"PARVULA MAGNA": UN INEDITO DI EVOLA: "OCCIDENTALISMO"
09/09/10
UN INEDITO DI EVOLA: "OCCIDENTALISMO"
Presento qui, in traduzione italiana, l’articolo che Julius Evola scrisse per il primo numero del quindicinale parigino La Flèche (1930), diretto da Maria de Naglowska. Desidero ringraziare il Dott. Hans Thomas Hakl per aver messo a disposizione questo raro documento. A margine dell’articolo evoliano, la Naglowska appose il seguente “Avviso”: «Gli autori degli articoli precedenti non sono seguaci de La Freccia. Sono amici e collaboratori preziosi che mantengono tutta la loro indipendenza e originalità rispetto alla nostra dottrina. Gli rivolgiamo i più sinceri ringraziamenti per l’amabile collaborazione prestata a questa testata».
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Chi ha ben saldo il concetto di occidentalità e la ferma volontà di conservarlo, tenendolo ben vivo senza commistioni o inquinamenti, vede avanzare oggi, a fianco del materialismo, un nuovo e più sottile pericolo: il pericolo spiritualista.
In effetti, mai come oggi l’Occidente ha faticato tanto per trovare un preciso orizzonte, conforme alle sue tradizioni, e ciò soprattutto a causa delle condizioni particolari che l’Occidente si è creato da se stesso.
Da una parte, vediamo adesso in Occidente, un mondo di affermazione, di individualità, di realizzazione, come visione netta (la scienza) e come azione precisa (la tecnica), ma questo mondo non conosce alcuna luce, la sua legge è quella della febbre e dell’agitazione, suo limite è la materia, la voce della materia, il pensiero astratto applicato alla materia. Dall’altra, cresce un impulso verso qualcosa di superiore, verso un “non questo”, ma tale impulso ignora la legge dell’affermazione, il valore dell’individualità e della realtà, e si perde dietro forme indefinite, mistiche, di universalismo astratto, di religiosità divagante.
Là dove l’Occidente afferma il principio attivo, guerriero, realista della propria tradizione, è dunque privo di spirito; e là, dove anela alla spiritualità, non ha più saldo davanti a sè il fondamentale principio dell’occidentalità, lasciando spazio al suo contrario; la nebbia del neo-spiritismo lo invade con le sue evasioni estetico-orientalizzanti, teosofico-spiritualeggianti, cristianizzanti, moralizzanti, buddhizzanti, che contraddicono in tutto, nuovissima barbarie esotica, lo spirito virile dell’occidentalità.
Questo stato di cose si è determinato come una specie di dilemma fittizio, ed è una delle radici profonde della crisi dell’Occidente moderno. Capirlo è il primo passo, sbarazzarsi dell’alternativa è la condizione per ritornare in salute.
La reazione spiritualista al realismo del mondo moderno ha certamente le sue ragioni, ma fallisce quando comprende nella stessa negazione cose diverse, perdendo il senso e lo spirito di ciò che, attraverso l’esperienza del realismo, è stato realizzato dall’Occidente nella forma di uno stato di coscienza pressocchè generale. Il mondo realistico moderno, come spirito, è intensamente occidentale. La sua realizzazione si riversa, infatti, nel regno arihmanico della macchina, dell’oro, del numero, delle metropoli di acciaio e cemento dove muore ogni contatto con la metafisica, dove si perde il significato delle forze invisibili e viventi delle cose; ma attraverso tutto ciò, l’anima occidentale si è confermata e rafforzata in uno “stile” che è un valore e di fronte al quale il piano e le forme della realizzazione puramente materiale – gli unici ad essere immediatamente visibili – possono considerarsi un rivestimento contingente, di cui si può fare a meno, che si può attaccare e abbattere senza che quest’anima ne abbia a soffrire in qualche modo.
E’ l’attitudine della scienza, come conoscenza sperimentale, positiva, metodica, al posto di ogni intuizionismo istintivo, di ogni chiaroveggenza confusa e superstiziosa, di ogni interesse per l’indeterminato, l’ineffabile e il “mistico”. E’ l’attitudine della tecnica, come conoscenza esatta delle leggi necessitanti al servizio dell’azione, in virtù della quale, stabilendo determinate cause ne conseguono effetti prevedibili e determinati senza intromissione di elementi morali, sentimentali o religiosi; al posto della preghiera, del timore e dell’aspirazione alla “grazia” e alla “salvezza”, così come di ogni fanatismo asiatico e messianismo semitico. E’ l’attitudine dell’individualismo come senso reale di autonomia, di sana fierezza guerriera, di libera iniziativa, al posto della promiscuità comunista e fraternizzante della dipendenza tradizionale, dell’universalismo senza personalità dove la contemplazione prevale sull’azione e il mondo pluralista delle forme è vissuto come la morte dell’“Uno”.
Per quanto in forme e gradi molto differenti, in tutte le realizzazioni caratteristiche del mondo moderno, agisce un’impulso conforme alle tre dimensioni fondamentali dello spirito occidentale. L’errore è stato confonderlo con il materialismo delle realizzazioni che ne sono derivate. Ogni reazione al materialismo, ogni volontà di superare il materialismo si è associata da allora al disconoscimento dello spirito dell’occidentalità; il risveglio della “spiritualità”, si è tradotto con una ricerca di quella o di quell’altra credenza esotica, con l’allontanamento graduale dalle leggi occidentali di realismo, azione e individualità, dando luogo per l’appunto a quel neospiritualismo contemporaneo che, se ancora conserva qualcosa di veramente spirituale, rimane per noi – lo affermiamo decisamente – un vero pericolo, ed un elemento degenerativo in rapporto a quella che è la spiritualità nostra, di noi come Occidentali.
Specialmente dopo la guerra mondiale (e ciò conferma di nuovo la sua radice malsana e negativa), le forme di un simile spiritualismo hanno assunto connotati impressionanti. Sono le migliaia di sette che predicano la dottrina del superuomo nelle associazioni femministe e quelle dei subumani nei paesi protestanti. E’ l’interesse morboso per i problemi del subcoscente, della medianità, della metafisica. E’ la via dei “ritorni” alle antiche forme religiose. E’, infine, un misticismo più o meno panteistico, vago, proselitistico, sensualistico, umanitarieggiante, vegetariano. Quale che sia la molteplicità delle sue forme, queste obbediscono tutte ad una stessa direttiva la quale riflette solo un bisogno di evasione, di insofferenza e stanchezza. E’ l’anima dell’Occidente che vacilla, si disgrega, diviene anemica. L’occhio la scorge sopravvivere solo nel mondo chiuso e cieco di quaggiù: dietro freddi e lucidi padroni di algebre trainanti le forze della materia, nell’oro che detta legge ai governanti e ai governati, nelle macchine in cui, giorno dopo giorno, eroismi privi di luce si lanciano su cieli e oceani.
La mancanza di ogni impulso a favore della liberazione da questo piano di valori, vivente in questo piano, in vista di una loro riaffermazione e integrazione nell’ordine superiore di una spiritualità antimistica, costituisce il vero limite del mondo moderno, il suo fattore di cristallizzazione e decadenza. La tradizione occidentale non resusciterà che quando una nuova cultura, non stregata dall’allucinazione della realtà materiale e della psicologia umana, creerà sane attitudini di scienza d’azione assoluta e di individualità, oltre la nebbia dello “spiritualismo”. E non intendendo nient’altro che ciò con la parola magia, noi diciamo: è per mezzo di un’età magica che l’Occidente potrà uscire dall’età oscura e dall’età del ferro. Nessun ritorno, nessuna commistione. In un’epoca di attivo realismo, trascendente e intensamente individuale, la nostra tradizione occidentale si raddrizzerà sulla sua stessa radice che non ha contatti con l’ascetismo e la contemplatività universalizzante del passato. Ritroveremo così la Luce che da Nord scende a Sud (lo spirito artico-atlantico) e da Occidente va verso oriente, lasciando ovunque le stesse tracce di un simbolismo cosmico e di parole in cui risuona la “grande voce delle cose”, e nello stesso tempo un sangue eroico, attivo, conquistatore. Quest’epoca, che restituirà al mondo la legge di una chiara visione e di una precisa cognizione dello stesso mondo spirituale, riprenderà, guardandosi sempre da ogni romanticismo e “utopia”, l’espressione virile “volontà d’avanzare”, che bandisce ogni nostalgia, ogni debolezza di nirvaniche aspirazioni.




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