Lo stato, invece...
La “società civile” è morta, viva la “società civile”? Le esequie le ha celebrate Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. La sua tesi è suggestiva: il braccio di ferro fra il ministro Bersani e tassisti, farmacisti, avvocati, ha sgualcito un’insegna luminosa ma alla fin fine truffaldina. Non è detto che sia lì, nel porto della “società civile”, che vengono esaltati gli interessi della collettività, anzi ogni tanto ci vuole una politica muscolare e cazzuta, per imporsi sulle mille agenzie di disturbo che alzano la bandiera di gruppi e gruppetti pure socialmente radicatissimi.
Da anni, la “società civile” è un tempietto caro agli ultimi adepti delle virtù civiche. L’arroganza del ceto politico è stata fotografata con Tangentopoli. A quella narrazione – che vedeva al centro una casta di mandarini abituati a pretendere e ottenere indipendentemente da ogni catalogo di diritti – se ne è contrapposta un’altra. L’immacolata concezione della “società civile” è stata, assieme, la necessità storica di pescare uomini con la schiena meno flessibile al di fuori dei partiti, e l’ipotesi che ciò che era “altro” dalla politica fosse necessariamente meglio.
Paradossalmente, in un Paese che ha scarsa cultura di mercato, e ancor meno abitudine (dopo un secolo e mezzo di statolatria) a rispondere alle domande sociali senza aggrapparsi al grembiulino dello Stato-mamma, per la prima volta si sono cercati campioni nell’imprenditoria, nel terzo settore, insomma al di fuori delle scuole di partito. Ammettiamolo: abbiamo rimpianto i politici di professione, saranno stati ladri ma se non altro avevano una certa agilità di polso, il portafoglio te lo sfilavano con classe. Guardacaso sono tornati alla ribalta. A sinistra, come eredi naturali di un partito appena scalfito dall’azione dei magistrati. A destra, come indispensabili rincalzi in una coalizione il cui generale sarà pure un imprenditore, ma già i suoi colonnelli hanno tutt’altra storia.
In Parlamento gli “uomini nuovi” non hanno avuto fortuna. Del resto, la necessità di mettere in prima fila candidati di blasone, cognomi prestigiosi, è completamente svaporata col ritorno al proporzionale. Che prima si votasse la persona e non la coalizione, ho qualche dubbio, ma ora proprio non c’è scelta. Si vota il partito, punto e basta.
Galli della Loggia mira più in alto. Sostiene che si è sbagliato a pensare che la modernizzazione potesse venire non dalla politica, e forse anche: nonostante la politica. La società italiana è conservatrice: a comporla sono tante, diverse roccaforti di privilegi e rendite, difese col coltello fra i denti. Nella terra dei mille particolarismi, la società civile non può incarnare “una qualche forma generalizzata di razionalità e di rettitudine di fondo, di benevola attenzione verso gli altri”.Affermazione inconfutabile: se è a nessuno spuntano le ali quando viene eletto alla Camera, è pur vero che gli angeli fra noi sono pochi, in qualsiasi campo. Però la questione non è così banale.
Anzitutto, bisogna essere più chiari, nel definire cos’è la società civile. Cominciamo a toglier di mezzo l’aggettivo: civile è un mero omaggio al politicamente corretto. Diciamo “società”. “Società” non è il contrario di “politica”: è il contrario di “Stato”. Fanno parte della società tutti coloro che non si guadagnano il pane a spese del contribuente.
La “società” è un coagulo di corporazioni? Anche. Vi pascolano organizzazioni che “pesano” diversamente dalla totalità dei cittadini. Contano di più perché sanno farsi sentire meglio. Quelli di tutti gli individui in quanto consumatori sono interessi diffusi e quindi deboli: nessuno di noi, quando si alza la mattina, mette al primo posto nelle priorità della sua vita l’avere aspirine meno care. Quelli delle singole categorie sono interessi concentrati: il farmacista sente più forte la propensione a non farsi strappare i suoi privilegi, che un desiderio vago di pagare meno il tassì o il gas.
Le corporazioni tengono botta egregiamente, ma non sono la “società civile”. Esse – esattamente alla stregua dei sindacati – esistono in quanto contrappunti e referenti della politica. Perché i farmacisti sono potenti? Perché il servizio sanitario nazionale in Italia è fatto com’è fatto, i prezzi sono stringentemente regolati, la maggioranza delle medicine le paga lo Stato. In un sistema siffatto, per forza i rivenditori di pastiglie guardano negli occhi il governo. I tassisti operano su concessione. Essi non protestano in quanto liberi fornitori di un servizio: ma come beneficiari di una pubblica licenza.
Non è la società ad essere conservatrice: è lo Stato che distribuisce privilegi e rendite, e facendolo dà la stura, ovviamente, ad organizzazioni il cui mestiere è tenersi cari tali benefici. E’ inutile biasimare l’egoismo della società civile, o la corruzione della politica. Il problema è l’interventismo statale che legittima l’uno e nutre l’altra. Se lo Stato trattenesse la propria bulimia regolatoria, la società civile non sarebbe una costellazione di corporazioni. Guardiamo la luna, non il dito.
di Alberto Mingardi


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e la luna e il dito mi sembrava ti piacesse un sacco, come chiusura...

