“Quando Nasrallah uscirà dal suo bunker e si proclamerà vin-citore davanti al mondo intero, Olmert non dovrà più essere primo ministro”. Lapidario, Ari Shavit ha sintetizzato in un editoriale su Ha’aretz il males-sere israeliano per la condotta di una guerra che inizialmente raccoglieva il consenso di gran parte della popolazione.
Sotto accusa l’avventata con-vinzione che un attacco aereo su larga scala bastasse a batte-re un nemico sfuggente come Hezbollah; e la mancanza di un indirizzo politico e strategico coerente nel momento del pas-saggio alle operazioni di terra (e c’è chi ha rilevato che gli anni di impiego dell’esercito nella repressione dei palestine-si nei territori hanno finito col privarlo dell’adeguata prepara-zione per affrontare milizie ben armate e addestrate).
Il rischio, dal punto di vista israeliano, è che alla fine di questa guerra “non vi siano né vinti né vincitori”, come si pro-pone di stabilire la risoluzione Onu: il che sarebbe una indub-bia vittoria politica di Hezbol-lah. “Non si può condurre una nazione alla guerra prometten-dole la vittoria – ha scritto per-ciò Shavit –, produrre una scon-fitta umiliante e restare al pote-re. Non si può seppellire 120 israeliani, mantenerne un mi-lione nei rifugi per un mese, spogliarsi del potere di deter-renza, avvicinare di molto la prossima guerra, e dire oops, mi sono sbagliato”.