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  1. #1
    alfredoibba
    Ospite

    Predefinito Il vizio dell' occidente

    Dal n° 207 - Aprile 2003

    Massimo Fini
    II vizio oscuro dell'Occidente. Manifesto dell'Antimodernità
    Marsilio Editori, Venezia 2002, pp. 69, euro 6,00.

    «La guerra all'Afghanistan è stata fatta per togliere di mezzo i talebani e occupare quel paese. Ci sono motivi economici. Da anni la statunitense Unocal era interessata alla costruzione di un colossale gasdotto … nel progetto era ed è coinvolta metà dell'attuale dirigenza americana, da Deep Cheney a Condoleezza Rice».
    Massimo Fini

    È all'interno dell'Occidente omologato, all'interno del «delirio occidentale dell'unico modello mondiale», che avverrà lo «scontro vero, il più drammatico e violento: fra i fautori della modernità e le folle, deluse, frustrate ed esasperate, che avranno smesso di crederci».
    Questa, in profonda sintesi, l'essenza del nuovo saggio di Massimo Fini; uno scritto che, alle idee notoriamente anticonformistiche che da sempre hanno caratterizzato il pensiero dell'autore, unisce una lucida, pregevole e fondata, nota critica alla delirante ascesa della politica estera statunitense, diretta all'egemonia mondialista ed alla sempre più ricorrente corsa allo sfruttamento delle risorse che caratterizza il corso del capitalismo globalizzante.
    Per diversi aspetti, ci sembra leggere il continuum di una sua precedente opera [1], ove Massimo Fini criticò radicalmente l'odierna civiltà tecnologica, mettendola a confronto con la quotidianità che scandiva i ritmi della vita nell'ancien regime, giungendo ad avanzare una domanda più che legittima: «si stava meglio quando si stava peggio?».
    Adesso, dopo gli eventi dell'11 settembre scorso, la corsa verso un mondo unico sembra inarrestabile. Tale e tanta è la portata degli avvenimenti che essi, attraverso la potenza tecnologica-militare degli USA, portano a credere che molto presto un mondo omogeneizzato vedrà solamente esseri privi di umanità, circolanti in ogni landa desolata del mondo, diretti a consumare quanto l'ipermarket mondiale dei consumi metterà a disposizione per ingrassare a dismisura l'oligarchia economicista al potere. Come conseguenza logica di tale diktat, M. Fini ritiene che ad una società che impone un modello unico si contrapporrà un «terrorismo unico» (usiamo il termine per comodità di linguaggio) che in tutti i modi cercherà di arrestare, meglio distruggere, la veloce corsa al one world.
    In questo contesto -aggiungiamo noi-, cosa c'è di più folle, di più aberrante: un mondo privo delle sue componenti peculiari e identitarie e reso unico in ogni aspetto attraverso il modernismo, o un «terrorismo» che cerca di arrestare la modernità?
    Ancora: in tale ottica si può parlare di mero terrorismo, un sostantivo usato dalla criminalità capitalistica e giudaico-statunitense, per indicare tutti quanti si oppongono ai loro disegni di egemonia oligarchica?
    Questa sorta di «terrorismo», in più regioni del mondo, però sembra essere l'unica arma rimasta in mano agli oppressi ed ai miserabili, dinnanzi al completo ossequio che la politica delle istituzioni nazionali pone alle irresponsabili richieste della modernità a ogni costo. Richieste non più accettabili!
    «C'è una potenza che ha l'egemonia assoluta -afferma Massimo Fini-, gli Stati Uniti, una superpolizia costituita dalle forze militari americane e, quando occorre, dalla NATO, un Tribunale che si costituisce di volta in volta come Tribunale speciale in modo che i vincitori siano legittimati a processare e condannare i vinti, e c'è un modello economico pervasivo, che è quello occidentale, cui, oltre agli Stati Uniti, partecipano l'Europa, il Giappone, la Russia, presto la Cina e ogni paese industrializzato ...».
    Il modello unico occidentale -che non è affatto una locuzione geografica, bensì un sistema politico-economico che pone al dominio il colonialismo multinazionale- nella sua prassi ha realmente saccheggiato tutte le aree già depresse del pianeta, rendendo ancor più povere le nazioni alle prese con la miseria, a vantaggio del tenore di vita, già grossolanamente smisurato, delle aree preda d'un consumismo esasperato.
    L'Autore, inoltre, compie una analisi molto veritiera e convincente sull'essenza d'un fenomeno complesso, articolato, profondo, qual è l'immigrazione dai paesi poveri verso quelli opulenti - fino a quando? - e ricchi facente parte del modello unico occidentale. Una presunta invasione dei luoghi della Cristianità, dettata dall'Islam integralista, così come tanti cerebrolesi vanno cianciando è in realtà una incommensurabile scemenza, una indefessa menzogna. Una azione politica, se lo è, che può avere spazio solo dentro il circo della politica che regna nella putrescente appendice dell'Eurasia totalmente assuefatta all'impero giudaico-mondialista, grazie alla condotta di miserabili borghesi individualisti,.
    L'immigrazione dai Paesi dell'Africa, dell'Asia, dall'America Latina e negli ultimi tempi dalle nazioni dell'Est europeo, è avvenuta grazie allo sradicamento delle popolazioni causato direttamente dallo sfruttamento, colonialistico prima, capitalistico che ha tolto ogni sussistenza a tali popoli.
    Se il colonialismo ha portato via merci, materie prime ed altro, ai popoli non industrializzati, il capitalismo ne ha cavato l'anima e la vita, diffondendo solo povertà. Prendiamo ad esempio l'Africa. Agli inizi dello scorso secolo essa era autosufficiente per l'alimentazione. «Ma da quando -afferma Fini- ha cominciato ad essere aggredita dalla integrazione economica ... le cose sono precipitate. L'autosufficienza è scesa all'89 per cento nel 1971, al 78 per cento nel 1978».
    Ma in Africa la produzione di cereali è in continuo aumento solo che serve per gli allevamenti animali dell'Occidente e non per sfamare chi li produce. «Perché in un'economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei paesi industriali se è vero che il 66 per cento della produzione mondiale dei cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei paesi ricchi. È la legge del mercato e del denaro ...». Ma la crisi del capitalismo non ha portato solo alla completa disgregazione del Terzo mondo; la sua crisi si riverbera anche sull'Occidente industrializzato. La crisi della FIAT in Italia ne è un segnale ben definito; la globalizzazione sta guidando anche l'Italia dal ruolo di Paese profittatore a quello di vittima. «... adesso, con la competizione globale, si rischia che i paesi ricchi si riducano a un pugno, circondati da un mare di miseria». [cfr. p. 26-27]
    Fini analizza l'ascesa dello sfruttamento capitalistico con un pensiero molto profondo, affermando: «Lo sradicamento delle popolazioni del Terzo Mondo produce il fenomeno, inevitabile, delle migrazioni bibliche. Privati della loro storia, delle loro tradizioni, della loro economia, della loro socialità, di quel tessuto di solidarietà, familiare, clanica, tribale che era il loro modo di sopravvivenza e che il modello industriale ha lacerato irrimediabilmente, ridotti a vivere in desolate periferie dell'Impero e con i suoi materiali di risulta, questi uomini e queste donne cercano di raggiungerne il centro».
    Col pretesto dell'«intervento umanitario» gli USA insieme al codazzo delle grandi imprese multinazionali cercano di stabilizzare ulteriormente la loro egemonia, accrescendo la loro ingerenza ovunque. È accaduto nel Medio Oriente, è accaduto nell'ex-Jugoslavia, sta accadendo in Afghanistan e nell'Asia Centrale e con maggiore irruenza nel Golfo Persico con la criminale aggressione alla nazione irachena.
    Ma adesso non abbiamo più nulla da aggiungere, da dire. Ci scusino i Lettori, ci scusi Massimo Fini. È possibile che in questa democrazia antifascista non sarà più possibile criticar l'ordinamento economico neoliberista della globalizzazione, né il capitalismo...
    A meno che non ci si attiri addosso perquisizioni ed avvisi di garanzia.
    Leonardo Fonte
    Note:
    1] cfr. "La ragione aveva torto?", Camunia editrice, Brescia 1985 – IIª edizione, Il Settimo Sigillo, Roma 2000, euro 13,00; disponibile presso la nostra Redazione.
    www.avanguardia.tv

  2. #2
    Barbudo
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    Dal n° 207 - Aprile 2003


    Massimo Fini
    II vizio oscuro dell'Occidente. Manifesto dell'Antimodernità
    Marsilio Editori, Venezia 2002, pp. 69, euro 6,00.

    «La guerra all'Afghanistan è stata fatta per togliere di mezzo i talebani e occupare quel paese. Ci sono motivi economici. Da anni la statunitense Unocal era interessata alla costruzione di un colossale gasdotto … nel progetto era ed è coinvolta metà dell'attuale dirigenza americana, da Deep Cheney a Condoleezza Rice».
    Massimo Fini

    È all'interno dell'Occidente omologato, all'interno del «delirio occidentale dell'unico modello mondiale», che avverrà lo «scontro vero, il più drammatico e violento: fra i fautori della modernità e le folle, deluse, frustrate ed esasperate, che avranno smesso di crederci».
    Questa, in profonda sintesi, l'essenza del nuovo saggio di Massimo Fini; uno scritto che, alle idee notoriamente anticonformistiche che da sempre hanno caratterizzato il pensiero dell'autore, unisce una lucida, pregevole e fondata, nota critica alla delirante ascesa della politica estera statunitense, diretta all'egemonia mondialista ed alla sempre più ricorrente corsa allo sfruttamento delle risorse che caratterizza il corso del capitalismo globalizzante.
    Per diversi aspetti, ci sembra leggere il continuum di una sua precedente opera [1], ove Massimo Fini criticò radicalmente l'odierna civiltà tecnologica, mettendola a confronto con la quotidianità che scandiva i ritmi della vita nell'ancien regime, giungendo ad avanzare una domanda più che legittima: «si stava meglio quando si stava peggio?».
    Adesso, dopo gli eventi dell'11 settembre scorso, la corsa verso un mondo unico sembra inarrestabile. Tale e tanta è la portata degli avvenimenti che essi, attraverso la potenza tecnologica-militare degli USA, portano a credere che molto presto un mondo omogeneizzato vedrà solamente esseri privi di umanità, circolanti in ogni landa desolata del mondo, diretti a consumare quanto l'ipermarket mondiale dei consumi metterà a disposizione per ingrassare a dismisura l'oligarchia economicista al potere. Come conseguenza logica di tale diktat, M. Fini ritiene che ad una società che impone un modello unico si contrapporrà un «terrorismo unico» (usiamo il termine per comodità di linguaggio) che in tutti i modi cercherà di arrestare, meglio distruggere, la veloce corsa al one world.
    In questo contesto -aggiungiamo noi-, cosa c'è di più folle, di più aberrante: un mondo privo delle sue componenti peculiari e identitarie e reso unico in ogni aspetto attraverso il modernismo, o un «terrorismo» che cerca di arrestare la modernità?
    Ancora: in tale ottica si può parlare di mero terrorismo, un sostantivo usato dalla criminalità capitalistica e giudaico-statunitense, per indicare tutti quanti si oppongono ai loro disegni di egemonia oligarchica?
    Questa sorta di «terrorismo», in più regioni del mondo, però sembra essere l'unica arma rimasta in mano agli oppressi ed ai miserabili, dinnanzi al completo ossequio che la politica delle istituzioni nazionali pone alle irresponsabili richieste della modernità a ogni costo. Richieste non più accettabili!
    «C'è una potenza che ha l'egemonia assoluta -afferma Massimo Fini-, gli Stati Uniti, una superpolizia costituita dalle forze militari americane e, quando occorre, dalla NATO, un Tribunale che si costituisce di volta in volta come Tribunale speciale in modo che i vincitori siano legittimati a processare e condannare i vinti, e c'è un modello economico pervasivo, che è quello occidentale, cui, oltre agli Stati Uniti, partecipano l'Europa, il Giappone, la Russia, presto la Cina e ogni paese industrializzato ...».
    Il modello unico occidentale -che non è affatto una locuzione geografica, bensì un sistema politico-economico che pone al dominio il colonialismo multinazionale- nella sua prassi ha realmente saccheggiato tutte le aree già depresse del pianeta, rendendo ancor più povere le nazioni alle prese con la miseria, a vantaggio del tenore di vita, già grossolanamente smisurato, delle aree preda d'un consumismo esasperato.
    L'Autore, inoltre, compie una analisi molto veritiera e convincente sull'essenza d'un fenomeno complesso, articolato, profondo, qual è l'immigrazione dai paesi poveri verso quelli opulenti - fino a quando? - e ricchi facente parte del modello unico occidentale. Una presunta invasione dei luoghi della Cristianità, dettata dall'Islam integralista, così come tanti cerebrolesi vanno cianciando è in realtà una incommensurabile scemenza, una indefessa menzogna. Una azione politica, se lo è, che può avere spazio solo dentro il circo della politica che regna nella putrescente appendice dell'Eurasia totalmente assuefatta all'impero giudaico-mondialista, grazie alla condotta di miserabili borghesi individualisti,.
    L'immigrazione dai Paesi dell'Africa, dell'Asia, dall'America Latina e negli ultimi tempi dalle nazioni dell'Est europeo, è avvenuta grazie allo sradicamento delle popolazioni causato direttamente dallo sfruttamento, colonialistico prima, capitalistico che ha tolto ogni sussistenza a tali popoli.
    Se il colonialismo ha portato via merci, materie prime ed altro, ai popoli non industrializzati, il capitalismo ne ha cavato l'anima e la vita, diffondendo solo povertà. Prendiamo ad esempio l'Africa. Agli inizi dello scorso secolo essa era autosufficiente per l'alimentazione. «Ma da quando -afferma Fini- ha cominciato ad essere aggredita dalla integrazione economica ... le cose sono precipitate. L'autosufficienza è scesa all'89 per cento nel 1971, al 78 per cento nel 1978».
    Ma in Africa la produzione di cereali è in continuo aumento solo che serve per gli allevamenti animali dell'Occidente e non per sfamare chi li produce. «Perché in un'economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo non va dove ce n'è bisogno, va dove c'è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale, al bestiame dei paesi industriali se è vero che il 66 per cento della produzione mondiale dei cereali è destinato alla alimentazione degli animali dei paesi ricchi. È la legge del mercato e del denaro ...». Ma la crisi del capitalismo non ha portato solo alla completa disgregazione del Terzo mondo; la sua crisi si riverbera anche sull'Occidente industrializzato. La crisi della FIAT in Italia ne è un segnale ben definito; la globalizzazione sta guidando anche l'Italia dal ruolo di Paese profittatore a quello di vittima. «... adesso, con la competizione globale, si rischia che i paesi ricchi si riducano a un pugno, circondati da un mare di miseria». [cfr. p. 26-27]
    Fini analizza l'ascesa dello sfruttamento capitalistico con un pensiero molto profondo, affermando: «Lo sradicamento delle popolazioni del Terzo Mondo produce il fenomeno, inevitabile, delle migrazioni bibliche. Privati della loro storia, delle loro tradizioni, della loro economia, della loro socialità, di quel tessuto di solidarietà, familiare, clanica, tribale che era il loro modo di sopravvivenza e che il modello industriale ha lacerato irrimediabilmente, ridotti a vivere in desolate periferie dell'Impero e con i suoi materiali di risulta, questi uomini e queste donne cercano di raggiungerne il centro».
    Col pretesto dell'«intervento umanitario» gli USA insieme al codazzo delle grandi imprese multinazionali cercano di stabilizzare ulteriormente la loro egemonia, accrescendo la loro ingerenza ovunque. È accaduto nel Medio Oriente, è accaduto nell'ex-Jugoslavia, sta accadendo in Afghanistan e nell'Asia Centrale e con maggiore irruenza nel Golfo Persico con la criminale aggressione alla nazione irachena.
    Ma adesso non abbiamo più nulla da aggiungere, da dire. Ci scusino i Lettori, ci scusi Massimo Fini. È possibile che in questa democrazia antifascista non sarà più possibile criticar l'ordinamento economico neoliberista della globalizzazione, né il capitalismo...
    A meno che non ci si attiri addosso perquisizioni ed avvisi di garanzia.

    Leonardo Fonte

    Note:
    1] cfr. "La ragione aveva torto?", Camunia editrice, Brescia 1985 – IIª edizione, Il Settimo Sigillo, Roma 2000, euro 13,00; disponibile presso la nostra Redazione.
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