L'anima mozzata di Lina
di Maysa 'Awwad
martedì, 15 agosto 2006
Lina è un nome anche libanese. E' il nome di una giovane madre che riesce a salvare i figli. Era andata via dal suo villaggio perché troppo rischioso per i piccoli. Copre di lenzuola la macchina perché gli israeliani avevano detto che non avrebbero colpito le auto con coperte di bianco. Ma proprio quel bianco è diventato il centro del bersaglio israeliano.
Lina Mustafa (29 anni) rifiuta di essere fotografata.
Negli occhi delle vedove dei martiri ci sono lacrime che non sopportano i flash delle macchine fotografiche.
Sul suo letto, all’ospedale al-Zahra' di Beirut, Lina cerca di riprendersi un po’, accenna un sorriso sfuggente ma le lacrime tornano a coprire le sue guance ustionate.
Lina ricorda con la massima lucidità tutti i dettagli della tragedia, lei che, faticosamente, cercò di non perdere conoscenza dopo che la sua macchina fu bersagliata dagli aerei israeliani.
La famiglia di Lina ed i suoi parenti vollero resistere nel proprio villaggio, un primo convoglio lasciò quindi il paesino senza di loro. Ma l’aumento dei bombardamenti effettuati alla cieca costrinse Lina e suo marito, Ghassan Faqih, a rinunciare alla propria decisione di rimanere: bisognava considerare la presenza dei figli, Ali di 9 anni, Malak di 6 e Nargis di 3, soprattutto di quest’ultima che, ogniqualvolta sentiva i rumori delle esplosioni, correva spaventata verso la mamma. Quindi, la decisione fu presa: “dobbiamo lasciare Aitarun per il bene dei figli”.
Furono preparate tre autovetture, per trasportare sia la famiglia di Lina, sia quelle di altre persone che avevano deciso di partire. La preparazione delle auto consistette semplicemente nel coprirle con ‘bandiere bianche’, “non in segno di resa”, come precisa Lina, “ma perché gli israeliani dissero che non avrebbero colpito le auto protette dalla bandiera bianca…”, e prosegue “a casa non disponevo di altro che le lenzuola bianche: così le stesi sulle macchine”.
Con intenso dolore, Lina si rammarica per aver creduto agli israeliani: le lenzuola bianche infatti non servirono ad evitare i missili. Nei momenti che precedettero ‘l’inferno’, Ghassan era alla guida della seconda auto del convoglio, con Ali e Malak sistemati sul sedile posteriore, e la piccola Nargis, assonnata, sul sedile anteriore, tra le braccia della madre. Nargis, cercando di addormentarsi, volle forse liberarsi dal rombo degli aerei, quindi chiuse gli occhi ma …. ecco che accadde la tragedia.
Gli aerei colpirono il piccolo convoglio, le macchine e coloro che si trovarono all’interno; la polvere coprì completamente gli occhi di Lina, ma non il suo cuore di mamma che continuò a battere, le sue mani e le braccia, fino alle spalle, erano ustionate e questo le impedì quindi di usare il telefono cellulare per chiedere aiuto. La pelle delle braccia di Lina si carbonizzò, ma le sue mani continuarono a coprire il corpicino di Nargis “non so come ho fatto a prenderla in braccio, cercavo in tutti i modi di stringerla a me stessa, per proteggerle la testa ed il petto, cercavo allo stesso tempo di aprire la porta e fuggire fuori dalla macchina”.
Nargis dormiva e non si rendeva conto del vampiro volante che sorvolava la macchina.
Un missile prese di mira il convoglio, Ghassan fu colpito, “l’ho visto proprio in quel momento, una parte del suo corpo era volata fuori dalla macchina, fissavo solo la sua testa” .
Lina, la moglie, non ebbe la possibilità di abbracciare suo marito durante i suoi ultimi attimi di vita, fu costretta a lasciarlo in macchina, ed a cercare di salvare i suoi tre figli. Non poté abbracciare la testa del marito per dare, almeno, un piccolo sollievo al suo corpo agonizzante. I missili non si fermarono e non lasciarono spazio ad un ultimo saluto, Lina dovette scegliere tra salvare la vita di coloro che potevano ancora fuggire via, o condannarli ad una morte sicura, dopo che il destino li aveva risparmiati dalle schegge dei missili.
Lina, la madre ferita, si mise a correre assieme ai suoi tre figli per circa un quarto d’ora prima di riuscire a trovare qualcuno che li aiutasse.
Le altre persone che facevano parte dello stesso convoglio non ebbero destino migliore: “un missile colpì la madre dell’autista della macchina che era dietro di noi e la fece a brandelli”, riferisce Lina, che torna a piangere; i ricordi la uccidono, mentre sua figlia Malak le chiede per l’ennesima volta: “perché la maglietta ed il viso di papà erano così forati?”. La bambina non sa ancora di essere diventata orfana.
Lina si guarda le mani bendate, fissa il dito medio, in parte amputato, e torna a sorridere dicendo “ho salvato Nargis”, e questo le procura un po’ di conforto; le schegge, piantate nelle sue braccia fino alle spalle, avrebbero potuto colpire il tenero corpicino della figlia, la scheggia che colpì il suo dito medio poteva perforare il cuore della sua bambina; le è stato amputato un pezzo del dito medio? non importa, il cuore di sua figlia batte ancora.
Nargis è uscita dall’ospedale prima della mamma, per la quale invece si prevede un lungo percorso di cura; la bambina vive oggi in un piccolo alloggio, affittato dal nonno a Hamra (Beirut), dove convivono 3 nuclei familiari sfollati.
Lina dice di non essere entusiasta di tornare a coltivare il tabacco nel sud, come nei bei giorni passati, non lo farà senza Ghassan. Come potrà piantare la pianticella verde con il dito mozzato? Con l’anima mozzata? Lei, oggi, la pensa così ma, allo stesso tempo, sa che quando tornerà nel suo villaggio, troverà che Nargis, Malak ed Ali saranno già in grado di darle una mano.




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