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Discussione: guerra di egemonia

  1. #1
    landen
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    Thumbs up guerra di egemonia

    un errore questa guerra sotto la bandiera ipocrita della pace, che gli italiani non volevano. ci porta via risorse che potevano essere investite diversamente e nel settore lavoro il piu delicato. e poi basta, pensiamo ai nostri problemi che ne abbiamo tanti. un consiglio: smettiamola di essere megalomani nel mondo senza una lira in tasca, il mondo ci ride sopra e ha ragione. politici meditate

  2. #2
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    Una missione nella nebbia
    Ancora incerti i compiti della forza di pace nel sud del Libano

    I repubblicani non potranno che sostenere l'invio dei nostri soldati in Libano nella missione Onu, ma dobbiamo ribadire le nostre riserve politiche, che non ci consentono di essere favorevoli a questa operazione, causa un contesto internazionale ed interno che rende trasparenti gli altissimi rischi, lasciando nebulosi gli effettivi compiti.

    A tutt'oggi infatti non abbiamo compreso quello che è pure il nodo principale della questione, ossia il disarmo di Hezbollah. Sappiamo infatti che il leader libanese Siniora ha dichiarato che l'esercito del suo Paese non è in grado di disarmare le milizie estremiste. Se l'Unifil non ha intenzione di assolvere questo compito, Hezbollah rimarrà armata. Ed Hezbollah armata è sempre stata una minaccia per Israele, ammesso che non lo sia anche per le truppe occidentali che da domani contenderanno il territorio in cui quel movimento si è installato, arbitrariamente e contro le risoluzioni dell'Onu.



    Ammettiamo poi che l'Unifil non disarmi Hezbollah, ma si limiti a impedire che Hezbollah si riarmi. Anche questo prevederebbe un'azione militare concreta, tale da degenerare in un conflitto, sempre che i miliziani non rinunzino al loro rafforzamento. Vi è la volontà di scontrarsi con le milizie di Hezbollah? O si preferirà al dunque, come spesso hanno fatto negli anni le truppe dell'Onu, dalla Bosnia al Ruanda, volgere la testa dall'altra parte? Non è detto che sia cosa più agevole, perché se Hezbollah si riarma lo fa per riattaccare Israele e, se riattacca, Israele risponde. Ecco i nostri soldati presi in mezzo fra due fuochi, uno scenario che già molti hanno evocato.

    Possiamo sperare poi che la guerriglia sia stanca, che Iran e Siria si ammorbidiscano e che la presenza militare Onu aiuti, ma al momento non abbiamo elementi concreti in questo senso e l'evoluzione dello scenario mediorientale si è spesso rivelata imprevedibile - con la sola costante dell'odio verso lo Stato ebraico.

    In tali condizioni non aiuta certo la nostra missione il fatto che all'interno della maggioranza vi siano almeno due interpretazioni diverse della stessa. Anzi, ciò accentua i pericoli per i nostri soldati e temiamo che le posizioni dell'onorevole Fassino e dell'onorevole Rutelli, che pure ci soddisfano, non abbiano affatto prevalso su quelle del ministro degli Esteri e del presidente del Consiglio, le quali hanno un profilo ambiguo, tale da risultare pericoloso per la difesa di Israele e lesivo degli interessi dello stesso Occidente.

    Del resto, all'onorevole D'Alema bisogna riconoscere la coerenza di una lunga militanza antioccidentale iniziata da giovanissimo sulle spiagge di Cuba e culminata a Beirut a braccetto con gli esponenti di Hezbollah.

    Accreditare Hezbollah, come ha fatto il ministro D'Alema, di essere un interlocutore politico, è una responsabilità che non condivideremo e da cui terremo la massima distanza di sicurezza. Non possiamo escludere a priori che un'apertura all'Iran - che fomenta e sostiene Hezbollah ed alimenta la minaccia contro Israele - possa avere effetti positivi. Se ci sono margini utili di discussione, si percorrano. Il punto è che si abbia ben chiaro che, finiti gli stessi, occorre la necessaria risolutezza per non cedere alle pretese dell'Iran, e che si sappia dimostrare la necessaria fermezza nel sostenere le nostre condizioni e le nostre richieste verso la politica di quel Paese, che non è un nostro alleato e che ha scelto una china, con la presidenza Amhadinejad, a dir poco preoccupante.

    Infine, lascia per lo meno perplessi lo spettacolo che Italia e Francia hanno dato in questi frangenti per accreditarsi la leadership della missione, alzando la posta della partecipazione dei propri soldati. Il che dà l'idea che entrambi i Paesi siano inadeguati ad assumersi un incarico di tale portata: nel caso dell'Italia, che arriva persino a vantare la sua importanza sul piano internazionale, si supera il grottesco. Non abbiamo mai visto l'Inghilterra o gli Stati Uniti compiacersi del loro prestigio internazionale, dirsi da soli quanto siano bravi, quanto siano grandi. Non lo fecero nemmeno Churchill e Roosevelt all'indomani della vittoria sul nazismo. Lo fa il presidente Prodi, prima ancora che sia iniziata una missione delicatissima e dall'esito incerto. Chi davvero possiede autorevolezza nella politica estera, non ne fa oggetto di propaganda.

    Roma, 28 agosto 2006



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  3. #3
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    Orgoglio e reticenza
    D'Alema non spiega come si fermerà il riarmo di Hezbollah

    Dall'intervista del ministro D'Alema al "Corriere della Sera" non provengono purtroppo quei chiarimenti utili sullo scopo della missione Onu nel sud del Libano a cui partecipano le nostre forze militari, che pure avremmo gradito ricevere. Tanto che il ministro degli Esteri italiano, più che "preoccupato ed orgoglioso", come lo descrive il "New York Times", a noi pare, semmai, orgoglioso e reticente, e in questa ennesima intervista del responsabile della Farnesina abbiamo visto un'occasione sprecata. Vorremmo sapere cosa faranno i nostri militari se Hezbollah non solo rifiuta di deporre le armi, ma si riarma e colpisce di nuovo, con i suoi missili, Israele.



    Potremmo credere che il cambiamento di rotta nella politica internazionale del nostro Paese, che il ministro D'Alema saluta come la fine dell'unilateralismo statunitense, preveda che soggetti i quali hanno finora mantenuto un profilo ostile nei confronti di Israele e dell'Occidente, si rendano più disponibili al dialogo. Quali strumenti D'Alema possegga per essere convinto di vedere realizzata questa svolta, lo sa solo lui. Da parte nostra possiamo solo sperare che non si illuda. E' vero, ad esempio, come il ministro degli Esteri dice, che l'Iran è un grande paese che presenta una società civile forte ed articolata, ma il fatto che Ahmadinejad rappresenti comunque politicamente quel paese, pone un problema di non poco conto alle democrazie occidentali, che hanno una qualche difficoltà a trattare con chi nega l'olocausto e minaccia e predispone l'allestimento dell'arma atomica. D'Alema è convinto invece di un successo nella trattativa con l'Iran. Noi glielo auguriamo di cuore. Temiamo che sottovaluti il fondamentalismo islamico: forse non lo si sconfiggerà con le crociate; però, compiacendolo con le trattative diplomatiche, si rischia di lasciargli campo aperto.

    Ci ha poi sorpreso la natura dei rapporti confidenziali ostentati da parte del nostro ministro degli Esteri nei confronti del segretario di Stato statunitense, che pure a noi risulta parte - e non certo irrilevante - di quel cosiddetto "unilateralismo" che il ministro italiano avversa e ritiene oggi superato. Per quello che sappiamo, negli Usa vi è ancora un governo repubblicano, un presidente che si chiama Bush e un segretario di Stato di quel governo che è la signora Rice. Ci chiediamo se tra un telefonino, una barca e un "bye bye Condy", il ministro D'Alema se ne renda conto.

    Roma, 29 agosto 2006



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  4. #4
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    D' Alema ha agito secondo il principio dell " Armiamoci e partite " Se le cose andranno bene sarà merito del governo Brodi , se andranno male sarà colpa degli Israeliani cattivi che non vogliono farsi ammazzare dagli azbollah

  5. #5
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    Il rischio di un'avventura
    La strategia dalemiana dell'equivicinanza non ci dà garanzie

    C'è almeno una variante incognita a pesare sulla missione dell'Onu in Libano: essa porta il nome del presidente iraniano Ahmadinejad, il quale, appena partite le navi italiane verso Tiro, ha fatto sapere, come per la verità spesso gli è capitato negli ultimi tempi, che il suo pensiero prevede l'estinzione dello Stato d'Israele.

    Tutti sappiamo del legame che salda il movimento sciita di Hezbollah all'Iran: un legame profondo e radicato, ed ogni esternazione violenta o aggressiva che proviene da Teheran è in grado di rinfocolare tensioni fra i miliziani in Libano.



    Avremmo anche ragione di pensare che il governo italiano abbia sufficienti informazioni per sapere di una Hezbollah defatigata da anni di guerra, stremata dall'offensiva israeliana estiva e quindi ben contenta di acquietarsi davanti ad una imponente forza militare occidentale che non si dimostri ostile ma, anzi, ben disposta a lasciarla costituzionalizzarsi nell'esercito libanese. Sarebbe questo uno scenario che consentirebbe al Partito di Dio di integrarsi senza del tutto sparire, e domani, chissà. Ma i proclami truculenti del leader iraniano possono provocare effetti diversi ed imprevisti.

    Soprattutto in Israele, che con simili vicini, abbiamo visto, non può dormire certo sonni tranquilli. Non è un caso che il governo di Gerusalemme, alla richiesta del segretario dell'Onu Kofi Annan di allentare il blocco aereo navale in Libano, abbia risposto di no, per lo meno fino a quando non sarà pienamente applicata la risoluzione 1701 dell'Onu stessa, che prevede, fra l'altro, la smilitarizzazione delle milizie sciite. Vi è anche un altro problema che pesa sulla missione: quello relativo ai soldati israeliani rapiti, di cui Annan ha chiesto il rilascio. Notiamo che si tratta di due domande poste direttamente dal principale esponente dell'Onu ai due contendenti in Libano, che sono ancora rimaste inevase. Ciò, per ora, non consente di ben sperare.

    Di fatto, il nostro contingente militare si troverà schierato in una zona di guerra in cui le condizioni di armistizio non sono state ancora realizzate. E anche se la nostra diplomazia è stata abile a guadagnarsi rassicurazioni da entrambi i fronti, le condizioni sono tali che queste potrebbero non bastare. Bisognerebbe infatti capire cosa convenga all'Iran, che sta conducendo una difficilissima partita sul nucleare con la comunità internazionale e cosa conviene ad Israele, che continua a subire una minaccia. I paesi che hanno inviato le loro truppe sul campo possono sperare che Ahmadinejad alzi la voce perché non in possesso delle forze per dare atto a tali propositi distruttivi. Ma non avranno una certezza in tal senso fin quando la missione dell'Onu non sarà schierata interamente. E se mai invece davvero Teheran incitasse ad una ripresa delle ostilità, ancora dobbiamo capire cosa faranno le forze Onu se i miliziani di Hezbollah dovessero tornare nella zona loro proibita per colpire Israele.

    "Se sarete morbidi con Hezbollah", dice all'Italia l'ex sottosegretario alla difesa statunitense Richard Perle, peggiorerete i rapporti con Washington * per non parlare di Israele * ma se invece ci mostrassimo "duri", quali diverrebbero i nostri rapporti con Teheran? Come si vede, la cosiddetta equivicinanza dalemiana non paga, e trovarsi troppo vicini a due eserciti fra loro belligeranti, può comportare, come del resto lo stesso governo italiano ammette, rischi altissimi, senza nemmeno bisogno di citare le informative dei servizi su supposte attività di al Qaeda, come ha fatto il presidente della Commissione Difesa del Senato, De Gregorio.

    Il rischio per noi maggiore non è quello di vedere i soldati italiani presi fra due fuochi. Ciò sarebbe pur sempre inerente alla missione di interposizione. Peggiore sarebbe invece vederli fra due fuochi senza sapere cosa fare, come sovente è successo ai militari spiegati dall'Onu, e come in Libano potrebbe nuovamente accadere. Nel desiderio smodato di una nuova politica estera italiana, di proclamare conclusa l'epoca dell'unilateralismo americano per aprire una nuova pagina europea, ci sembra che non si sia soppesata fino in fondo la particolarità di questa situazione, tale da far apparire la nostra spedizione armata come l'inizio di una avventura.

    Roma, 30 agosto 2006



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  6. #6
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    D'Alema disastro
    La china pericolosa intrapresa dalla diplomazia italiana

    Nell'affrontare la questione del nucleare iraniano, il nostro ministro degli Esteri è riuscito a dare l'impressione di una divisione tra Usa ed Europa e, ciò che è peggio, lo ha fatto a ridosso di una trattativa dell'Onu in cui la minaccia di sanzioni per Teheran deve essere ben contemplata, così come potrebbe essere presto ottemperata.

    Siamo molto sensibili anche noi, come il ministro degli Esteri italiano, almeno, ai deleteri aspetti economici che le sanzioni produrrebbero, ma siamo più sensibili di lui nel voler isolare chi in Iran si permette di assumere il linguaggio ed i toni di un nuovo Goebbels, fino al punto di minacciare più volte l'esistenza di Israele e di arrivare a provocare la comunità europea sull'Olocausto.



    Chi ha avuto una educazione politica democratica, chi ha un senso morale della storia e ne ha appreso la tragica lezione del secolo scorso, difficilmente può sopportare l'atteggiamento del presidente iraniano, e semmai si chiede quanto tempo ancora si voglia aspettare prima di impedirgli concretamente di mettere in pratica tali minacce. Fa sicuramente piacere che all'interno della stessa maggioranza di governo si sia levata una voce, quella del segretario dei radicali Capezzone, per dire che l'Iran ed Ahmadinejad sono parte rilevante del problema, e non certo la soluzione.

    Disgraziatamente il segretario radicale sembra anche l'unico in grado di capirlo in una compagine di governo che con disinvoltura si affida all'Onu e invia i nostri soldati in zona di guerra, senza averci detto se combatterà Hezbollah o se proteggerà detta formazione terrorista amica dell'Iran dalla rappresaglia israeliana, quando è ormai chiaro che sarà questo lo scenario che si prepara, visto l'insuccesso di Kofi Annan conseguito nella missione a Gerusalemme.

    Non soddisfatto di un contesto di tale delicatezza, e altamente rischioso, il nostro ministro degli Esteri è arrivato perfino a minacciare la Siria, nemmeno ignorasse che la Siria è presente nell'area da anni, e che esercita un peso sul mondo libanese al quale non ha mai voluto rinunciare, e che dispone dei mezzi adeguati per irridere qualunque minaccia gli provenga dall'Italia. Una china tanto disastrosa per la politica estera italiana, e tanto rapidamente, non saremmo stati in grado di prevederla nemmeno fossimo stati influenzati da Nostradamus.

    Roma, 31 agosto 2006



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