
Originariamente Scritto da
LokiTorino
Salve, provo a entrare nel dibattito con alcuni spunti di riflessione che sono più appunti di viaggio piuttosto che analisi a tutto tondo.
Proletariato.
Il proletariato è la classe di coloro che non detengono i mezzi di produzione. Questa è la definizione primigenea su cui si devono fare i conti. La divisione è dicotomica: proletari di qua, borghesi di là, ma solo all'apparenza le cose sono semplici e lineari. In realtà già Marx individuava una serie di differenziazioni su cui ragionare: aristocrazia proletaria o riserva di lavoro (quelli che qualcuno prima asseriva che Marx non avesse previsto).
La definizione di prima è strutturale perché si basa sul punto cardine del marxismo: il processo di produzione e accumulazione capitalista. La definizione è strutturale quindi non è possibile prescindere da essa, però, come dice giustamente Marx, ad una struttura si poggiano innumerevoli sovrastrutture che entrano in relazione con essa. Come ho asserito più volte, secondo me lo scambio struttura/sovrastrutture non è monodirezionale (come qualche economicista asserisce ancora), ovvero non è che le modifiche delle sovrastrutture non influenzino la struttura stessa, il feedback agisce sempre anche se la quantità di influenza è molto varievole.
Dico questo perché voglio riportarlo al discorso sul proletariato.
Il proletariato è strutturalmente ciò che ho detto, ma esistono innumerevoli variabili che differenziano un blocco che altrimenti sarebbe alquanto omogeneo e invece omogeneo non è per nulla.
Il prletariato varia in funzione del tipo di contratto, dello stipendio preso, della tipologia di lavoro, del sesso, dell'età, dell'etnia e dell'essere occupato o disoocupato e da quanto. Già solo queste poche variabili modulano uno spettro che è vastissimo e molto differente. Cambiano stili di vita, aspirazioni...insomma linguaggi differenti che a volte sono solo "dialetti" tra di loro, altre volte sono estremamente ardui da interpretare.
Proletario e operaio.
Prima ho dato una definizione di proletariato che vuole dire molte cose ma molte altre ne lascia sottese. Provo a contestualizzare la situazione attuale per fornire qualche chiave di lettura.
Il proletariato urbano è operaio, ma non necessariamente. Mentre il proletariato, inteso come salariato, continua a sussistere in una società di fatto dicotomizzata, non è assolutamente vero che il proletariato sia identificato col movimento operaio.
L'errore che riscontro maggiormente quando si parla di proletariato è quello di identificarlo con quello urbano e operaio. Questa è una corrente che negli anni sessanta prende il nome di "operaista" in quanto vede nell'operaio massa (quindi neanche l'operaio in sé o quello qualificato) il soggetto rivoluzionario. Questo è un errore storico di cui noi stiamo pagando ancora le conseguenze. Il proletario è colui che vende il suo lavoro per un salario, sia esso agricolo o urbano, del braccio o del pensiero. Stop lì. Cosa lo rende rivoluzionario? Semplicemente il fatto che in una società divisa tra sfruttati e sfruttatori (dicotomia che già gli anarchici usavano nella prima metà dell'ottocento) la classe degli sfruttati è quella destinata a rivoltarsi. Spiegato così sembra una tautologia ma a quanto pare spesso il ragionamento sfugge.
Se il capitale, che utilizza il salario come mezzo per opprimere la classe produttrice, superasse per ipotesi lo stadio salariato/plus valore, il proletariato decaderebbe automaticamente come classe rivoluzionaria.
La classe come un titano/rete neurale della coscienza di classe.
Ora il problema piuttosto è: capire come fare prendere coscienza al proletariato. E qui le cose sono veramente complicate. Io da un po' di tempo sto analizzando la questione da un punto di vista leggermente differente che provo a proporre qua.
Secondo me in linea generale ci si accanisce a trovare un soggetto unico a cui rapportarci che, una volta svegliato dal suo letargo, come un titano inizi a scagliar fulmini contro il capitalismo. Secondo me non è così. La frammentazione della classe, e anche quella individuale, ha fatto sì che noi non possiamo più costruire (almeno in tempi mediobrevi) un'unità di classe abbastanza forte da poter contrastare il capitale. In pratica noi ci accaniamo a cercare un bicchiere quando in realtà esistono solo migliaia di cocci. Ogni "coccio" ha poi un linguaggio differente, è una tribù a sé, e necessita di essere avvicinato con un approccio a sé. Se noi continuiamo a cercare l'esperanto in questa babele non riusciremo mai a trovare il bandolo della matassa. Forse è necessario iniziare a ragionare in termini di network di proletari con le loro differenze e peculiarità. Delle comunità proletarie che possono anche avere caratteristica etnica ma non necessariamente. Prima mi fermavo qui nel mio ragionamento e qui mi andava in corto circuito l'analisi. Il passaggio che cercavo era quello di provare a immaginare una strada per unificare questo network identitario, ma forse la strada giusta è il non forzare questa unificazione. L'identità collettiva si deve forse ricercare in un comune sentire che poi si differenzi in base alla sovrastruttura socio-culturale che vi si appoggia.
Alla fine un giovane maghrebino di seconda generazione che fa le professionali e un italiano cinquantenne licenziato dalla ditta dove lavorava da 20 anni che comunità di intenti si può trovare? Il network si coagula su battaglie comuni.
Identità.
Mi butto su questo tema che ho più volte affrontato e su cui mi scervello molto spesso. Oramai do per assodato che l'identità di classe come comunità è il più grosso furto che abbiamo subito dall'ultima grande sconfitta operaia negli anni ottanta. Un'identità condivisa che si tramuti in solidarietà fattiva ha aperto le porte all'atomizzazione sociale e ci ha resi completamente indifesi di fronte alle aggressioni quotidiane della guerra di classe. Di più, i giovani, come canarini nati in gabbia, non hanno assolutamente idee di come era vivere la comunità. La distruzione della solidarietà di classe ha contribuito a disintegrare un'altra cosa fondamentale: la cultura di classe. Ma non solo, andandosi a creare un vuoto culturale-amicale-affettivo, socialculturale in parole povere, il vuoto è stato colmato dall'aggressività della vendetta borghese. Dagli anni ottanta tutto ciò che era positivo e vitale, perché nato dal basso, è stato sostituito da una serie di valori che alimentano esclusivamente lo status quo. Dopo il germe rivoluzionario, la borghesia ha deciso di instillare in tutti noi l'anticorpo per eccellenza: il borghesismo. L'imborghesimento è una proposta anti culturale che anestetizza le coscienze individuali, spinge la delega, provoca il consumismo, svuota la persona di valori fattuali e la ri-riempie di immagini, script precostituiti.
Ora viviamo un processo che si morde la coda: non abbiamo identità quindi non possiamo sviluppare cultura, non sviluppando cultura non possiamo creare identità, perpretrando questo circuito capitalista.
Territorio.
Dopo la sconfitta nei luoghi di lavoro, la desolazione è dilagata nel territorio trasformando tessuti sociali vivi in non-luoghi disseminati in uno spazio sterile. I non-luoghi sono nodi dove l'aggregazione si concentra ma è sempre un'aggregazione formale, non fattiva o affettiva. Penso che la necessità di non-luoghi sia insita nell'uomo che sente inconsciamente la mancanza di ver aggregazione. In realtà i non-luoghi servono meramente al consumo (centri commerciali) o allo sfogo nevrotico (stadio). Purtroppo però sono gli unici luoghi dove è minimamente permeabile un discorso identitario. Inoltre, nelle ampissime porzioni di territorio che non sono nodi, è terra di nessuno, un po' come il bosco medievale, luogo di terrori e insicurezza. Mancando un tessuto connettivo è la paura di essere colti in fallo nelle terre di nessuno che crea questa (falsa) emergenza sicuritaria. E per questo i nodi sono iper-sorvegliati e anche le arterie che li collegano lo saranno presto, eppure la sindrome non si arresta ma avanza.
Da un punto di vista tattico, inserisco brevemente questa nota a margine del paragrafo, gli immigrati sono una risorsa enorme. Gli immigrati dell'area del Maghreb, del Sudamerica e parzialmente dell'Est, vivono ancora un'aggregazione amicale non contaminata dall'atomizzazione individualista locale. Partire da loro sul territorio è un discorso molto importante, spingendo affinché gli italiani si riorganizzino sul loro esempio piuttosto che sempre puntare sull'immigrato che si politicizza. E' uno spunto, entrambe le strade sono valide anche se con difficoltà di percorrenza diversa a parere mio.
Rimestare il pentolone.
Il proletariato come dicevo è immenso, variegato e contrastante. Nella varietà c'è la bellezza oltre che la difficoltà. Ora, se devo proprio suddividere il proletariato in sottocategorie lo faccio in funzione di un'utilità pratica.
In questo discorso si inseriscono tutti coloro che proletari non sono ma, per un fattore di sensibilità individuale, si identificano con essi.
Io suddividerei il pentolone di questa minestra proletaria in due macro categorie che però non sono nette e precise, ma presentano confini eterei e osmotici.
C'è sicuramente un proletariato "stabilizzato" che, nonostante viva una condizione di precariato oggettivo, si identifica come una classe a sè stabile e immutabile. Chi possiede un know-how tale da rimanere sempre a galla, chi possiede un mestiere a tempo indeterminato e categorie simili. Costoro, non possedendo un mezzo di produzione, di fatto possono cadere dal piedistallo, ma l'immagine che hanno di loro è di essere realizzati. Questa categoria non è allettata da un discorso comunitario perché la condizione che vivono li spinge a compensare la carenza di solidarietà con il consumo spregiudicato a medio-lungo termine (mutui, rate...).
Dall'altra parte abbiamo un proletariato instabile che vive una condizione di precariato persistente. Se la categoria precedente è la nuova forma di aristocrazia proletaria, questa è la riserva di manodopera a basso costo di marxiana memoria. Questa categoria molto eterogenea si muove in maniera spasmodica per uscire dalla sua categoria, intesa comunemente in termini sociali come categoria di "esclusi". Mentre il proletariato stabilizzato ha un'identità (per loro "pseudo identità" perché non reale come può esserla per la borghesia) in comune con la borghesia, questi ultimi sono invece considerati appartenenti a una non-categoria che è simile ai paria indiani.
La difficoltà degli esclusi è che, al momento, non hanno nessuna volontà se non quella di uscire da questa condizione. Siccome uscire è difficilissimo, l'importante almeno è non sembrarne appartenenti. La cosa pazzesca è che questa spinta individualistica esasperata (vedi le inculate reciproche degli utlimi sottoposti di un centro commerciale) non migliora la propria condizione se non con botte di fortuna esagerate, mentre fa sì che nel suo complesso il meccanismo si alimenti e inculi tutti indistintamente. La solidarietà di classe è quindi necessaria quanto al momento rifiutata.
Cultura di classe.
Un'identità ha necessità di una cultura sua, un linguaggio proprio. Identità e cultura vanno di pari passo. La qustione culturale è una cosa su cui sto riflettendo da poco ma che mi spinge a pensare in termini esattamente opposti alla strategia della cultura popolare del PCI. Loro pensavano di contaminare settori non proletari (tipo i cattolici) non completamente ostili al comunismo con una cultura collettiva che spingesse verso il socialismo. La cosa parzialmente funzionò (parzialmente) anche perché in quel periodo il movimento operaio era forte e poteva "esportare" delle sue caratteristiche. Oggi siamo in riflusso, dobbiamo creare cultura per noi che si dimostri diversa e anche antitetica a tratti con la cultura dominante. Ci rifletterò su meglio comunque.
Volevo aggiungere un paragrafo nominato: "cosa manca/cosa c'è" ma per ora direi che ho messo già tanta carne al fuoco.