L'intervista inedita a Montanelli «Vi racconto cosa fu il fascismo» di MICHELE BRAMBILLA
Pubblichiamo un'intervista inedita rilasciata nel 1999 da Indro Montanelli a Michele Brambilla,oggi vicedirettore di Libero.Il testo è parte di una tesi di laurea ("Il Corriere della sera e la guerra civile spagnola 1936-1939"), depositata nel 2000 alla Statale di Milano.
Montanelli racconta la sua radiazione dall'Albo dei giornalisti in seguito a un articolo in cui demoliva il mito delle vittorie italiane in terra spagnola. Il regime, tuttavia, lo aiutò a trovare nuovamente lavoro.
Un trattamento benevolo simile a quello toccato a Luigi Barzini jr.Condannato a morte, si vide ridurre la pena a pochimesidi confino nel miglior albergo di Amalfi.
Episodi che dimostrano la verità dell'aforisma di Longanesi: «Il fascismo fu una dittatura temperata dall'inosservanza delle leggi».
Il feeling tra Indro Montanelli e il fascismo - se mai vero feeling vi fu - s'interruppe bruscamente nell'agosto di sessantanove anni fa. L'allora ventottenne Montanelli era inviato del Messaggero in Spagna, per seguire le vicende della guerra civile. Scrisse un articolo che non piacque al regime: fu licenziato, radiato dall'Albo dei giornalisti e sospeso dal partito. Quella vicenda Montanelli me la raccontò nel 1999 in una lunga intervista che qui proponiamo, e che è assolutamente inedita: non è mai stata pubblicata né su giornali, né in volumi o riviste. La realizzai per motivi di studio e dal 2000 è depositata all'Università Statale di Milano. Debbo molto a Montanelli (scrisse la prefazione a un mio libro e mi affidò la cura del suo ultimo, Le nuove stanze) e credo di non mancare di rispetto alla sua memoria se oggi propongo quell'intervista ai nostri lettori. È un documento che mi pare rispecchi bene ciò che Montanelli pensava del fascismo: una dittatura, sì, ma all'italiana. Si predicava la massima severità, ma poi si cercava di sistemare tutto sottobanco. Alle dichiarazioni di intransigenza, insomma, spesso seguiva il papocchio. Montanelli ne era convinto e ne diede testimonianza in questa intervista, nella quale racconta come, dopo essere stato messo all'indice quale nemico della Patria, fu aiutato dagli stessi gerarchi del fascismo, che si prodigarono per trovargli un posto. Ma non solo. Cacciato dal Messaggero, Montanelli trovò poco dopo lavoro nientemeno che al Corriere, diretto allora da Aldo Borelli, considerato il "direttore fascistissimo" ma in realtà uomo aperto e tollerante, abilissimo nel cercare di soddisfare al tempo stesso le pretese del regime e le esigenze dei tanti frondisti o addirittura antifascisti che aveva in redazione. Montanelli racconta anche, a riprova della sua tesi, ciò che accadde in quegli stessi anni a un suo illustre collega, Luigi Barzini junior, grande inviato del Corriere. Anch'egli, come Montanelli, cadde in disgrazia e fu poi salvato dallo stesso regime che l'aveva condannato. In questa intervista troverete testimonianza anche di che cosa fu il giornalismo - e il Corriere in generale - negli anni della dittatura di Mussolini.
Si comincia proprio con questo argomento, il giornalismo di quegli anni; per poi passare alla guerra civile spagnola e alle disavventure di Montanelli e Barzini.
-Montanelli, come vivevano i giornali in quegli anni?
«Se un giornale voleva sopravvivere - comincia Montanelli - non poteva, per forza di cose, che fiancheggiare in qualche modo l'opera del governo. Luigi Albertini, dal "Corriere", era stato mandato via per questo: perché non fiancheggiava. Intendiamoci: all'inizio Albertini aveva avuto anche delle simpatie, per il fascismo. Come Croce e Salandra, apparteneva al liberalismo di destra, e quindi aveva accolto il fascismo come un salutare antidoto alle violenze rosse: che c'erano, è inutile che vengano a raccontare storie. Furono quelle violenze a provocare il fascismo. Io ricordo bene come i miei zii vennero accolti a Fucecchio quando tornarono dalla Grande Guerra: a sputi. Poi finirono tutti antifascisti, dopo il delitto Matteotti: ma in quel momento, al ritorno dalla Grande Guerra, organizzarono delle squadre locali per difendersi. E se avessi avuto vent'anni in quel periodo, non ho dubbi che avrei fatto anch'io la fesseria di stare con gli squadristi. Non si sapeva ancora dove sarebbe andato a parare il fascismo ».
-Montanelli, veniamo alla guerra civile di Spagna. Quali motivazioni utilizzarono i giornali italiani per giustificare l'intervento delle nostre truppe?
«All'inizio non ci furono motivazioni. Furono i "ribelli" spagnoli, cioè i nazionalisti di Franco, che presero contatti con il regime italiano. Non erano fascisti, semplicemente volevano ristabilire l'ordine. Qui in Italia, faciloni come erano anche i fascisti, credettero di vedere in quel movimento un movimento fratello. E quindi si disposero all'aiuto. A quel punto scattò la campagna dei giornali. Che fu tutta eguale: non c'erano differenze tra testate, allora. O perlomeno non c'erano differenze nell'informazione politica, che era interamente omologata alle direttive del regime. Le differenze erano nelle terze pagine: era lì che cercavamo di distinguerci. Al Corriere Aldo Borelli, per esempio, affittò al regime la prima pagina, tutta la parte politica, e salvò il resto. E fece benissimo: era l'unica cosa da fare».
-Quando cominciò la campagna pro-Franco e pro-intervento, quale fu l'argomentazione principale dei giornali?
«Si parlava soprattutto di pericolo comunista. Ed effettivamente, intendiamoci, questo pericolo c'era. Guai se il comunismo si fosse installato in Spagna, diciamo la verità. Guai per noi ma guai anche per la Francia e per l'Inghilterra: le quali, infatti, ufficialmente combatterono l'intervento italiano, scatenandogli contro una campagna di stampa, ma sotto sotto non erano contrari. Anche per loro era meglio che vincesse Franco, piuttosto che Largo Caballero».
-E ci furono direttive precise per voi giornalisti inviati in Spagna?
«Solo quello di fiancheggiare l'opera del governo. Ma non c'era neppure bisogno di dircelo, che dovevamo comportarci così: era sottinteso. E nessuno di noi fece stecca su questo. Anche, perché, sia chiaro, eravamo d'accordo anche noi sul fatto che, per l'Europa anche democratica, era meglio che vincesse Franco».
-Lei però fu licenziato ed espulso dall'Albo proprio per quello che scrisse dal fronte spagnolo.
«Sì, ma io fui silurato per un altro motivo, per un motivo molto più pedestre. Lì in Spagna c'era tutto un volontarismo italiano che andava in cerca di medaglie e di promozioni. E quindi noi dovevamo gonfiare le grandi imprese dell'esercito italiano, le quali erano poi piccole imprese, e non sempre gloriose, vedi la sconfitta di Guadalajara. Bisognava suonare la grancassa dell'Italia guerriera inventata da Mussolini, bisognava far credere che in Spagna eravamo noi che vincevamo, più che le truppe di Franco. E questo nelle mie corrispondenze non lo si leggeva. Io venni silurato perché scrissi che la battaglia di Santander non c'era stata. O meglio: scrissi che c'era stata sì, ma prima che arrivassero gli italiani, prima della cosiddetta presa di Santander celebrata dai nostri giornali come una grande vittoria italiana. Santander era stata assediata da terra e dal mare dalle truppe nazionaliste di Franco, e aveva resistito finché la gente aveva avuto almeno i topi e i gatti da mangiare; poi, quando non ebbe più nemmeno quelli, si arrese. A quel punto, solo a quel punto, arrivarono gli italiani. Ora, io feci una corrispondenza sulla marcia degli italiani verso Santander, e siccome a quella marcia avevo partecipato, scrissi ciò che avevo visto, e cioè che era stata "una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo". E questo fu pubblicato».
-La reazione fu immediata?
«Immediata. Mi richiamarono in Italia come un reprobo, un denigratore delle Forze Armate italiane. Io rientrai a Roma e nessuno volle ricevermi, neanche il direttore del Messaggero, Francesco Malgeri. In compenso, mi trovai la convocazione della Commissione per il confino! Il guaio era che io avevo scritto quell'articolo senza sapere che in Italia si erano inventati la battaglia! Se l'avessi saputo, sarei stato zitto. Non avrei raccontato una battaglia che non c'era stata, ma nello stesso tempo avrei cercato di non infilarmi in un pasticcio per una cosa del genere. Sta di fatto che dovevo comparire dinnanzi a questa Commissione per il confino, il cui capo era Antonino Tringali-Casanova, console generale della Milizia, che poi divenne tristemente famoso come il boia dei congiurati del 25 luglio. Questi, un paio di giorni prima del processo, mi chiamò e mi disse: come intendete difendervi? Era un tipo molto duro, e se mi fece quella domanda ufficiosa, prima del processo, è perché, secondo me, doveva avere qualche sospetto sulla battaglia di Santander. Io gli risposi: mi difenderò nella maniera più semplice, chiederò ai miei denunziatori, che immagino siano i nostri alti ufficiali in Spagna, di fare nome, cognome, data e luogo di nascita di un morto italiano in quella battaglia».
-Come andò a finire?
«Fui radiato dall'albo, licenziato dal Messaggero e sospeso dal partito, nel quale poi non rientrai più. Questo dimostra quale fosse il clima per i giornalisti. Insomma ero senza lavoro e additato come un individuo da evitare. Senonché, sapete com'era il fascismo? Il fascismo era un cosa buffa, una buffonata. Il Minculpop mi aveva messo al bando, ma nel Minculpop avevo degli amici che di nascosto cercavano di aiutarmi. E così, questi amici di giorno si rifiutavano di ricevermi, ma alla sera venivano con me in trattoria. Tra coloro che cercavano di aiutarmi c'era Bottai. "E ora che fai?", mi chiese. E io: e che vuoi che faccia? Ho bisogno di lavorare. Mi disse: "Fammici pensare". Dopo un po' mi chiese: "Senti, andresti a insegnare italiano in un'università straniera?". Eccome, risposi: a quattro gambe, ci vado. E lui mi trovò il posto di lettore di italiano in Estonia. Quindi, da una parte ti scomunicavano, e dall'altra ti aiutavano. Questo era il fascismo ».
-A un certo punto, però, lei fu assunto dal Corriere della sera.
«Andò così. Dopo un anno di Estonia, tutti si erano dimenticati del mio caso. Borelli, su suggerimento di Ojetti e di altri che mi apprezzavano, mi chiamò al Corriere come collaboratore; non come redattore a tempo pieno, perché io restavo espulso dall'Albo dei giornalisti. Mi fece un contratto per quattro articoli al mese, pagati 500 lire ciascuno. E io campavo. Non bene, ma campavo. E siccome Borelli stesso capiva che 2 mila lire al mese non erano un granché, mi lasciava collaborare sotto pseudonimo con altre pubblicazioni: Critica fascista di Bottai, Omnibus di Longanesi, La Nuova Antologia di Federzoni. Questo dimostra che il fascismo era una cosa da morir dal ridere. In Germania mi avrebbero fucilato. Anche se per ragioni più serie, non per queste fesserie ».
-Quindi Borelli fu tutt'altro che uno spietato esecutore degli ordini del regime...
«Ce ne fossero, di Borelli. Ce ne fossero. Fu un direttore di grandissima umanità. Ebbe un coraggio enorme nel difendere sempre i suoi redattori quando erano nei guai col regime. Mi ricordo che cosa fece, ad esempio, per salvare Luigi Barzini jr. Anche questa è una storia che bisogna raccontare, per capire che cosa fu davvero quel regime Dunque, accadde che a Luigi Barzini jr., che era una grande inviato speciale del Corriere, a un certo punto capitò di sposare Giannalisa Feltrinelli, vedova di Carlo Feltrinelli, insomma una delle donne più ricche d'Italia. Un po' per se stesso, un po' per Giannalisa, Barzini era ammanicato con tutto l'estabilishment del regime. Il giorno prima del matrimonio, al quale erano invitati tutti i pezzi grossi del fascismo, Barzini incontrò l'ambasciatore inglese in Italia e a un certo punto, per civetteria, gli disse: "Guardi che io so che il nostro ministero degli esteri ha la chiave per decrittare i vostri telegrammi in codice che inviate a Londra". L'ambasciatore, per verificare se quella confidenza di Barzini fosse vera o una millanteria, fece una cosa molto semplice: inviò un telegramma a Londra scrivendo, in cifra, "il noto giornalista italiano Luigi Barzini mi informa che l'ufficio di spionaggio italiano ha la chiave per decifrare i nostri messaggi". Siccome era vero che il nostro ministero degli esteri aveva quella chiave, il telegramma fu immediatamente decifrato e si venne a sapere della soffiata di Luigi Barzini. E così Barzini, tornando a Milano da quella cerimonia nuziale cui aveva partecipato tutto l'estabilishment fascista, trovò ad attenderlo alla stazione due tipi in impermeabile che lo portarono a San Vittore. La prima reazione di Mussolini fu: "Plotone d'esecuzione", perché si partiva sempre così. Il povero Borelli, che non sapeva neppure di che cosa Barzini fosse accusato - perché nessuno lo sapeva ancora - si precipitò a Roma e chiese di essere ricevuto da Mussolini, che però non lo volle vedere. Allora andò dal capo della polizia, il famoso Arturo Bocchini, il quale gli consigliò di lasciar perdere: "È meglio che non vi immischiate". Arrivò a Roma anche il padre di Luigi Barzini, e cioè Luigi Barzini senior, che chiese a più riprese di essere ricevuto da Mussolini, il quale all'inizio non ne volle sapere, poi, alla fine, acconsentì a un colloquio. Durante il quale disse: "Ringraziate Iddio se vostro figlio è ancora vivo: è un traditore". Insomma, piano piano Mussolini si ammorbidì e dal plotone di esecuzione si arrivò a proporre una trentina d'anni di galera. Barzini jr., che noi chiamavamo "Gibò", era salvo. Ma trent'anni di galera erano pur sempre una cosa enorme. E Borelli non mollò il colpo. Insistette, brigò, raccomandò, insomma alla fine ottenne che il carcere fosse trasformato nel confino. Il confino, al massimo, era di cinque anni, e cinque anni gli furono dati. Destinazione: un paesino della Calabria. In cui però Gibò non andò mai perché, si disse, "ma poverino, soffre ai polmoni". Finì così: confino ad Amalfi, dove la moglie Giannalisa affittò un piano intero del migliore albergo, l'Hotel dei Cappuccini. Io stesso vi andai a passare le vacanza, ospite di Giannalisa e Luigi: c'era persino lo yacht. Questo fu il confino di Luigi Barzini jr., che per giunta durò soltanto sette mesi, poi fu revocato. Questo era il fascimo».
-Borelli era tollerante anche nel fare il giornale?
«Fino a un certo punto, perché per quanto riguardava la politica non c'era niente da fare. Se lui avesse sgarrato, il giorno dopo l'avrebbero cacciato. Quindi la politica lui l'ha abbandonata, in un certo senso. L'abbandonava al capo dell'ufficio romano e ai commentatori irregimentati che prendevano le "veline" e le sviluppavano. Tanto, il lettore non leggeva nulla di politica perché sapeva che era artefatta. Borelli difendeva però la persona, difendeva il gruppo, che non subì falcidie benché fosse composto al 90 per cento da antifascisti. Ad esempio, erano antifascisti Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Filippo Sacchi, naturalmente Benedetto Croce... Anche Pirandello, che inizialmente era stato fascista, era su posizioni di fronda assoluta. Un gruppo o asettico, o frondista o nettamente antifascista: questo era il Corriere di quegli anni. E di questo gruppo Borelli salvò tutti».
-Un'ultima domanda. Crede che i giornali, allora, avessero capito cosa stava realmente accadendo in Spagna?
«Io, stando in Spagna, ebbi l'impressione che in Italia non avessero capito niente. Pensavo: questi credono che qui si faccia il fascismo, non hanno la minima idea di quale Spagna intende veramente costruire Franco. Ma come facevo a scriverlo? Allora non si poteva scrivere la verità. E allora scrivevo articoli di colore».
saluti




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