Cari amici,
consegnato agli storici lo studio del periodo della Guerra Fredda ormai conclusa, scomparsa la generazione repubblicana atlantista degli Ugo La Malfa, Spadolini, Visentini, credo sia giunto il momento per i repubblicani del XXI secolo di riaprire una riflessione sulle grandi questioni di politica internazionale di fronte ad uno scenario completamente mutato rispetto a quello del secolo scorso.
In questo senso, ed anche alla luce degli ultimi importanti avvenimenti, una riflessione razionale, laica su ciò che oggi rappresenta lo Stato d' Israele diviene più che mai necessaria.
Se Israele costituisce con sempre maggiore evidenza un focolaio di tensione permanente a livello internazionale, ciò lo si deve al peccato originale che sta alla base della sua fondazione. Ciò lo dobbiamo affermare con pacatezza, argomentando su alcuni dati storicamente accertati che parlano da soli.
Fino al 1918 la Palestina era una provincia meridionale della Siria abitata da una schiacciante maggioranza arabo-palestinese (91%) e da una piccola minoranza ebraica (il 9% che possedeva il 3% delle terre coltivate). Le due minoranze, almeno fino al 1936, erano riuscite a convivere pacificamente.
Ancora nel 1945 in Palestina si trovavano 1.240.850 arabi (69%) e 560.000 ebrei (31%).
Alle pressioni ebraiche per avere un proprio Stato nazionale si opposero forti resistenze palestinesi. Ma la minoranza ebraica- forte delle sue organizzazioni terroristiche (Irgun Zvai Leumi, Banda Stern) e appoggiata dagli USA interessati a ridimensionare la presenza britannica nell' area (la Gran Bretagna aveva ottenuto il mandato fiduciario sulla Palestina dopo la fine della Prima guerra mondiale)- era decisa a proclamare unilateralmente lo Stato d' Israele. La questione fu infine delegata all' ONU. Scartata l' ipotesi di costituire uno Stato federale di Israele- Palestina, fu approvata una risoluzione il 29 novembre 1947, che prevedeva la spartizione della Palestina in due zone: una arabo- palestinese che copriva il 40% del territorio con una popolazione di 749.000 abitanti, di cui solo 10.000 ebrei; l' altra il Negev, con 509.000 arabi e 490.000 ebrei, con i primi che possedevano il 90% delle terre e i secondi che occupavamo tutti i posti chiave della politica, dell' amministrazione e dell' economia.
Il giorno immediatamente precedente al ritiro degli inglesi (14 maggio 1948), gli ebrei proclamarono unilateralmente lo Stato d' Israele, annettendosi oltretutto un terzo in più dei territori concessi dalla risoluzione ONU.
Da qui dunque l' origine dell' interminabile conflitto, cominciato il 15 maggio 1948 e non ancora concluso, in cui gli Arabi sono stati finora soccombenti.
Da notare che già alla fine del 1948 solo 140.000 palestinesi restavano in quello che si poteva compiutamente chiamare lo Stato confessionale ebraico di Israele; tutti gli altri erano stati espulsi, dando vita ad una vera e propria diaspora palestinese. Fu quella che gli arabi chiamano Naqba, catastrofe.
I termini politici della questione erano e sono rimasti a tutt' oggi questi: gli Ebrei d' Israele non vogliono uno Stato in cui i Palestinesi abbiano pari diritti , uno Stato cioè non fondato sulla religione ebraica. Gli Arabo-Palestiesi, da parte loro, giudicano gli Ebrei degli usurpatori da cacciare da quello che considerano il proprio territorio nazionale. Di qui il continuo riaprirsi della disputa.
In conclusione, già la semplice conoscenza di questi fatti storici dovrebbe indurre i repubblicani del XXI secolo ad una maggiore prudenza nello schierarsi acriticamente sempre e comunque a fianco di Israele "unica democrazia della regione".




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