Le tre frottole di Visco
da Libero
di Oscar Giannino
Caro direttore, voglio rassicurarti insieme ai lettori di Libero. Non ha speranze la lotta al denaro contante dichiarata da Prodi e Visco, come se fosse prova provata di attività delinquenziali mentre al contrario assegni, bancomat e carte di pagamento sarebbero prove inequivocabili di virtù personale e fiscale. Non ti preoccupare, che agli italiani, e innanzitutto a milioni di anziani e pensionati che non hanno molta dimestichezza con strumenti di pagamento elaborati, nessuno sottrarrà i fruscianti biglietti per pagare. La lotta è l'ennesima balla ideologica, per almeno tre buone ragioni. La prima è di principio. Se proprio gli statalisti giurano oggi che i biglietti emessi dalla Banca centrale di Francoforte sono strumenti del diavolo, del crimine e della perfida evasione fiscale, forse non si rendono conto che essi si condannano ideologicamente con le proprie mani.
Se il denaro ufficiale "pubblico" non deve più valere che a far diffidare di chi lo usa, e se al suo posto dovrò invece ricorrere a strumenti di pagamenti privati, come i blocchetti di assegni emessi dalle banche e le carte di pagamento emesse da società controllate da banche d'affari o da consorzi di credito, allora sono lo Stato e la tanto declamata Bce che non credono più in loro stessi. E meno male che ci hanno anche fatto pagare l'eurotassa, Prodi e compagni, per poi dirci oggi che l'euro è uno strumento di Satana. Tanto vale allora abbracciare fino in fondo la tesi dei liberisti duri e puri, quelli che con Hayek e Friedman hanno sempre pensato che di banche centrali statali e sovrastatali non c'è proprio bisogno, perché il mercato si regola meglio da solo e la vera garanzia della credibilità dei pagamenti sta nel fatto che gli operatori hanno l'istinto e l'esperienza, per emarginare quelli "sospetti".
La seconda ragione che smentisce la balla ideologica della lotta al contante sta scritta nella storia italiana. Da noi milioni e milioni di consumatori, soprattutto quelli a reddito minore, continuano a diffidare di carte di credito e assegni, che infatti sono assai meno diffusi in Italia che altrove. È per questo, del resto, che siamo il Paese nell'area dell'euro in cui è rimasta in circolo la maggior quantità di vecchia valuta, per decine e decine di migliaia di miliardi di vecchie lire. In altre parole è proprio alla povera gente, che la guerra ideologica di Visco e Prodi contro i pagamenti in contante complicherà maledettamente la vita. Quando la norma del decreto Bersani-Visco entrerà completamente a regime a fine dell'anno prossimo, e per pagare un qualunque idraulico o elettricista per una riparazione superiore ai cento euro bisognerà ricorrere alla "tracciabilità elettronica" dei pagamenti, l'effetto boomerang sui ceti popolari si rivelerà a Visco in tutta la sua portata.
Ma c'è poi una terza ragione di fondo, per non cascare nella balla ideologica. Non è il maggior gettito e la maggior crescita economica, che il governo persegue con la sua conclamata "lotta all'evasione". È un obiettivo tutto politico. E noi liberisti dobbiamo avere il fegato di combatterlo apertamente e risolutamente. Vincenzo Visco ieri ha mostrato ancora una volta che, in una politica di idee deboli, chi le ha forti si candida a essere il vero punto di riferimento ideologico del governo dell'Unione. Malgrado tutti gli sforzi di deviare l'attenzione dell'opinione pubblica verso le liberalizzazioni di taxi, farmaci e professioni, il segno prevalente dell'impostazione economica e politica di questa prima fase del governo è proprio quello impresso dal viceministro alle Finanze. Che già ha lasciato un'orma profonda nelle nostre tasche, con le novità contenute nella seconda parte del decreto Bersani, e che da sole sono bastate a dar vita a 145 pagine di circolare applicativa delle penetranti e invasive novità fiscali di cui tante volte abbiamo già parlato.
Ieri, nell'ampia intervista al Corriere della Sera, Visco ha confermato che al centro della sua visione campeggia una "messa in linea" dell'anagrafe tributaria che non consenta più la verifica di quanto ciascuna persona fisica e giuridica versa allo Stato per singola imposta dovuta, ma in tempo reale sull'intero spettro delle proprie posizioni, attività, redditi dichiarati, attesi e accertati, contestati o disattesi. Visco respinge radicalmente l'idea che si tratti del "Grande fratello" orwelliano di cui viene accusato dall'opposizione, da noi liberisti e antistatalisti. Ma le nuove norme in materia di poteri della Guardia di Finanza, gli accertamenti consentiti per anni e anni in precedenza senza nemmeno l'obbligo d'informativa al soggetto, l'assimilazione di fattispecie amministrative penali e fiscali, tutto ciò costituisce un orizzonte che è molto diverso dalla pura "sistematizzazione informatica" dei dati custoditi dall'amministrazione finanziaria.
Visco non si limita a identificare con chiarezza alcune aree nelle quali supplementi d'accertamento sono richiesti, come quelle relative alle perdite di massa dichiarate da una percentuale assai elevata delle società di capitali. Annuncia energici ritocchi alle aliquote sui redditi delle persone fisiche, reintroduce la necessità di ripristinare l'imposta di successione che sembrava abbandonata dopo che per poco l'Unione ci perdeva le elezioni, continua a negare recisamente gli effetti di accrescimento del gettito raccolto grazie alle riduzioni d'aliquota operate in passato da Tremonti.
Giocoforza, categorie come Confesercenti e Confcommercio hanno reagito con durezza. Perché non bisogna dimenticare che gli studi di settore per autonomi e professionisti in questi anni sono stati aggiornati proprio sulla base di criteri maggiormente induttivi, per evitare elusioni, ed è abbastanza singolare che lo Stato riannunci ogni anno un loro sistematico incrudimento, visto che significa compromettere la certezza sulle aspettative per milioni di operatori. Quando già Visco ha proceduto, appena entrato in carica, ad abrogare con un tratto di penna il quadro triennale concordato di reddito atteso e relative imposte per lo Stato, che aveva costituito per autonomi e professionisti la base del nuovo patto in nome del quale procedere alla revisione degli studi di settore.
L'obiettivo è quello dichiarato ancor più chiaramente ieri dal ministro del Lavoro e della Previdenza, Cesare Damiano, nella sua intervista a Repubblica. «Dobbiamo conquistare quella parte di elettorato che ha votato per il centrodestra», ha detto. Dove «conquistarla» può essere inteso in molti modi, naturalmente. Non solo sedurla con le lusinghe: anzi, volesse il cielo. Ma piuttosto passarla idealmente a fil di spada, colpendola nel portafoglio, nei beni e nelle attività che realizzano attraverso la libera impresa e professione, rispetto all'universo del lavoro dipendente che paga attraverso il sostituto d'imposta e non può protestare. È questa "conquista", il vero obiettivo politico. Ed è per questo che Visco e Damiano abrogheranno il secondo modulo della riforma fiscale varata da Tremonti con cui si erano modestamente ritoccate le aliquote maggiori Irpef. E tasseranno al 20 o al 23% le compravendite azionarie e obbligazionarie, rispetto alla metà attuale.
Se Visco e Prodi davvero avessero nell'obiettivo maggior crescita e maggior gettito, allora guarderebbero all'esempio degli Stati Uniti, dove proprio grazie al boom delle entrate realizzato attraverso le minori aliquote disposte da Bush, il deficit federale invece dei 500 miliardi di dollari paventati dai democratici si comprime verso i 200, e il presidente americano ieri ha potuto annunciare che gli obiettivi di rientro del deficit saranno raggiunti già al 2008 e non al 2009 come previsto. Esattamente come succede nel primo semestre di entrate erariali italiane, al boom grazie alle minori aliquote Ire e Ires disposte dal centrodestra. Ma non sono il maggior gettito e la maggior crescita, ciò che Visco e compagni indicano agli elettori dell'Unione, bensì l'obiettivo della diretta e immediata redistribuzione sociale, levando tramite il fisco a chi ha di più. Pura politica, non economia: come per ogni grande ideologo che si rispetti. Pura politica di chi è rimasto orfano del comunismo, e ricorre alle alte aliquote e alle vassazioni fiscali per celebrare la supremazia della centralizzazione, dell'irregimentazione e della sottomissione allo Stato. Laddove non può più esserlo il collettivismo, diventa per loro l'Erario, la grande livella attraverso la quale attuare l'egualitarismo che di ogni libertà - d'individuo, famiglia e impresa - è nemico tenace e pericoloso. Ma all'Italia piace l'egualitarismo solo nei sondaggi e applicato agli altri, non quello mordace che colpisce nelle proprie tasche. Questo effetto boomerang la sinistra l'ha già sperimentato, e ci ha perso sopra elezioni. Se ora torna a vecchie fedi, e Visco per primo medita una grande rivincita tornando a santificare gli ottocentomila dipendenti della grande industria e i quattro milioni e passa di dipendenti pubblici tanto cari al sindacato, tutti insieme dimenticano che sul totale dei lavoratori e risparmiatori italiani quelle due categorie sono minoranza schiacciante. È per questo che perderanno, caro direttore, se noi sapremo batterci con forza e non ci faremo ammutolire dalla Finanza, dalle Procure e dai grandi giornaloni confindustriali che a tutta questa paccottiglia ideologica - nemica della crescita e della libertà - inneggiano felici.
Vicedirettore Finanza&Mercati




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