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Discussione: La Mafia in Libano

  1. #1
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    Predefinito La Mafia in Libano

    dal quotidiano LIBERO di oggi....

    "Quello che nessuno scrive sui bravi Hezbollah

    di FRANCESCO RUGGERI


    BEIRUT L'uomo dal cappello giallo entra nel negozio del barbiere con passo sicuro. Malgrado nessuno lo conosca, si sente come fosse a casa sua. Subito accolto con una deferenza così ostentata da apparire sospetta. Mentre i gestori dell'esercizio fanno di tutto per evitare gaffes dalle conseguenze imponderabili. A dargli il diritto di spadroneggiare non è tanto il colore del suo copricapo, né la fermezza dell'approccio, bensì il minuscolo stemma impresso appena sotto la visiera. Si tratta del logo di Hezbollah, col mitra verde che sporge da un semovente stilizzato sovrastando il mondo. Il nostro uomo è venuto a chiedere il pizzo, 30.000 livres (15 euro), come accade quasi ogni giorno dell'anno per i commercianti dei quartieri controllati dal Partito di Dio. È il prezzo per la protezione (non richiesta) dalla minaccia sionista, che si traduce nel più classico voto di scambio. Ma in realtà stavolta l'esattore ce lo abbiamo mandato noi, convincendolo a recitare la parte di chi riscuote "spontanee" zakat o fitre (elemosine islamiche). Per dimostrare un'assunto piuttosto evidente. Ossia che gli Hezbollah sono anzitutto una mafia, analoga a quella siciliana, russa o cinese. Un'associazione criminale per cui religione e resistenza antisraeliana sono solo dei pretestuosi collanti, usati per tenere in ostaggio fra terrore e omertà un intero Paese che mal li sopporta, il Libano. Immaginate di trovarvi un giorno nella vostra città, quella in cui avete sempre vissuto, e di scoprire che per entrare in un certo quartiere dovete passare da un checkpoint. Un posto di blocco dove dei privati che non appartengono ad alcun corpo ufficiale ma sono armati fino ai denti, vi chiedono spiegazioni sul perché della vostra visita, riservandosi il privilegio di perquisirvi o di non farvi passare. È precisamente quanto capita agli abitanti di Beirut che intendano recarsi nei quartieri popolari di Dahi, Hart Hreik, Rueis, Ghoubairy. I quali ricadono sotto l'asfissiante controllo dei miliziani di Hassan Nasrallah. Preannunciato da enormi cartelloni autocelebrativi dell'arsenale dei "resistenti", accesi giorno e notte.

    LA PIOVRA In Libano l'espressione "controllo del territorio", ad opera dell'equivalente di una banda di gangster, è molto più che una categoria analitica. E dà la misura di come Hezbollah sia diventato una piovra che si insinua in ogni aspetto della vita quotidiana. Le similitudini con le nostre mafie italiane sono innegabili. A partire dalla giurisdizione esclusiva sulle periferie degradate. L'impatto coi palazzoni cadenti di Dahi assomiglia troppo a una cartolina dallo Zen o da Le vele. Anche qui, appena un estraneo vi mette piede, un efficientissimo passaparola diffonde la notizia ai quattro venti. È la comunità che protegge i suoi loschi affari. In Libano la chiamano ummah, ma almeno in questo caso non sarebbe sbagliato il sinonimo di "cosa nostra". Tra le viuzze lerce di rifiuti e una selva di ragazzini in tre sulle moto si estende il regno senza legge degli affiliati al Partito di Dio. Il cui nemico sembra essere il rinato Stato nazionale libanese più che Israele. Tutto qui funziona in proprio, a discrezione di una cupola di padrini che nessuno ha mai eletto, e che pure dettano le regole: ciò che è permesso (halal) e ciò che non lo è (haram). Senza fermarsi all'ambito religioso. Ad esempio è sconveniente non dare un'obolo richiesto dal personale con lo stemma giallo verde. COSA LORO Le occasioni sono infinite, come le festività islamiche o i mega raduni, più o meno informali, che danno la stura per l'eterna colletta. Definirla elemosina non sarebbe corretto, visto che rifiutarsi di corrisponderla può arrivare a comportare una serie di ritorsioni, dirette o indirette. Nel migliore dei casi si viene considerati dei cattivi musulmani, nel peggiore dei possibili traditori della causa antisionista. E senza il placet di boss e don locali, da queste parti non si trova lavoro, né una casa o una scuola per i figli. E dire che gli Hezbollah non avrebbero certo bisogno di altro danaro. Traffici illegali d'ogni genere, spesso dispiegati attraverso un dedalo di "tratturi" a dorso di mulo come nella Sicilia dell'800, riempiono la cassaforte dell'organizzazione. Armi, diamanti, droga, sigarette, documenti falsi, griffe contraffatte, cd pirata, farmaci taroccati, perfino il Viagra. E ancora il riciclaggio dei proventi di rapine estorsioni e sequestri, il lavoro sommerso, e più di tutto le percentuali (leggi tangenti) sugli appalti per le periodiche ricostruzioni di città e villaggi, dopo i bombardamenti innescati guarda caso dagli attacchi della medesima milizia di Allah. TRAFFICI ILLEGALI Il tutto condotto su scala internazionale, in joint venture con le altre mafie estere. Reclutare manovalanza nelle aree sottosviluppate del Libano o nei campi profughi palestinesi, dove lo Stato è una chimera, non è un problema. Tra i giovani disoccupati c'è la corsa a diventare shaheed (martiri) o mujahideen (combattenti), superando sanguinari riti d'affiliazione con capretti o missioni di prova. La diaria è allettante, e per le vedove dei caduti c'è la pensione a vita, più il culto pubblico degli eroici latitanti, tenuti nascosti sulla parola nel ventre della ummah col corrispettivo dei pizzini, pena le immancabili vendette trasversali contro i parenti del collaborazionista. E sempre che facciano parte del clan tribale vincente. Insomma più o meno quel che succede da noi con le famiglie dei picciotti o dei mammasantissima, quando non tradiscono la famiglia da "quacquaraquà". I mille rivoli dei vari racket servono agli Hezbollah, oltre che a oliare politici, colletti bianchi e papaveri dell'esercito dei cedri, a mantenere cellule in sonno e armi hi tech per perpetuare il conflitto anti israeliano, fonte del loro potere. E ovviamente ad eseguire periodici attentati ai danni di chiunque si opponga ad esso, da Hariri in giù, con autobombe modello Falcone e Borsellino. La società civile più moderna e dinamica da tempo li considera un cancro, ma ha ancora troppa paura per dirlo in pubblico. A Beirut come a Palermo, chi parla fa una brutta fine.
    www.laltrogiornale.com
    "

    Saluti liberali

  2. #2
    email non funzionante
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    Se quanto è stato scritto è vero,e i personaggi di ezbollah sembrano confermarlo,allora il ministro D'Alema dovrebbe vergognarsi di non aver capito con chi stava quando andava per i quartieri di Beirut distrutti che lui chiama poveri perchè quelli ricchi non sono stati distrutti.
    Certo non ha capito che Israele colpisce a Beirut solo i quartieri di coloro che gli fanno guerra per mestiere o per ignoranza .

  3. #3
    a.k.a. tolomeo
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    Leggere De Felice a Teheran: perché è impossibile trattare con l'Iran


    “Una rivoluzione è una rivoluzione, è una rivoluzione”: Gertrude Stein può dare una mano per comprendere quel che non si comprende dell’Iran. Parola usata e abusata, rivoluzione vuol dire tutto e niente, e spesso ci si dimentica che, grosso modo, essa è costituita da tre elementi: un movimento popolare consistente, una sua leadership e una forte e semplice ideologia che li cementa. Quella di al Qaida, ad esempio, non è una rivoluzione, perché hanno ideologia e quadri, ma non un movimento di massa che li supporti. Era rivoluzione quella tentata e dai salafiti algerini, ma è fallita e ha lasciato ilpalmarés dell’unica vittoria rivoluzionaria al movimento sciita, che ormai influenza sempre di più un campo sunnita sempre più agitato per il fallimento dei suoi regimi.
    Il fine della rivoluzione, dunque, è guidare le masse a conquistare uno Stato, abbattendone il regime. Poi si finisce come in Messico, governato per decenni da un Partito Rivoluzionario Istituzionale, demenziale ossimoro che dà il senso di quel che accade dopo: la cristallizzazione di una burocrazia “rivoluzionaria”, di mandarini autoritari. La confusione odierna circa la rivoluzione iraniana, l’illusione che sia finita da decenni, la incapacità di vedere come invece sia –purtroppo- vitale ed espansiva, la falsa idea che la sua leadership sia costituita da burocrati, mentre invece sono tutti dirigenti rivoluzionari “di movimento”, nasce soprattutto dal parallelismo che, in sede di relazioni internazionali, viene istintivo fare con quella sovietica. L’intera politica mondiale, infatti a partire dal 1917, è ruotata attorno alla crescita e al contrasto di quella rivoluzione e ora le cancellerie di tutti gli stati democratici del mondo, sbagliando, applicano grosso modo alla rivoluzione iraniana i parametri definiti dalla rivoluzione sovietica. Solo che quest’ultima è sempre stata governata da un gruppo di burocrati, da una gerarchia autonominatasi e autoperpetuatasi, senza alcuna legittimità popolare. La Repubblica Islamica dell’Iran, invece, non è governata da un blocco di regime burocratico, da una casta di gerarchi che hanno preso il potere vuoi tramite una sommossa giacobina, vuoi tramite golpe, vuoi combinando i due momenti. La leadership iraniana è oggi, come negli ultimi trenta anni, composta da dirigenza rivoluzionaria che si è formata dentro e alla testa di un movimento popolare maggioritario nel paese e che è legata alla propria base rivoluzionaria consistentissima da un triplice legame ideologico, di prestigio personale e nazionalista. Il tutto in una prospettiva che è riduttivo definire “internazionalista” perché è invece “universalista”, con un profondissimo spessore messianico e con un afflato religioso di spessore più che millenario. Questo non significa, naturalmente, che la base rivoluzionaria nell’Iran di oggi non si sia straordinariamente ridotta, rispetto al 1979, che “il terrore” dei tribunali islamici, la repressione khomeinista, gi errori, il fanatismo non abbiano reso nettamente minoritario il nucleo rivoluzionario nel paese. Ma significa che esso persiste, che pure ristretto al 30-40% della popolazione, il blocco sociale rivoluzionario è forte di dieci, venti milioni di iraniani e che egemonizza facilmente il resto della popolazione che è totalmente afono, assolutamente privo di una leadership alternativa.
    Dal totale fraintendimento di questo quadro, nasce l’errore cruciale delle cancellerie europee –e in primis della Farnesina- che interpretano la politica estera iraniana come espressione di volontà –peraltro in parte legittima- di farsi riconoscere un ruolo di potenza regionale. Come si trattasse di una Urss in miniatura che, passati trenta anni dalla ubriacatura rivoluzionaria, governata da una autarchia feroce, ma senza alternative immediate, tentasse di contare il massimo possibile come nazione e come paese. Lo stesso, identico errore viene naturalmente commesso nei confronti dei movimenti che da Teheran si irradiano: Hezbollah libanese, Hamas e le “milizie del Mahadi” irachene di Moqtada Sadr. Un errore moltiplicato per mille dalla convinzione errata –di identica origine- di chi vede nel conflitto palestinese essenzialmente uno scontro tra due nazionalismi (arabo e sionista, le “due ragioni” di cui parla Piero Fassino), e non invece uno scontro tra il nazionalismo sionista e un progetto panislamista, totalitario, fanatico e finalista, incarnato ieri dal Gran Muftì e oggi, in piena, rivendicata, continuità, da Hamas, con una perenne riduzione della componente nazionalista incarnata oggi da Abu Mazen ad un ruolo minoritario.Questo difetto di analisi, questa incapacità di comprendere la natura di forza in movimento, di ideologia totalitaria fatta Stato, con largo consenso di massa dell’Iran, quindi di Hezbollah, quindi di Hamas, ricorda da vicino un altro passaggio della storia: il 1933. Quella nazista non era una rivoluzione –arrivò al potere senza spezzare lo Stato presistente- ma fu ugualmente fraintesa dalle democrazie mondiali, che non colsero il nesso tra ideologia, leadership hitleriana, consenso popolare nel cammino messianico per la costruzione dell’Uomo Nuovo che portò ad Auschwitz. Quando George W. Bush usa un linguaggio apocalittico e denuncia l’Asse del Male, dimostra invece di saper cogliere –col suo lessico evangelico- questo nesso e di saper impostare correttamente una strategia di contrasto (sbagliando naturalmente “mille e mille volte”, come ammette Condoleeza Rice, nell’applicarla).
    Oggi, questo deficit d’analisi, questo totale errore di prospettiva diventano drammatici, perché chi lo compie (l’Unione in Italia, Chirac in Francia) si pone alla guida di una spedizione militare in Libano che pensa si possa concludere con un accordo politico, con un riconoscimento all’Iran, a Hezbollah e ad Hamas di ambiti di potenza, di compensazione territoriale, che in realtà nulla interessano loro. Invano, l’Iran, Hezbollah e Hamas continuano a spiegare che non vogliono affatto uno Stato Palestinese, ma la distruzione della “Entità sionista” e che intendono instaurare sulle sue macerie uno Stato Islamico, che governi coranicamente su musulmani, cristiani ed ebrei. Non li si ascolta e da Roma, come da Parigi, per non parlare del Palazzo di Vetro, si fa finta di credere che l’attuazione finalmente della bipartizione stabilita dall’Onu nel 1947, stabilizzerebbe la regione. L’evidenza del fatto che la nascita di uno Stato palestinese accelererebbe i tempi dei tentativi di “distruzione dell’Entità sionista”, come si è ben visto dopo il ritiro dal Libano del 2000 3 da Gaza nel 2005, viene ignorata.
    Tutto inizia e tutto ritorna infatti non alla dinamica del conflitto israelo palestinese –litania sempre ripetuta- ma alla rivoluzione del 1979 di Khomeini, che nulla ebbe a che fare con quel conflitto, che oggi è la forza destabilizzante egemone in tutto l’Islam, che ha avuto e ha caratteristiche radicalmente diverse da tutti gli altri rivolgimenti politici violenti della modernità e tutt’ora si muove con una originalità totale sulla scena mondiale.
    Per spiegare la sua portata nel mondo dell’Islam, non è azzardato paragonare il suo impatto a quello che ebbe lo scisma luterano sulle masse contadine tedesche del cinquecento che, infiammate dalla sua critica del papato, della Chiesa e quindi dei principi che da esse traevano legittimità, scatenarono una sanguinosissima rivolta-rivoluzione paesana. Con la determinante differenza che non appena Martin Lutero si accorse che la sua polemica religiosa si era trasformata in rivoluzione in sociale e politica, si alleò con i principi e li invitò a squartare per le spicce i suoi stessi fedeli in armi, mentre Khomeini e i suoi epigoni hanno continuato a scatenare i loro “mostafazin” (che si traduce perfettamente con proletari) contro tutti i principi e gli imperi.
    Ma, ripetiamo, proprio questa caratteristica della leadership iraniana, questo rapporto biunivoco intenso tra le strategie iraniane e la base sociale di quella rivoluzione è l’elemento sfuggente, l’incognita irrisolta, la fonte di continue sorprese per il mondo, ultima quella rappresentata dalla stagione del presidente Mohammed Ahmadinejad. La stessa pervicacia di cui Massimo D’Alema dà prova, nel rifiutare la definizione di terrorista a carico di Hezbollah, rigettando così la lezione di De Felice, non comprendendo che un movimento terrorista e totalitario, violento e assassino può riscuotere un ampio consenso di popolo e quindi avere parlamentari e ministri (come del resto avevano le Sa hitleriane nel 1932-33), è una rappresentazione di questo complesso problema. Non è una caso, d’altronde, che questo dilettantesco errore venga compiuto da un ministro degli Esteri italiano, pochi giorni dopo che il suo collega francese Douste Blazy, ha dichiarato che l’Iran può “avere un ruolo destabilizzatore” nel Medio Oriente. Non è un caso cioè che i rappresentanti di due scuole diplomatiche così vicine cadano nello stesso marchiano errore, si illudano sulla natura politica ortodossa, nazionalistica, territoriale della forza politica con cui si trovano confrontati non sappiano riconoscere la natura nuova, eversiva, di un paese che si comporta come nazione, ma contemporaneamente e prioritariamente come forza rivoluzionaria universalista.
    Questo errore ha segnato tutte le cancellerie occidentali sin dal 1979 ed ha avuto un autorevole fondatore in Andrew Young, ambasciatore Usa all’Onu per l’amministrazione di Jimmy Carter, il quale, pochi giorni dopo la vittoria della rivolta a Teheran e l’abbattimento del regime iraniano, nel marzo del 1979, sintetizzò con queste sconfortanti parole l’analisi strategica americana: “Sono pronto a scommettere che Khomeini verrà riconosciuto santo, il giorno in cui, sorpassata la crisi attuale, potremo ben valutare il senso delle sue idee.” Così non è stato, come si sa, e ha dell’incredibile che a tutt’oggi sfugga ancora, quasi completamente, non solo “il senso delle sue idee”, ma soprattutto l’incredibile massa critica di popoli e di fedeli che le appoggiano.
    Decine di epigoni del democratico e progressista Andrei Young continuano oggi a ripetere che è possibile avviare col regime di Teheran e con i suoi alleati, Hezbollah, Hamas e Siria in testa, una trattativa politica che porti ad una definizione di lungo respiro del contenzioso mediorientale, opzione sicuramente più auspicabile, preferibile a qualsiasi altra.

    Ma è praticabile?
    Non è praticabile, perché l’essenza e soprattutto la forza politica del processo rivoluzionario islamico guidato oggi da Teheran la rendono una pia speranza.
    Con l’Iran degli ayatollah, con Hezbollah, con Hamas e le altre componenti di questo magma in movimento è possibile –secondo lo schema coranico definito dal Profeta- solo una “hudna”, una tregua (come quella trentennale che Hamas offre a Israele), dopo la quale il conflitto è destinato, per sua stessa natura, a riemergere più virulento di prima.
    L’errore che spesso si fa –e che lo stesso Bernard Lewis a mio modesto parere compie, ad esempio quando si perde in inutili profezie sul 22 agosto e l’Apocalisse- è quello di fermarsi alla lettera della dottrina politico-religiosa musulmana e di non cogliere così la sostanza di “forza eversiva” rappresentata dal fatto che quella tradizione è oggi rilanciata sulla scena mediorientale da un movimento composto da alcune decine di milioni di militanti.
    Si perde cioè di vista che tutt’oggi, nonostante lo sfiancamento di 27 anni, la “spinta propulsiva” delle decine di milioni di rivoluzionari iraniani in marcia nel 1979 continua a spazzare con le sue onde il Medio Oriente. Abbiamo usato questo termine berlingueriano, non casualmente. Perché la analisi del segretario del Pci riguardava l’esito finale, la mummificazione, di un movimento rivoluzionario che ha trionfato in Urss, ma sulla base di un movimento giacobino ristretto ad un partito di “Berufs-Revolutionäre”, rivoluzionari di professione, alla testa di manifestazioni di poche decine di migliaia di rivoltosi, seguito poi da una dinamica di pura guerra civile tra armate di signori della guerra (Armata Rossa di Lev Trotskji inclusa). Hezbollah, invece, il “partito di Dio” di Khomeini, NEL 1979 era costituito da “quadri” che rappresentavano il 99% della struttura religiosa sciita in Iran (alcune decine di migliaia di mullah, hojatoleslam, ayatollah e teologi) e da “militanti” che si contavano tra i venti e i trenta milioni di iraniani (che ebbero tra 30.000 e 50.000 morti). Non è dunque una notazione di scuola o sociologica ricordare che la rivoluzione di Khomeini è stata l’unico rivoluzione del ventesimo secolo non solo maggioritaria, ma quasi totalitaria rispetto al popolo iraniano e che da questa straordinaria massa di consenso (sia pure oggi molto erosa) consegue il perdurare di “forza propulsiva” a tutt’oggi.
    Naturalmente, non si tratta di un fenomeno meccanico, inerziale, ma di una energia direttamente proporzionale alla presa ideologica, di contenuto di quella rivoluzione, che ebbe un’altra sua assoluta originalità nel fatto che tutte, assolutamente tutte le forze politiche iraniane si riferirono durante la rivoluzione del 1979 alla leadership incontrastata di Ruollah Khomeini: tutte le scuole sciite, i partiti “laici”, dai nazionalisti del Fronte Nazionale che fu di Mossadeq al Tudeh, il Pc filomoscovita, tutte le leadership delle etnie minoritarie (curdi, arabi e azeri inclusi) e persino dei cristiani armeni o di altre chiese (unica, ovvia eccezione fu rappresentata dalla prudenza d’entusiasimi della comunità ebraica e dalla contrarietà dei Bah’i, molto rappresentati nella corte dello scià).
    Questa straordinaria massa critica produsse quindi la prima e unica rivoluzione popolare del novecento con una ideologia e una leadership non laiche ma pienamente interne ad una tradizione religiosa millenaria e una adesione all’ideologia totalitaria del leader –Khomeini- da parte di decine di milioni di iraniani.
    Il tutto, non è mai inutile ricordarlo, con un richiamo forte, condiviso, formalizzato nella Costituzione iraniana e nel Dna di Hezbollah, al cammino verso il Giudizio Universale. Questa notazione induce al sorriso il lettore occidentale, ma se la si traduce nel linguaggio delle nostre rivoluzioni laiche ha un altro, inquietante impatto: il cammino per la costruzione dell’Uomo Nuovo. Il messianesimo sciita nella versione khomeinista non riguarda solo –e qui di nuovo Bernard Lewis, nelle sue ultime analisi sull’Iran è riduttivo- l’attesa escatologica del ritorno del Mahdi (inclusi i deliri di Ahmadinejad che vuole preparargli la pista d’atterraggio nei boulevard di Teheran). La struttura dello Stato delineata dalla Costituzione voluta da Khomeini, con quella sua dimensione piramidale e neoplatonica, ha un suo obbiettivo dichiarato e prioritario: allargare la umma islamica, purificarla, guidarla e portare tutta l’umanità –tutta l’umanità ripeto, noi inclusi, una volta convertiti, anche con la forza, come nell’uso maomettano- all’incontro col Messia.
    La somma di questi due momenti: la forza politica di un movimento rivoluzionario di massa e il fanatismo messianico totalitario, sono i due punti di riferimento dell’azione della Repubblica Islamica dell’Iran dal 1979. Ahamadinejad vi ha solo posto il suggello, dando prova di doti che sul punto non ebbe neanche Khomeini, unificandole con la prospettiva di distruggere lo Stato degli Ebrei e con la negazione della Shoà, gratificando quindi ed eccitando un antisemitismo islamico che da 1400 anni attraversa i pensieri più reconditi della umma.
    La ragione per cui l’Occidente non è riuscito a cogliere i passaggi successivi al 1979 di questo cammino di espansione del totalitarismo khomeinista è stata triplice: banale disattenzione, molta ignoranza e infine una scena internazionale convulsa.
    Innanzitutto –sconvolti dalla inaudita gravità del sequestro dei 54 diplomatici americani per 444 giorni- non si è colto il senso della “purga” peggio che staliniana che Khomeini ha subito operato nel “partito di Dio” in occasione della promulgazione della Costituzione. Con essa, infatti, egli operò un vero e proprio scisma nell’Islam. La sua “velayat e faqih” e ben di più che una semplice dottrina dello Stato, è un capovolgimento violento –e di scarso spessore teologico- dell’essenza stessa dello sciismo. Affermando che il potere è tutto di Allah e che in sua vece è esercitato solo e unicamente dal Rahbar, dall’Imam, da lui stesso (e oggi dall’ayatollah Khamenei), Khomeini ha fatto ben di più che portare il clero al vertice dello Stato: ha negato ogni possibilità di interpretazione del Verbo, del Corano, a chiunque altro. Per esemplificare con un paragone meccanico, ha compiuto l’operazione esattamente speculare a quella di Lutero (per questo il dissidente Aghajari l’ha invocato e ne ha pagato le conseguenze con anni di carcere), assegnando all’Imam –senza alcuna verifica collegiale, neanche dei consigli di ayatollah, pure previsti- non solo totale ed esclusiva infallibilità in materia di dogmi (concetto considerato quasi blasfemo da tutte le scuole dell’Islam sciita e sunnita), ma anche di interpretazione teologica, di legislazione civile, penale e amministrativa e infine anche di esercizio del potere politico e persino militare (l’Imam esercita il pieno potere giudiziario, di politica estera, di ordine pubblico, di Difesa e può dimettere a suo insindicabile giudizio il presidente della Repubblica e i ministri).
    Le conseguenze teologiche devastanti di questo scisma impiantato in una rivoluzione, hanno subito prodotto una spaccatura nel corpo stesso degli ayatollah che avevano diretto –durante l’esilio di Khomeini- la rivoluzione in Iran, a iniziare dall’ayatollah di Teheran Taleghani –che però misteriosamente morì nel settembre del 1979- e dell’autorevolissimo ayatollah di Qom Shariat Madari. In Iraq, la notazione è oggi fondamentale, la spaccatura coinvolse l’ayatollah Bagher al Sadr, zio di Moqtada, schierato con Khomeini, e gli ayatollah Ali al Sistani e al Khoei, pienamente schierati con Shariat Madari, nella convinzione che la “Velayat al faqih” fosse “non islamica”.
    Vi furono manifestazioni violente, Shariat Madari costituì un suo forte “Partito del Popolo Islamico”, radicato soprattutto a Tabriz e nell’Azerbajan, i cui militanti furono però perseguitati,uccisi e anche impiccati a decine dai “tribunali islamici” dell’ayatollah Khalqali vuoi con l’accusa di “eversione” vuoi con quella di “omosessualità” nel corso del 1979 e 1980. Il 20 aprile del 1980 scattò la purga staliniana: l’ex ministro degli Esteri Gotzbadeh Sadegh apparve in televisione –visibilmente torturato e obnubilato da farmaci- confessò un complotto per uccidere Khomeini (bombardando dall’aereo la sua casa) e accusò Shariat Madarì di esserne complice. Gotbzadeh fu subito impiccato assieme a migliaia di “complottatori”, Shariat Madari fu arrestato nel suo domicilio di Qom, Khomeini gli tolse la carica di ayatollah, fu obbligato a vestire in borghese e nel corso degli anni centinaia dei suoi seguaci furono uccisi.
    Questi avvenimenti ebbero fortissima eco a Najaf (Bagher al Sadr venne impiccato da Saddam Hussein nello stesso 1980) e il loro ricordo è vivo tutt’ora. Le dozzine di analisti, di giornalisti, di orientalisti che preconizzano una “internazionale” sciita tra Iran e Iraq, per la semplice ragione che non sanno nulla della shi’a, dovrebbero oggi almeno informarsi. Si renderebbero allora conto che l’ayatollah iracheno Alì al Sistani, che contrastò e contrasta il nucleo dell’ideologia del regime iraniano, è non solo un “grande ayatollah” , ma è anche un marja e taqlid, un “modello da seguire” a capo della più importante scuola teologica di tutto il mondo sciita. L’ayatollah Khamenei, erede di Khomeini, invece, gode di una meritata fama conquistata alla testa della rivoluzione a Meshad nel 1978, ma non ha nessun spessore teologico, è diventato tale (era un hojatoleslam, un monsignore) solo per poter ricoprire la carica di Rahabar, non è affatto un “grande ayatollah”, non è un “modello da seguire” e quindi, per il mondo sciita è semmai più probabile l’opposto, che il modello iracheno contagi quello iraniano, più che viceversa.
    In questa logica di contrasto tra l’ortodossia sciita –di al Sistani- e lo scisma islamico di Khomeini, la Costituzione della Repubblica dell’Iraq –democraticamente elaborata e poi approvata dal popolo- è di impianto assolutamente islamico-sciita, ma tanto e talmente opposta, speculare, antagonista a quella iraniana di Khomeini da riscuotere il pieno coinvolgimento anche da parte sunnita (fatta solo salva la definizione del federalismo, che urta la mentalità centralista dei sunniti).
    Subito dopo la sanguinosa battaglia sulla Costituzione, l’avvio dello scisma khomeinista, lo sterminio di decine di migliaia di rivoluzionari e cittadini iraniani e quindi il restringimento della stessa base rivoluzionaria, ebbe inizio una seconda rivoluzione iraniana, di cui incredibilmente in occidente nessuno dà oggi segno di essersi accorto, anche se essa ha –tra l’altro- formato buona parte del quadro rivoluzionario dirigente attuale, a partire dal presidente Ahmadinejad.
    In quel frangente, infatti gli Usa erano completamente “groggy” e la presidenza Carter si concludeva come la peggiore del secolo dopo l’ignominiosa avventura di Tabas (il tentativo fallito di liberare gli ostaggi manu militari), l’Arabia Saudita, forte di una ideologia di regime costituzionalmente antisciita sin dalla nascita dello scisma wahabita, spinse l’Iraq di Saddam Hussein all’attacco dell’Iran il 22 settembre 1980.
    Era una guerra dichiaratamente “controrivoluzionaria”, di contenimento del contagio khomeinista già deflagrato in Libano, in Kuweit, in Bahrein e nella stessa Mecca durante il pellegrinaggio, tanto che fu finanziata con un miliardo di dollari al mese da Ryad per ben 30 mesi.
    Khomeini riuscì però nel miracolo disperato di convincere tutte le forze nazionali, persino i piloti dei F14 Tomcat, fedeli allo scià e imprigionati, a difendere la patria minacciata.
    Passati due anni, però, nel 1982, l’equilibrio tra le forze aggressive e il nazionalismo iraniano riportò i due contendenti praticamente all’interno ognuno dei suoi confini: Saddam –e con lui l’Arabia Saudita- aveva perso la guerra. Ma Khomeini decise di ignorare la risoluzione 514 del 12 luglio 1982 –che di fatto proclamava la vittoria dell’Iran- e decise di lanciare la parola d’ordine di “esportare la rivoluzione abbattendo il regime idolatra di Baghdad”. Per fare di nuovo un esempio meccanico è come se alla fine della guerra civile russa si fosse imposto Trotsky, Stalin fosse stato emarginato, e –nonostante le sconfitte in Polonia Germania, l’Armata Rossa si fosse esaurita in continue aggressioni a ovest. Milioni di iraniani adulti e centinaia di migliaia di bambini, si buttarono a corpo morto nel tentativo rivoluzionario e fu in quel massacro, che durò altri sei anni, che si forgiò una leva di “dirigenti rivoluzionari” nel corpo dei pasdaran e dei basiji, che oggi si è affiancata, con Ahmadinejad, ai leader che diressero la rivoluzione del 1979 alla guida del nuovo tentativo di “esportare la rivoluzione”, dopo la lunga fase della ricostruzione (si calcola che quella scelta sciagurata di Khomeini sia costata al paese 500 miliardi di dollari e 3-400.000 morti).
    Proprio in quel momento, la notazione è fondamentale oggi, Khomeini decise di operare una scissione nel movimento sciita libanese e di creare Hezbollah. Una delle tante bestialità che si leggono sui giornali italiani ed europei, vuole che Hezbollah sia nata come in risposta all’operazione “Pace in Galilea” diretta da Ariel Sharon nel 1982 in Libano. Non è affatto così: Hezbollah nasce per difendere in Libano “la patria della rivoluzione” e attacca le truppe israeliane solo in un secondo momento.. Sin dalla primavera del 1979, Khomeini aveva inviato a Beirut e nella Bekaa alcuni tra i suoi migliori ayatollah e pasdaran, che si unirono ovviamente al movimento sciita Amal, fondato pochi anni prima dall’ayatollah Mussa Sadr, misteriosamente scomparso in Libia nel 1978. Con l’inizio della guerra Iran Iraq, però, la componente filo iraniana di Amal venne chiamata ad un impegno –anche militare- di pieno sostegno agli interessi della “patria della rivoluzione”. Questo significava contrastare manu militari tutte le forze libanesi che facevano parte dell’area filo irachena, non solo i baathisti di Beirut, ma anche e soprattutto il principale alleato di Saddam: l’Olp di Arafat, che aveva tentato, fallendo, di fare sollevare gli arabi del Khouzestan iraniano a fianco delle truppe irachene. La guerra civile libanese trovò così un ulteriore motivo di contrasto (gli scontri armati tra Hezbollah e al Fatah dureranno sino a tutto il 1983, sarebbe bene che oggi questo fosse tenuto presente) e Nabih Berri, il leader di Amal, un nazionalista moderato, per nulla khomeinista, decise di contrastare il coinvolgimento di tutta la comunità sciita libanese nel disastro provocato dalla difesa degli interessi dell’Iran. Nacque così Hezbollah –non senza combattimenti crmati con Amal- e si buttò nella mischia, stringendo anche Arafat con un sanguinoso assedio a Tiro (in cui era rientrato dopo l’esilio a Tunisi), mentre iniziava la guerriglia antisraeliana nel sud del Libano.
    La fase che si aprì col 1988, quando Khomeini accettò il fallimento rivoluzionario in Iraq e quindi cessò la guerra (anche perché gli sciiti iracheni –non solo a causa del terrore baathista- avevano difeso come un sol uomo il loro paese dagli attacchi iraniani, altro elemento che smentisce le previsioni di egemonie future da parte di Teheran) e termina col 2005 fu caratterizzata da un solo problema centrale: la ricostruzione.
    Khomeini morì nel 1989, lasciando in eredità alla umma l’anatema planetario contro gli apostati come Rushdie –ossessione dell’Islam fondamentalista- e un paese sfiancato.
    L’apparente calma piatta della politica iraniana nel decennio successivo, così come la non compresa stagione riformista di Khatami, iniziata nel 1997, hanno consolidato nel mondo l’equivoco di un totale riflusso dell’energia rivoluzionaria. Figure centrali, come quella dell’hojatoleslam Rafsanjani hanno indotto a pensare a una totale, cinica burocratizzazione della gerarchia rivoluzionaria e coperto la realtà di una lenta ricostruzione economica e sociale, che ha riportato forze al paese e quindi nuovo slancio alla sua vocazione rivoluzionaria. Così, quando Mohammed Ahmadinejad è stato eletto presidente nel giugno del 2005 e soprattutto quando, nell’ottobre, ha saputo sollevare una straordinaria eco di consenso nella umma con la parola d’ordine di “distruggere Israele”, le cancellerie, e gli analisti, hanno saputo leggervi solo una dinamica di scontro tra due gruppi di gerarchi sciiti. Alcuni, non comprendendo nulla –è questo un vizio di alcuni analisti di Repubblica- si sono addirittura spinti a sostenere che era in atto una lotta tra i “turbanti” e i laici (dimenticandosi che per un biennio, Khomeini aveva promosso o tutte le cariche, proprio i laici –Bazargan, Banisadr, Yazdi, Rajavi e altri- perché l’unico potere che contava e conta era il suo, quello del Faqih, e tutti gli altri gli sono sottordinati.
    In realtà, è successo che la spinta riformista per l’abolizione della “velayat e faqih”, dell’assetto teocratico del potere, incarnata dagli 8 anni dell’ayatollah Khatami, si è spenta su sé stessa. Il blocco riformatore, rafforzato dal disastro prolungato del fallimento rivoluzionario del 1988, aveva preso la bandiera degli ayatollah sconfitti nel 1979, di Shariat Madari, e ha tentato di riformare la Costituzione in senso democratico. Ha approvato due leggi in tal senso, nel Parlamento, ma quando poi il “Consiglio dei Guardiani” le ha cassate, assieme all’Imam Khamenei, è stato fermo, non hanno chiamato alla mobilitazione popolare. La pavida sconfitta di un movimento rivoluzionario ma riformatore –alla Kerensky, potremo dire- incapace di mobilitare la sua base sociale, timoroso di scatenare uno scontro violento con il blocco sociale rivoluzionario khomeinista (di cui un assaggio furono le uccisioni di intellettuali del 2000, le chiusure dei giornali, la condanna a morte per apostasia di Aghajari, poi graziato, e gli assalti squadristi di bassiji e pasdaran agli studenti nel 2003), ha prodotto il brusco contropiede che ha portato alla leadership di Ahmadinejad.
    In questa fase, questo va ricordato, gli Stati Uniti hanno tentato di rafforzare al massimo la svolta riformista e sono arrivati, con Madeleine Albright, a chiedere il 17 marzo del 2000, formalmente scusa all’Iran con parole inequivocabili: “Nel 1953 gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo significativo nel rovesciamento di Mohammed Mossadeq, primo ministro iraniano. L’Amministrazione Eisenhower ritenne che le sue azioni fossero giustificate da motivi strategici, ma la mossa segnò chiaramente una battuta d’arresto nello sviluppo politico dell’Iran. Ed è facile rendersi conto ora del perché molti iraniani continuino a provare risentimento per questo intervento da parte dell’America nei loro Affari interni. Inoltre nel corso dei successivi 25 anni, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno dato un appoggio consistente al regime dello scià. Il governo dello scià, anche se aveva dato un grande contributo economico del paese, aveva represso brutalmente il dissenso politico. Come ha dichiarato il presidente Clinton, gli Stati Uniti devono assumersi la loro giusta parte di responsabilità per i problemi che sono sorti nei rapporti tra Usa e Iran. Persino alcuni aspetti della politica americana nei confronti dell’Iraq, durante il conflitto con l’Iran, risultano purtroppo poco lungimiranti, soprattutto alla luce delle nostre successive esperienze con Saddam Hussein”.E’ evidente che la straordinaria performance aveva una motivazione tutta politica e non certo morale. L’amministrazione Clinton, infatti, a scadenza del mandato e alla vista di una fondamentale trattativa con Israele e Olp, tentava di dare il massimo credito e spazio possibile alla direzione “riformista” dell’ayatollah Khatami, dimostrando di essere addirittura disponibile a umiliarsi con delle scuse non richieste, pur di riaprire un dialogo costruttivo col paese della Rivoluzione Islamica.
    Ma Khatami tacque, non raccolse l’offerta di dialogo e parlò Khamenei, che la rigettò seccamente: “Un ammissione di colpa fatta anni dopo che il crimine è stato commesso, non servirà nulla alla nazione iraniana”.
    Le pessime reazioni che l’amministrazione Bush ha avuto con gli ayatollah sono anche conseguenza di questo tentativo fallito, ma ciononostante, ancora oggi, in continuazione analisti, giornalisti e purtroppo anche leader politici europei continuano a proporre, come idea originale, originalissima, vera e propria panacea per la crisi mediorientale, che l’amministrazione Bush pronunci le stesse parole che furono ricacciate in gola con scherno all’amministrazione Clinton. Di nuovo, la non comprensione del ruolo del tutto marginale che hanno in Iran i riformatori e della virulenza che continua ad avere la “spinta propulsiva” della rivoluzione khomeinista. Di nuovo, il pieno fraintendimento del significato della elezione –ad opera del gruppo di ayatollah fondamentalisti vicini all’ayatollah Khamenei, a partire dall’ayatollah Jannati, suo suocero- di Mohammad Ahmadinejad a presidente della Repubblica. Per fare di nuovo un paragone –coi limiti di tutte le comparazioni- la formazione di un quadro che avesse visto, alla morte di Mao, consolidarsi il potere della Banda dei Quattro, alleata con i dirigenti più accesi delle Guardie Rosse della Rivoluzione Culturale, con la sconfitta piena e totale di Deng Xiao Ping.
    Non si è verificato, dunque, un cambio della guardia nella leadership in questo nuovo scenario, ma piuttosto l’affiancamento del quadro rivoluzionario che ha diretto –anche eroicamente- il tentativo di esportare la rivoluzione in Iraq tra il 1982 e il 1988, al quadro rivoluzionario che diresse la rivoluzione del 1979. Il tutto, in una tradizione dell’Islam storico in cui spesso i “mammalucchi”, la guardia pretoriana, i generali, si sono affiancati o anche sostituiti agli ulema, in una piena e totale continuità ideologica, politica e religiosa dello Stato islamico.
    Il pasdaran Ahmadinejad ha quindi portato al governo i suoi commilitoni pasdaran e bassiji e ha svolto e svolge in pieno il compiito che la leadership rivoluzionaria gli ha assegnato: aprire la “terza fase” della rivoluzione khomeinista. Una fase che fa tesoro della sconfitta del 1988 e che si prepara a ritentare l’esportazione della rivoluzione non più basandosi sull’impeto delle immense ondate umane dei martiri, ma curandosi di fornire loro una adeguata copertura di tiro, politica e militare. Questa è la funzione dell’atomica iraniana, per questo l’Iran ha costruito una salda tela di alleanze regionali e internazionali (con la Siria, con Fidel Castro e i Non Allineati, così come col venezuelano Chavez), e cura quel consolidamento della sua potenza regionale che acceca i diplomatici di tutto il mondo che credono sia il suo fine, mentre è solo il mezzo per tutt’altri obbiettivi.
    Il fine dell’Iran rivoluzionario è sempre la rivoluzione. Il fine della Rivoluzione è quello di preparare l’Uomo Nuovo, il trionfo della umma islamica e arrivare così trionfalmente al Giudizio Universale. Tutto qui. Solo che ha imparato a impostare il problema con più intelligenza e preparazione e mentre tiene fermi i diplomatici di mezzo mondo con le trattative sul nucleare, lancia all’attacco Hezbollah e Hamas per iniziare a sfiancare Israele, per ricordare alla umma che la “distruzione dello Stato delgi Ebrei” non è un obbiettivo nazionalistico, ma il primo compito religioso dei rivoluzionari islamici. Si ripete dunque lo schema del 1982, ma con 25 anni in più di esperienza e per di più col petrolio a 80 dollari al barile (nella fase Khatami era a 12-15), il che permette molti lussi e soprattutto un solido allargamento della propria base sociale di sostegno (le bonyad, le fondazioni, controllano il 40% dell’economia iraniana e sono in grado di distribuire sotto forma di reddito, in poche settimane, i proventi di ogni contratto petrolifero).
    Chi si illude, come Thimoty Garton Ash, ripreso ancora in questi giorni da Piero Fassino, che il “partito di Dio”, in Libano come in Iran (ed è la stessa cosa, perché il suo leader Nasrallah altri non è che “il rappresentante in Libano dell’ayatollah Khemenei, Guida della Rivoluzione islamica), possa cessare di essere rivoluzionario e trasformarsi in un normale blocco politico-parlamentare, come ha fatto l’Ira e dovrebbe fare l’Eta, non si accorge, in perfetta buona fede, di seguire l’esatto, identico percorso di dottrina e di prassi seguito da Neville Chamberlain, convinto che quello di Hitler fosse solo un problema di nazionalismo, di “terra” e che quindi consegnandogli i Sudeti e Praga, l’ambizione nazista si sarebbe accontentata.
    Non fu così
    .


    Carlo Pannella, Il Foglio
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

 

 

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