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Discussione: Le brame allo specchio

  1. #31
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    Predefinito Il falò dei desideri

    Massimiliano Lenzi


    Nient’altro, solo una scopata di meno.
    Evanescente come la vanità di essere uomo e alzarsi ogni giorno con una donna nel letto, le lenzuola sgualcite e gli occhi chiusi. I ricordi in fila, allo specchio. In fondo, una volta eri solo, prendevi il caffè nella stanza disfatta e sognavi una, una che t’adorasse. Ti alzeresti dal letto, la sveglieresti con dolcezza, le pettineresti i capelli, la vestiresti di chiaro, da gita in barca, ed una volta là desidereresti finalmente di esser solo, prendere un treno, incontrare gli amici e i passanti, nei caffè all’aperto. Sperso, in una trattoria, davanti ad un piatto di bucatini alla matriciana, il guanciale rosolato nell’olio e il bavaglio per non macchiare la camicia di rosso pomodoro. Vermiglio, come le chiappe al vento di una sconosciuta sdraiata in spiaggia, su un telo di spugna che assorbe tutto. Abbronzata e infradiciata dal mare. Che non bagna perché il mare non bagna gli attimi e il tempo. A quelli ci pensa il tic tac dell’orologio, stupido beccamorto, ossessivo come tutte le cose quotidiane, disincanto all’illusione di essere eterni, più duraturi di una pasta e fagioli, una vettovaglia canonica che giova al prete e ai predicatori ma non alla nostra digestione. Un venticello di broom broom che si confonde con le auto in strada, macchine d’acciaio che l’uomo fotte tutti i giorni, muovendo il cambio e spingendo il pedale. Per andare. Dove non si sa, è sempre una sorpresa. Magari a lavoro, con la voglia matta di scrivere qualcosa, o in tribunale, per affrontare la causa della vita, perché ci si stanca di ciò che non è il prezzo di una lotta.
    L’agonismo è concupiscenza, legge del più forte, narcisismo che supera i generi e le ideologie. Va a braccetto con tutti, il narcisismo, soprattutto con se stessi. E quando si ferma è per un attimo, uno scampolo di normalità. Succede sovente davanti al televisore, di sera, con una mano sul bicchiere dell’aranciata e l’altra sul telecomando, sbracati sul divano nella brama di possedere tutti i canali: Rai uno, Rai due, Rai tre, Retequattro, Canale 5, Italia uno, La 7. Un’orgia via etere dove non ci si spoglia neanche e le donne sono solo dall’altra parte dello schermo. L’uomo guarda e la moglie mette il broncio: “Perché non usciamo stasera, c’è un bel film al cinema di via tal dei tali? Non possiamo passare i nostri giorni chiusi in casa, vediamo gente, facciamo qualcosa”. Pigrizia maschia dei nostri tempi: le donne non le capiamo più, in fondo non le abbiamo mai capite. Con una differenza, sino a cinquant’anni fa il marito (o il fidanzato) non doveva dare spiegazioni. Se aveva fame mangiava, se aveva sete beveva, se aveva sonno dormiva. Oggi è diverso, c’è tutto un guasto nella donna e siamo noi. Loro ci guardano, ci solleticano e si sentono incomprese. Del resto hanno ragione, sono secoli che non comprendiamo un cazzo, presi soltanto dalla cupio dissolvi di lasciare qualcosa che non si decomponga con noi. Un rischiatutto dove non si vince mai e soprattutto non si vince nulla. Soltanto il gusto del tentativo, del gesto, come una velina che, d’un tratto, cambia sguardo e si mette la mano nei capelli. Una testimonianza.
    Roba da matti, dopo millenni persi a scrivere di donne, al dunque, soltanto per narrare la difficoltà di essere uomo.
    “Silvia rimembri ancor quel tempo”, ma lei non ricorda, non può, Giacomo Leopardi non l’ha mai capita. O le fotti o le canti, le femmine: maschilisti di merda sino in fondo.
    E loro lì, a girar per casa, ad aspettare un cenno. Il mulo non ci fa caso. Concupisce con la tavola, con il lavoro, con i sogni. Mangia, a pezzi, la vita. Che è bella, sì, ma è troppo breve. Una colazione con brioche, eppoi il conto. Basta entrare in un bar e d’incanto si comprende tutto. C’è il vecchio che gioca a briscola, il ragazzo che beve il caffè ed il maschio che guarda. Manca la donna, è oscena: nel senso letterale, è fuori dalla vista, non ci è data. Ce la dimentichiamo sempre.
    Dai tempi di Adamo, quel bischeraccio, e di Eva.
    Dicono che fosse una costola. Che diamine, tutto questo casino per una costola.
    In realtà era molto di più, era il dramma di essere incompresi (o compresi, fa lo stesso), senza tentennamenti. Era la voglia matta di carne umana per non restare soli. Luigi Tenco, uno che ha avuto la concupiscenza della morte, lo ha cantato da dio:
    “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, il giorno, vedevo i miei sogni svanire, la notte”.
    Come si fa a non credergli, bisogna trastullarsi nei giorni a venire ma una via d’uscita va almeno cercata. E allora si torna sempre lì, a lei, alla troia dagli occhi ferrigni che ci stringe alla gola e ci asfissia: “Coi tuoi piccoli occhi bestiali / Mi guardi e taci e aspetti e poi ti stringi / E mi riguardi e taci. La tua carne / Goffa e pesante dorme intorpidita / Nei sogni primordiali. Prostituta / Chi ti chiamò alla vita?”.
    Dino Campana, il poeta pazzo di Marradi, l’ha scritto un secolo fa, il resto è cianfrusaglia, solo una scopata di troppo nel tran tran di tutti i giorni. Mentre intimoriti dal tempo che ci passa davanti, spossati, ci interroghiamo: scopare o comandare?
    Il dilemma ci angustia da sempre, neppure il Riccardo III di William Shakespeare lo ha risolto: “Non potendo fare l’amante per occupare questi giorni belli ed eloquenti, sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi”. Perfino Lui, il gobbo, come misura alla deformità del potere, segno dei giorni piegati al desio di avere e comandare su tutto, ha avuto una sua lei.
    Un ritratto alla malvagità di essere uomini. Cerchiamo tutti una Lady Anna che ci coccoli, che colga la nostra brutezza e per questo ci ami. Che ci illuda, magari. Ma non possa fare a meno di noi. Te ne accorgi persino al bocciodromo, quando per un pallino spostato, i giocatori si azzuffano. E’ sempre la concupiscenza che li frega. Di vincere, di sfottere il nemico, di prevalere, di tornare dalla moglie e prima di andarci a letto poterle dire: “Oggi ho vinto a bocce, gli ho fatto un culo così a Michele”. Lei nemmeno lo conosce Michele ma basta la fotografia, con il giudice della gara in campo largo, prima del verdetto, che alza le spalle, impercettibilmente, come a dire: io decido ma non per volontà, per ruolo. Ogni vincita è questione di dettagli. Coi tempi che corrono bisogna fare attenzione a tutto, anche alle virgole.
    Son sempre quelle che ti fregano, sin dalle scuole elementari. Un segno d’inchiostro tra le parole, a scandire il ritmo del discorso. Sono importanti persino al telefono. Se le scandisci male, addio.
    Si scopre che magari hai un’amante, ti hanno licenziato, hai rotto la macchina. E allora sono dolori, cominciano gli interrogativi: come faccio a spiegarlo alla mia donna? Lei nemmeno ci pensa che sei ancora un bambino, ti vede come l’uomo per la vita.
    E allora scatta la voglia matta di non dire la verità, la concupiscenza per le bugie. Anche i grandi imbroglioni potrebbero aver cominciato così.
    Mica si può pensare che uno come il conte di Cagliostro abbia progettato tutto, roba impossibile, neppure un maniaco ci riuscirebbe. Si tratta sempre di secondi: un’intuizione, un gesto, un’idea balenata per caso. E zac, il gioco è fatto: si concupisce con la bugia, col verosimile. Come nei romanzi, lavacri sommi di ogni infingimento. Uno inizia a scrivere sulla pagina, poi da cosa nasce cosa e di cupio in cupio si arriva al libro. Bagatelle dei giorni nostri.
    Persino Luciano Moggi c’è cascato. Parlava sempre, senza scandire le virgole, nei suoi vari telefonini. Parlava di sé con donne, con uomini, con dirigenti. Parlava di tutto, di arbitri, di belle facce, di buchi e buchini, di pallone, persino di ristoranti per gli incontri di lavoro. Concupiva con se stesso, in attesa che arrivasse qualche impiccione a dirgli: tu sei il Riccardo III del calcio. A quel punto, la deformità spacciata sui giornali, si ritraeva e tornava in silenzio. Qualche giorno, prima di ricomparire in televisione, a Ballarò, su Rai tre, con la faccia mesta di un nobile decaduto a cui hanno portato via quasi tutto, tranne l’onore di aver concupito. Per Stefano Ricucci è stato lo stesso. Un’estate a far parlare di sé, con frasi rubate al cielo, foto di ricchezza e una moglie, Anna Falchi, bellissima: “Ahò, questi vonno fa i froci cor culo dell’artri”. Poi si è accorto che il culo era il suo ed è finito tre mesi dentro l’oblio del carcere. Una botta tremenda, da odiare l’estate tutta la vita. Questa vecchia puttana, cosparsa di ombrelloni e di nudità, dove ognuno mostra il corpo che ha ed ognuno si prende quello che merita. Basta andare al mare, non importa dove, nei tanti infiniti luoghi di mare che offre un’agenzia di viaggi: l’esotico, il familiare, il trasgressivo, il lussuoso. Tutto cambia ma resta uguale. Arrivi sotto la tenda, ti sdrai sul lettino, ti spalmi di crema abbronzante ma non troppo. E aspetti l’ora di pranzo. Ti alzi, vai al ristorante in spiaggia, ordini un piatto di spaghetti alle arselle e lo mangi. Poi torni sulla sdraio, ti ricospargi di crema, stavolta contro le scottature, e ti guardi intorno. Le donne passano e pure gli uomini. Le ragazze ridono, le adolescenti si divertono, i vecchi si riposano. E tu aspetti, che arrivi l’ora di cena, per alzarti dal lettino e andare a casa, farti una doccia e uscire (di nuovo) per la cena. “Stasera dove andiamo, cara?”. Lei ti guarda e ti stupisce. “Stasera ho una sorpresa, ti ho preparato gli spaghetti che ti piacciono tanto, con le arselle”. Pensi, “No, ne ho mangiate un chilo a pranzo”. Un attimo, neppure il tempo di dire bah e lei ti sorprende ancora: “E per secondo, un rombo al forno con patate. Così ci facciamo una bella cenetta intima”.
    In salotto, la tavola è gia apparecchiata, tu avevi prenotato il ristorante migliore ma non importa. Funziona così: le donne ti anticipano, sempre. Quando sei casalingo vogliono uscire, se vuoi uscire sono casalinghe. Giovanni Mazzei, amico del liceo e delle prime vacanze in California (pagate coi soldi dei babbi, Paolo e Antenore) me lo ripete sempre, dopo un caffè preso insieme, le volte che ci vediamo:
    “M’importa una sega dell’Artusi, il dramma è che anche stasera non si tromba”.

    saluti

  2. #32
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    Predefinito Il sesso è una favola….

    ….piena di fanciulle

    Ruggiero Guarini

    Non è che il contenuto delle fiabe sia sessuale, è il sesso che è favoloso. Così Karl Kraus derise la fiabologia freudiana. Innumerevoli sono comunque le fiabe che dimostrano che il genere letterario più competente nel ramo Concupiscenza è appunto la fiaba.
    Qui ne ricorderò cinque, tutte racchiuse in un libro (“Lo cunto de li cunti”) che non per caso si apre con un gesto che rimanda a una delle più belle fiabe del mondo, il mito di Persefone e Demetra, in cui tutto incomincia, com’è noto, con un ratto architettato dalla concupiscenza di un dio infernale.
    La vecchietta che proprio all’inizio del capolavoro di Giambattista Basile, sollevandosi la veste e mostrando beffarda il pettignone, strappa finalmente una risata a una mesta principessina che se ne stava da un’eternità, tutta ingrugnata, affacciata a una finestra del suo palazzo, è infatti un’alunna di Baubò, la sfrontatissima dea che con lo stesso gesto, seguito dall’apparizione del piccolo Jacco, tolse la malinconia a Demetra, disperata per il rapimento della figlia.
    Posto al centro dei misteri eleusini, il gesto di Baubò alludeva al grande enigma della vita, giacché ricordava agli iniziati, mediante la semplice ostensione della vulva, che tutti gli effetti dell’eros (desiderio, copula, nascita, morte e resurrezione) sono fasi di un unico ciclo.
    Suscitando in tal modo un’ilarità in cui si estingueva lo stesso terrore della morte evocato dal rituale eleusino, che simboleggiava simultaneamente le fasi del ciclo agricolo e l’eterno ritorno della vita. Giacché come il chicco di grano per germogliare deve prima sparire sottoterra e restarvi tutto l’inverno, così Persefone, per poter tornare periodicamente dagli ìnferi sulla terra, dovrà dimorare per una parte dell’anno, al fianco del suo tenebroso rapitore, nel regno delle Ombre.
    La principale versione di questo mito è il bellissimo inno omerico a Demetra.
    Ma il testo che celebra il gesto apotropaico di Baubò è un frammento di inno orfico citato da Clemente Alessandrino, che lo ricopiò in un suo libro a riprova dell’indecenza dei riti pagani.
    Sono pochi versi che suonano così:
    “Sollevò il peplo e mostrò per intero / un luogo del corpo per nulla decente; ma Iacco, un fanciullo, era lì / e si precipitò con la mano, ridendo, sotto il grembo di Baubò. / Di ciò sorrise la dea e si rallegrò nel suo animo”.
    Tutte le altre notizie su questa Baubò sono andate perdute perché i primi padri della Chiesa naturalmente la detestavano.
    In un’altra fiaba del “Cunto” – “Viola” – la concupiscenza appare nel mite aspetto di un Orco che immagina che un suo peto abbia lo stesso potere fecondatore dello zefiro evocato da Virgilio in quel passo delle “Georgiche” in cui si favoleggia di cavalle ingravidate dal vento.
    Ecco quei celebri versi:
    “Ma più degli altri / il furore delle cavalle sgomenta. / L’amore le conduce oltre il Gàrgano, / oltre gli scrosci dell’Ascanio. / Valicano monti e a nuoto traversano fiumi. / E quando nelle viscere / si diffonde il fuoco del desiderio / stanno ferme in cima alle rupi, / la bocca rivolta a zefiro, e bevono i sospiri dell’aria: / incredibilmente, senza accoppiamento, / spesso le ingravida il vento”.
    È evidente che il peto di questa fiaba è una variazione geniale del motivo virgiliano. La scena è insieme grottesca e tenera. L’Orco sta passeggiando nel suo giardino, dove credendosi solo si lascia scappare una scoreggia proprio mentre alle sue spalle appare la bella Viola, che le sorelle invidiose, per liberarsene, da una finestra della loro casa, che dà su quell’orto, hanno calato giù con una fune. Spaventata dallo sparo, la meschina lancia un grido. L’orco si volta, la vede, s’incanta, e travolto dallo stupore si immagina che la fanciulla sia stata partorita in quello stesso istante dall’albero presso il quale gli è apparsa, e che egli ritiene di aver fecondato col suo peto. Corre allora felice ad abbracciarla ed esultando sbotta in queste esclamazioni:
    “Figlia, figlia mia, parte di questo corpo, fiato dello spirito mio, chi me l’avrebbe mai detto che con una ventosità avrei dato forma a questa bella faccia? Chi me l’avrebbe detto che l’effetto di un colpo di freddo avrebbe generato questo fuoco d’amore?”. Quale delizioso impasto di entusiasmo erotico, delicata concupiscenza, fanciullesca scurrilità, compiaciuta erudizione e lirismo cosmico in questo povero vecchio Orco incantato dall’apparizione di una fanciullina! È cosi poco orchesco questo Orco che nonostante il suo delirio amoroso, si astiene dal violentare Viola, e saggiamente la affida alle cure di tre fate. Ed è cosi colto che non manca di rivelarci l’origine erudita della sua strepitosa fantasia. Con un tocco di dotta buffoneria, Basile infatti insinua che se egli poté concepire un’idea così stravagante, fu perché nel medesimo istante in cui vide la bella Viola si ricordò che una volta, da certi studenti, aveva sentito, per l’appunto, la storia di quelle cavalle travolte dal fuoco di una concupiscenza ubiqua come l’aria... La violenza carnale appare invece in “Sole, Luna e Talia”, versione basiliana del motivo della bella addormentata.
    Che però (come tutto il “Cunto”) fu scritta almeno sessant’anni prima di “Les Contes de ma Mère l’Oie”. Ma qui a svegliare la principessa (caduta anch’essa in un sonno mortale a causa di un maleficio, dovuto stavolta a una lisca di lino entratale sotto un’unghia mentre filava) non basta, come nella fiaba di Perrault, il bacio di un principe educatissimo. Ci vuole un re che dopo aver tentato invano di svegliarla, non esita a possederla. Anzi non basta nemmeno questo. Né ci riesce la gravidanza che ne consegue. E neanche il parto dei due gemelli con cui felicemente si conclude.
    E neppure le loro prime poppate.
    Ecco come avviene il miracolo:
    “Ma dopo nove mesi quella scaricò una coppia di creature, uno maschio l’altra femmina, che vedevi due tesori di gioielli, che accuditi da due Fate apparse in quel palazzo, furono appesi alle zizze della mamma. E una volta che volevano succhiare e non trovavano il capezzolo, le afferrarono il dito e tanto succhiarono che le tolsero la lisca, per la quale cosa parve che Talia si destasse da un gran sonno, e vistisi intorno quei bigiù, diede loro la zizza e li tenne cari come la vita”.
    Un inno alla concupiscenza e ai suoi effetti è anche “Lo Serpe”, la fiaba in cui Basile riprese un mitologema – quello della fanciulla violentata da un dio anguiforme – che forse trovò il suo narratore più elegante in Nonno di Panopoli, il dotto poeta egiziano del V secolo che lo sviluppò, insieme a tantissimi altri miti relativi alla vita di Dioniso, in quell’immensa collana di fiabe che sono le “Dionisiache”, l’ultimo grande poema della grecità. C’era una volta (questo il racconto di Nonno) una fanciulla così bella che tutti la concupivano. La sua mamma allora la chiuse in una grotta sorvegliata da due dragoni. Ma un dio avvezzo ai travestimenti e ai ratti, trasformatosi in un serpente, penetrato strisciando in quell’antro, le si avvicinò e si congiunse con lei. Nacque così un bambino con due piccole corna e un fulmine stretto nel pugnetto, segni entrambi della sua natura divina, ragion per cui la moglie del dio-serpente, gelosissima e sempre infuriata col suo infedele marito, ordinò a certi giganti di uccidere quel piccino, che fu così ammazzato e fatto a pezzi. Ma poiché era un bambino davvero speciale, risuscitò all’istante da quei pezzi assumendo innumerevoli aspetti.
    Questa di Nonno è soltanto una delle tante versioni del celebre mito della nascita, morte e resurrezione di Dioniso-Zagreo, il piccolo dio cornuto che nacque dall’amplesso di Zeus con Persefone, che fu poi sbranato dai Titani, ma che risorse all’istante dai suoi pezzi trasformandosi in molti esseri diversi, così facendo (è il sugo di tutto il racconto) “della fine della vita un nuovo inizio”. Ma ecco i versi di Nonno:
    “Ecco infatti che Zeus, mutatosi in un serpente sinuoso / avvolto in amorose spire, come uno sposo / penetra nei bui recessi della tua camera verginale, / agitando le mascelle squamose: quanto ai dragoni suoi simili / che sono di guardia alla porta, nel passare li addormenta. / E dolcemente lecca il corpo della fanciulla / con la sua bocca di sposo. Per l’unione con il serpente celeste / il ventre di Persefone si gonfia di un frutto fecondo / e genera Zagreo, bambino munito di corna…”.
    Ed ecco come nel “Serpe” un principe, anch’esso in panni serpenteschi, fa sua una principessa quasi sotto gli occhi del suo regale papà:
    “Ma entrato il serpe nella camera, afferrò per la vita Grannonia con la coda, e le diede un sacco di baci, mentre e se lo salassavi non ne usciva una stilla di sangue; e portatasela dentro un’altra camera, fece serrare la porte e, scuotendosi la pelle di dosso, diventò un bellissimo giovane che aveva una testa tutta a riccioli d’oro, e con gli occhi ti affatturava. E abbracciata la sposina, colse i primi frutti del suo amore”.
    Non fu però nel cunto del “Serpe” ma in quello della “Mortella” (incantevole fiaba di una pianticella che una notte, tramutatasi in una fata, s’infila nel letto di un principe) che Basile, per evocare la concupiscenza di quei due amanti, trovò le parole insieme più tenere e voluttuose: “Ora mo’ capitò che una sera, coricatosi questo principe nel letto, e spente le candele, appena il mondo si fu quietato, e tutti dormivano il primo sonno, egli sentì scalpicciare per la casa, e una persona avanzare a tentoni verso il letto. Per la qual cosa pensò che un mozzo di camera volesse alleggerirgli la borsa, o che qualche monaciello volesse tirargli la coperta di dosso; ma da uomo arrischiato che non aveva paura neanche del brutto inferno, fece la gatta morta, aspettando l’esito della faccenda. Ma quando sentì avvicinarsi la cosa, e tastandola si accorse che era roba liscia, e dove credeva di palpeggiare aculei di istrice trovava una cosina più tenera e morbida della lana barbaresca, più vellutata e soffice della coda della martora, più delicata e lieve delle penne del cardillo, le si slanciò addosso, e credendola una fata (come in effetti era) le si abbrancò come un polipo e, giocando alla passera muta, fecero a pietra in petto”.
    Una festosa metafora in cui Basile, dando ai ludi erotici di quel principe e di quella fata i nomi di due famosi giochi fanciulleschi del suo tempo, arpeggiò mirabilmente sull’accordo di concupiscenza, letizia e malizia infantile.


    saluti

  3. #33
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    Predefinito Alla ricerca di una….

    ….scopata perduta

    Andrea Affaticati

    Una delle immagini mostrava l’opera di Gustave Courbet, “L’origine del mondo”, rivista e corretta dall’artista Tanja Ostojic: il nudo femminile vestiva uno slip blu con le stelle dell’Ue stampate sopra; nell’immagine che ritraeva l’opera di Carlos Aura, invece, tre leader mondiali praticavano sesso di gruppo (nei fatti un trenino). I rolling boards, sui quali scorrevano i manifesti erano stati piazzati lungo la famosa cerchia del Ring e in altri luoghi strategici di Vienna.
    E così il progetto 25PeaceS è stato, a ben vedere, l’evento più clamoroso della presidenza di turno austriaca.
    In tutto erano stati chiamati venticinque artisti a rappresentare le affinità elettive dei membri dell’Ue. Ma le due opere succitate hanno creato un vero putiferio.
    Nonostante l’imbarazzo sincero (?) del cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel, quello che colpiva era il fatto, che ancora una volta era il sesso a scioccare, scandalizzare e far fremere la città di Vienna.
    Con la consueta ipocrisia il tabloid Kronen Zeitung denunciava l’oscenità, ma nel tempo stesso solleticava pruriginose curiosità nei suoi lettori. Si, perché questo alter ego della Bild Zeitung, cavalca qualsiasi onda, salvo poi mettere insieme nello stesso numero il diavolo e l’acqua santa. Anche all’estero i manifesti avevano creato un certo scalpore.
    Sarà che di Vienna si vuole continuare a vedere il lato edulcorato della Austria Felix che fu.
    Già, ma l’Austria Felix che poi era la Felix Vienna, il suo soprannome non se l’era mica guadagnato perché era l’Eden (inteso nel senso più stretto). Semmai, la Vienna di fine Ottocento primi Novecento era una sorta di Sodoma e Gomorra, se si vuol dar credito alle cronache del tempo.
    Le condizioni di allora le aveva riassunte così lo scrittore Stefan Zweig: “Un solo compagno della mia giovinezza che non sia venuto a trovarmi pallido e turbato in volto, uno perché malato o temeva di esserlo, un altro perché veniva ricattato a causa di un aborto, un terzo perché non aveva i soldi per farsi curare senza che la famiglia lo sapesse, il quarto perché non sapeva dove trovare i soldi per chiudere la bocca a un’amante che pretendeva di aver avuto un figlio da lui, il quinto perché gli avevano rubato il portafoglio in un bordello e non osava andare dalla polizia”. Canzoni e operette trasformavano anche donne in lutto in vedove allegre, e si abbandonavano a slanci lirici su una serata nel separé; la popolazione refrattaria a pensare che si trattasse degli ultimi giorni dell’umanità (come gufava Kraus, la mente più eccelsa e caustica della capitale) gli andava dietro, e solo una minoranza, ma proprio minoranza, era convinta che ci fosse qualcosa di marcio nel cuore stesso della società: l’epidemia della prostituzione ne era uno dei segni più evidenti. Freud finisce nel bel mezzo di questo ballo che celebra, ignaro, la fine dell’Impero (e anche dei sensi, vista la vita tormentata dell’amatissima principessa Sissi, e la fine tragica di suo figlio Rodolfo). Da una parte c’era Josephine Mutzenbacher, popolana dalla vita dissoluta, immortalata da Felix Salten, lo scrittore diventato famoso con la storia del cerbiatto Bambi, dall’altra la sessualità traumaticamente repressa della Signorina Anna O. e della Signora Emmy von N., che sarebbero diventati i primi casi celebri del padre della psicanalisi. I tre saggi di Freud, usciti nel 1905, sulla teoria sessuale, sono dinamite nella società benpensante della Vienna di allora (e poco importa se un parente di Sacher Masoch, anche lui figlio dell’impero asburgico e autore di uno dei più celebri libri pornografici dell’epoca, “Venere in pelliccia”, uscito nel 1890, aveva usato la prima parte del nome per la più celebre delle torte; la seconda avrebbe dato, invece, il nome a una perversione sessuale). Il fatto che ogni cittadino dabbene covi anche un tratto perverso, urtava la pruderie del tempo. Ma ad urtare forse ancora di più era il fatto che per Freud la perversione non è una colpa – e in quanto tale emendabile, secondo la mentalità, più che sinceramente cattolica bigotta, del tempo – ma semplicemente un comportamento sessuale non finalizzato alla procreazione. Il che risultava ancora più destabilizzante.
    Freud, profondamente agnostico era convinto, infatti, come si legge in “L’avvenire di un’illusione” che:
    “La religione sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, scaturì dal complesso edipico, dalla relazione paterna. Stando a tale concezione, è da prevedere che l’abbandono della religione debba aver luogo con l’inesorabilità fatale di un processo di crescita, e che ora ci troviamo in pieno proprio in questa fase di sviluppo”.
    Il libro era stato pubblicato nel 1927. Undici anni dopo, l’Austria si sarebbe fatta inghiottire, senza opporre resistenza e troppi turbamenti morali, dal nazionalsocialismo e Freud sarebbe andato in esilio a Londra.
    A centocinquant’anni dalla nascita di una delle sue icone, Vienna non è certo più il luogo di perdizione raccontato da Schnitzler, anche se un recente studio americano sostiene che non sono i latini, ma proprio gli austriaci i campioni del sesso mondiale (per volte, lo studio non specifica se anche per qualità).
    Ma non per questo si trova meno piacere nel buttare un occhio attraverso il buco della serratura.
    In questi giorni, nella capitale non si fa altro che parlare dell’amour fou tra un noto attore tedesco di 52 anni e un’avvenente viennese di 15 più giovane di lui. La scintilla a quanto pare è scoccata nel night più famoso della capitale austriaca, l’Eden Bar. Ma il suo acme la notizia l’ha raggiunta quanto si è saputo che la giovane fiamma ha un passato a luci rosse.
    Lei Maddalena redenta, professa però il suo amore sincero dalle pagine del settimanale News, e fa intendere di essere in dolce attesa. Peccato che poi ci si è messa la sorella a smentirla, dichiarando che è sterile da 15 anni. La gente compra la Kronen Zeitung e non si perde una puntata.
    E’ una storia qualunque ma perfetta per riempire le calde giornate estive.
    Certo non ha la Brisanz, la dirompenza, di quando, nel 1994, si era scoperta la relazione del precedente capo di stato Thomas Klestil con la sua assistente. Lui però, a differenza dell’attore fedifrago, l’avrebbe sposata quattro anni dopo.
    Vienna continua dunque a volteggiare al ritmo leggiadro del walzer? Dipende dai punti di vista. Ogni anno ci si scalda per l’ospite d’onore invitato dall’impresario edile Lugner al ballo dei balli della capitale, l’Opernball. Non si tratta però di teste coronate o discendenti di sangue blu. Lugner ama invitare nel loggione di uno dei templi della musica, l’Opera di Vienna, non solo starlette prosperose.
    Qualche anno fa ha dato in pasto a un’orda assatanata di cameramen la pornodiva Dolly Buster, i capi di stato e i politici internazionali anche loro presenti erano passati in secondo piano.
    La città aveva ovviamente reagito scandalizzata a questa “profanazione”, anche se poi nelle chiacchiere dei caffè, tutti concordavano sul fatto che senza la triade Lugner, la sua diva del momento e la moglie Mausi (vezzeggiativo che sta per topina) che Opernball sarebbe? Senza quel tocco di perdizione che vita sarebbe?
    A ben vedere non è che poi li abbia resi tanto felici, nemmeno ai tempi di Strauß e Lanner, i due sommi compositori del genere walzer. Basta rileggersi il “Girotondo” di Arthur Schnitzler, dove i dieci incontri sessuali descritti hanno un unico scopo, soddisfare l’immediato bisogno sessuale. Quasi un secolo dopo Elfriede Jelinek, la scrittrice austriaca che due anni fa ha ricevuto il premio Nobel, scriveva nel suo romanzo “Lust” (La voglia):
    “La donna ride nervosa, quando l’uomo, ancora con il cappotto, si sbottona davanti a lei, senza vergognarsi del suo cazzo che resta lì, come sospeso. Lei ride forte portandosi una mano alla bocca, spaventata dalle sue minacce: fra poco la prenderà. Dentro di lei risuona ancor la musica del giradischi, sul quale i suoi sentimenti, come quelli di altri, hanno girato in tondo con le note di Johann Sebastian Bach, le più adatte al piacere maschile”.
    Freud è una gloria nazionale e la Berggasse, un luogo di pellegrinaggio.
    I viennesi ne vanno fieri, anche se le sue idee, che proprio la società viennese dei tempi gli aveva sollecitato, continuano a giudicarle con sospetto.
    Ancora meno digeriscono però l’analisi impietosa che di loro fa la Jelinek: provinciali e repressi. “E’ sorprendente sapere che una pillola rende questa donna infeconda, di nascosto però, perché il cuore ingordo dell’uomo non permetterebbe mai che qualcuno impedisse alla vita di sgorgare dal suo serbatoio pieno” continua la Jelinek nel suo romanzo.
    Una pillola magica, di cui a quanto pare i giovani sanno poco, visto che l’Austria si trova all’ottavo posto in Europa per gravidanze tra adolescenti.
    Eppure, è stata di nuovo Vienna a dare i natali a Carl Djerassi, l’inventore della pillola contraccettiva, fuggito, ancora bambino, negli anni Trenta insieme ai genitori dall’Austria. Ma nel 2000, invitato all’annuale manifestazione Ars Electronica, proprio Djerassi aveva tracciato una nuova destinazione d’uso della sua invenzione:
    “Sesso e riproduzione sono ormai pronti per separarsi”.
    A suo avviso nei prossimi cinquant’anni l’attività sessuale tra le coppie si concentrerà sempre più sulla contraccezione ai fini della riproduzione. Per averli i bambini, ma decidendo il tempo, il modo, e soprattutto come dovranno essere. Per i piaceri inconfessati, per le pulsazioni traumaticamente represse, per le passioni pruriginose restano sempre le peep show, quelle frequentati dalla Pianista del romanzo della Jelinek.
    Anche Kraus doveva essersi già posto il problema, giungendo però alla conclusione che “La donna a volte è un eccellente surrogato della masturbazione.
    Certo occorre un sacco di fantasia”. I rapporti della Vienna Felix con il sesso, sono sempre stati molto problematici, e ancora oggi molti quadri di Schiele, per quanto osannati, continuano a scandalizzare e a provocare reazioni di ripulsa. Proprio le stesse che avevano accompagnato la
    sua attività e gli erano costate denuncia e il carcere per oscenità.
    Nella particolare declinazione della concupiscenza che Vienna ha lasciato in eredità c’è questa unione schizofrenica tra “lustig” e “Lust”, tra la spensieratezza della vedova Glawari e le voglie animalesche, al limite della pervesione, di cui il dottor Freud sapeva molto.

    Da il Foglio del 1 agosto

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    Predefinito La mistica dell'eros

    Gianni Baget Bozzo

    Il termine concupiscenza fa parte del gergo teologico. E indica l’attrazione che le realtà sensibili trasmettono all’uomo interiore e all’uomo esteriore, al pensiero come alla sensibilità. Certo tra queste attrazioni quella legata al sesso è la più potente ma non è la sola: anche la ricchezza o il potere possono essere oggetto di queste passioni d’amore in cui l’uomo cerca la sua integrazione con il mondo.
    La cultura cristiana ha considerato la concupiscenza soprattutto in riferimento agli atti materiali che essa compie, alle sue opere: e quindi è soprattutto il riferimento alla determinazione di ciò che è violazione della legge in senso materiale ed esteriore. E quindi il sesso, è stato considerato prevalentemente in ragione di ciò che la cultura cristiana considerava un atto difforme della legge naturale. In questo il cristianesimo si è comportato come tutte le altre religioni, che hanno regolato il sesso come bene sociale e quindi determinato da norme di contenuto che lo riguardavano specificamente.
    Il volto di ogni religione si misura dalle regole che impone in materia sessuale al comportamento dei suoi aderenti. La religione nasce come regola sociale che fonda la convivenza, determinando in particolare le norme del rapporto tra uomo, donna e figli. Ma il cristianesimo pone l’accento sul soggetto, è l’unica religione che differentemente dalle altre, si riferisce direttamente al comportamento interiore delle persone e quindi alle motivazioni che le muovono. Il cristianesimo pensa l’uomo come composto di una dimensione spirituale e di una materiale e pone l’ultimo accento, per giudicare la moralità di un atto, sull’intenzione della volontà. Quello che importa è l’oggetto a cui si indirizza la volontà del singolo. Per questo, nonostante l’attenzione che la cultura cristiana ha dedicato agli atti esteriori come oggetto di moralità, di giudizio etico, rimane fondamentale la dimensione del singolo.
    La bontà e la malizia di un atto hanno per oggetto l’atto esteriore, ma si fondano sul modo in cui è inteso e voluto dalla volontà che lo pone.
    Il termine concupiscenza è stato visto nella cultura moderna come legato alla dimensione materiale degli atti, così come era stata posta dai costumi cristiani. La caratteristica della modernità è stata la rivoluzione psicanalitica, che ha affrontato da un punto di vista non cristiano la dimensione interiore degli atti umani. Poiché il termine concupiscenza era stato legato dall’approccio cristiano alla dimensione del peccato negli atti esteriori che ne derivavano, questo termine non venne usato, nella psicologia moderna, come una parola significativa. Alla parola concupiscenza è stata sostituita dalla psicanalisi la parola libido.
    La concupiscenza nel linguaggio cristiano era, nella sua forma concreta, determinata dal peccato originale. Tutto l’amore dell’uomo per il mondo è nella cultura tradizionale cristiana segnato dal peccato originale. Da un atto umano che ha informato di sé il modo e l’esistenza della natura. Il desiderio delle cose esteriori e dei rapporti del singolo con gli altri e degli altri con il singolo è segnato da una volontà di possesso e cambia la concupiscenza come dimensione dell’esistenza dell’uomo in una esasperazione della volontà di sé. Per la cultura cristiana il desiderio dell’altro fa parte della dimensione dell’uomo sia spirituale che corporea: ed è quindi in sé buona perché in essa si rispecchia la bontà del Creatore. Tuttavia la sua concreta esistenza è segnata dalla potenza del peccato che incide su tutti i rapporti dell’uomo con gli uomini e con le cose.
    Il tema del peccato originale ha dominato tutta la storia del dibattito interno al cristianesimo sul tema della concupiscenza. La controversia tra cattolici protestanti è collegata ad esso.
    Per i protestanti, poiché esisteva una concreta inclinazione dell’uomo verso il male in conseguenza al peccato originale tutti gli atti dell’uomo e tutti gli impulsi dell’uomo andavano considerati come peccato. La giustizia era assegnata ad essi dall’atto redentivo di Cristo, che permetteva agli uomini di ricevere, come realtà da essi aliena, la fede nel redentore. I cattolici si opposero alla definizione di ogni atto umano come peccato e sostennero che la concupiscenza era solo l’inclinazione al male, non era essa stessa peccato. Rimaneva nell’uomo la concupiscenza segnata dal peccato originale, ma era possibile vincerne il fascino mediante il dono della grazia. La posizione cattolica afferma la giustificazione mediante la fede dovuta alla redenzione di Cristo, ma la distingue dalla santificazione, opera dello Spirito Santo che anima gli atti umani nel cristiano. Il pensiero cattolico rimase perciò il solo a motivare una attenzione alla dinamica degli atti del singolo e quindi al governo della concupiscenza in conformità della norma che determinava la moralità o l’immoralità dell’atto materiale. L’età della Controriforma è il tempo in cui la teologia morale, già sviluppata nella Scolastica, acquista un pieno significato e dà luogo a una letteratura fondata sull’analisi dell’uomo interiore e delle sue motivazioni. Il moderno nasce, soprattutto in Francia, nella ricerca dei tipi morali, nei caratteri che fondano il modo di esistenza del singolo, l’approccio di mediazione che egli fa con le sue pulsioni.
    E’ l’inizio letterario dell’attenzione all’uomo interiore non più in ragione del peccato ma di quella della sua comprensione come soggetto umano.
    Con il protestantesimo avviene il passaggio alla modernità, il fatto che tutto sia peccato fa si che non lo sia più nessun atto particolare e che le regole della convivenza umana debbano essere quelle della società civile. Dal primato della morale si passa al primato del diritto, si ha la prima radicale secolarizzazione dell’Occidente.
    Quale è la forza mediante cui il cattolico può regolare la sua concupiscenza in modo conforme alle norme della morale cristiana? Evidentemente questa forza deve essere assunta in quello che è proprio del cristianesimo, l’amor divino. La forza del cristianesimo consiste nel tema fondamentale della sua dottrina cioè l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo, per cui il credente diviene veramente figlio di Dio, partecipe della natura divina. Il fatto che il Dio creatore della tradizione ebraica sia ora espresso da un uomo crocifisso cambia radicalmente il modo del sentimento spirituale, l’amore per Dio diviene più comprensibile se viene rivolto a un volto umano. La concupiscenza delle realtà esteriori all’uomo viene sostituita dall’amore per Cristo, in cui si fondono il sentimento di adorazione, classico di tutte le tradizioni religiose e quello di amicizia e di partecipazione.
    Il divenire del Verbo divino nell’umanità rende possibile il divenire dell’uomo nella divinità.
    Il cristianesimo crea perciò una motivazione interamente nuova nella storia delle religioni e delle spiritualità: ed essa si fonda sul protodogma del cristianesimo, la divinità di Gesù. La mistica cristiana è la trasformazione della concupiscenza umana verso un’altra finalità: quella dell’amore per Cristo come desiderio che vince gli altri desideri. E’ significativo che la mistica come amore per Cristo sia propria del cattolicesimo e lo attraversi in tutta la sua storia. Nella prospettiva cattolica il cristiano sta innanzi al Cristo e ne sente l’attrazione in modo che può vincere le attrazioni del mondo sensibile. Si è sviluppato un filone presente già nella Bibbia ebraica, in cui si manifesta l’amore di Dio per Israele e la sua domanda di ricambiare questo amore come la forma piena del patto originario tra Israele e il suo Dio. Ammettendo il cantico dei Cantici nel canone dell’Antico Testamento, il rabbinato ebraico offrì al nascente cristianesimo un linguaggio che gli sarebbe stato tanto più facile di parlare perché il Dio di Israele assumeva per i cristiani il volto di un uomo che chiedeva ai credenti di diventare una sola cosa con lui. La mistica è il rovesciamento e il compimento della concupiscenza, la dimensione erotica diviene il linguaggio in cui meglio si può esprimere il rapporto tra il cristiano e il suo Dio. Si comprende come le donne abbiano avuto tanta parte nel linguaggio erotico della mistica cristiana.
    Già il tema di Dio come sposo di Israele indicava che il divino assumeva la forma di colui che possiede e l’uomo di colui che è posseduto.
    Ciò avviene in riferimento alla singola persona, ma anche alla chiesa come comunità.
    Il termine diviene in questo caso anche più intimo perché la chiesa è vista come corpo del Cristo che comunica alle sue membra la sua propria vita divino-umana. Senza la dimensione erotica e senza le pulsioni della concupiscenza, non esisterebbe la dimensione mistica come la vivono i mistici cattolici. È la figura corporea del desiderio che conduce alla transvalutazione dell’uomo. E’ la corporeità quella che esprime il linguaggio mistico cristiano, anche se esso è un atto della dimensione intellettuale e spirituale dell’anima umana.
    La dimensione corporea è fondamentale in una visione del mondo in cui il momento fondamentale è la passione e la resurrezione di Cristo. Contro un intellettualismo, che era ben possibile quando il linguaggio cristiano attraversò il mondo greco, la centralità del corpo di Cristo diede sempre una accentuazione sulla dimensione corporea della spiritualità. Ciò prese forme diverse, anche singolari come le forme del monachesimo egiziano e siriano, che spinsero alle più rigorose forme di ascetismo sino a scegliere come proprio eremo una colonna o un albero. Quello che era essenziale era mostrare che la vita divina donata all’uomo incideva sul corpo, era capace di agire radicalmente sui suoi istinti. Era infine il medesimo senso che il martirio ebbe alle origini della chiesa, la sua proprietà, che è rimasta nel corso dei secoli. Il dono della vita divina doveva manifestarsi in un segno corporale, trasformare la concupiscenza mantenendo il suo riferimento a realtà sensibili, ma in forma opposta all’autoaffermazione del proprio dominio sugli altri. Per questa ragione la castità ha avuto un senso di confessione della fede in tutti i tempi cristiani segnati dalla tradizione. Quando, con la riforma protestante, l’accento sulla castità e la preferenza della verginità vengono meno, è l’inizio di una secolarizzazione del mondo cristiano, del suo “disincanto”. Nella concezione cattolica il dono della grazia associa i credenti al Cristo come suo corpo e determina la convinzione che il rapporto con il Cristo è corporeo e deve perciò segnare il corpo dell’uomo. Nella secolarizzazione del mondo cattolico, che avviene negli anni ’60, vengono meno sia la dimensione mistica che il forte accento messo sulla trasformazione del cristiano nel suo corpo.
    Il proprio del cristiano divengono le opere sociali.
    E’ un altro aspetto del cristianesimo che viene valorizzato, ma appunto esso non è un aspetto mistico, legato al tema della divinizzazione, ma un tema legato alla efficienza della carità. Ciò però rischia di secolarizzare l’identità cristiana, di rendere cioè immanente al mondo e quindi non più fondata sulla dimensione cristica dell’esistenza cristiana ma dilatata come azione in termini che la giustifichino innanzi agli occhi del mondo.
    E’ significativo che la prima enciclica di Benedetto XVI abbia per tema la concupiscenza e la mistica, l’eros e l’agape. L’amore come passione umana, l’amore come passione divina. Non è mai accaduto che una enciclica parlasse un linguaggio della erotica e della mistica come un linguaggio unitario. Se dovessimo tradurre nel linguaggio della tradizione teologica i termini usati dal Papa, dovremmo dire che eros corrisponde alla natura e l’agape alla grazia. Ma il Papa ha preferito usare un linguaggio diverso che mette in relazione appunto l’erotica e la mistica, la passione dell’uomo per l’altro e per il dominio dell’altro la passione di Dio per donare l’uomo sé stesso. Il Papa ha così voluto segnare l’uscita della chiesa dal tempo della secolarizzazione. E questo avviene quando un laicismo totale tende a fare della scelta umana la realtà della natura e il contenuto della libertà.
    Il tema dell’omosessualità è divenuto emblematico perché esso viene interpretato come una scelta culturale, una determinazione del contenuto dell’esistenza.
    Non è l’omosessualità in sé che fa il problema, ma il fatto che essa divenga l’emblema della scelta umana come criterio della moralità e quindi, ancora una volta, il diritto pubblico prende il posto della libertà e della morale.
    In un tempo in cui la tradizione cristiana non passa di padre in figlio e la scienza divenuta tecnica sembra la forma di un mondo fatto dall’uomo senza misura neanche di sé stesso, la fermezza nel difendere l’essenza del cattolicesimo da parte del Papa è il vero segno del tempo: drammatico eppure consolante.

    Da il Foglio

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    Predefinito Sodoma è il paradiso...

    ....su questa terra

    Umberto Silva

    Un linguaggio semplice e figurato, adatto all’intelligenza di una umanità meno sviluppata”, così la Conferenza Episcopale presenta la Genesi. Dopo tanta vanesia sapienza finalmente ignaro come un’anatra, sono pronto per la lettura del portentoso testo. E’ magnifico che si possa su un quotidiano disquisire di teologia, panem nostrum. Una vera pacchia, poi, un Papa teologo con cui questionare. Che il Pontefice parli dall’infallibile trono di San Pietro ed io da una roccia davanti al mare, gioca a mio favore.
    Chiedo fin da ora perdono al Buon Dio, Lui sa che scrivo per divertirLo.
    Al momento mi ritrovo maledettamente adamitico, nudo sotto i raggi del sole, ma non me ne vergogno affatto, così come penso che i nostri illustri progenitori, giocando a nascondino con papà, fossero assai fieri di una marachella che li scaraventava nella grande avventura. Anche papà doveva esserne soddisfatto se li punì con la Cacciata, offrendo un gran bel viaggio per il quale, al pari di certi avveduti magnati americani, non li riempì di soldini: imparassero a vivere!
    Consegnò loro, invece, doni meravigliosi:
    il parto di figli ed opere, con dolore, che altrimenti ogni cosa è burla;
    eppoi la bella fatica che viene dal lavoro, e la concupiscenza “che ti spingerà, donna, verso il tuo uomo”.
    Infine, dono preziosissimo tra tutti, la morte, che dà un brivido ad ogni istante della vita per riportarci un giorno nella casa del Padre, che nel frattempo sarà diventata chissà cosa... ed è questa curiosità, assai più che la valle del Giudizio, ad attirarmi.
    Getto i dadi, e la maschera; mordo la mela. La Caduta è dell’onnipotenza, il peccato originale di Dio. L’onnipotenza cade quando ci si concede di fare.
    Creando si avverte che le cose sono differenti da come le si pensa. Sfuggono. Non sono quel che sembrano e neppure quel che sono. Tutt’altro che inanimata, la materia è l’anima del sogno, imprendibile.
    Né si tratta di creare dal nulla ma di scorgere quel che già c’è. Dio uscì – semmai ci era entrato – dall’onnipotenza creando il mondo e due figlioli. Sarebbero stati in eterno nella sua casa a bighellonare? La mela marcisce se dondola sull’albero per il piacere del voyeur.
    Cosa di più bello di una ragazza che furtiva addenta un frutto? O di due giovinetti nell’antico gioco di mordere la mela senza tenerla con le dita e cercando di non farla cadere? Ci scappava un bacio di striscio. Oh cara mela ruffiana, tu eri il serpente! Così Yahvè, che in fondo è ebreo e le storie devono ben piacergli, vedendo i suoi figlioli gironzolare perplessi e forse un po’ intimoriti intorno all’albero, pensò bene d’invogliarli con un solenne divieto.
    Adamo ed Eva prima della mela mangiarono la foglia: amore li spinse a quel gesto audace. Intuirono l’umanità del Padre e gliene resero grazie. Nell’incontro di amorosi inconsci qualcosa di nuovo nacque: l’uomo, l’incorreggibile lapsus di Dio.
    E’ il momento magico di Yahvè, il memorabile debutto di un Dio neonato.
    Nella sua ansiosa e irrequieta esistenza Egli conoscerà di tutto: trionfi e disastri, operosità ma anche la demenza di Lear, la sua solitudine; infine l’esilio in sperduti cieli, Padre nobile quanto vago e scolorito, che non turbasse la sublime opera del Figlio.
    Ma sulla Croce, nelle estreme parole, a Lui Cristo farà appello. O a Giuseppe?
    Giorno di ringraziamento quello della mela, un peccato mortale, vivo. E’ il giorno in cui l’uomo abbandona il luna park e intraprende un cammino, chissà come è risuonata per l’intero universo l’eco del nuovo concepimento.
    Onniscienza, ubiquità, onnipotenza si sono arrestate di fronte alla sorpresa.
    Il giorno della decisione. “Nel paradiso terrestre”, scrive sant’Agostino, “l’uomo non voleva ciò che gli era impossibile e quindi gli era possibile tutto ciò che voleva”; ma il possibilismo condanna al nulla. Come sono gli edenici? Nell’Immortale Borges descrive uomini dalla pelle grigia, dalla barba negletta, che emergono dalle fenditure della roccia e dai pozzi e guardano il tramonto senza vederlo. Nessuna parola tra di loro. Come pensare che Dio desiderasse che gli esseri creati a immagine e somiglianza della Sua audacia si accontentassero di così poco?
    Mangiando la mela Adamo, Eva e tutti noi non scopriamo la conoscenza ma l’ignoranza, l’errare, l’erranza, tra una sorpresa e un’emozione.
    “Allora la donna vide che l’albero era buono”: per la prima volta Eva guarda, e vede, e concupisce; con un primo atto di generosità dà metà della mela all’uomo, che accetta.
    Le donne, si sa, a quell’età sono più intraprendenti. Così si celebra il matrimonio originale.
    Quale ringraziamento i due birbanti creano subito qualcosa: un paio di cinture con foglie di fico.
    E quando Yahvè mostra di arrabbiarsi, Adamo dà la colpa a tutti inaugurando, dopo tanta epica, la commedia umana.
    Immagino il sorriso di Dio. La Cacciata: un atto d’amore, un imbronciato saluto del burbero benefico ai figli che s’incamminano.
    Tocca ad ogni istante uscire dall’Eden. Se ci si volta indietro rimpiangendo il godimento animale, si diventa statue di sale. Sodoma è il paradiso terrestre. Dio abita nel tabernacolo che si chiama corpo, ove l’anima è carne e la carne anima in un’incessante transustanziazione: “coscienza carnale” la chiama sant’Agostino. Dio risorge in ogni parola, in ogni emozione, tocca ascoltar-Lo.
    E’ l’obbedienza.
    Ascolto di ciò che si dice ma anche di quel che non si riesce a dire, delle minuzie che si nascondono all’occhio e delle domande trattenute. Nessuno può dire la verità, ma in quel che ciascuno dice c’è del vero; come intenderlo? Per questo un tempo s’inventò la Confessione, un dire teatrale, l’incipit di un romanzo; tragicomico farne uno strumento giudiziario, come accadeva a un adolescente di mia conoscenza.
    Ogni Confessione mi sembrava sacrilega, temevo di non dire mai tutta la verità. Arrivavo a confessarmi tre volte di fila. Il giorno che ebbi a mia disposizione un solo confessore, tornai da lui coprendomi il volto e cercando di cambiare voce. L’astuto gesuita se ne accorse e mi suggerì di risparmiare la perfezione per il compito di latino, che a Dio andava bene anche la brutta copia.
    Ora so come il mio senso di colpa non venisse dai peccati che avevo commesso, ma da quelli che per viltà ancora non osavo fare.
    Incontriamo Dio ogni volta che andiamo oltre le nostre possibilità, quando si concupisce l’inamabile e si concepisce l’inconcepibile. Non c’è aborto. Una volta nato un pensiero, non c’è modo di ucciderlo. Immortale il figlio. A ciascuno il proprio peccato originario, e non solo mele: albicocche ma anche banane, ciliege e torte di fragole. Fine anni Cinquanta: nel collegio estivo i preti mi facevano tenerezza. Il ciccione sotto il sole a sudare per sorvegliarci, il rachitico che sgambettava inseguendoci, il bello che guardava le ragazze dissimulando un sospiro, quello che voleva convincerci d’essere più bravo di noi a ping-pong, e le pesantissime tonache tirate su da tutte le parti. Ma il Padre spirituale no, lui si stagliava immobile sotto il solleone, e non sudava. Fissava un punto lontano del mare. Tra le prime persone a volermi bene, i Padri gesuiti, e io a loro. Così grande era il mio debito che per diversi anni li denigrai. Invece di accoglierne l’amore, diedi retta a certe teorie che essi andavano bofonchiando con scarsa convinzione, e che parlavano di un Dio eterno e onnipotente, geloso e punitivo. Come amare un simile tipaccio?
    Anche le sue leggi dovevano essere false, roba da evitare accuratamente. Ma erano i preti a idealizzarlo o io? Mi riaccostai a Lui, a loro, quando scoprii un Padre simpatico e arguto.
    Lessi: “In principio Dio creò....” e intesi come Egli non esista ab aeterno, in quella sterile unicità della cui angoscia fratricida Macbeth testimonia, ma nasce nel momento in cui crea, sempre in atto, nell’atto di parola.
    Mi permetto di contraddire Sant’Anselmo, il superbo sofista: la perfezione è mortifera, e l’attività di Dio è ben più estesa e complessa di quella di giudice. Così altrettanto ridicolo è giudicarLo. Siamo tutti sulla stessa barca, sotto l’incessante diluvio del tempo.
    Atteniamoci alla Bibbia: come credere a un Dio incatenato nell’onnipotenza se da subito il Libro dei libri mostra Yahvè che lavora, e suda? Quel “settimo giorno di riposo” imbarazza perfino gli scaltri commentatori della Bibbia Concordata, al punto di costringerli a precisare che si tratta di una specie di sillessi poiché “Dio non ha certamente bisogno di riposo”.
    Ma se è proprio il riposo a testimoniare la Sua gloria! Trasgressione: quel tanto poco che ci si concede nell’assordamento.
    Sant’Agostino compie un percorso dall’erotomania, sbrigativa, afasica, alla sessualità che pervade i suoi scritti, ove la violenza è del pensiero. E’ il percorso dalla fatuità all’impegno, quale secoli dopo, con ancora maggiore consapevolezza, compirà Proust.
    Ma anche là, nei bordelli e nei salotti, c’era Dio.
    “Dove siamo integerrimi non cresce nessun fiore”, scrive il poeta israeliano Yehuda Amichai. Quale sessualità nell’audacia di Gesù, nella sua parola, quando salva la donna in procinto di essere lapidata. Non c’è bisogno che con Maddalena metta su famiglia, come vogliono certi perbenisti vangeli apocrifi.
    Non solo nei libri s’incontra Dio.
    Poiché ogni giorno, su tanti impazienti e su di me, sperimento l’avverarsi di quegli incontrollati moti che Freud chiama lapsus, dimenticanze, errori, sbadataggini, sono costretto ad ammettere che forse Dio non è poi così lontano. Salvo, qualche minuto dopo, di nuovo saldamente in sella … venire all’improvviso disarcionato da un altro lapsus, o sintomo, o che diavolo, che insiste a rompermi le scatole, a dirmi che Lui, chiunque Egli sia, esiste, eccome, inconscio ma tutt’altro che absconditus.
    Al Signore che sempre sta in ogni dove, mi permetto di dedicare questa poesiola:
    Ti ringrazio Buon Dio / d’avermi donato mia figlia / dolci amiche, amici, una cara moglie / la poesia e le foglie che dalla finestra / entrano nella notte a farmi compagnia./ Molto anche Ti ringrazio d’avermi tolto / tutto il resto./ Capita anche questo a volte / che mi addormenti con un segno di croce / sottovoce mormorando un Pater / succhiando una caramella./
    Chissà che al mattino di gran fretta / non mi svegli con una gran voglia di cartella / e di mela renetta.

    saluti

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    Predefinito Come la carezza si Dio

    Luigi Amicone

    Nei primi giorni di matrimonio si sa che la sensualità è scatenata e l’eros corre al galoppo. Almeno così succedeva una volta, quando la convivenza era malvista e poco frequentata per l’insulsaggine che è. E succede ancora oggi quando alle donne non si fa prima il tagliando e al matrimonio non arriva a conclusione di un certo rodaggio. In quei primi giorni può capitare che mentre sei a letto, mentre ti appropinqui a cogliere il frutto del desiderio, lei improvvisamente si sottragga all’immagine della tua fantasia erotica nello scanso lieve, affettuoso, di un bisbiglìo.
    “Pensa come deve essere la carezza di Dio”.
    Ora non vi è alcun dubbio che Dio debba anch’Egli avere una Sua speciale concupiscenza e desiderare la Sua creatura come un uomo desidera in cuor suo una donna.
    Poiché Dio ci ha fatti per essere creature buone, naturalmente attratte dall’altro sesso (e non, come dice la nuova linea dell’Organizzazione mondiale della sanità, per essere attratti dall’idea di “amore”, tutta mentale e tutta sghemba della gaia e gay propaganda sentimentale).
    Dio ci ha concupiti dandoci la vita e la carne per cui “uomo e donna saranno una cosa sola”. E non a caso, nonostante il Manzoni in “Fermo e Lucia” dichiari di non aver voluto raccontare la passione d’amore per non irretire suore, fanciulli e vedove (ma poi lo stesso Manzoni celebra il trionfo delle passioni nella monaca di Monza e, di più, fa arrivare l’Innominato alla verità della vita passando per il rapimento e, si suppone, il progetto di stuprare Lucia), la Bibbia, che è la parola di Dio che passa attraverso i suoi preferiti, celebra la concupiscenza nel “Cantico dei Cantici”, benedice l’amore sensuale dell’uomo e della donna.
    La Bibbia celebra la brama della carne che, se riflessa adeguatamente fino alle sue ultime conseguenze, non finisce nel trantran della macchina da cialis dell’“Elogio delle signore mature”. Ma nella caritas ratzingeriana sorgente di popolo dell’“Annuncio a Maria” di Claudel. In verità, “non viviamo che per resistere, per ricominciare la misteriosa lotta d’Israele”.
    In verità, niente al mondo ci farà amare la morale.
    “Pensa come deve essere la carezza di Dio”. A volte sono ancora là che ci penso.
    E penso che dentro questo pensiero in cui non si finisce mai di buttarci l’occhio ci sia tutto il segreto che rivela, e al tempo stesso vela, la forza infinita dell’amore.
    E non solo tra un uomo e una donna. A questo riguardo ci fu un Papa, Giovanni Paolo II, che da cardinale, poeta e filosofo, riflettè a lungo su questo mistero.
    Ci fece un libro (“Amore e responsabilità”) che ogni saggio prete dovrebbe consigliare ancora alle coppie di fidanzati (invece che opprimerli con quei corsi per badanti del sesso) prima di andare all’altare e in cui viene colta con finezza e profondità (che gli psicologi della coppia si sognano) la dinamica del rapporto uomo – donna in tutte le sue declinazioni, comprese quelle igieniche.
    Pure, ricorrente in quel libro, come nella teologia cattolica (sto parlando di quella più intelligente, non dei prontuari farmaceutici del pietismo religioso) c’è qualcosa che, essendo figlio della rivoluzione antropologica borghese e consumista, personalmente non sono mai riuscito a fare mia. La questione etica. Che è sacrosanta, intendiamoci.
    Ma che per il figlio del secolo, essendo un vero e proprio handicappato della volontà affettiva, un impotente sotto il profilo dell’energia morale, è come un richiamo a vanvera. Ma forse qualche ragione ce l’ha anche l’handicappato se un giorno, quando era pur sempre una “foglia frale al vento” e niente sapeva oltre a un certo istinto, gli venne affidata una responsabilità su un gruppo di ragazzi (ed erano sopra il migliaio) e gli venne detto “dovrai imparare ad amare molto”.
    Forse una ragione c’è, per gli handicappati e non, di sentire troppo stretta la porta della morale e dell’etica, se una volta anche una certa ragazza ebrea che era stata allieva di Romano Guardini a Berlino e poi, dopo essere emigrata in fuga dal nazismo a Chicago, tornando nel Dopoguerra in Germania e andando a risentire una lezione del maestro, che nel frattempo si era trasferito all’università di Monaco, scrisse all’amico Karl Jaspers, vado a memoria, “sempre l’aula piena all’inverosimile, tutti pendono dalla sua bocca. E’ un grande. Ma è pur sempre etica. Completamente insufficiente”.
    Quella ragazza era una filosofa tutt’altro che sprovvista di energia morale e di volontà affettiva, dunque non una handicappata come noi, figli miserabili della Chernobyl spirituale della nostra epoca. Eppure aveva intuito bene che la questione decisiva della vita umana non è etica, ma metafisica.
    Ora, anche qui la parola è grossa.
    Ma basta intendersi: cos’è che colpisce sempre nel segno? Un discorso o un’esperienza? Non si conosce se non quello che si incontra. Ma l’incontro non è il milione di volte che ci siamo incontrati tra gente che si conosce da sempre o gente che si è vista una volta. Un incontro, che può succedere un momento dopo la milionesima volta che ci si vede o la prima e l’ultima volta che ci si imbatte in una certa persona, è un avvenimento che colpisce nel segno, che ti lascia un’impronta, che ti rivela una verità per la vita. “Dovrai imparare ad amare molto”. E’ così che inizia la vita oltre la concupiscenza, la quale è la condizione più naturale che ci sia dopo la Chernobyl della cacciata dall’Eden. Solo uno che ti ama può accenderti all’amore oltre la cupiditas.
    Chi sei tu che nella notte ti introduci nel mio segreto? Chi sei tu che riempi il mondo della tua assenza? Ma può anche essere un Eduardo, trentenne di Valencia incrociato a un happy-hour e che ha conosciuto i ciellini spagnoli via internet. Una sera, al ventesimo piano del calle Xativa, su un attico pieno di belle ragazze, chiede a un prete:
    “Questa compagnia mi affascina, ma non capisco che cosa c’entri Gesù Cristo, dopo tutto io non so chi sia questo Cristo, non l’ho visto con i miei occhi, come fate a dire che Lui è qui?”.
    D’altra parte succede così. Da duemila anni sempre così. “Chi sei tu?”.
    La Samaritana stava al pozzo e forse stava pensando a come sotterrare il suo quinto marito. Eduardo stava a casa sua e forse cercava un sito porno. Mentre l’indifferenza al mistero dell’attrattiva è l’alibi delle persone perbene. E probabilmente la sura delle moderne leggi sulla privacy. Mai essere così triviali da prevedere la possibilità di non essere altro che angeli nelle mani di un barbiere. Mai pensare che i nostri atti ci seguono e nella valle di Josafat anche il vicino di casa vedrà il film di quando ci facevamo le seghe. Non saper arrossire dei propri pensieri e prendersi dannatamente sul serio nelle nostre azioni, è il disavanzo primario del lombrico onesto. Uno che ha sentito passare sopra la testa o sorride come un cretino a sentire da Matteo che una volta Gesù ha detto “chiunque guarda una donna per possederla ha già commesso adulterio”, è una persona rispettabile. Perché effettivamente sarebbe una tragedia se il figlio di Dio fosse come quel famoso pm un gradino sopra Dio che si autopostula a santo moralizzatore e protettore delle veline.
    Perché grazie a Dio, il Figlio dell’Uomo è venuto per dire la verità della vita. E incarnare l’Amore che cerca non i sani, i giusti, i morali, ma gli handicappati, gli storti, le pecorelle smarrite. Perché le persone rispettabili non si fanno pizzicare nel pensiero di quel seno prorompente mentre infiorano di sarcasmo il caso disgraziato di un Hugh Grant preso a rimorchiare una battona negra. Perché le persone rispettabili ficcano gli occhi più di quelle da bettola dietro i glutei di una donna in aeroporto. Però l’esercizio della scienza e della dissimulazione letteraria danno sempre la loro brava e suggestiva spiegazione sofista a come si fa a stare in pantofole, pagati bene, riveriti dal volgo, con la bettola nella testa e la conversazione con la figlia mentre la si mette sul volo per un college di Londra e le si raccomanda di divertirsi senza trascurare la lettura del Financial Times. Uno che scrive editoriali per ripulire il paese e approvare la riforma morale della nazione non può immaginare che la cenetta a Campo de’ Fiori sarà registrata nella sua autocoscienza come l’ennesimo capitolo del romanzo con le attrattive precedenti.
    Dove, finito il corteggiamento, ottenuto lo scopo, annoiati dalla routine, confermato che la lussuria non funziona senza denaro e potere, si tratta di capire dove posteggiare (rimanendo “amici”, naturalmente). Che poi si sappia che ognuno uccide l’oggetto del suo amore – e c’è chi lo fa col coltello affilato, chi con sguardo del bue e dell’asinello – questo non merita la considerazione dell’uomo perbene. Uno che ha “Io” nel cassetto e la “Chiesa cattolica” in gran dispetto, deve credere che è venuto al mondo perché il galantuomo esca dal bozzolo della metafisica e, guardando sempre e solo all’indietro, si manifesti al mondo come la Venere dalla schiuma del
    Mediterraneo.
    Porcello senza ali, affascinato dal Narciso che specchia nella pozzanghera la propria maschera di persona a posto, l’uomo che non ha peccati importanti da confessare e che, anzi, la sola parola “peccato” lo fa trasalire di indignazione, è un inguaribile romantico che vorrebbe vedere le galline in volo. Non sia mai lo beccassero col borderò o nel giaciglio sbagliato, saprebbe spiegarti come distinguere il diritto di cronaca dal rispetto dei dati personali.
    Agli avversari però egli sa come impalmare con uggia la barzelletta che il giornalismo ha la sua deontologia e il cellulare non si usa per fissare aperitivi con gli arbitri o provarci con le Gregoraci. Si usa, il cellulare, per inviare un pezzo in bluetooth su un ct della nazionale (che non è più quel tale che pensava solo alla figa, ma uno che Guido Rossi adesso vorrebbe candidare alla Fifa).
    E poi, nel privato, per dire “cara, ti amo tanto”, “cara, come è andata la lezione di nuoto”, “cara, come stanno i bambini”. Uno che tiene la barba ben coltivata, l’archivio aggiornato, la password per sbirciare nell’inchiesta, concupisce solo in segreto. E’ un uomo di immagine. Uno che non è più neanche di questo mondo. E’ un uomo perbene come solo può esserlo l’uomo che si agita in una cassa da morto.
    L’uomo perbene, storicamente parlando, è anche quello che prepara la sottomissione dell’attrattiva umana alla grande umma. Quando il musulmano uscì per la prima volta dal suo mondo chiuso scriveva dell’occidente come di un posto di matti.
    Era il sedicesimo secolo e Bernard Lewis cita una corrispondenza di un diplomatico ottomano al suo sultano. Vado a memoria: “Si immagini, maestà, che qui a Vienna i cavalieri si fermano e si levano il cappello addirittura al passaggio di una donna”.
    Io una volta, di passaggio a Beirut, ho sentito da un amico italiano che ci era passato prima di me il bisbiglìo che gli fece all’orecchio una donna intabarrata.
    “Anch’io sono cristiana, prega che le donne musulmane conoscano Gesù”.
    Da allora ho provato ogni tanto a immaginarle, queste amiche musulmane. Nell’islam la vita del maschio scorre “al di sotto della cintola” (questa me lo disse un turco di Iskenderun), ma dal punto di vista della concupiscenza piena – sempre del maschio –essa dovrà attendere il giardino delle vergini e gli altri godimenti della carne (compreso il vino e la cacciagione) previsti nell’orgia paradisiaca.
    Delle donne di questo mondo non se ne parla neanche. Generatrici e allevatrici di figli (maschi possibilmente, le femmine potrebbero persino non essere registrate all’anagrafe; se su otto, sei sono femmine, come mi capitò di sentire in un campo profughi palestinese, il padrone di casa ti dirà che purtroppo ha solo due figli, “E le altre sei ragazze?” “Quelle non contano”) Rispettabili matrone solo nel recinto di casa. Oggetto di proprietà del marito. Moneta di scambio per i commerci. Schiave nell’harem di uno sceicco. Martiri per la causa contro gli infedeli. E per il musulmano militante che sta in Europa, il soprammobile imbaccuccato del disprezzo della corrotta civiltà occidentale. Mentre la signora del ghetto turco di Berlino o della banlieue maghrebina di Grenoble, anche se non parla, non vede, non sente, entra nel supermercato della civiltà corrotta e concupisce in tutti i sensi le immense distese di beni di consumo. Freme nel suo intimo perché è golosa di tutto – come noi – e perché ricorda lo sciatto classismo della casbah, l’ipocrisia della società in cui è stata allevata, la violenza silenziosa e quotidiana, il disprezzo del potere che la inchiodava alla miseria e all’ignoranza. Mentre quelli delle città e i funzionari del governo di un paese di là del mare, lei li vedeva vestire alla francese, mangiare all’italiana, viaggiare all’americana. Emigrata in Europa, guadagnato un buco in un grande casermone popolare, ricevuto il sussidio di immigrazione, l’inculturazione elementare e l’assistenza sociale per la prole, finalmente un po’ di shopping.
    “Sì, ma i cristiani dove sono?”, chiede.
    Perché per la donna velata, andare a fare la spesa in un Bronx di Milano è un po’ come per noi un viaggio dalle massaggiatrici thailandesi. Concupisce in segreto la dea bendata yemenita e ricaccia nel suo seno ogni
    emozione.
    Mente al suo uomo. Il suo uomo mente a lei. Accordandosi nel non detto. Nel godere del corrotto occidente. Della lingerie Lacoste e del cd di Tom Cruise. Dello spazzolino da denti e dell’mp3 della cantante egiziana.
    Prima a tavola, poi nel dovere, finito il Ramadan.
    Siamo tutti figli della concupiscenza in questo giardino di ubriachi da peccato originale (“sì, ma i cristiani dove sono?”).

    saluti

  7. #37
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    Predefinito La lingerie dangereuse

    Sandro Fusina

    L’ambiente era anonimo e formale, in una palazzina seminuova lungo una via di palazzine identiche che si incrociava con vie identiche, in una delle prime città satelliti di Milano. Sopra mobili inglesi di media antichità, pendevano quadri di media qualità e di medie dimensioni, opere di autori medi italiani del Novecento: chiaristi lombardi e realisti siculo lombardi. Intorno al tavolo sedeva una popolazione omogenea per professione, disparata per ceto di provenienza. Professori universitari di mezza età e grado medio e infimo. Il tempo era molto tempo fa, prima di ogni riforma e riformina, quando ancora esisteva la figura ambita a vita dell’assistente di ruolo. L’occasione era di quelle in cui, con scansione più annua che semestrale, un rapporto di colleganza acidula si trasformava in un volenteroso tentativo di cordialità, una di quelle occasioni alle quali ciascuno dei presenti non avrebbe sopportato di non essere invitato e nelle quali ciascuno dei presenti avrebbe voluto essere altrove. Intorno al tavolo sedeva una decina di persone, tutte giovani in un arco ampio d’età, per una professione che costringeva a ritenersi giovane anche quando era stato festeggiato il compleanno che segna la metà statistica della speranza di vita. Poiché le finestre erano aperte su un malinconico specchio d’acqua che era stato una cava e che si fregiava nei depliant immobiliari del nome di laghetto, doveva essere l’inizio dell’estate, molto probabilmente la fine della sessione estiva d’esami, quando ancora i semestri erano di là da venire. Tutti eravamo scompagnati. Soprattutto il marito della padrona di casa, che faceva un altro, più redditizio lavoro, era assente. Non ricordo, ed è grave e sintomatico, se la padrona di casa avesse figli, in quel momento doverosamente al mare, o non ne avesse proprio. Tra le ragazze (altrove sarebbero state definite signore, al minimo giovani signore) la padrona di casa era la più interessante. Prima di tutto perché incorniciava il viso non perfetto in una massa di capelli rossi raccolti sulla nuca. E poi perché di lei si raccontava una storia fantastica.
    Il suo riserbo, più che medio, veniva attribuito alla sua gioventù, quella vera, non quella professionale, in un paese del sud d’Italia. “Poveretta”, diceva con affetto di lei un’altra ragazza sua coetanea e conterranea, “avresti dovuto vedere suo padre”. Con i miei pregiudizi sul Sud, mi immaginavo una storia di cicatrici lasciate da un faticoso riscatto da un’infanzia povera, dominata da un padre impresentabile. Poi mi era stato spiegato che il padre era davvero impresentabile agli occhi della figlia, ma per ragioni ben diverse. In un periodo e in un ambiente in cui si vagheggiava di un futuro radioso, sembrava che il padre della padrona di casa, anche se ormai vecchio, usciva di casa a cavallo avvolto in un mantello nero, armato di fucile, per andare a controllare che tutto funzionasse a puntino, cioè secondo la sua volontà, sulle vaste terre che appartenevano alla famiglia da generazioni.
    La signora rossa, che prediligeva i tailleur e le camicette in un periodo in cui nelle occasioni informali altre colleghe portavano già volentieri i jeans, era balzata direttamente dall’evo antico a una modernità che già si riteneva matura e pronta a slanciarsi nel futuro. Era d’estate, era tanto tempo fa. Il vino bianco era fresco. Nelle sere d’estate, con l’aria che sale da un laghetto, se pur artificiale, capita di avere più voglia di bere che di mangiare. E il vino un po’ la lingua la scioglie, anche in una sala da pranzo sconfortante, anche intorno a un tavolo imbarazzante. Temo di essere stato io a introdurre l’argomento, giacché a un certo punto, abbandonati i pettegolezzi d’istituto, i ricordi di vacanze passate, le prospettive di vacanze future, ci si trovò a parlare di biancheria femminile. Sono anzi sicuro di essere stato io a introdurre l’argomento, perché in quel periodo, invece che alle varianti delle edizioni degli otto libri di “Il canapaio” di Girolamo Baruffaldi, come avrei dovuto, dedicavo il meglio delle mie energie a una specie di storia della mutanda, su commissione di una casa editrice tanto larga d’idee quanto stretta di borsa. Il progetto non era neppur nuovo. Francesi, inglesi e tedeschi lo avevano trattato con competenza e minuzia, nell’ambito di quella disciplina evanescente che allora si chiamava cultura materiale. Il mio non doveva essere che un disinvolto lavoro di compilazione, un lavoro di quelli che si definivano alimentari e che, appena si poteva, non si firmavano, come avevo già fatto con una storia della rosa e un’altra sull’agricoltura primitiva in Africa. Ma era un buon argomento, un soggetto eccentrico di conversazione, a una tavola in cui ciascuno, se voleva fare la sua carriera modesta, doveva impegnarsi nello spoglio lessicale di certi testi della letteratura italiana che persino i diretti discendenti degli autori dichiaravano di non avere mai letto e di non voler possedere. Il vino fresco faceva sembrare l’argomento così buono che persino la padrona di casa, ospitale ma taciturna, con il suo solito aspetto di civettina che por hablar no habla, mas presta mucha atención, intervenne nella conversazione.
    Intervenne nel modo più inaspettato, non per ricordare qualche miniatura di un libro d’ore in cui contadini e contadine sollevano disinvoltamente le vesti per scaldare le pudenda al fuoco di un braciere, ma per parlare della sua biancheria. Non sono un feticista, delle donne guardo gli occhi e la bocca, magari anche le tette e il culo e le gambe. Le caviglie soprattutto. Ma di quale biancheria indossino non me ne frega niente. A meno che non si mettano quella ridicolissima biancheria volutamente sexy capace di farmi sognare la quiete di un monastero. Ma in quel periodo, per ragioni alimentari se non professionali, mi capitava spesso di cercare di immaginare cosa portassero sotto la maglietta e i pantaloni le donne che incrociavo. Sulla rossa padrona di casa non avevo dubbi. Bianca, semplice, fine, con il pizzo e senza pizzo, come quella che indossava mia madre, come quella che aveva indossato mia nonna, secondo me entrambe un po’ sessuofobiche, come si diceva in quei tempi in cui la lingua era ancora venata di reminiscenze
    reichiane. Mi sbagliavo, mi sbagliavo in modo marchiano.
    Come al solito, come anche ora, del mondo non capivo niente. Non capivo niente perché mi mancava una fondamentale educazione religiosa. Con una semplicità e una franchezza di cui non la credevo capace neanche alla seconda bottiglia di vino, la timida padrona di casa rivelò che indossava un tipo di biancheria che chiamare biancheria era un ossimoro e definire osée era un eufemismo. L’acquistava in un bugigattolo specializzato a due passi dall’università, che più che un negozio d’indumenti intimi mi era sempre sembrato un emporio per travestimenti di carnevale. Non lo faceva per predilezione o vocazione, ma per un fine più alto, per un dovere.
    Il movimento laico di forte ispirazione cattolica di cui il marito era una colonna consigliava alle spose di indossare nell’intimità indumenti eccitanti in modo che gli sposi trovassero nel “talamo nuziale un indirizzo alla loro concupiscenza e non fossero costretti a cercarla altrove”.
    Ho messo le virgolette perché, se la memoria non mi tradisce, come fa sempre più spesso, quelle furono le parole esatte che la signora pronunciò senza battere ciglio. Con l’immaginazione le tolsi le forcine che le tenevano i lunghi capelli rossi raccolti sulla nuca e la immaginai nel momento in cui si preparava per la notte. Era, ai miei occhi di miope, una rilettura radicale e sorprendente di quel motto che le bisnonne ricamavano sul camicione da notte in tela pesante:
    “Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio”.
    Non lo fo per piacer mio, ma per cementare la famiglia, per tenerla unita.
    Lo stesso era il fine di due comportamenti così antitetici, diversi i modi che i costumi correnti mettevano e mettono a disposizione. Era quella la prima volta che sentivo pronunciare in un discorso a tavola la parola concupiscenza. Forse era la prima volta in assoluto che sentivo pronunciare la parola. Era una parola che non faceva parte di un lessico a me familiare.
    Mi resi conto che tutto il tempo che avevo dedicato alla lettura, allo studio e all’esegesi persino, degli autori decadenti, delle “Diaboliche” di Barbey d’Aurevilly o di “A ritroso” di Huysmans, che avevo speso nella lettura di tanta poesia fine secolo era stato tutto sprecato. Il mio razionalismo ipertrofico aveva impedito lo sviluppo degli organi fondamentali, il cuore e gli ipocondri, per capire lo stato d’animo che quegli scrittori, quei poeti avevano cercato di comunicare. Ero nella condizione di quegli sportivi che parlano, si appassionano, discutono con una loro fredda competenza di calcio senza avere mai calzato le scarpette, senza essersi mai trovati a tirare una palla in porta.
    Mi resi conto che nella mia esperienza avevo perduto qualcosa che non avrei mai potuto trovare, perché la fede e il senso del peccato sono come il coraggio manzoniano, se uno non ce li ha, non se li può dare. In una sera scialba mi toccò rendermi conto che a me l’esperienza della concupiscenza, che nel raddoppio della radice mette in contatto esplosivo la forza del desiderio e il detonatore del peccato, era negata.
    Dovevo accontentarmi del desiderio o, peggio della fregola. Invece del dramma della concupiscenza, mi toccava il romanzo o la commedia. Se il dramma della concupiscenza è faticoso, la commedia della fregola a lungo non può che diventare stucchevole.
    Resterebbe il romanzo, che mischia i generi. Ma anche della salute del romanzo da tempo non si diceva in giro un gran bene.
    Tutta la storia non ha che una morale: quando si può è meglio evitare di andare a cena con colleghi in una casa con quadri mediocri che si affaccia su un laghetto artificiale che lambisce una città satellite.
    Le sorprese possono essere insopportabili

    saluti

  8. #38
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    Predefinito L’albero del peccato

    Aldo Piccato

    Nella nostra cultura, che è profondamente influenzata dal cristianesimo, il termine concupiscenza si muove tra due concetti che lo controllano e lo strattonano: istinto e intelletto, o se si preferisce impulso naturale e ragione, o ancora spinta fisica e immaginazione mentale. Nell’istinto naturale sembra incapsulato il fine di ogni desiderio: la riproduzione del corpo nel caso della fame, la riproduzione della specie nel caso del sesso. Non è proprio così. Anche perché l’innocenza dell’istinto sembra legata fin dall’origine a un’originaria coincidenza tra sensibilità e razionalità di ogni impulso.
    Lo straordinario mito biblico dell’albero e della mela ha rivelato nel peccato originale la possibilità di dissociare la razionalità e la sensibilità dell’istinto sessuale, con la conseguente nascita del pudore e la assai più fastidiosa comparsa della morte. Tutto ciò è il frutto avvelenato della conquista del sapere. Comunque, pochi simboli religiosi hanno rivelato e nascosto in modo così drammatico e chiaro un aspetto cruciale della nostra esistenza. Il mito biblico descrive, con una sola straordinaria pennellata, la transizione dall’animalità naturale all’artificiale (anche se non necessariamente artificiosa) realtà umana.
    Siamo uomini proprio perché ci vergogniamo della nostra natura e la seguiamo obliquamente non riuscendo a far coincidere sensi e ragione, stimando assai più la ragione dei sensi sul terreno dei valori ideali, ma privilegiando i sensi nell’esercizio pratico e quotidiano dei nostri piaceri. La passività alla “concupiscenza” non potrebbe mai essere attribuita a un cane o a uno scimpanzè, ai quali si può senz’altro assegnare il cupere ma non il concupere o peggio ancora il medioevale e scolastico concupiscere. Sebbene in fondo definisca semplicemente il desiderio e in special modo il desiderio sessuale, questo termine aggiunge alla spinta istintiva, e come tale innocente, la consapevolezza obliqua e cupa di un suo uso distorto, perverso. E’ particolarmente illuminante a questo proposito un aforisma di Karl Kraus sulla distinzione tra sesso e perversione:
    “Per l’uomo sano basta la donna. Per l’uomo erotico la calza serve per giungere alla donna. Per l’uomo malato basta la calza”.
    Kraus dimostra che la perversione perde di vista il fine, che trascura del tutto, ma spesso persino l’oggetto. L’istinto cieco, invece, nelle sue forme più elementari, non solo dimentica il fine (pur essendone l’espressione biologica), ma si accontenta di oggetti di fortuna, come dimostrano i cani, sempre pronti ad accoppiarsi entusiasticamente persino con le gambe e le braccia dei propri padroni.
    Nella sua tragedia “Filottete”, il drammaturgo tedesco Heiner Müller, si è lasciato sfuggire un verso rivelatore dello stato d’animo che possiamo considerare fondato sulla concupiscenza. Abbandonato dai suoi compagni solo e ferito su un’isola deserta, Filottete si nutre di gabbiani che caccia con l’arco e concepisce fantasie sessuali negli ardenti meriggi estivi, durante i quali fa la sua comparsa, così dice, la “fosca libidine meridiana”. E’ singolare che il meriggio ospiti anche nei racconti dei cenobiti della Tebaide le visite di uno strano daemon meridianus, che è poi l’accidia.
    La luce radiante del sole spinge chi vive in solitudine a sperimentare un incubo che è esattamente l’opposto di quelli che tormentano i sonni e le notti delle persone normali.
    Queste ultime temono l’esistenza dei fantasmi. I solitari sperduti sulle rocce o nei deserti temono l’inesistenza della realtà. Non a caso cenobiti e anche stiliti, pur andando a rintanarsi nelle grotte del deserto egiziano, talvolta si lasciavano trascinare dalla concupiscenza nei bordelli di Alessandria.
    Come l’accidia, anche la concupiscenza è un desiderio insidiato dallo scetticismo sulle soddisfazioni che promette; un desiderio deviato, alimentato da immaginazioni non controllabili, furioso proprio perché scettico. Sarebbe opportuno a questo punto affrontare il problema delle profonde innovazioni che la comparsa del cristianesimo ha impresso alla concezione e all’esercizio della sessualità. Ci torneremo tra poco. Ma per il momento con una piroetta temporale passiamo direttamente alla fase successiva. E’ interessante constatare come dall’illuminismo si siano sviluppati due filoni di pensiero incompatibili che però sono riusciti recentemente a fondersi in una copula mostruosa. Si tratta del culto della libertà individuale e della definizione, sovraordinata e trascendente rispetto ai comodi personali, dell’interesse collettivo. Nell’ambito della recente cultura occidentale, questa fusione ha provocato la nascita di un’ideologia che considera la soddisfazione dei piaceri del singolo come il più alto e nobile ideale sociale che si possa concepire. Non è facile capire come sia potuto avvenire questo accoppiamento.
    Azzardo un’ipotesi. E’ probabile che i cosiddetti “bisogni”, misurati da Marx in termini quantitativi, confondendosi con quelli descritti da Freud, siano diventati a poco a poco “desideri”, e cioè materiale concupiscente (reperibile scavando nel fondo torbido dell’es a esclusione del super-io), materiale indefinito, infinito e altamente infiammabile.
    Sulla base di questa fusione, Wilhelm Reich ha poi costruito, nella seconda metà del Novecento, la sua teoria “orgonica” della “rivoluzione sessuale” (e Woody Allen la sua “Orgasmatic”).
    Dopo di lui Marcuse ha dato il segnale per il “liberi tutti” e Agnes Heller ha ridotto l’uomo a una “macchina desiderante”. Mi pare che proprio da questi incroci sia sorta la concupiscenza “civile” che domina oggi nelle società occidentali, generando un liberismo egualitario nel quale una strana sinistra radical chic si combina con la tradizionale sinistra sociale generando due estremismi contrari, ma talvolta saldati in un’alleanza che consente di chiedere con la stessa prosopopea ideologica il matrimonio gay o la pensione dopo quindici anni di lavoro. Non credo sia un’esagerazione considerare questa concupiscenza della felicità sessuale e in genere del piacere ininterrotto, e in tutte le direzioni possibili, come l’oggetto di un altro mito biblico che ne dimostra la fragilità: Sodoma e Gomorra. Su questa linea di interpretazione si potrebbe aggiungere ancora un altro giudizio. Illuminismo e marxismo ci hanno abituati negli ultimi due secoli a considerare il tempo non solo come denaro ma anche come progresso infinito verso la perfezione della civiltà. Secondo una vulgata che ormai appartiene agli europei e agli americani, tutto ciò che è stato prima è arretrato, e tutto ciò che verrà dopo sarà avanzato. La marsigliese del progresso suona a trombe spiegate la marcia dell’umanità verso tutte le liberazioni: materiale, sessuale, spirituale, liberazione dalla religione, dalla superstizione, dalla logica, dalla ragione, dal dovere, un affrancamento universale che lascia intatto il diritto di chiedere tutto ciò che ci sembra concupiscibile. Questa corsa al piacere continuo produce un singolare disordine psichico, culturale, mentale, civile e politico, di cui stiamo sperimentando le conseguenze. Forse, infischiandoci del terrore politically correct di cadere nell’organicismo, dobbiamo cominciare a pensare che il progresso non sia lineare e che le società partano da rudezze primitive, raggiungendo e chiarificando nella loro maturità i rapporti tra la semplicità della natura e la complessità della civiltà, e perdendo infine nella età avanzata l’equilibrio di questo rapporto per terminare in una deplorevole degenerazione spesso punita, come a Sodoma e Gomorra, da Dio o, alla fine dell’impero romano, dai barbari. Questo è appunto il momento per tornare al cristianesimo che ha rappresentato forse lo sforzo più coerente per vincolare il sesso al fine della sua funzione naturale, conciliando in modo molto originale Eros e Thanatos, matrimonio già intravisto dagli antichi greci. I padri della Chiesa (in particolare sant’Agostino), la letteratura medioevale, il culto della donna angelicata e della Madonna come Vergine Madre, comprovano che attraverso la concentrazione della fede religiosa su un Dio unico, privo di una compagna divina, creatore dell’universo ex nihilo, e poi attraverso l’attribuzione della caduta dall’Eden a un colpevole atto di concupiscenza (desiderio di conoscenza, ma anche desiderio sessuale, come dimostrano i simboli del serpente e della mela), si è insinuata nella coscienza dell’umanità occidentale la percezione di un rapporto dissociato tra piacere e sesso, tra ragione istinto e sensualità.
    Questa percezione ha impresso al pudore il significato adamitico della vergogna per il passaggio dalla spontaneità naturale all’artificio spirituale non benedetto e non approvato da Dio, un passaggio legato esclusivamente al rapporto con l’albero della conoscenza e non con l’albero della vita. Anche questa antitesi è singolarmente efficace: conoscere i segreti dell’esistenza senza godere del mistero della vita è la sorte mortale che ci è toccata. Il cristianesimo ha ricavato dal Vecchio Testamento il tesoro più prezioso di questa sapienza originaria e addirittura primordiale.
    E’ pero curioso constatare come proprio dalla tradizione giudaico- cristiana, che tende alla liberazione della persona umana attraverso la sua sottomissione alla Legge di Dio, si sia sprigionato l’empito illuminista che
    ha finito per togliere all’uomo la percezione della sua drammatica sospensione tra conoscenza e vita. La modernità ha finito per confondere la libertà con l’assenza di regole, come dimostra nel modo più lampante l’abisso di disorientamento nel quale è precipitata l’arte contemporanea.
    Infatti chi non è costretto a misurarsi con le regole non è poi in grado nemmeno di violarle.
    Nella storia del mondo non c’è stata però solo la civiltà occidentale.
    Le religioni dell’Antico Oriente, per esempio, rivelano una persistenza marcata e affascinante dell’innocenza naturale nelle manifestazioni del sesso, le quali ruotano, come nella Bibbia, attorno al tema della conoscenza della vita e quindi della morte, ma evitano di presentare il problema in termini di drammaticità metafisica come nel Genesi, dove il peccato originale mette il mondo su un binario dal quale non si può tornare indietro, e riconoscono invece nell’atto sessuale una funzione creatrice cosmica, alla quale l’uomo stesso partecipa. In queste mitologie si possono così incontrare dèi che, come l’egizio Atum, creano il mondo masturbandosi o sputando nel nun, ossia nell’oceano primordiale. Ancora più interessante è un altro mito egizio, quello del dio Ra.
    Ra è il sole che sorge e tramonta tutti i giorni. Quando viene generato da sua madre, la dea del cielo Nut, Ra percorre la volta celeste distribuendo la sua luce sulla terra e dando vita agli uomini. Alla sera tramonta e rientra nel ventre di sua madre passando a illuminare il mondo dei morti, fino alla nuova nascita nell’alba successiva. Per queste sue mutazioni e nascite ripetute Ra viene chiamato ka-mut-ef ossia il “toro di sua madre”, perché feconda l’utero dal quale è partorito. Di fronte a una concezione cosmogonica come questa l’Edipo greco non si sarebbe limitato a strapparsi gli occhi.
    Come si vede, i miti cosmogonici dell’Antico Oriente seguono strade diverse dalla Bibbia (e anche dalla tragedia greca) e sembrano alludere a una sorta di autogenerazione addirittura masturbatoria o autofecondazione incestuosa, considerata però perfettamente naturale, senza scandalo alcuno. E’ una versione dell’avvicendamento tra nascita e morte mediante il sesso in cui non sembra insinuarsi ciò che noi chiamiamo concupiscenza.
    Questa galoppata millenaria attraverso desideri, concupiscenza, creazioni del cosmo e dell’umanità non consente conclusioni troppo semplici. Come frutto dell’osservazione si può dire però che un eccesso di concupiscenza del piacere e quindi della sua soddisfazione sembra produrre, ogni volta che si manifesta nel mondo, una strana inappetenza del vivere.
    Poiché ci è parso che il termine concupiscenza proceda nella storia ammanettato tra i suoi due guardiani, istinto e ragione, ci sembra anche opportuno chiudere questa rapsodia su un termine sfuggente con una luminosa citazione di Henri Bergson:
    “La ragione”, dice Bergson, “cerca da sempre cose che non troverà mai. Queste cose l’istinto le troverebbe subito ma non le cercherà mai”.
    E’ un vero peccato.

    saluti

  9. #39
    a.k.a. tolomeo
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    Mustang, grazie mille per i tuoi post.
    Ho seguito la "serie" su Il Foglio, ma ho perduto parecchi numeri, che qui ritrovo.
    grazie ancora.

    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  10. #40
    email non funzionante
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo
    Mustang, grazie mille per i tuoi post.
    Ho seguito la "serie" su Il Foglio, ma ho perduto parecchi numeri, che qui ritrovo.
    grazie ancora.

    ----------------------------------

    Ben felice di averti fatto felice. Veramente.

    saluti

 

 
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