ed., 1971 (61).

    Note

    1) J. STERN, Jean Paul II face à l’antijudaisme, in «Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano. Colloquio intraecclesiale». Atti del Simposio teologico-storico, Città del Vaticano, 30 ottobre-1 novembre 1997, LEV, Città del Vaticano, 2000, pagg. 64-65.
    Cfr. Anche: PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, LEV, Città del Vaticano, 2001.
    F. GALEONE, Da “perfidi giudei” a “fratelli maggiori”. Ci separa da Israele il suo “no” a Gesù; ci unisce la fede nel Dio di Abramo. Le nostre radici ebraiche fanno parte del nostro essere cristiani, ELLE DI CI, Leumann (TO), 1994.
    PONTIFICIA COMMISSIONE «JUSTITIA ET PAX», La Chiesa di fronte al razzismo. Per una società più fraterna, EDB, Bologna, 1989.
    PAGINE DOCUMENTI/3, In dialogo con i «fratelli maggiori», AVE, Roma, 1988.
    PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO, Camminare Insieme. La Chiesa cattolica in dialogo con le altre tradizioni religiose del mondo, LEV, Città del Vaticano, 1999.
    M. TH. HOCH - B. DUPUY (textes rassemblés, traduits et annotés par), Les Eglises devant le Judaisme. Documents officiels (1948-1978), Cerf, Paris, 1980.
    2) E. TOAFF, Essere ebreo, Bompiani, Milano, 1994, pag. 13.
    3) C. NITOGLIA, Dalla Sinagoga alla Chiesa. Tre magnifiche conversioni: Edgardo Mortara, Giuseppe Coen, Eugenio Zolli, CLS, Verrua Savoia (TO), 1997.
    4) Cfr. DAVID M. NEUHAUS S.J. (dell’Istituto Pontificio Biblico di Gerusalemme), L’idéologie judéo-chréthienne et le dialogue juifs-chrétiens, RSR 85/2 (1997), pagg. 249-276, in «Etnia e cultura in Israele» a cura di E. BIANCHI, Guerini e Associati, Milano, 1997.
    Cfr. A. RAVENNA, L’ebraismo postbiblico, Morcelliana, Brescia, 1958.
    5) V. ZUBIZARRETA, Theologia dogmatico-scholastica, ed. El Carmen, Vitoria, 1948, n°699, tesi IV.
    6) D. JUDANT, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969, pagg. 88-91.
    ID., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israël, éd. du Cèdre, Paris, 1975, pagg. 7-15.
    7) Cfr. monsignor L. M. CARLI, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in «Palestra del Clero», n° 4, 15 febbraio 1965, pagg. 192-203.
    8) D. JUDANT, Jalons pour une théologie chrétienne d’Israël, éd. Du Cèdre, Paris, 1975, pagg. 33-83, passim.
    9) M. DUBOIS, Status quaestionis della problematica dell’antigiudaismo, in «Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano. Colloquio intraecclesiale». Atti del Simposio teologico-storico, Città del Vaticano, 30 ottobre-1 novembre 1997, LEV, Città del Vaticano, 2000, pagg. 41-42.
    10) P. BEAUCHAMP, Remarques additives sur l’antijudaïsme, in «Radici dell’antigiudaismo», cit., pag. 118.
    11) N. LOHFINK, l’Alleanza mai revocata. Riflessioni esegetiche per il dialogo tra cristiani ed ebrei, Queriniana, Brescia, 1991.
    12) Ibidem, pag. 13.
    13) Ibidem, pag. 13.
    14) Cfr. C. NITOGLIA, Per padre il diavolo, SEB, Milano, 2002, cap. VI e VII, pagg. 95-132.
    15) N. LOHFINK, op. cit., pag. 17.
    16) Ebr. VIII, 13.
    17) Ibidem, pag. 18.
    18) Ibidem, pagg. 21-22.
    19) Ibidem, pag. 22.
    20) Cfr. C. NITOGLIA, Per padre il diavolo, SEB, Milano, 2001, pagg. 104-108.
    21) J. STERN, Jean Paul II face à l’antijudaïsme, in «Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano», cit., pag. 59.
    22) J-M. GARRIGUES, Antijudaisme et théologie d’Israël, in «Radici dell’antigiudaismo...», cit., pagg, 321-327.
    23) F. SPADAFORA, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, Krinon, Caltanissetta, 1988.
    E. HUGON, Hors de l’Eglise point de salut, Parigi, 1907.
    G. SIRI, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, in «Renovatio», n°20, gennaio-marzo 1985, pagg. 5-7.
    R. GARRIGOU-LAGRANGE, De Revelatione per Ecclesiam Catholicam proposita, vol. II, 5ª ed., Desclée, Roma-Parigi, 1950, Cap. XV.
    T. ZAPPELENA, De Ecclesia Christi, II vol., 2ª ed., Roma, 1954, pagg. 341-398.
    24) Cfr. F. ROBERTI, Nuovo Digesto Italiano, Marietti, Torino, 1937, pagg. 524-525.
    25) Cfr. A. UNTERMANN, Dizionario di usi e leggende ebraiche, Laterza, Bari, 1994, pag. 211.
    26) R. DI SEGNI, I Noachidi, in «Shalom», n° 2, 2002, pag. 1.
    27) Cfr. E. RATIER, Mystères et secrets du B’nai Brith, Facta, Paris, 1993, pagg. 114-115 e 371-381.
    28) J. MADIRAN, L’accord secret de Rome avec les dirigeants juifs, in «Itinéraires» n° III, settembre 1990, pag. 3, nota 2.
    29) Cfr. L. ISRAEL. NEWMAN, Jewisch Influence on Christian Reform Movements, Columbia University Press, New York, 1925.
    P. GINIEWISKI, La Croix des Juifs, MJR, Genève, 1994.
    A. SCHMIDT, Agostino Bea. Il cardinale dell’unità. Città Nuova, Roma, 1987.
    F. RICOSSA, «Sodalitium», n° 40, 1995, pagg. 18-33.
    30) N. GOLDMAN, Staatmann ohne Staat. Autobiographie, Koln-Berlin, 1970, pagg. 378 ss.
    31) C. SCHMIDT, Il cardinal Agostino Bea..., cit. , pag. 612, nota 179.
    32) J. MADIRAN, in «Itinéraires», autunno 1990, n° III, pagg. 1-20.
    Cfr. F. RICOSSA, in «Sodalitium», n° 41, 1995, pagg. 42-57.
    33) Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, pagg. 48-71, a cura di MICHEL FOURCADE (dell’Università di Montpellier III).
    34) Ibidem, pag. 48.
    35) Ibid., pag. 50.
    Cfr.: J. L. BARRÉ, Jacques e Raïssa Maritain. Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio, Paoline, Milano, 2000.
    R. MARITAIN, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano, (1956) 2ª ed. ampliata, 1991.
    Lo Chassidismo ha un «carattere esoterico... ha tradotto in forme popolari la càbala che si trasformò in movimento popolare» (J. MAIER - P. SCHAEFFER, Piccola enciclopedia dell’ebraismo, Marietti, Casale Monferrato, 1985, pag. 128).
    Esso ha un fondamento “magico”, crede nell’immanenza di Dio e «la sua influenza si è fatta sentire sino all’età moderna [Levinas e Buber, n.d.a.]» (A. UNTERMANN, Dizionario di usi e leggende ebraiche, Laterza, Bari, 1994, pag. 63).
    Il padre remoto dello Chassidismo è Isaac Lurìa (XVI sec.), il quale insegnava l’emanazione del mondo da Dio, l’avvento del Messia e la «superiorità dell’anima degli ebrei su quella dei gentili» (A. UNTERMANN, cit., pag. 171).
    I Lubavitch sono un «gruppo interno allo Chassidismo... in tempi recenti i Lubavitch sono arrivati a credere che il loro rebbe Menachem Mendel Scheerson († 1994) sia il Messia» (A. UNTERMANN, cit., pag. 169).
    36) Ibid., pag. 50.
    37) Ibid., pag. 52.
    38) J. L. BARRE, Jacques e Raïssa Maritain. Da intellettuali anarchici a testimoni di Dio, Paoline, Milano, 2000, pag. 88.
    39) Ibidem, pag. 88.
    40) Ibid., pag. 98-99.
    41) Ibid., pag. 169.
    42) J. L. BARRE, op. cit., pag. 386.
    43) S. FUMET, Histoire de Dieu dans ma vie, Cerf, Paris, 2002.
    M. O. GERMAIN (a cura di), Stanislas Fumet ou la Présence au temps, Cerf, Paris, 1999.
    44) M. O. GERMAIN (a cura di), Stanislas Fumet ou la Présence au temps, cit., pag. 25.
    Secondo Savien de Savigny lo Chassidismo «si serve della càbala pratica o teurgica e ha dato il via a molte generazioni di “maghi”, assai popolari presso le masse» (SAVIEN DE SAVIGNY, Frankisme, in «Lectures Françaises», n° 561, janvier 2004, pag. II).
    Cfr. anche: G. SCHOLEM, Les grandes courantes de la mystique juive, Paris, 1960.
    ID., Du Frankisme au Jacobinisme, Paris, 1979.
    Le spose di Jacques e Stanislas, erano entrambe ebree di origine russa e la càbala chassidica russa è più speculativa rispetto a quella pratico-emozionale polacca, cfr. A. UNTERMANN, cit., pag. 169.
    45) S. FUMET, Histoire de Dieu dans ma vie, cit., pag. VI (introduzione).
    46) M. O. GERMAIN, op. cit., pagg. 41-42.
    47) Ibidem, pag. 43.
    48) Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, pag. 58.
    49) Ibid., pag. 59.
    50) S. FUMET, Histoire de Dieu dans ma vie, cit., pag. 300.
    51) C. NITOGLIA, L’Esoterismo, CLS, Verrua Savoia (TO), 2002, cap. IV Joseph de Maistre, pagg. 118-163.
    52) Cfr.: F. RICOSSA, Karol, Adam, Jacob, in «Sodalitium», n° 49, 1999, pagg. 30-41.
    R. BUTTIGLIONE, Il pensiero di Karol Wojtila, Jaca Book, Milano, 1984.
    A. MANDEL, Il Messia militante, Arché, Milano, 1984.
    L. QUERCIOLI-MINCER, La contesa sulle origini ebraiche di Mickiewicz, in «La Rassegna Mensile d’Israele», 1999, n°1, pagg. 29-49.
    M. BLONDET, Cronache dell’anticristo, Effedieffe, Milano, 2001, pagg. 104, 121-129.
    C. NITOGLIA, L’Esoterismo, CLS, Verrua Savoia (TO), 2002, pagg. 111-116.
    H. DE LUBAC, La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore. Da Saint Simon ai nostri giorni, vol. II, Jaca Book, Milano, 1984, cap. XV: “Adam Mickiewicz”, pagg. 261-315. Cfr. inoltre: Appendice D, pagg. 507-520.
    A. MICKIEWICZ, Scritti politici, a cura di M. Bersano Begey, Utet, Torino, 2ª ed. 1965, introduzione pagg. 11-26, IV lezione pagg. 153-169 e V lezione, pagg. 169-179 (Gli Slavi), in cui si rifà esplicitamente all’insegnamento esoterico di Joseph de Maistre.
    SAVIEN DE SAVIGNY, Frankisme, in «Lectures Françaises», n° 561, janvier 2004, pagg. I-VII.
    53) Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n. 16, p. 59.
    54) Ibid., pag. 60.
    «Lorsqu’un chrétien communie, il devient de la race d’Israël, puisqu’il reçoit le sang très pur d’Israel dans ses veines... Toutes les nations doivent être bénies dans cette race... chrétiens et juifs sont de la même race» S. FUMET, Histoire de Dieu dans ma vie, cit., pagg. 297-298.
    Si noti come il Fumet equivalga e rimpiazzi Gesù con Israele, secondo la càbala luriana e parli esplicitamente di sangue e di razza.
    55) Ivi.
    56) Ivi.
    57) M. O. GERMAINE, Stanislas Fumet ou la Présence au temps, cit., pag. 98.
    58) Cfr.: C. NITOGLIA, Nostra Aetate, in http://www.politicaonline.net/forum/...tolicesimo.com - mailing-list don Curzio Nitoglia.
    59) Histoire du Christianisme Magazine, 2003, n°16, pag. 69.
    60) C. NITOGLIA, Nostra Aetate, in http://www.politicaonline.net/forum/...tolicesimo.com - mailing-list don Curzio Nitoglia.
    Cfr.: D. PAGLIARANI, La Chiesa conciliare rinuncia alla conversione della Sinagoga, in «Tradizione cattolica», n° 53, 2003, pagg. 56-61.
    P. STEFANI, Alleanza perenne e Chiesa della circoncisione, in « Il Regno», n° 919, 15 febbraio 2003, pagg. 89-92.
    61) Cfr.: T. FEDERICI, Israele nella storia della salvezza, in «Humanitas», 22/1-2 (1967), pagg. 75-109.
    A. BEA, La Chiesa e il popolo ebraico, Brescia, 1966.
    B. HUSSAR, La religione giudaica, in «Le religioni non cristiane nel Vaticano II - La Dichiarazione “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”, genesi storica, esposizione e commento», Coll. «Magistero conciliare», n° 15, Leumann (TO), 1966, pagg. 199-203.
    G.M. COTTIER, La religion juive, in «Les relations de l’Eglise avec les religions non chrétiennes, Déclaration “Nostra Aetate”», Coll. «Unam Sanctam», n° 16, Paris, 1966, pagg. 237-273.
    T. FEDERICI, Il Concilio e i non cristiani - Declaratio, testo e commento, Coll. «Ave-Minima», n° 24, Roma, 1966, pagg. 235-400.
    R. LAURENTIN, L’Eglise et les juifs à Vatican II, Coll. «Eglise vivante», Paris, 1967.
    K. KRUBY, Juifs et Chrétiens, in «Catholicisme», n° 6, 1966, pagg. 1196-1209.
    A. GILBERT, The Vatican Council and the jews, New York, 1968.
    C.A. RIJK, Catholics and jews after 1967 - A new situation, in «New Blackfriars», 1968, pagg. 15-26.
    T. FEDERICI, Monologo e dialogo - Incontri e non incontri con Israele, Coll. «Ave-Minima», n° 17, Roma, 1965.
    A. BEA, Il popolo ebraico nel piano divino della salvezza, in «Civiltà Cattolica», 6 nov. 1965, 209-229.
    L. CERFAUX, La teologia della Chiesa secondo san Paolo, Coll. «Teologia oggi», n° 3, Roma, 1968.
    T. FEDERICI, Israël vivant, Coll. «Progressions», n° 3, Paris, 1965, pagg. 175-196.
    S. GAROFALO (a cura di), Dizionario del Concilio Vaticano II, Unedi, Roma, 1969.

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    Predefinito Dei forumisti chiedono chiarimenti

    1) Prima della Resurrezione hai parlato di "colpa e probabile dolo". Non è più giusto parlare solo di colpa, dal momento che è Cristo stesso a testimoniare del fatto che gli ebrei che hanno causato la sua morte "non sanno quello che fanno"?

    2) Dopo la resurrezione, scrivi che tra quegli ebrei che non si convertono subentra anche il dolo, e ciò in base al fatto che essi hanno avuto la prova del fatto che Gesù fosse il Messia. Io però mi chiedo due cose:

    a) se vogliamo rimanere in ambito giuridico c'è una grossa differenza tra avere la volontà di uccidere e uccidere realmente. Nel primo caso l'assassinio comunque non viene compiuto, e quindi non capisco perchè accusare di un qualcosa che non si è commesso.

    b) dici che il dolo subentra in quanto gli ebrei hanno avuto modo di vedere che Gesù era il Messia, ma si sono ostinati a non riconoscerlo. Questo può valere per coloro che effettivamente lo hanno visto dopo la resurrezione, ma per quanto riguarda coloro che non lo hanno visto? e che dire poi di quegli ebrei dell'epoca che non hanno mai nemmeno conosciuto Gesù, nè prima nè dopo la resurrezione? (all'epoca di Gesù, la maggior parte della popolazione ebraica viveva in comunità al di fuori della Palestina, e il Cristo, nella sua vita terrena, è rimasto storicamente un personaggio sconosciuto al di fuori di essa).

  6. #6
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    Predefinito

    Premetto che i termini colpa e dolo non sono comunemente usati nell'ambito della dottrina cattolica sul Deicidio. Ho dovuto usare questi maldestri strumenti in quanto ci sono persone che oggi usano questi termini per non incolpare di Deicidio gli ebrei "moderni", ovvero essi affermano (è il contenuto del mio primo post...) che 'Nostra Aetate' non nega il Deicidio storico e quindi neanche la colpa di quelle autorità giudaiche che si prodigarono per la morte di Gesù, tuttavia non è possibile incolpare tutti gli ebrei in quel momento viventi e quindi assolutamente nessun ebreo figlio di quei padri...insomma gli ebrei di oggi non hanno colpa di Deicidio, ma anche quelli "storici" non sapevano quello che facevano e quindi non hanno voluto uccidere il Cristo.

    Per chi sostiene questa posizione il Deicidio è quindi un atto/colpa che non volevano commettere gli ebrei "storici"; quelli "moderni" anche se volessero non potrebbero poi compierlo. Queste persone hanno cambiato il concetto di Deicidio che la Santa Chiesa ha sempre insegnato chiaramente e con forza impressionante.

    Detto questo rispondere alle tue domande significa ripetere parte di cose già dette. Posso prima dirti che ogni risposta sul tema la puoi trovare sul testo di don Curzio Nitoglia che ho postato sopra e sul testo di Padre Isidoro Da Alatri O.F.M. [1]. Se vuoi poni domande su questi testi che possono essere presi come spunto di analisi. Intanto questa può essere un inizio di risposta al tuo primo quesito:

    Dio è Amore, perdono, carità. Ci aspetta a braccia aperte, come il buon Padre fece con il figliol prodigo. Essendo tutti peccatori e causa della morte di Cristo sulla Croce per toglierci il peccato originale, dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di perdono. Dio è il Bene e non può volere quindi il male, che infatti è semplicemente assenza di bene. Gesù sulla croce disse anche: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». Lascio rispondere Padre ISIDORO DA ALATRI O.F.M. che esprime in maniera chiara la dottrina cristiana:


    In questa preghiera di Cristo vi è la prova più evidente, che Gesù ha pregato affinché i Suoi nemici fossero perdonati dal Padre celeste. Ma non è altrettanto certo che essi abbiano ottenuto il perdono, chiedendolo e pentendosi del loro orrendo peccato. Dinanzi a questa preghiera di Cristo si convertì anche uno dei ladroni crocifisso alla Sua destra; ma non quello giustiziato alla Sua sinistra... Prendendo occasione dalle parole «perdona loro perché non sanno quello che fanno», vi è chi ferma l’attenzione sulla frase «non sanno», e si domanda: «Chi è che non sa»? E pare a lui che nessuno o quasi nessuno di coloro che erano intorno alla croce seppero chi fosse veramente Cristo. E perciò tutti o quasi tutti ignoranti, e quindi scusabili e inconsapevoli del loro delitto. Infatti, Cristo non fu conosciuto dai soldati romani, «inconsci esecutori di ordini ricevuti». Non lo conobbe Pilato, il quale aveva appena sentito parlare di Cristo e delle Sue colpe e, pur ritenendolo giusto ed onesto, forse lo scambiò per un qualsiasi ebreo ricercatore di verità. Non lo conobbe la folla, che era intorno alla croce e che aveva chiesto, invocando su di sé il Suo Sangue, la crocifissione di Cristo; e non lo conobbero neppure i capi del popolo; i quali, appunto per la Sua affermazione di essere Figlio di Dio, ne avevano chiesto la morte dinanzi al giudice Pilato. E così tutti ignoranti e, diciamolo pure: tutti innocenti! Se si dovesse accedere a tale ipotesi, ci sarebbe subito da domandarsi: ma allora la preghiera di Gesù che valore avrebbe dovuto avere? E quale eroismo sarebbe stato quello di un morente nel chiedere il perdono per i suoi uccisori innocenti? La verità quindi dev’essere ben altra. Che Cristo non l’abbiano conosciuto perfettamente i soldati romani, passi...; che non l’abbia conosciuto perfettamente Pilato, quantunque sentisse che qualche cosa di divino si doveva nascondere in quel misterioso Giusto di cui lo avvertì anche sua moglie, Claudia Procula, passi pure; che non l’avesse conosciuto la folla dubito assai, poiché si tratta di quella folla, di quel popolo in mezzo al quale Egli visse e predicò per tre anni. Si tratta di quella folla e di quel popolo, di cui guarì molti infermi e sfamò per ben due volte col prodigio della moltiplicazione dei pani; si tratta di quella folla e di quel popolo, che pochi giorni prima lo aveva acclamato Messia, insieme ai suoi fanciulli, e a molti convenuti a Gerusalemme nell’imminenza della Pasqua... Che non lo conoscessero, o meglio, che Cristo non si sia fatto conoscere sufficientemente e luminosamente ai capi religiosi d’Israele, deve assolutamente negarsi. Più volte, infatti, Cristo aveva affermato la Sua messianità e divinità dinanzi a loro. E non l’aveva affermata soltanto con parole. L’aveva affermata implicitamente con i Suoi prodigi inauditi, come, per esempio nella guarigione del cieco-nato e nella resurrezione di Lazzaro. Ma vi è ancora di più: poiché essi si ostinavano a chiudere gli occhi dinanzi alla luce del sole, Cristo, vista la loro malvagia ostinazione, disse chiaramente, di essere il Messia e il Figlio di Dio. Tuttavia, affinché su questo punto non si abbia alcun dubbio, è opportuno riferire per intero quello che avvenne tra Gesù e i giudei. Poiché gli contestavano che Egli fosse Dio, gli si fecero d’attorno e gli chiesero: «Fino a quando terrai sospeso il nostro animo? Se tu sei il Cristo, dillo a noi chiaramente». Gesù rispose loro: «Ve lo dico e voi non credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio rendono testimonianza. Ma voi non credete, perché non siete delle mie pecorelle. Le mie pecorelle ascoltano la mia voce; io dò loro la vita eterna; esse non periranno in eterno e nessuno me le strapperà di mano. Ciò che il Padre mio mi ha dato, è da più di ogni cosa e nessuno può rapirlo dalle mani del Padre mio. Io ed il Padre siamo uno». I giudei presero allora delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: «Io vi ho fatto vedere molte opere buone del Padre mio; per quale di queste opere mi volete lapidare»? I giudei risposero: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia, e perché essendo tu un uomo, ti fai Dio». Gesù replicò loro: «Non è forse scritto nella vostra legge: «Io ho detto voi siete dèi»? Ora, se essa chiama dèi coloro ai quali la parola di Dio è stata diretta e la Scrittura non può essere annullata, a quello che il Padre santificò e inviò nel mondo, voi dite: «bestemmi»! Perché ho detto: «sono Figlio di Dio»? Se non faccio le opere del Padre mio, non credete in me, ma se le faccio e non volete credere a me, credete alle opere, affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre» (Gv 10, 24-38). Ed è tanto evidente questa dimostrazione della divinità, che Gesù fece di Sé, che molti vennero a Lui e dicevano: «Giovanni non fece alcun prodigio. Ma tutto quanto Giovanni ha detto di costui, era vero. E molti credettero in lui» (Gv 10, 42).

    IGNORANZA COLPEVOLE

    Forse perché qualcuno può chiudere gli occhi dinanzi al sole si potrà dire che egli ignori la luce di quel mirabile e luminoso astro? Gli ebrei rimasero bensì nelle tenebre; seppure vi rimasero; ma certamente per colpa e ostinazione loro personale e perché, come dice lo stesso divin Maestro: «Amarono più le tenebre che la luce per nascondere la malvagità delle loro opere» (Gv 3, 19). Dunque, chi mai potrebbe scusare tale ignoranza ostinatamente voluta? D'altra parte, se si giungesse a dire che nessuno conobbe Gesù, quale veramente Egli era, incolpevolmente, sarebbe lo stesso che dire: Egli non provò mai sufficientemente né la Sua messianità, né la Sua divinità; e giustamente perciò fu ucciso da chi ignorava ciò che egli soltanto temerariamente avrebbe affermato. Sarebbe enorme e vacillerebbe lo stesso fonciamento di tutta l’apologetica cristiana. Si deve dire, invece, che Egli mostrò, come abbiamo visto col Vangelo alla mano, chi Egli era: il Figlio di Dio, cioè in tutto uguale, come si espresse, al Padre che è nei cieli [1]. Ma i giudei chiusero gli occhi, perché l‘invidia, come rilevò più volte Pilato, e le altre passioni li resero ciechi volontariamente dinanzi alla luce. Su ciò sono d’accordo tutti, con a capo San Tommaso d'Aquino (1225-1274), il quale scrive: «Omnia enim signa videbant in eo quae dixerunt futura Prophetae [...] videbant enim evidentia signa divinitatis ipsius, sed ex odio et invidia Christi ea pervertebant; et verbis ejus quibus se Dei Filium fatebatur, credere noluerunt» (cfr. Summa Theologiæ, 3 p., qu. 47, art. 5). A questo proposito, si potrebbe anche consultare il nostro Padre da Bergamo, (op. cit., pag. 234), nella quale è chiaramente rilevato come gli ebrei furono ciechi per colpa loro. Per questo i moralisti conoscono ed insegnano che esiste una duplice ignoranza: una invincibile, e quindi incolpevole; l’altra vincibile e perciò colpevole, grassa, supina o, come dicono, affettata. Ma è evidente che i giudei erano ignoranti come afferma lo stesso San Tommaso, soltanto per ignoranza vincibile, supina, grassa affettata, e perciò colpevole. Quindi, non si fa loro nessuna ingiuria, se vengono chiamati deicidi, poiché hanno ucciso Colui che si era dichiarato ed aveva dimostrato di essere vero Dio e vero uomo (vedi i moralisti e rileggi il Vangelo in proposito; cfr. LE CAMUS, Vita di Gesù Cristo, vol. 3 pagg. 270-271; G. PAPINI, Storia di Cristo, vol. pagg. 404-405, ed altri che hanno scritto su tale questione). Il paragone infine che si fa dicendo che i giudei hanno ucciso Gesù, come i greci uccisero Socrate, gli americani Abramo Lincoln, gli italiani Umberto I di Savoia [2], è del tutto ridicolo e senza alcuna consistenza logica. Prescindendo infatti che l’autore di simile ravvicinamento e confronto ha soltanto il merito minimo invero di aver copiato e ampliato quanto aveva già scritto l'ebreo J. Klausner, cristianamente compatito da Padre Vosté (op. cit., pagg. 141-142 n. 1), né il popolo greco fu promotore della morte di Socrate, nè G. Booth uccise Lincoln chiedendone il permesso agli americani, né Bresci si mise in combutta con gli italiani per uccidere il «Re buono». È vero, invece, proprio il contrario: e cioè che Booth a causa del suo delitto fu fucilato e Bresci condannato all’ergastolo, con pieno plauso del popolo americano e italiano. Come perciò si siano potuti arzigogolare simili raffronti non si riuscirà mai a capire pienamente. Del resto, né Socrate, né Lincoln, né Umberto I di Savoia sono in alcun modo paragonabili a Cristo, il quale, oltre ad essere stato preannunciato al popolo ebraico molto tempo prima per mezzo dei Profeti, provò con schiacciante evidenza la Sua missione divina di Messia e la Sua infinita dignità di Figlio di Dio venuto tra gli uomini per redimerli dal peccato e dalla schiavitù di Satana. A tale scopo, Egli più volte, come abbiamo rilevato, invitò i Suoi nemici a rileggere e meditare quelle stesse Sacre Scritture, nelle quali essi riponevano tutta la loro speranza e salvezza. Diceva infatti, come riferisce San Giovanni: «Voi scrutate le Scritture, perché pensate di trovare in esse la vita eterna; ora, esse mi rendono testimonianza, eppure voi non volete venire a me per avere la vita» (Gv 5, 39-40). «Se non fossi venuto e non avessi parlato, non avrebbero colpa; invece non hanno scusa al loro peccato. Chi odia me, odia il Padre mio. Se non avessi fatto fra loro opere che nessun altro ha fatto, non avrebbero colpa; ma ora le hanno vedute, e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto perché si adempisse la parola scritta nella loro legge: «Mi hanno odiato senza ragione» (Gv 15, 22-25).

    CHI HA, DUNQUE, UCCISO CRISTO?

    Per noi non esiste nè può esistere dubbio alcuno: Cristo lo hanno ucciso i giudei. Ma i nostri oppositori, poiché Gesù nell’orto del Getsemani disse: «Ecco, è giunta l’ora e il Figlio dell’Uomo è consegnato nelle mani dei peccatori» (Mc 14, 41), credono di potersela cavare affermando: «Poiché siamo tutti peccatori, l’abbiamo ucciso tutti». Ma qui, d’un tratto, si passa dall’ordine storico a quello morale e mistico. È vero che tutti siamo peccatori e che, come tali, abbiamo partecipato alla morte di Cristo, il quale è venuto sulla terra propriamente per salvare i peccatori, ed è morto per i peccatori, non può dubitarsi; ma non può affermarsi neppure che tutti i peccatori lo hanno ucciso di propria mano o lo hanno condotto a Pilato e ne hanno chiesto con insistenza la morte. Ed infatti, una cosa è dire che Cristo è morto per salvare tutti i peccatori; un'altra è dire che tutti i peccatori l’hanno ucciso, spingendo forsennatamente Pilato a condannarlo a morte e a rilasciarlo nelle loro mani, ed in balìa della loro volontà perversa, prepotente e sanguinaria, la quale più volte ne richiese il supplizio della croce... Che sia morto per i peccatori, è una verità così comune nella fede dei cristiani, che non vale neppure la pena di provarla con i testi biblici, ben noti, del Profeta Isaia (Is 53, 4-5), e con l’autorità di San Paolo (Rm 5, 5-8), e con altre testimonianze, che abbondano nei Libri Santi e in tutta la letteratura cristiana dogmatica e morale e ascetico-mistica. Ma la questione, come abbiamo accennato, è ben altra, e bisogna che venga posta così: chi ha procurato storicamente, sollecitandola con ogni mezzo e ricorrendo perfino alla minaccia di accusare Pilato davanti all’Imperatore e movendo la sedizione popolare, la morte di Cristo? Posta in tal modo, la domanda, non può avere che una risposta: soltanto i giudei sono stati causa della morte di Gesù. E difatti, furono essi a perseguitarlo e ad insidiarlo in ogni modo, durante tutta la Sua vita, interpretando diabolicamente i Suoi prodigi più strepitosi; furono essi che si ostinarono a non vedere la luce che emanava dalla parola e dalla vita di Cristo. Furono essi che si servirono di Giuda per catturarlo nell’orto di Getsemani; furono essi ad inviare la sbirraglia nella notte fatale. Essi lo condussero attraverso i tribunali; essi ne chiesero ripetutamente ed insistentemente la morte, sollevando il popolo contro di Lui e minacciando il giudice Pilato. Tutto questo è storico e s’impone come un assioma matematico a chiunque legga e non voglia rifiutare il Vangelo. In quanto al testo al quale si appoggiano i nostri oppositori («Ecco, è giunta l’ora e il Figlio dell’Uomo è consegnato nelle mani dei peccatori») anch'esso, se ben si consideri, non ha che lo stesso senso ed equivale alle parole: «Ecco, è giunta l'ora, e il Figlio dell’Uomo è consegnato - come di fatto fu consegnato - nelle mani dei giudei, cioè del Sinedrio, e del popolo ebraico, che poi lo condusse innanzi ai giudici, e ne chiese pubblicamente insistentemente e minacciosamente la morte, che ottenne soltanto al grido: «il suo sangue cada sopra di noi e sui nostri figli»! Basta leggere tutto il cap. 14 di San Marco. E basta rivedere la triplice predizione della medesima Passione e Morte di Gesù (prima predizione: Lc 9, 32; Mc 8, 31-33; Mt 16, 21-23: seconda predizione: Lc 9, 43-45; Mc 9, 30-35; Mt 17, 22-23; terza predizione: Lc 18, 31-34; Mc 10 32-34, Mt 20 17-19). Scrive perciò Sant'Agostino, evidentemente nella luce dei testi evangelici: «I giudei volevano volgere tutta l'iniquità di quel delitto in un giudice uomo; ma potevano forse ingannare il Giudice Dio? Pilato, facendo quel che fece, fu certo partecipe del male, ma, in cofronto a loro, molto meno reo. Insistette per verità, come poté per liberare Gesù dalle loro mani, e con questo medesimo intendimento lo lasciò flagellare. Non per perseguitare il Signore lo flagellò, ma come per saturare il furore giudaico, sperando che a quella vista cedessero le ire, e non volessero più uccidere chi vedevano flagellato. Ma, perseverando coloro, egli si lavò le mani, dichiarandosi mondo della Sua morte. Nondimeno, lo condannò. Ora, se è reo colui che lo condannò invito, sono forse innocenti quelli che lo sforzarono perché lo condannasse? Nient'affatto! Ma egli proferì contro Gesù la sentenza e comandando che fosse crocifisso, quasi egli stesso lo uccise. E voi, o giudei, altresì lo uccideste. Come lo uccideste? Con la spada della lingua. Aguzzaste difatto le vostre lingue, e lo uccideste gridando: «Crocifiggilo, crocifiggilo»! [3]. Parrebbe superfluo aggiungere altre parole a questa recisa affermazione di Sant'Agostino, il quale, del resto, non è che la voce di tutti i Padri e Dottori dei secoli cristiani. Tuttavia, non vogliamo rinunciare ad un'ultima considerazione: se gli ebrei, capi e popolo, non avessero davvero ucciso Cristo, quale senso potrebbe avere quella selva ben nota di improperi che si pronunciano nella Liturgia del Venerdì Santo, in cui è Dio stesso che rimprovera al popolo ebraico tutte le sue ingratitudini e scelleratezze e l’empio delitto di averlo appeso sopra una croce dopo tanti benefici ricevuti attraverso i secoli della storia ebraica?
    Preghiamo i nostri lettori a rileggerli e meditarli alla luce dei fatti, e non dei sogni più o meno pietosi verso il popolo ebraico; poiché come è stato rilevato proprio in quest’anno 1960: «La massima responsabilità morale dell’iniquo processo e del nefando deicidio è del popolo eletto. I suoi capi presero l'iniziativa, macchinarono e tramarono; il popolo l'assecondò» [4].

    1 Cfr. San Lorenzo da Brindisi, Opera Omnia, vol. X, Pars t., Pataviie 1954, pag. 652.
    2 Cfr. P. Mariano, op. cit., pag. 12.
    3 Cfr. SANT'AGOSTINO, Enarratio in psalmum 63; cfr. P. BARBETTE, La Passione di N. S. Gesù Cristo secondo il chirurgo, Torino 1919, pag. 229; SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Hom. 82 in Mt.
    4 Cfr. Gesù Cristo, Guida per il primo corso di cultura religiosa dell'A.C.I., Cenac. 1960, pag. 268.



    «E quel sangue, dai padri imprecato,

    sulla misera prole ancor cade.

    Che, mutata d’etade in etade,

    scosso ancor dal suo capo non l’ha».



    (A. Manzoni)




    ...solo la conversione del singolo o Iddio voglia del popolo tutto (responsabilità collettiva essendo gli ebrei ancora popolo teologico) può togliere dai giudei "moderni" (post uccisione e Resurrezione Gesù) la colpa di Deicidio.

    1-http://www.holywar.org/Deicidio.htm

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    Lightbulb Per capire la mentalità giudaica...lo dicono loro stessi!



    Interessante articolo dal settimanale 'Il Venerdì di Repubblica' del 07/04/06.
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  9. #9
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    Pienamente in linea con la nuova "era" post Concilio VaticanoII: 1°- essere giudaizzanti e filogiudei ad oltranza.

    sul tema: http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=209954

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Sùrsum corda! Visualizza Messaggio


    Pienamente in linea con la nuova "era" post Concilio VaticanoII: 1°- essere giudaizzanti e filogiudei ad oltranza.

    sul tema: http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=209954
    Perdonatemi, spero che non mi consideriate solo uno sterile provocatore.
    Il condannare lo steriminio sistematico degli ebrei intrapreso in quegli anni non mi sembra che sia assimilabile ad un giudeizzamento.
    Colui che è indicato come il "Papa" ha espresso sdegno per un omicidio di massa, compiuto in nome di Dio che, mi pare, condanna in modo inequivocabile il togliere la vita ad un'altra persona. Non c'è alcun distinguo, nelle Sacre Scritture, tra credenze di sorta.
    Lo sterminio nel quale furono compresi primariamente gli ebrei è legittimato in qualche modo dall'accusa di Deicidio?
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

 

 
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