Foa: Berlusconi,regime?Schiocchezze
Intervista di Vecchi sul Corsera

«Vede, il regime era il silenzio. La noia del silenzio». La voce di Vittorio Foa dalle vacanze a Formia è limpida e forte, con una punta d'ironia. In effetti tutto si potrà dire di Berlusconi e dei suoi anni, tranne che ci siano stati noiosi o oppressi dal silenzio. Foa ha novantacinque anni, ne aveva venticinque quando una delazione all'Ovra smantellò il gruppo torinese di Giustizia e Libertà e lo mandò nelle carceri fasciste, in cella con Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Massimo Mila. Ne uscì otto anni più tardi, nell'agosto '43, un mese dopo la caduta di Mussolini. Chiaro che la faccenda del «regime berlusconiano» gli suoni un po' stravagante, «ho sempre pensato che confrontare il berlusconismo al fascismo fosse una grande sciocchezza».

Se ne è parlato in questi giorni, un dibattito aperto sull' Unità da Adriano Sofri: scriveva dell'«equivoco dell'eroismo antiberlusconista», del «ritornello del regime».
«Beh, è chiaro. Berlusconi non ha tentato di conquistare delle colonie, non ha fatto la guerra né ha mandato in prigione quelli che non la pensavano come lui, anche perché non ci sarebbe stato posto nelle carceri! Sofri ha ragione, il paragone col fascismo non c'entra niente».

Ma il controllo dei media unito alla ricchezza e al potere politico, come obiettava Furio Colombo, non comporta altre forme di esilio? Non è, pure questa, una violenza?
«La violenza ha diverse intensità. Certo la persecuzione oggi esiste, ma lo Stato non personifica più quella forza. Sono convinto che potremo vedere ancora persecuzioni, e anche noi dobbiamo guardarci dal cadere nello stesso atteggiamento. Ma non si può paragonare con il regime fascista, nel quale io non avevo il coraggio di parlare apertamente, in nessun caso: dovevo prima accertarmi, con molte prove, che il mio interlocutore non mi denunciasse. La noia del silenzio, appunto».

Tra Sofri e Marco Travaglio c'è una polemica dura. Vede «professionisti dell'antiberlusconismo»?
«Io credo che la professione antiberlusconiana sia da combattere assolutamente. Quelli che la pensano diversamente hanno tutto il diritto di farlo. Se hanno commesso degli errori sono fatti loro. Certo, si può benissimo discutere su ciò che il berlusconismo ha prodotto. Ma non vorrei creare il mito antiberlusconiano, come non vorrei quello berlusconiano».

Su Micromega, lei scrisse che l'essere antifascisti «presentava il rischio di farsi determinare dal fascismo nel senso che se io dico semplicemente di no, finisco con l'essere determinato da ciò che nego».
«Sì, io stesso a volte mi sono domandato se non c'era il pericolo di ridurre la propria capacità di comprendere il mondo. Ma se uno cerca di capire quello che succede, può sopravvivere».

Vi sentivate isolati? Quanto pesava il conformismo? E ora?
«Allora io sentivo un consenso al fascismo che non era di idee, ma fondato sul conformismo: è un male che l'Italia si porta dietro dall'unità ed è sopravvissuto al regime. L'accettazione generale, la rinuncia alle proprie convinzioni, il governo pensa a tutti e pace. Io però non mi sono mai sentito isolato: siccome io penso, sono libero. Anche con Berlusconi abbiamo vissuto una sorta di conformismo, speriamo che in futuro ce ne sia un po' meno».

Rutelli ha detto che vuol rendere civile il rapporto col Polo, Casini parla di accordi sulle riforme...
«Dice il tema dell'allargamento? Mah, io credo che si debba cercare un accordo più che si può, stando però attenti alle trappole: dopo tanti anni di berlusconismo penso sia giusto. Dicevano: non pagate le tasse. Oggi c'è invece Visco che chiede agli italiani di pagarle, e gli italiani lo fanno. Dimostra che si può essere liberi ed evitare trappole».

E le riforme?
«Mai pensato che la Costituzione fosse immutabile, per carità. Io credo nei principi fondamentali, ma anche nelle prima parte sarebbe utile qualche ritocco: è un po' carente sul profilo internazionale, ora ci vorrebbe un riferimento all'Europa».

Insomma, se non un regime, cosa è stato il berlusconismo?
«Le cose da imputare a Berlusconi sono tante e molto gravi, ma lui è un'altra faccenda: il tentativo di vedere tutto in termini di convenienza immediata. Un governo dovrebbe educare, ma il suo esempio era: io sono diventato ricco, diventate ricchi anche voi. Non ha funzionato. Ma ne è derivato un impoverimento del linguaggio della politica. Ecco il punto: io ho praticato la politica per buona parte della mia vita e ho sempre pensato che nel linguaggio ci dovesse essere una ricerca, lo sforzo di dare un senso alle parole. Nel berlusconismo invece le parole diventavano facoltative, diceva una cosa e mezz'ora più tardi il suo opposto, mancava il senso etico del linguaggio, il senso dello Stato. E c'era anche qualcosa di più vasto che riguarda non solo l'Italia ma il nostro tempo».

Che cosa?
«La supremazia completa data al presente. La dimensione del tempo che si perdeva. Nessuno poteva più pensare al futuro come un futuro da pensare e anche il passato ne veniva impoverito. Il dramma è questo dominio del presente: fai i tuoi comodi e quello che succede si vedrà. È un modo di pensare che ha avuto effetti molto gravi su tutti i partiti. Io sento molto la povertà del nostro linguaggio, guardando anche alla mia parte politica, a me stesso. Non siamo più capaci di pensare al futuro, a pensare la politica come futuro. E questa cosa mi colma di angoscia, mi angoscia quello che succede nel mondo...».

In Libano, dice?
«Sì. Sa com'è, io sono ebreo fin dalla nascita, e quindi da molti anni. E ho sempre pensato che il futuro degli ebrei e di Israele dipendesse dal loro prestigio culturale e morale nella comunità internazionale, non dalla forza specifica che Israele può avere nei confronti di un altro Stato. Non ho mai creduto che la forza risolva da sola i problemi. Per questo penso che ogni giorno di prosecuzione dei bombardamenti danneggi Israele».

Ma che cosa può fare, Israele?
«Di certo quello che sta succedendo non lo aiuta. Io ci tengo, alla sua sovranità. E sono d'accordo con l'appello firmato da Yehoshua, Oz e Grossman: basta bombardamenti. Voglio la pace subito, ci credo, e appoggio gli sforzi di Prodi e D'Alema: per avere la pace, come diceva De Gaulle, si tratta con chi si batte contro di te, non con quelli che sono bravi. Mi ha stupito: tante analisi su Iran e Siria e la conclusione è l'invasione del Libano? Non ha un senso».

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