"Quello che nessuno scrive sui bravi Hezbollah
di FRANCESCO RUGGERI
BEIRUT L'uomo dal cappello giallo entra nel negozio del barbiere con passo sicuro. Malgrado nessuno lo conosca, si sente come fosse a casa sua. Subito accolto con una deferenza così ostentata da apparire sospetta. Mentre i gestori dell'esercizio fanno di tutto per evitare gaffes dalle conseguenze imponderabili. A dargli il diritto di spadroneggiare non è tanto il colore del suo copricapo, né la fermezza dell'approccio, bensì il minuscolo stemma impresso appena sotto la visiera. Si tratta del logo di Hezbollah, col mitra verde che sporge da un semovente stilizzato sovrastando il mondo. Il nostro uomo è venuto a chiedere il pizzo, 30.000 livres (15 euro), come accade quasi ogni giorno dell'anno per i commercianti dei quartieri controllati dal Partito di Dio. È il prezzo per la protezione (non richiesta) dalla minaccia sionista, che si traduce nel più classico voto di scambio. Ma in realtà stavolta l'esattore ce lo abbiamo mandato noi, convincendolo a recitare la parte di chi riscuote "spontanee" zakat o fitre (elemosine islamiche). Per dimostrare un'assunto piuttosto evidente. Ossia che gli Hezbollah sono anzitutto una mafia, analoga a quella siciliana, russa o cinese. Un'associazione criminale per cui religione e resistenza antisraeliana sono solo dei pretestuosi collanti, usati per tenere in ostaggio fra terrore e omertà un intero Paese che mal li sopporta, il Libano. Immaginate di trovarvi un giorno nella vostra città, quella in cui avete sempre vissuto, e di scoprire che per entrare in un certo quartiere dovete passare da un checkpoint. Un posto di blocco dove dei privati che non appartengono ad alcun corpo ufficiale ma sono armati fino ai denti, vi chiedono spiegazioni sul perché della vostra visita, riservandosi il privilegio di perquisirvi o di non farvi passare. È precisamente quanto capita agli abitanti di Beirut che intendano recarsi nei quartieri popolari di Dahi, Hart Hreik, Rueis, Ghoubairy. I quali ricadono sotto l'asfissiante controllo dei miliziani di Hassan Nasrallah. Preannunciato da enormi cartelloni autocelebrativi dell'arsenale dei "resistenti", accesi giorno e notte.
LA PIOVRA In Libano l'espressione "controllo del territorio", ad opera dell'equivalente di una banda di gangster, è molto più che una categoria analitica. E dà la misura di come Hezbollah sia diventato una piovra che si insinua in ogni aspetto della vita quotidiana. Le similitudini con le nostre mafie italiane sono innegabili. A partire dalla giurisdizione esclusiva sulle periferie degradate. L'impatto coi palazzoni cadenti di Dahi assomiglia troppo a una cartolina dallo Zen o da Le vele. Anche qui, appena un estraneo vi mette piede, un efficientissimo passaparola diffonde la notizia ai quattro venti. È la comunità che protegge i suoi loschi affari. In Libano la chiamano ummah, ma almeno in questo caso non sarebbe sbagliato il sinonimo di "cosa nostra". Tra le viuzze lerce di rifiuti e una selva di ragazzini in tre sulle moto si estende il regno senza legge degli affiliati al Partito di Dio. Il cui nemico sembra essere il rinato Stato nazionale libanese più che Israele. Tutto qui funziona in proprio, a discrezione di una cupola di padrini che nessuno ha mai eletto, e che pure dettano le regole: ciò che è permesso (halal) e ciò che non lo è (haram). Senza fermarsi all'ambito religioso. Ad esempio è sconveniente non dare un'obolo richiesto dal personale con lo stemma giallo verde. COSA LORO Le occasioni sono infinite, come le festività islamiche o i mega raduni, più o meno informali, che danno la stura per l'eterna colletta. Definirla elemosina non sarebbe corretto, visto che rifiutarsi di corrisponderla può arrivare a comportare una serie di ritorsioni, dirette o indirette. Nel migliore dei casi si viene considerati dei cattivi musulmani, nel peggiore dei possibili traditori della causa antisionista. E senza il placet di boss e don locali, da queste parti non si trova lavoro, né una casa o una scuola per i figli. E dire che gli Hezbollah non avrebbero certo bisogno di altro danaro. Traffici illegali d'ogni genere, spesso dispiegati attraverso un dedalo di "tratturi" a dorso di mulo come nella Sicilia dell'800, riempiono la cassaforte dell'organizzazione. Armi, diamanti, droga, sigarette, documenti falsi, griffe contraffatte, cd pirata, farmaci taroccati, perfino il Viagra. E ancora il riciclaggio dei proventi di rapine estorsioni e sequestri, il lavoro sommerso, e più di tutto le percentuali (leggi tangenti) sugli appalti per le periodiche ricostruzioni di città e villaggi, dopo i bombardamenti innescati guarda caso dagli attacchi della medesima milizia di Allah. TRAFFICI ILLEGALI Il tutto condotto su scala internazionale, in joint venture con le altre mafie estere. Reclutare manovalanza nelle aree sottosviluppate del Libano o nei campi profughi palestinesi, dove lo Stato è una chimera, non è un problema. Tra i giovani disoccupati c'è la corsa a diventare shaheed (martiri) o mujahideen (combattenti), superando sanguinari riti d'affiliazione con capretti o missioni di prova. La diaria è allettante, e per le vedove dei caduti c'è la pensione a vita, più il culto pubblico degli eroici latitanti, tenuti nascosti sulla parola nel ventre della ummah col corrispettivo dei pizzini, pena le immancabili vendette trasversali contro i parenti del collaborazionista. E sempre che facciano parte del clan tribale vincente. Insomma più o meno quel che succede da noi con le famiglie dei picciotti o dei mammasantissima, quando non tradiscono la famiglia da "quacquaraquà". I mille rivoli dei vari racket servono agli Hezbollah, oltre che a oliare politici, colletti bianchi e papaveri dell'esercito dei cedri, a mantenere cellule in sonno e armi hi tech per perpetuare il conflitto anti israeliano, fonte del loro potere. E ovviamente ad eseguire periodici attentati ai danni di chiunque si opponga ad esso, da Hariri in giù, con autobombe modello Falcone e Borsellino. La società civile più moderna e dinamica da tempo li considera un cancro, ma ha ancora troppa paura per dirlo in pubblico. A Beirut come a Palermo, chi parla fa una brutta fine. www.laltrogiornale.com
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Saluti liberali




Rispondi Citando
, TUTTI ci dicono che la popolazione del Sud Libano sta con Hb, non hanno proprio l'aria di essere "terrorizzati", quello che chiedono ai nostri soldati è di proteggerli da Israele, mica da Hb (e adesso volendo potrebbero anche farlo data la presenza delle truppe ONU...).
