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Discussione: Il Papa e l'islam

  1. #41
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    Predefinito Schiaffo? No, ci obbliga a ripensare le radici

    Milano. “Il discorso tenuto da Ratzinger a Regensburg è il testo più importante dalla sua elezione al Soglio Pontificio. Un testo che potrà contribuire in maniera significativa affinché l’Europa torni a interrogarsi sulle sue radici, sulle radici della fede”. Non ha dubbi Friedrich Schorlemmer, teologo protestante e direttore didattico dell’Accademia evangelica Sachsenhausen, che si trova a pochi passi dalla cattedrale di Wittemberg, proprio quella cattedrale sulla quale nel 1517 Lutero affisse le sue 95 tesi sancendo così la scissione della chiesa e la nascita del protestantesimo. E se per il teologo cattolico Eugen Drewermann, una delle voci più critiche nei confronti del Vaticano, il viaggio del Papa in Baviera “non ha segnato alcun cambiamento” – perché per esempio non ha parlato del diritto di risposarsi dei divorziati o del celibato – e soprattutto non ha “gettato dei veri ponti verso le chiese protestanti e riformate”, Schorlemmer è di parere opposto. “Tutto il viaggio è stato segnato da una chiara volontà di dialogo. Benedetto XVI ha aperto uno spazio alla ricerca anziché scegliere l’approccio dogmatico alla verità ultima. Ha riconosciuto il valore della ragione ma ne ha tracciato chiaramente anche i confini, senza alcun moralismo”. La Germania, i teologi tedeschi, cattolici e protestanti, si sono lasciati e continuano a lasciarsi tempo nel rispondere al discorso pronunciato dal Papa martedì nell’Aula Magna dell’università dove lui stesso aveva insegnato per diversi anni e dove, appunto, un collega aveva sollevato il dubbio sull’utilità di due facoltà che si occupavano di qualcosa che non esiste: Dio.
    Anche il teologo cattolico Hans Küng ha rimandato ad altra sede una riflessione approfondita, sottolineando però l’elemento principale dell’interesse del Papa e di questo pontificato: l’essenza, la verità del cristianesimo e della fede in Dio. Perché, come aggiunge Schorlemmer “è fondamentale tornare a interrogarsi sull’ethos.
    Non ci può essere morale senza Dio. Un concetto che Ratzinger ha cercato di porre in modo molto razionale. Dopo di che non tutto quello che ha detto mi convince.
    Per esempio la sua tesi sulla dis-ellenizzazione. Cosa intende per coscienza soggettiva? Si potrebbe parlare anche di responsabilità personale e il personale non va discreditato.
    E comunque sia nemmeno il Santo Padre può sollevare il singolo dalla propria coscienza. Si dice ‘extra ecclesiam nulla salus’ e non ‘non vi è alcuna salvezza fuori da Roma’”.
    Ancora più sorprendenti si sono rivelati i discorsi e le omelie di Ratzinger per i teologi tedeschi perché proprio loro non avevano salutato con entusiasmo la sua elezione a Papa. In lui vedevano principalmente l’autore del “terribile, veramente terribile” – così Schorlemmer – documento “Dominus Jesus”
    oltre che il capo della Congregazione per la fede paragonata tout court
    “all’Inquisizione”.
    “Ma bisogna essere accecati se non si percepisce il mutamento nei toni – ammette ora Schorlemmer - se non si ha il coraggio di riconoscere che anche il Papa, l’immutabile Uffizio, può a quanto pare cambiare”.
    Che ci sia bisogno di uscire dagli steccati l’ha sottolineato anche il vescovo delle chiese luterane in Baviera Johannes Friedrich.
    “Per molti protestanti il solo riflettere sul diritto di esistenza del papato è sbagliato. Ai loro occhi è il papato il principale ostacolo a un dialogo ecumenico. Ma a essere fuorvianti sono, a mio avviso, proprio questi blocchi e divieti mentali. Il che non vuol dire però accettare l’imperativo categorico ‘Roma locuta, causa soluta!’ Tutt’altro, proprio quando Roma ha parlato noi protestanti cerchiamo i punti che potrebbero risultare problematici”.
    Ci si interroga ora su cosa abbia originato questo cambiamento. “Posso solo supporlo ovviamente – dice Schorlemmer – ma credo che in Benedetto XVI si sia risvegliato il professore, il filosofo che è alla ricerca della verità, come lo siamo tutti noi, e che non ne dispone ex cathedra. Ha riscoperto la categoria della ricerca che tocca a tutti non solo agli altri. Ho trovato interessanti le sue considerazioni sull’islam, ma soprattutto, ed è questo a mio avviso il secondo motivo che l’ha spinto a cercare un nuovo approccio, la sua convinzione, condivisibilissima, che le dispute confessionali sono nulla paragonate alla nostra sordità al verbo di Dio. Anche se poi diventa di nuovo prete cattolicissimo quando dice che ci sono troppi pochi uomini disposti a servire il Signore, intendendo ovviamente i preti. Da luterano gli rispondo che anche un medico, un’ostetrica sono al servizio di Dio”.
    Ciò nonostante Schorlemmer è convinto che la chiesa protestante non solo dovrebbe, ma deve, cogliere questa proposta di dialogo lanciata non a caso da Regensburg, città dove nel 1542 il consiglio comunale aderì alla confessione protestante mentre la maggioranza della popolazione restava cattolica. “Ma soprattutto l’ha tenuto in Germania culla della Riforma ma anche del comunismo, patria di Marx, di Nietzsche e di Einstein, perché è convinto che il paese che ha dato vita alla scissione sia anche in grado, attraverso un processo di riflessione seria, a ritrovare di nuovo una visione comune”.

    Andrea Affaticati

    saluti

  2. #42
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    Predefinito Aggressione al Papa

    Ci sono molti modi di aggredire un
    Papa che ragiona da uomo libero
    sulla più grande questione del nostro
    tempo, l’islamismo politico e il jihadismo
    su base teologica. Uno è quello
    banale dei cronisti di palazzo, che parlano
    di uno scivolone o discettano dall’alto
    di chissà quale sapienza politica
    sulla differenza incolmabile tra un pastore
    universale e un rigido professore
    di teologia. Purtroppo la tattica della
    minimizzazione e della edulcorazione,
    del troncare e del sopire, non
    ha funzionato. E mentre si cercava di
    chiudere nella gaffe diplomatica senza
    conseguenze tutta la faccenda, ci
    hanno pensato i jihadisti e il loro retroterra
    teologico, estremista e moderato,
    a riaprire il dossier. Lasciamo
    stare l’autorità religiosa dello stato
    turco, che ha dichiarato il Papa persona
    non grata nella sua terra, dove i sacerdoti
    cattolici vengono accoltellati
    per porre termine a missioni già umiliate
    dall’ostracismo e dall’odio; prescindiamo
    per un momento dagli appelli
    alla mobilitazione anticristiana
    delle emittenti arabe, che terrorizzano
    le smilze comunità cristiane sopravvissute
    come dhimmi, come cittadini
    di seconda categoria, al trattamento
    islamista; e abbuoniamo anche le convocazioni
    del nunzio apostolico in
    Pakistan, un paese dove le forze prooccidentali
    se la battono con il partito
    teocratico talebano, e le minacce diplomatiche
    e non solo diplomatiche di
    principati dispotici arabo-islamici, di
    fratelli musulmani legati a un evidente
    progetto di sradicamento della civiltà
    occidentale, di studiosi coranici
    delle principali università del califfato;
    ieri anche uno dei capi di Hamas, il
    “moderato” premier palestinese Haniye,
    ha cercato di scatenare la mobilitazione
    del suo popolo contro i ragionamenti
    teologici contrari al jihad
    del pontefice romano, che evidentemente
    sono giudicati offensivi da chi
    ha appena smesso di massacrare inermi
    civili ebrei nelle pizzerie e nelle feste
    di nozze di Gerusalemme e di Haifa.
    Se c’era bisogno di dimostrare che
    purtroppo la umma islamica è percorsa
    dal fenomeno islamista in modo
    massiccio, ecco arrivata la dimostrazione:
    non si può ragionare di teologia,
    non si può mettere in discussione la
    radice della violenza e della predicazione
    terrorista parlando da uomini liberi.
    Non lo possono fare i fedeli musulmani
    e non possono farlo gli infedeli
    e la loro guida, il Papa dei cattolici.
    Di fronte a questa formidabile e temibile
    aggressione ci vuole calma, ci
    vuole contegno, ci vuole fermezza. Il
    pensiero di un Papa non è dogma per
    tutti, ma non è una vignetta, è un pezzo
    della nostra storia e cultura, della
    nostra identità. Consentire che venga
    svuotato, svilito, cancellato dalla violenza
    e dal fanatismo vuol dire servire
    la menzogna, e la verità non è con la
    menzogna che la si serve.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  3. #43
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    Predefinito Il logos, il profeta e il professore

    La Chiesa si mostra tutt’altro che vile, esprime il suo rammarico, si adopera per “placare gli animi”, ma invita i musulmani a un dialogo “franco e sincero”.
    Le classi dirigenti euro-occidentali non capiscono che è in gioco la tolleranza e il rispetto dell’altro di cui straparlano ogni giorno.
    I conti con l’islamismo politico ci toccano


    Non è stata una catastrofe, come si poteva temere, e la chiesa cattolica si mostra tutt’altro che vile, come dimostrano anche le battagliere prese di posizione, ieri, del vicario del vicario, il cardinale Camillo Ruini.
    Per “placare gli animi” di quella parte della comunità musulmana che ha accolto con toni incendiari, con incendi e violenza anche assassina un discorso da umanista tenuto dal Papa a Regensburg, e per invitare i credenti musulmani e le loro sparse autorità a un dialogo, ma “franco e sincero”, Benedetto XVI ha espresso il suo rammarico per come sono state interpretate le sue parole e ha preso una misurata distanza da Manuele II Paleologo, un imperatore bizantino di cui sapevamo nulla ma che ci sta simpatico per il suo dialogo “franco e sincero” con un dotto musulmano alla fine del XIV secolo.
    Niente di drammatico.
    Chiamatele scuse, se volete, ma non è un elegante petit bleu diplomatico che può cancellare il colossale discorso papale a Ratisbona, un canone per noi atei devoti (la definizione è autoironica, detto per gli sciamannati).
    Adriano Sofri su Repubblica e Gian Enrico Rusconi sulla Stampa hanno colto la questione con sensibilità, al di là delle loro tesi generali, diverse dalle nostre e, diciamo così, insufficientemente papiste (ironia, per gli sciamannati). Da oggi in poi il dialogo tra mondo cristiano o giudaico e cristiano oppure occidentale e greco e umanistico, insomma tra noi figli di un Dio-Logos, intriso di ragione, e i figli di un Dio tutto volontà e trascendenza, si fa su altre basi, su basi serie, non nella pomposità dello sfoggio multiculturale e nella insincerità delle buone intenzioni ireniste.
    Una questione filosofica e teologica, ed è un bel progresso per l’umanità immiserita di recente nella più abissale noncuranza verso il sapere, decostruito con modi cialtroneschi a ogni angolo di strada, diventa un caso politico di primissima grandezza.
    Un intellettuale laico sottile e coltivato, che di mestiere fa il Papa, ha detto l’indicibile, cioè che il nostro Dio è diverso da Allah, nonostante le somiglianze monoteiste, e che il privilegio di una grande cultura fondata sull’alleanza di fede e ragione dobbiamo difenderlo nel dialogo con le altre culture, con le unghie e con i denti.
    Su questo tema pubblicheremo giovedì (segnatevelo, ve ne prego) un saggio che ci ha inviato il filosofo americano Lee Harris, un manuale di precisione chirurgica, di chiarezza esemplare e di grande bellezza che spiega a fondo, in tutti i suoi risvolti filosofici e politici, il colossale discorso di Regensburg.
    Sono 36.000 battute, due pagine di giornale, ma preparatevi a inforcare gli occhiali e a trovare il tempo di leggerlo, se non volete perdere una straordinaria guida alla comprensione del mondo in cui vivete, viviamo.
    Per il resto, quanto cioè al risvolto concreto del dramma che stiamo tragicamente recitando, tutto procede come da copione, tutto come previsto dai Bernard Lewis e da altri pochi vecchi saggi della nostra epoca.
    L’ayatollah Ali Khamenei sputa fuoco contro il Grande Satana, così definisce laicamente gli Stati Uniti, che sarebbe alle origini della cospirazione sionista e crociata di cui fa parte il Papa.
    Una suora è stata assassinata, con un martirio così pietoso e a suo modo santo e lieto, ma così diverso dal martirio jihadista compiuto sulla pelle degli innocenti.
    Seguiamo sbigottiti, cercando di restare lucidi, le cronache della viltà politica e intellettuale delle classi dirigenti euro-occidentali, incapaci di capire che la tolleranza e il rispetto per le altre culture, di cui straparlano ogni giorno con toni melensi, sono l’oggetto di questa grande partita cominciata a Regensburg.
    Incapaci di capire (con notevoli eccezioni tra le quali a sorpresa, in Italia, il nostro scavezzacollo preferito, l’ex presidente del Consiglio Silvio B.) che di fronte all’aggressione funesta contro il ragionare del Papa, l’isolamento di Benedetto XVI da parte delle cancellerie europee e dei sapienti, è una sorta di abiura ai sacri principi di libertà del pensiero e di tolleranza e di laicità della politica e della cultura.
    L’islam ha una sua gloria politica e spirituale, come tutte le grandi religioni universali, e non è il solo credo che abbia impugnato la spada nella storia, ma i conti con l’islamismo politico ci toccano, libertà e reciprocità vanno conquistate, e il Papa ha cominciato da solo il lavoro.
    Chi si volta dall’altra parte è in ogni senso perduto.

    Ferrara su il Foglio del 19 settembre 2006

    prendere nota della data

    saluti

  4. #44
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    dal Corriere della Sera del 25 settembre 2006...


    " «L'Islam, Benedetto XVI e un rischio»

    di Magdi Allam


    Non ci si può che rallegrare dell'incontro odierno tra Benedetto XVI, gli ambasciatori dei Paesi a maggioranza islamica e i membri della Consulta per l'islam italiano. Ma i suoi collaboratori sbagliano quando, con un eccesso di zelo, sembrano non riflettere adeguatamente sulle conseguenze del criterio e della modalità con cui l'incontro è stato concepito. Con il rischio di trasformare un dialogo tra religioni naturalmente diverse in una resa all'arbitrio degli estremisti islamici.
    Colpisce la foto a tutta pagina pubblicata ieri da Avvenire, l'organo della Conferenza episcopale italiana, per pubblicizzare la diretta televisiva dell'incontro da parte di Sat2000. Vi si vede il Papa in procinto di salutare tre alti dignitari islamici iraniani. «Il Papa incontra i rappresentanti dell' islam», si legge nel titolo. Perché proprio loro e non, ad esempio, il sovrano giordano Abdallah II che, oltretutto, vanta una discendenza diretta dalla tribù hashemita di Maometto? Forse perché sembra più credibile l'immagine del religioso con la tunica e il turbante, rispetto a quella del laico in giacca e cravatta? Eppure si dovrebbe sapere che nell'islam non esiste l'autorità religiosa corrispettiva del sacerdote, del vescovo e ancor meno del Papa, trattandosi di una religione basata sul rapporto diretto tra il fedele e Dio. A maggior ragione perché privilegiare, anche solo sul piano mediatico, degli interlocutori il cui leader spirituale, l'ayatollah Ali Khamenei, ha qualificato il discorso del Papa a Ratisbona come «l'ultimo anello» di «complotti contro l'islam e i suoi valori sacri», i cui beneficiari sono il «Grande Satana», cioè l'America e i «sionisti»?Così come fa riflettere la scelta di individuare negli ambasciatori i referenti su una questione prettamente religiosa, calata in un contesto storico e teologico, ma che certamente esula dalla politica. Non c'è forse una contraddizione nel fatto che la Chiesa e l'Occidente si affannano nel richiedere
    ai musulmani la separazione tra lo Stato e l'islam, e poi sono loro stessi a considerare i rappresentanti dello Stato quali "rappresentanti dell' islam" per chiedergli di risolvere una questione religiosa?
    Ugualmente come si fa a attribuire lo status di «rappresentanti dell'islam» a singoli musulmani che Avvenire indica come «esponenti delle comunità islamiche italiane»?
    La verità è che la Chiesa e l'Occidente hanno fatto proprio il luogo comune e lo stereotipo dell'homo islamicus, hanno compattato l'insieme delle persone provenienti da Paesi a maggioranza musulmana in «comunità islamiche», hanno elevato a autorità religiose islamiche dei semplici funzionari religiosi designandoli come interlocutori privilegiati. Che ovviamente ne hanno a tal punto approfittato da aver trasformato l'Occidente in una «fabbrica di kamikaze» islamici. Leggete ciò che Nour Dachan, il presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia), ha scritto in un telegramma del 20 settembre: «Con la presente vorrei considerare chiuso l'incidente tra musulmani e cristiani e chiedo a tale proposito un incontro urgente con Sua Santità per trasmettere alla popolazione mondiale islamica il messaggio di pacificazione e dialogo». Un esponente dei Fratelli Musulmani che, dopo essersi auto-attribuito il rango di rappresentante dei musulmani d'Italia, si erge a ambasciatore presso la «popolazione mondiale islamica»!
    Stiamo assistendo, e ne siamo vittime, a una mistificazione della realtà, sia che la si consideri dal punto di vista dogmatico della religione islamica sia dal punto di vista laico della rappresentatività democratica. Probabilmente il problema della rappresentatività dell'islam resterà irrisolvibile fino a quando gli stessi musulmani non riconosceranno e rispetteranno la pluralità religiosa che è connaturata all'islam sin dai suoi esordi.
    Come italiano, musulmano laico di civiltà occidentale, considero una sconfitta il fatto stesso che oggi, per la terza volta, il Papa si senta in dovere di spiegare che non intendeva offendere l'islam, quando ha esercitato il legittimo diritto alla libertà d'espressione. Ma sarebbe una catastrofe se, in cambio del loro «perdono», venissero legittimati quali interlocutori della Chiesa in veste di «rappresentanti dell'islam», dei governi e delle organizzazioni che predicano e praticano il terrorismo, che mirano alla distruzione di Israele e all'annientamento della civiltà occidentale. Che nessuno si faccia illusioni: costoro si considereranno pienamente soddisfatti soltanto quando il Papa e i cristiani si convertiranno all'islam.
    "

    Shalom

  5. #45
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    Predefinito Dio è uno strumento utile

    Il 12 settembre 2006 il Papa Benedetto XVI ha pronunciato uno straordinario discorso all’Università di Regensburg. Intitolato “Fede, Ragione e l’Università”, è stato ampiamente discusso, ma ancora più ampiamente frainteso.
    Il New York Times, per esempio, ha intitolato l’articolo che vi è stato dedicato “Il Papa attacca il laicismo, con una postilla sul jihad”.
    La parola “laicismo” non compare nemmeno una volta nel discorso del Papa, il quale non attacca neppure la modernità o l’illuminismo. Afferma invece, e molto chiaramente, di voler fare “una critica della ragione moderna partendo dall’interno”, aggiungendo che questo progetto “non ha nulla a che fare con il tentativo di riportare indietro l’orologio ai tempi precedenti l’illuminismo e di rifiutare le conquiste dell’età moderna. Gli aspetti positivi della modernità devono essere riconosciuti senza riserve…”.
    Benedetto, in breve, non intende proporre un contemporaneo Sillabo degli Errori.
    Al contrario, chiede a tutti coloro che, in occidente, “condividono la responsabilità per l’uso della ragione” di ritornare al quella forma di esame autocritico delle proprie concezioni che è il segno caratteristico del miglior pensiero filosofico dell’antica Grecia. Lo spirito che anima il discorso di Benedetto non è lo spirito di Pio IX; è lo spirito di Socrate.
    Come Socrate, anche Benedetto esorta tutti noi a porci questa domanda:
    “Sappiamo veramente di cosa stiamo parlando quando parliamo di fede, ragione, Dio e comunità?”.
    A molti sembrerà paradossale che il pontefice romano abbia invocato lo spirito critico di Socrate.
    Il Papa, dopo tutto, è l’incarnazione della tradizionale autorità della chiesa, e si suppone che la chiesa abbia tutte le risposte.
    Tuttavia, Socrate è rimasto famoso come l’uomo che aveva tutte le domande. Ben lungi dal pretendere di essere infallibile, Socrate sosteneva che “una vita non sottoposta a un esame non è degna di essere vissuta”, e fu pronto a morire piuttosto che smettere il suo costante esame critico di se stesso. Socrate si rifiutava persino di definirsi “saggio”, affermando invece che si meritava al massimo il titolo di “amante della saggezza”.
    Per spingere la gente a pensare, Socrate usava con grande abilità la tecnica del paradosso; eppure, persino lui stesso avrebbe potuto rimanere perplesso dal paradosso di un Papa cattolico che chiede di ritornare al dubbio e all’autocritica socratica.
    Benedetto è senza dubbio perfettamente consapevole di questo paradosso, e quindi dobbiamo ritenere che anche lui lo stia usando nello stesso modo in cui lo usava Socrate, e per la stessa ragione: per stupire i suoi ascoltatori e spingerli a riconsiderare ciò che pensavano di sapere già.
    Ma perché, proprio in questo momento storico, Benedetto XVI dovrebbe sentire il bisogno di sottolineare il ruolo svolto dalla ricerca filosofica greca nella “fondazione di quella che possiamo giustamente definire l’Europa”?
    L’Europa cristiana, dopo tutto, è nata dalla fusione di molti elementi diversi: la tradizione ebraica, l’esperienza della prima comunità cristiana, il genio romano per la legge, l’ordine e la gerarchia, l’amore dei barbari germanici per la libertà, e molte altre cose ancora. In questo amalgama culturale, la filosofia greca ha avuto certamente ruolo; tuttavia il suo contributo è stato fin dall’inizio oggetto di molte discussioni.
    Nel secondo secolo dopo Cristo l’autorevole teologo cristiano Tertulliano, che aveva studiato il diritto romano, chiese con tono sprezzante:
    “Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?”.
    Secondo Tertulliano, Atene era il simbolo di una speculazione filosofica vuota e incontrollata. Nella chiesa dei primi tempi molti altri furono d’accordo con lui, compresi coloro che fecero bruciare gli scritti del più brillante di tutti i teologi greci, Origene. Tuttavia, il discorso di Benedetto può essere compreso soltanto se inteso come un ritorno alla posizione dell’uomo che era stato il maestro di Origene, l’eruditissimo san Clemente di Alessandria.
    Clemente sosteneva che la filosofia greca era stata data da Dio all’umanità come una seconda fonte delle verità, paragonabile alla rivelazione ebraica. A suo giudizio, Socrate e Platone non erano dei pensatori pagani, ma preannunciavano il cristianesimo. A differenza di quanto credeva Tertulliano, il cristianesimo aveva bisogno non soltanto di Gerusalemme ma anche di Atene. Nel suo discorso, Papa Benedetto ha fatto un’affermazione molto simile: “L’incontro tra messaggio biblico e pensiero greco non è avvenuto per caso”. Questo incontro, secondo Benedetto, è stato un dono della provvidenza, esattamente come lo era stato per Clemente. Per di più, Benedetto sostiene che “la riconciliazione interna fra fede biblica e ricerca filosofica greca è stato un evento di fondamentale importanza non soltanto per la storia della religione ma anche per la storia mondiale”. Per Benedetto, comunque, questo evento non fa semplicemente parte della storia antica. E’ un’eredità che tutti noi, in occidente, abbiamo il dovere di mantenere viva; ma è un’eredità che si trova sotto attacco, sia da parte di chi non la condivide, ossia l’islam, sia da parte di chi ne è tra i principali beneficiari, ossia gli intellettuali occidentali.
    Cominciamo prendendo in considerazione l’idea, espressa da Benedetto nel suo discorso, di voler fare “una critica della ragione moderna partendo dall’interno”. Benedetto non si avvale della sua autorità di pontefice per attaccare la ragione moderna dal punto di vista della chiesa. Il suo approccio non è dogmatico, è puramente dialettico. Si presenta davanti al suo colto pubblico non come il Papa, ma semplicemente come Joseph Ratzinger, un uomo intelligente e riflessivo, che non pretende di avere alcuna autorità privilegiata in fatto di conoscenza. Come Socrate, non vuole predicare o fare sermoni, ma sfidare i suoi ascoltatori con delle domande.
    E proprio come Socrate, Joseph Ratzinger è preoccupato dal fatto che oggi quasi tutte le persone colte sembrano convinte di conoscere perfettamente ciò di cui parlano, anche quando si tratti di concetti molto complessi, come la ragione e la fede. La ragione, sostengono, è la ragione moderna. Ma, come osserva Ratzinger, il concetto moderno di ragione è molto più limitato e ristretto di quello che ne avevano gli antichi greci. I greci sentivano di poter ragionare su ogni cosa: sull’immortalità dell’anima, la metempsicosi, la natura di Dio, il ruolo della ragione nell’universo, e così via. La ragione moderna, a partire da Kant, ha rifiutato questo genere di ragione speculativa senza freni. Per la ragione moderna, non ha nessun significato porsi domande di quel tipo, perché non è possibile darvi una risposta scientifica. La ragione moderna, dopo Kant, è stata identificata con ciò che fa la scienza moderna. La quale usa la matematica e il metodo sperimentale per scoprire verità di cui possiamo essere assolutamente certi: tali verità sono dette verità scientifiche. Il compito della ragione moderna consiste nel limitare scrupolosamente la propria attività alla scopertà di tali verità, e di tenersi lontana da una pura attività speculativa.
    Ratzinger, è importante sottolinearlo, non ha alcun problema con le verità rivelate dalla scienza moderna. Le accetta in pieno. Non ha da intavolare nessuna polemica con Darwin, Einstein o Heisenberg. Ciò che lo infastidisce è l’idea che la ragione scientifica sia la sola forma di ragione, e che qualsiasi cosa che non sia scientificamente dimostrabile debba essere esclusa dall’universo della ragione.
    Secondo Ratzinger, la conseguenza di questa “moderna autolimitazione della ragione” è duplice.
    Primo, “le scienze umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia cercano di conformarsi a questo canone di scientificità”.
    Secondo, “per sua stessa natura, il metodo scientifico esclude la questione di Dio, facendola apparire come una questione non scientifica o pre-scientifica”.
    Si potrebbe pensare che, facendo quest’affermazione su Dio, Joseph Ratzinger, il pensatore critico, sia rientrato nella parte del Papa Benedetto XVI, il difensore dell’ortodossia cristiana.
    I sostenitori della ragione e della scienza moderne possono semplicemente infischiarsene della sua obiezione sulla loro esclusione di Dio proclamando:
    “Ovvio, alla questione di Dio la scienza non può dare una risposta. Era proprio questa la tesi portante della ‘Critica della Ragion Pura’ di Kant. La scienza non può né dimostrare l’esistenza di Dio, né tantomeno la sua non esistenza.
    Per di più, introducendo la questione di Dio, avete violato le vostre stesse regole fondamentali. Avete affermato di voler fare una critica della ragione moderna dall’interno, ma calando Dio nella discussione, state criticando la ragione moderna dal punto di vista di un cristiano osservante. State semplicemente dicendo che la ragione moderna esclude Dio. Noi, i sostenitori della ragione moderna, ne siamo perfettamente consapevoli. Forse questo, come cristiani, vi potrà inquietare; ma per noi non è affatto un problema. Per quanto ci riguarda, non c’è alcuna necessità di parlare della questione di Dio. Quando Napoleone gli domandò come si inserisse Dio nella sua Meccanica Celeste, il fisico francese Laplace gli rispose nello stesso modo in cui noi intendiamo rispondere a voi: ‘Noi non abbiamo bisogno di questa ipotesi’. In poche parole, voi state giocando in modo scorretto. Affermate di fare una critica della ragione moderna partendo dal suo interno, e invece la attaccate dall’esterno –anzi da distanze molto remote!”.
    Joseph Ratzinger, il pensatore critico, è in grado di replicare a questa obiezione?
    Sì, e lo ha fatto. La sua risposta è contenuta nella sua discussione del jihad. A differenza di quanto ha riferito il New York Times, Ratzinger non ha offerto una semplice “postilla sul jihad”, priva di qualsiasi legame con il messaggio centrale del suo discorso. Come ha detto lui stesso, il tema del jihad costituisce il “punto di partenza” per la sua riflessione sulla fede e la ragione. In breve, Ratzinger usa il concetto islamico di jihad come strumento della sua critica dall’interno della ragione moderna.
    Secondo i suoi sostenitori, l’etica, la religione e Dio non rientrano nel campo di indagine della ragione moderna. Poiché non esiste un metodo scientifico per mezzo del quale si possa dare una risposta alle domande che pongono, la ragione moderna non può occuparsene, né deve tentare di farlo. Dal punto di vista della ragione moderna, tutte le fedi religiose sono ugualmente irrazionali, tutti i sistemi etici sono ugualmente inverificabili, tutti i concetti di Dio escludono ugualmente ogni possibilità di critica razionale. Ma se le cose stanno così, che cosa può dire la ragione moderna quando si trova di fronte a un Dio che ordina ai suoi fedeli di usare la violenza e perfino la minaccia di morte per convertire gli infedeli, compresi quelli che, come Laplace, non sentivano alcun bisogno dell’ipotesi di Allah?
    Se la ragione moderna non può occuparsi della questione di Dio, non può nemmeno sostenere che un Dio il quale ordina il jihad sia migliore o peggiore di un Dio che ci ordina di non ricorrere alla violenza per imporre ad altri la nostra fede religiosa. Per l’ateo moderno, entrambi gli dèi sono allo stesso modo creazioni dell’immaginazione, e di conseguenza sarebbe ridicolo mettersi a discutere sui loro meriti rispettivi. I sostenitori della ragione moderna, pertanto, non possono nemmeno immaginarsi di partecipare a un dibattito per stabilire se il cristianesimo sia la religione più ragionevole oppure se lo sia l’islam, in quanto, a loro giudizio, lo stesso concetto di “religione ragionevole” è una contraddizione in termini.
    Ratzinger vuole sfidare questo concetto non dal punto di vista di un cristiano osservante, ma da quello della stessa ragione moderna. A tal fine, ha richiamato l’attenzione del suo colto pubblico su una “conversazione avvenuta – probabilmente nell’inverno del 1391 nelle caserme vicino ad Ankara –tra l’erudito imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un altrettanto erudito persiano sul tema del cristianesimo e dell’islam, e sulla verità di entrambi”. In particolare, Ratzinger si concentra su un passaggio di questa conversazione, in cui l’imperatore “si volta verso il suo interlocutore ponendogli in modo piuttosto brusco la questione centrale del rapporto tra religione e violenza… ‘Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo, e non vi troverai altro che cose malvage e inumane, come il suo comando di diffondere con la spada la sua fede”.
    L’uso, coraggioso da parte di Ratzinger, di questa provocatoria citazione non aveva lo scopo di far infuriare i musulmani.
    Intendeva invece usare la questione posta dall’imperatore per lanciare una radicale sfida dall’interno alla ragione moderna. La ragione moderna può davvero tenersi in disparte di fronte allo scontro tra una religione che ordina il jihad e una religione che proibisce la conversione con mezzi violenti? Può un ateo convinto evitare di prendere le parti di Manuele II Paleologo, il quale a un certo punto della conversazione dichiara: “A Dio non è gradito il sangue, e agire irrazionalmente è cosa contraria alla natura di Dio… Chiunque voglia convertire una persona alla fede deve saper parlare bene e ragionare in modo appropriato, e non deve ricorrere a violenze o minacce. Per convincere un’anima ragionevole, non c’è bisogno di un braccio robusto, di un’arma o di qualsiasi altro mezzo con il quale minacciare di morte una persona…”.
    La scienza moderna non può dirci che l’imperatore ha ragione nella sua controversia con il persiano riguardo a ciò che è o non è contrario alla natura di Dio. La ragione moderna proclama, molto giustamente, che a tali questioni la scienza non può dare risposta. Ma la ragione moderna può sperare di sopravvivere proprio nella sua essenza di ragione se insiste nel voler ridurre il campo dell’indagine razionale alla sola sfera della ricerca scientifica? Se in questo dibattito la ragione moderna non è in grado di schierarsi al fianco dell’imperatore bizantino, non può neppure rendersi conto che la sua religione è più ragionevole della religione di coloro che predicano e praticano il jihad; se non è in grado di condannare come irragionevole una religione che costringe gli atei e gli infedeli a fare una scelta tra la loro integrità intellettuale e la morte, allora la ragione moderna potrà anche essere moderna, ma ha cessato di essere una ragione.
    La soluzione classica che offre la ragione moderna per i problemi dell’etica e della religione è piuttosto semplice: lasciare che ogni individuo decida autonomamente su tali questioni, in qualsiasi modo desideri. Se un individuo preferisce l’islam al cristianesimo, o il jainismo al metodismo, si tratta di un fatto che riguarda esclusivamente lui. Tutte queste scelte, dal punto di vista della ragione moderna, sono allo stesso modo slanci della fede, o semplicemente questioni di gusto: di conseguenza sono tutte ugualmente irrazionali.
    Ratzinger è consapevole di questa presunta soluzione, ma ne riconosce la fatale debolezza.
    La ragione moderna afferma che le questioni etiche e religiose “non hanno posto nella sfera della ragione collettiva quale è stata definita dalla ‘scienza’, e devono pertanto essere collocate nella sfera del soggettivo. E’ il soggetto che decide, sulla base delle sue esperienze, ciò che considera plausibile nelle questioni religiose, e la ‘coscienza’ soggettiva diventa la sola arbitra di ciò che è etico. In questo modo, però, l’etica e la religione perdono la propria capacità di legare la comunità e diventano un fatto esclusivamente individuale. Questa è una situazione pericolosa per l’umanità, come dimostrano le inquietanti patologie della religione e della ragione che si diffondono necessariamente quando il campo di indagine della ragione viene talmente ristretto che le questioni etiche e religiose cessano di riguardarla”.
    Proviamo a riformulare quest’osservazione nei termini della conversazione svoltasi tra l’imperatore bizantino e l’erudito persiano. Supponiamo che l’imperatore, dopo avere osservato che la violenza e la minaccia della morte non sono dei metodi di persuasione appropriati, avesse aggiunto il seguente commento: “Naturalmente, si tratta soltanto della mia opinione personale. Ad alcuni piacciono le sardine, altri le detestano. Io, come mezzo di persuasione, preferisco semplicemente la ragione alla violenza. Se ad altre persone capita di preferire il contrario, per me va benissimo. Non voglio imporre i miei valori ad altre persone. Se tu trovi giusto il jihad, nessun problema. Dacci pure dentro!”.
    Se il problema è posto in questi termini, possiamo riconoscere immediatamente il punto che Ratzinger ha voluto sottolineare. Se l’individuo è libero di scegliere tra la violenza e la ragione, proprio come è libero di scegliere tra le sardine e le acciughe, diventa impossibile creare una comunità nella quale tutti i membri si limitino a usare soltanto la ragione per raggiungere i propri obiettivi. Se l’uso della violenza o della ragione viene lasciato interamente alla scelta soggettiva dell’individuo, allora coloro che scelgono la violenza distruggeranno inevitabilmente la comunità di coloro che hanno scelto la ragione. Peggio ancora: coloro che scelgono la violenza possono essere anche una piccola minoranza della comunità e ciononostante riuscire a distruggere la possibilità stessa dell’esistenza di una comunità di uomini ragionevoli: la forza bruta e il terrore fanno rapidamente scomparire il dialogo e il dibattito razionale.
    La ragione moderna sostiene che tutte le scelte di carattere etico siano soggettive e al di fuori del campo della ragione. Ma se le cose stanno così, un uomo che desidera vivere in una comunità formata da uomini ragionevoli sta semplicemente facendo una scelta soggettiva e personale – una scelta che non è in sé stessa più ragionevole di quella di un uomo che desidera vivere in una comunità governata dalla forza bruta. Ma se l’uomo ragionevole è veramente ragionevole, deve riconoscere che la stessa ragione moderna può sopravvivere soltanto in una comunità formata da altri uomini ragionevoli. Poiché essere un uomo ragionevole implica il desiderio di vivere in una comunità formata da altri uomini ragionevoli, ne consegue che un uomo ragionevole non può permettere che la scelta tra ragione e violenza sia lasciata interamente al gusto personale o al capriccio intellettuale di ogni singolo individuo. Lasciare che ciò accada sarebbe un tradimento della ragione.
    La ragione moderna, senza dubbio, non può dimostrare scientificamente che una comunità di uomini ragionevoli sia moralmente superiore a una comunità governata da uomini violenti. Ma una critica dall’interno della ragione moderna deve riconoscere il fatto che una comunità di uomini ragionevoli è il presupposto necessario per la stessa esistenza della ragione moderna. Chi vuole mantenere e preservare i risultati ottenuti dalla ragione moderna deve anche voler vivere in una comunità formata da uomini ragionevoli che non ricorrono alla violenza per imporre i propri valori e le proprie idee. Una comunità di questo tipo è il fondamento etico a priori della ragione moderna. Quindi, la ragione moderna, malgrado la sua pretesa di non poter dare risposte scientifiche sull’etica e la religione, deve rendersi conto del fatto che la sua stessa esistenza e la sua sopravvivenza dipendono da un postulato etico e da un postulato religioso.
    Il primo è questo: fare tutto il possibile per creare una comunità di uomini ragionevoli che si astengono dalla violenza e preferiscano usare la ragione.
    Ed ecco il secondo: se avete la possibilità di scegliere tra diverse religioni, scegliete sempre quella che contribuisce di più a creare una comunità di uomini ragionevoli, anche se voi stessi non avete fede in essa. La ragione moderna non può sperare di dimostrare questi postulati come scientificamente veri. Ma deve riconoscere che il rifiuto di adottarli e di agire sulla base di essi è destinato a minacciare la sua stessa sopravvivenza.
    E’ proprio questo ciò che Ratzinger intendeva sottolineare quando ha detto che “l’occidente è ormai da molto tempo minacciato dalla sua avversione nei confronti delle questioni che stanno alla base della sua razionalità, e questa avversione gli provocherà enormi danni”. Poiché, in ultima analisi, ciò che sta alla base della razionalità occidentale è appunto una comunità di uomini ragionevoli, la ragione moderna rischia di suicidarsi se non affronta con decisione la seguente questione: come si è formata questa comunità di uomini ragionevoli? Per quale miracolo gli uomini hanno rinunciato alla forza bruta e hanno deciso di ragionare insieme?
    E’ importante sottolineare che Joseph Ratzinger non rifiuta l’esame critico della ragione avviato da Kant. Tutt’altro: ci esorta a esaminare le condizioni storiche e culturali che hanno reso possibile la nascita della ragione moderna. Prima che potesse emergere in occidente, la ragione moderna ha avuto bisogno di una preesistente comunità di uomini ragionevoli. Di conseguenza, la ragione moderna non ha potuto creare da se stessa le condizioni storiche e culturali che ne hanno reso possibile l’esistenza. Ma, in questo caso, la ragione moderna deve porsi la seguente domanda: che cosa ha creato quelle comunità di uomini ragionevoli che alla fine hanno reso possibile la nascita della ragione moderna?
    A questa domanda cercò di rispondere uno dei più illustri e brillanti discepoli di Kant, Johann Herder. Herder in un primo tempo accettò Kant e l’illuminismo; ma successivamente si pose la fondamentale questione kantiana: quali erano i presupposti necessari dell’illuminismo europeo? Quale tipo di cultura era necessaria per produrre un pensatore critico come le stesso Immanuel Kant? Quando Kant, nella ‘Critica della Ragion Pura’, ha metodicamente demolito tutte le prove tradizionali dell’esistenza di Dio, perché non è stato fatto a pezzi da indignati fedeli nelle strade di Königsburg, ma invece salutato come uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi?
    Ecco la risposta di Herder: in Europa, e soltanto in Europa, gli esseri umani avevano creato ciò che lui stesso definiva una “cultura della ragione”.
    Nel suo grandioso e pioneristico esame della storia mondiale e delle sue culture, Herder era stato colpito dal fatto che nella stragrande maggioranza delle società umane la ragione aveva poco o nessun posto. Gli uomini erano governati o da una cieca adesione alla tradizione oppure dalla forza bruta. Soltanto tra gli antichi greci si affermò quell’ideale della ragione al quale si richiama l’imperatore bizantino nella sua discussione con l’erudito persiano.
    Cultura della ragione è quella cultura in cui l’ideale del dialogo socratico è diventato il fondamento dell’intera comunità. In una cultura della ragione, tutti concordano nel considerare la violenza un metodo illegittimo per far cambiare idea alla gente. Il solo metodo legittimo per farlo è con le parole e il ragionamento. Inoltre, una cultura della ragione promuove lo spirito di ricerca filosofica degli antichi filosofi greci: incoraggia gli uomini a pensare con la propria testa, proprio come fece Socrate. Insomma, la cultura della ragione è quella in cui Socrate è considerato come il modello dell’uomo ragionevole.
    Secondo Herder, la moderna ragione scientifica era il frutto delle culture della ragione europee; ma queste seppur rare culture erano a loro volta il frutto di una veramente miracolosa convergenza di tradizioni, sulla quale Ratzinger ha richiamato la nostra attenzione e sottolineando come essa rappresenti il fondamento stesso dell’Europa: l’incontro, di portata storica mondiale, fra la fede biblica e la ricerca filosofica greca, “con la successiva aggiunta dell’eredità romana”. Così, per Herder, la moderna ragione scientifica e critica, se esamina veramente sé stessa in modo scientifico e critico, sarà costretta a riconoscere che non avrebbe mai potuto nascere se non fosse per la “provvidenziale” o magari semplicemente fortuita convergenza di queste tre grandi tradizioni. La ragione moderna è un fenomeno culturale al pari di ogni altro: non è caduta improvvisamente giù dal cielo. Non implica nessuna speciale creazione.
    Al contrario, si è evoluta esclusivamente da quella fusione di tradizioni culturali al quale diamo il nome di cristianità.
    Una critica della ragione moderna fatta dall’interno deve essere consapevole delle radici culturali e storiche che questa ragione ha nell’eredità cristiana. In particolare, deve riconoscere il proprio debito al caratteristico concetto di Dio che si è elaborato attraverso la convergenza delle tradizioni ebraiche, greche e romane. Per riconoscere questo debito, tuttavia, non c’è bisogno di credere che questo Dio esista effettivamente (fatto che non può mai essere ripetuto abbastanza).
    Per esempio, il filosofo tedesco del XIX secolo Arthur Schopenhauer era ateo; ciononostante, nella sua critica della ragione moderna ha fatto un’osservazione molto sottile, un’osservazione che lo stesso Ratzinger avrebbe potuto fare. La moderna ragione scientifica sostiene che l’universo è governato da precise leggi in tutte le sue parti; anzi, lo scopo della ragione moderna è proprio quello di scoprire queste leggi attraverso la ricerca scientifica. Tuttavia, domanda Schopenhauer, da dove nasce questo concetto di un universo governato da leggi? Nessuno scienziato potrebbe sostenere con sicurezza che la scienza ha dimostrato che l’universo è governato da leggi in tutto il suo infinito spazio o che lo sia stato o lo sarà per tutta la durata della sua esistenza. Come ha sottolineato Kant nella sua ‘Critica del Giudizio’, gli scienziati devono partire dal presupposto teorico che la natura sia razionale: è un’ipotesi necessaria per qualsiasi tipo di ricerca scientifica. Ma, ancora una volta, da dove deriva quest’ipotesi, così importante per la scienza?
    Essendo uno studioso delle religioni indiane, Schopenhauer sapeva perfettamente che non c’era nulla che potesse far apparire l’ipotesi di un cosmo razionale come particolarmente naturale o ovvia. Nell’induismo il cosmo non è razionale; viene semplicemente all’esistenza. Persino Aristotele non pensò mai, nemmeno per un momento, che l’universo fosse un tutto razionale e intelleggibile: le cose accadevano continuamente per nessuna ragione in particolare.
    Secondo Aristotele, per esempio, si generavano spontaneamente dal nulla. Per lui sarebbe stato assurdo chiedere, a proposito di un qualsiasi evento: “Che cosa lo ha causato?”. Anzi, nessuna delle famose quattro “cause” di Aristotele corrisponde al concetto di causa che sta alla base della moderna ragione scientifica. Perciò, domanda ancora Schopenhauer, da dove ha tratto la scienza europea questo specifico modello dell’universo, inteso come un tutto governato dalle medesime leggi, fino all’ultimo microbo e alla più piccola particella subatomica?
    La risposta, secondo Schopenhauer, era questa: la moderna ragione scientifica derivava il proprio modello dell’universo dal concetto cristiano di Dio, inteso quale creatore razionale che aveva creato l’universo ex nihilo progettandolo in tutti i suoi dettagli. E’ stato questo mito cristiano di Dio a permettere agli europei di credere che l’universo fosse un cosmo razionale. Poiché erano cresciuti immaginandosi l’universo come la creazione di un’intelligenza razionale, gli europei giunsero naturalmente alla conclusione che si sarebbe potuto trovare le prove di questa intelligenza in qualsiasi direzione si cercasse – e, cosa abbastanza sorprendente, queste prove le trovarono.
    Nel suo discorso Ratzinger ha richiamato la nostra attenzione anche sui famosi versi iniziali del Vangelo di Giovanni, in cui il Dio biblico, il creatore dell’universo, è identificato con il conetto greco di logos, che significa allo stesso tempo “parola, discorso” e “ragione” – “una ragione creativa e capace di comunicare con se stessa, proprio in quanto ragione”. Sebbene Ratzinger non la menzioni espressamente, anche la tradizione romana ha un ruolo importante in questo nuovo e rivoluzionario concetto di Dio: infatti il Dio cristiano, proprio come ogni buon imperatore romano, è un appassionato amante dell’ordine, della legge e della gerarchia. Questo Dio non si limita a creare l’universo per mezzo della ragione, ma lo sottopone anche a leggi precise, stabilisce un ordine in ogni sua parte e costituisce delle gerarchie che ci permettono di comprenderlo: il nostro gatto appartiene alla specie dei gatti; la specie dei gatti appartiene all’ordine dei mammiferi; a loro volta, tutti i mammiferi sono animali, e questi sono forme di vita. Quale legione romana ha mai avuto un’organizzazione migliore di questa?
    Per Schopenhauer, che era ateo, il Creatore intelligente e razionale adorato dai cristiani era una costruzione immaginaria, al pari di tutti gli altri dèi. Per Joseph Ratzinger, in quanto fedele cristiano, questa costruzione immaginaria è invece un’approssimazione alla realtà di Dio; ma per Joseph Ratzinger, il pensatore critico, non c’è alcuna necessità di fare quest’affermazione di fede. Per offrire la sua “critica dall’interno della ragione moderna”, gli è sufficiente sottolineare quanto questa costruzione immaginaria di Dio sia radicalmente diversa non solo dalle costruzioni immaginarie di altre religioni ma anche da quelle che hanno concepito molti pensatori che rientrano a pieno titolo all’interno della tradizione cristiana.
    Per esempio, Ratzinger osserva come all’interno della stessa tradizione scolastica siano emersi pensatori come Duns Scoto, la cui costruzione immaginaria di Dio ha frantumato “la sintesi tra lo spirito greco e quello cristiano”. Per Scoto era del tutto ammissibile che Dio “avrebbe potuto fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto in realtà”. Se Dio avesse voluto creare un universo senza armonia e senza ragione, un universo assolutamente incomprensibile all’intelligenza umana, avrebbe potuto farlo benissimo. Se avesse deciso di emanare comandamenti che imponevano agli uomini di sacrificare i propri figli, uccidere i propri vicini o saccheggiarne le proprietà, l’umanità sarebbe stata obbligata a ubbidire a questi comandamenti e gli esseri umani non avrebbero posseduto alcuna “ragione” per mezzo della quale metterli in dubbio o addirittura rifiutarli. Per Scoto e per tutti i suoi sostenitori, la sola e definitiva ragione che sta dietro l’universo è il libero e illimitabile arbitrio di Dio. Ma, domanda Ratzinger, una simile concezione di Dio non conduce inevitabilmente alla “immagine di un Dio capriccioso, in alcun modo vincolato alla verità e alla bontà?”. La risposta è: sì.
    Cartesio, nel “Discorso sul metodo”, affronta proprio questo problema quando prende in considerazione l’inquietante possibilità che l’universo possa essere stato effettivamente creato da un Dio capriccioso di questo genere, da un demone malvagio, che si compiace di ingannarci maliziosamente sulla natura della realtà. Anzi, Cartesio, per molti versi il padre della ragione moderna, riconobbe che prima di poter dirsi certa di qualsiasi cosa, la ragione moderna doveva convincersi che il Dio creatore dell’universo non era il Dio capriccioso di Scoto, ma un Dio il quale voleva che l’uomo fosse in grado di raggiungere una vera conoscenza dell’universo per mezzo della ragione e dei sensi che gli aveva donato. Questo concetto di Dio fu condiviso da tutti i più grandi pensatori che contribuirono in modo decisivo allo sviluppo della ragione moderna, Newton e Leibniz compresi. Tutti hanno creduto che l’universo fosse stato organizzato in modo da avere senso per noi: per trovare la verità, bisognava soltanto cercarla con impegno e diligenza. Strettamente connesso al concetto di Dio come Creatore razionale che ha inteso darci i mezzi per comprendere la ragione che sta a fondamento dell’universo è il concetto di un Dio che si comporta in modo ragionevole nei nostri confronti. Questo Dio non si compiace nel vederci prostrati davanti a Lui, né ci richiede di adorarlo
    “tremando pieni di paura”. Al contrario, è un Dio che da noi preferisce la reverenza e la gratitudine. E’ un mentore, proprio come Socrate.
    Ratzinger sottolinea che la missione di Socrate fu quella di sfidare e criticare i miti sugli dèi greci dominanti a quel tempo. Questi dèi si comportavano non soltanto in modo capriccioso, ma spesso anche malvagio e crudele. I famosi versi del Re Lear riassumono perfettamente questa concezione degli dèi: “Per gli dèi noi siamo quello che sono le mosche per i monelli: ci uccidono per passatempo”. Ma, domanda Socrate, dèi di questo genere si meritano di essere adorati da uomini ragionevoli, da uomini liberi? Certo, possiamo provare un assoluto terrore di fronte a loro; ma dovremmo mostrare venerazione nei loro confronti per il semplice fatto che hanno il potere di danneggiarci? Nell’Eutifrone, Socrate cita un poeta greco, Stasino, il quale, parlando di Zeus, diceva: “Dove sta la paura, là si trova anche la venerazione”, ma al solo scopo di dissentire con la sua concezione di Dio.
    “Non credo che laddove sta la paura stia anche la venerazione; infatti, molti di coloro che temono le malattie e la povertà e altre cose di questo genere mi sembra che abbiano effettivamente paura di queste cose ma non certo che le venerino”. Per Socrate era ovvio che il bene non equivaleva a tutto ciò che Dio scegliesse capricciosamente di fare; il bene era ciò che Dio era obbligato a fare dalla sua stessa natura. Socrate sarebbe stato d’accordo con le già citate parole dell’imperatore bizantino:
    “A Dio non è gradito il sangue, e agire irrazionalmente è cosa contraria alla natura di Dio”.
    Supponiamo che qualcuno avesse fatto a Socrate la seguente domanda:“Adoriamo tutti lo stesso Dio? Prendiamo ad esempio te, Socrate: adori lo stesso Zeus che adora Stasino? Oppure adorate due dèi diversi? Certo, potete usare lo stesso nome, Zeus. Ma Stasino ha paura di Zeus, mentre tu continui a ripetere, a chi ha la pazienza di ascoltarti, ‘Cosa posso dire per convincerti che gli dèi ci amano e si preoccupano di noi?’. Nel qual caso, com’è possibile che tu e Stasino adoriate lo stesso Dio?”.
    Si può perdonare l’imperatore Manuele II Paleologo per avere riflettuto sulle medesime questioni nella sua conversazione con l’erudito persiano. Come può un Dio che comanda la convesione con la spada essere lo stesso Dio dell’imperatore – un Dio che vuole convertire gli uomini soltanto con la parola e la ragione? Se Allah si compiace ad accogliere convertiti che temono per la loro vita, con una spada che gli incombe sopra il collo, sarà certamente un Dio di cui avere paura ma non un Dio che si meriti la venerazione. Può rappresentare una costruzione immaginaria di Dio adatta a degli schiavi, ma non sarà mai un’immagine di Dio degna di essere adorata da un Socrate o da qualsiasi uomo dotato di ragione.
    Il New York Times ha espresso la propria costernazione per il fatto che il Papa Benedetto XVI, con la semplice citazione delle parole dell’imperatore bizantino, ha in questo modo tradito la tradizione ecumenica di Giovanni Paolo II, il quale aveva ribadito con decisione che tutti noi, cristiani e musulmani compresi, adoriamo lo stesso Dio. In molti si sono uniti alle critiche del Times sul discorso di Regensburg. Joseph Ratzinger, nella sua qualità di pontefice, si è scusato del fatto di poter avere offeso i musulmani. Probabilmente, essendo il Papa, ha fatto bene a scusarsi.
    Ma Joseph Ratzinger, l’uomo di ragione, il pensatore critico, non deve fornire nessuna scusa.
    Ha espresso il suo pensiero e ha sfidato i suoi ascoltatori e il mondo intero a riflettere su questioni che hanno profondamente interessato gli uomini fin dal tempo della filosofia greca.
    Ha lanciato un’enorme sfida alla ragione moderna e al mondo moderno.
    E’ davvero una questione di scelta soggettiva se gli uomini seguono una religione che rispetta la ragione umana e si rifiuta di ricorrere alla violenza per fare nuovi convertiti? Persino l’ateo più convinto può davvero rimanere indifferente di fronte agli dèi immaginari che gli altri membri della sua comunità continuano ad adorare? Se la ragione moderna non è in grado di persuadere gli uomini a difendere la propria comunità di ragione contro l’esplosione di “inquietanti patologie della religione e della ragione”, che cosa allora può essere in grado di convincerli?
    Gli esseri umani continueranno ad avere i propri dèi – e la ragione moderna non può fare nulla per impedirlo.
    Anzi, la ragione moderna ha prodotto il proprio ersatz Gott – un universo cieco e capriccioso dentro il quale l’uomo si è ritrovato inspiegabilmente inserito. E’ un universo in cui tutta la libertà umana è un’illusione, perché tutto ciò che facciamo o pensiamo è stato determinato nel momento del Big Bang. E’ un universo nel quale non esiste alcuna mente, ma soltanto materia.
    Ma senza una mente, come può esserci la ragione?
    Senza il libero arbitrio, come può darsi la possibilità di fare scelte razionali?
    Senza la possibilità di scelte razionali, come potrebbero esistere uomini ragionevoli?
    E senza questi ultimi, come potrebbero esistere comunità nelle quali la dignità umana viene difesa dall’umiliazione della violenza e della forza bruta?
    Socrate ha sacrificato la sua vita per convincere gli uomini che non era la forza bruta ad avere l’ultima parola nell’esistenza umana. C’era un giudice più alto: la ragione.
    Prima di abbandonare definitivamente la terra, Socrate passò le sue ultime ore di vita discutendo con i suoi amici sulla immortalità dell’anima umana.
    Vicino a Socrate c’era un giovane ragazzo di nome Fedone – menzionato anche da Ratzinger nel suo discorso. Socrate aveva incontrato Fedone nella piazza del mercato di Atene, dove stava per essere venduto come schiavo. Angosciato per il destino che avrebbe dovuto subire questo affascinante e intelligente ragazzo, Socrate chiese aiuto ai suoi amici ricchi e raccolse abbastanza denaro per comprare il ragazzo, al quale diede immediatamente la libertà.
    La liberazione di Fedone fu il simbolo della missione terrena di Socrate.
    Socrate odiava anche solo l’idea della schiavitù – della schiavitù di altri uomini, ma anche della schiavitù di semplici opinioni, la schiavitù della paura, la schiavitù dei desideri più bassi, e la schiavitù delle nostre più sfrenate ambizioni.
    Credeva che la ragione potesse liberare l’uomo da tutte le forme di schiavitù che caratterizzavano la condizione umana. Socrate avrebbe protestato appassionatamente contro l’idea di un Dio che si compiace di conversioni fatte con la violenza, o di sentire i suoi adoratori definirsi orgogliosamente suoi schiavi.
    Avrebbe combattuto con tutte le sue forze contro chi insegnasse che l’universo è indifferente, che la libertà è un’illusione e che la nostra mente è un fantasma.
    Alla fine, probabilmente, Socrate non avrebbe visto nessuna differenza tra chi si china tremante davanti a un Dio irrazionale e chi si sottomette a un universo completamente indifferente.
    Nel suo commovente ed eroico discorso, Joseph Ratzinger ha scelto di recitare la parte di Socrate: non ha voluto darci risposte dogmatiche ma stuzzicarci con domande stimolanti.
    Dobbiamo abbandonare l’alta e nobile concezione della ragione in nome della quale Socrate ha sacrificato la propria vita?
    Dobbiamo illuderci che la ragione possa sopravvivere senza l’aiuto del coraggio e del carattere? Dobbiamo accontentarci di una vita che rifiutiamo di indagare a fondo, perché una tale indagine ci impone di porre questioni alle quali la scienza non è in grado di dare una risposta definitiva?
    Il destino della ragione sarà determinato dal modo in cui l’occidente moderno risponderà a queste domande.
    L’umanità esisteva ormai da milioni e milioni di anni quando i greci hanno scoperto la ragione; potrebbe benissimo viverne altri milioni e milioni dopo che ogni ricordo di questa scoperta sarà sparito. Gli uomini continueranno a vivere e morire, i figli continueranno a nascere e il ciclo della vita proseguirà.
    Ma chi mai, in un mondo derubato della ragione, potrebbe sperare di vivere una vita degna di essere vissuta?

    Lee Harris su il Foglio del 21 sett. 2006

    saluti

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    Predefinito Due righe su Lee Harris

    Il democrat che il 12/9 ha scoperto il suicidio della ragione

    Lee Harris fa parte della crema dei saggisti che si sono svegliati la mattina dell’11 settembre.
    I migliori, che non hanno smesso di veder salire fumo dalle macerie delle Torri.
    A Lee Harris dobbiamo l’introduzione del termine “nemico” nel dibattito sul terrorismo islamista, colui che “vede un mondo diverso da quello che vediamo noi, e nel mondo che lui vede noi siamo i suoi nemici.
    Per noi è difficile capire tutto questo, ma dobbiamo farlo se vogliamo comprendere che cosa significa il concetto di ‘nemico’”.
    Agostiniano amante di Montaigne, Maimonide, Leibniz e Platone, Harris è un grande critico della cultura. Vive appartato ad Atlanta con la famiglia e scrive per varie riviste e quotidiani americani, da National Review al Wall Street Journal. Sua nonna era una devota battista, la madre un’atea indefessa che in chiesa entrava solo per il gusto di cantare.
    Per questo, ci spiega Harris, “non potrei immaginarmi mai dentro un think tank, ma sarei felice di prendere parte a un re-think tank”.
    Il suo rapporto con il Foglio inizia un anno fa con un’intervista sul “disegno intelligente”.
    In quell’occasione ci disse che “è proprio perché siamo primati, e resteremo sempre primati, che le religioni rivelate sono state la condizione necessaria per uscire dallo stato di natura”.
    Ai libri Harris è arrivato tardi:
    “Ero destinato alla fine della curva Bell. Negli anni Cinquanta pochi sapevano cosa fosse la dislessia”. E’ sempre stato un grande lettore della Bibbia, “la storia di Adamo ed Eva che mia nonna mi raccontava contiene una verità profonda che può illuminare ancora le nostre vite. Sto con l’occidente che ha prodotto uomini come Socrate e William Eikenberry”, suo mentore e maestro. Un anno fa il saggio su Policy Review contro il relativismo biologico che “esperimenta sui vivi” e sull’“estetica della frivolezza etica” che “collassa in un oscurantismo reazionario”.
    “Il mio primo libro, ‘Civilization and its enemies’, era un tentativo di dimostrare ai liberal che niente può assicurare la sopravvivenza di fronte alla minaccia posta dall’islam radicale”.
    Per Harris quello che chiamiamo fanatismo islamista è “un elemento essenziale della loro fede e questa è una delle ragioni per cui l’islam è ancora una religione viva in un mondo in cui le altre sono moribonde. Stiamo assistendo a una civiltà che capitola e a un’altra che continua a credere, e a credere fanaticamente, nella sua missione. E’ pericoloso non insegnare ai nostri figli la differenza fra i serpenti che uccidono e quelli inoffensivi. Se non diciamo loro questa semplice verità, falliremo nel primo dovere di ogni civiltà”.
    Clintoniano dal 1992, si è scoperto bushiano il 12 settembre 2001: “Come la Fallaci, penso che Bush sia un uomo onorevole”.
    Un suo nuovo libro, previsto per il 2007, si intitolerà “The suicide of Reason”. “L’occidente ha la volontà di sopravvivere a questa guerra con il fanatismo islamista e di riconoscere ciò che è in ballo. Il discorso di Regensburg di Benedetto XVI è uno dei pochi ad aver penetrato il problema.
    Ammiro la sua apertura all’indagine su ragione e fede, siamo eredi dei filosofi greci e dei profeti ebrei. Questa eredità deve essere difesa quando è sotto attacco.
    Ratzinger mi ricorda le parole di Lutero, quelle che incarnano da sempre lo spirito del pensatore come eroe: ‘Qui sto, non posso fare altrimenti’.
    L’occidente dovrebbe far sue queste parole in difesa di Papa Benedetto XVI:
    ‘Qui stiamo, non possiamo fare altrimenti’”.

    Giulio Meotti su il Foglio

    saluti

  7. #47
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    Predefinito Benedetto XVI si spiega ma non si piega

    In una piazza San Pietro più gremita del solito Benedetto XVI ha risposto alle polemiche che sono state costruite nei paesi islamici sul suo discorso di Regensburg, come sempre con pacata ragionevolezza e con assoluta fermezza.
    Ha spiegato per l’ennesima volta che la sua citazione di Manuele II Paleologo, largamente strumentalizzata e fraintesa, non esprime il suo pensiero personale, ma che gli serviva a chiarire la “drammaticità e l’attualità” del confronto, con le altre religioni come con lo spirito razionalista moderno.
    Ha ribadito il punto fondamentale, la fede si coniuga con la ragione, non con la violenza, offrendo e chiedendo una disponibilità all’autocritica.
    La campagna orchestrata dai settori estremisti e fondamentalisti dell’islam, alla quale i “moderati” non hanno voluto o saputo opporsi, si scontra con la fermezza del Papa.
    Le sue ragioni sono state comprese anche da esponenti del laicismo più acceso, a cominciare dal premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, che ha espresso in Senato “sostegno e comprensione” per le posizioni del pontefice. Perfino il presidente iraniano ha manifestato rispetto, forse consapevole, dopo il suo viaggio a Caracas, che è impossibile realizzare il suo disegno di alleanza antiamericana con i populisti dell’America Latina su posizioni di aperta polemica con il mondo cattolico.
    Anche in Italia negli ambienti laici si è cominciato a riconoscere, come fa Mario Pirani su Repubblica che sono gli islamisti che puntano a suscitare
    “diffusi movimenti di massa con qualsiasi pretesto, dalle vignette di un giornale danese al discorso del Papa”.
    Resta il silenzio, o le mezze parole tardive, del governo italiano, meno solidale addirittura di quello spagnolo, e il tentativo, per la verità più presente in certi ambienti cattolici che tra i laici, a derubricare il rilievo della posizione espressa dal Papa.
    Pietro Scoppola, che parla di “un discorso che non ha nulla di una pronuncia del magistero” ne è l’esempio più evidente e persino imbarazzante per la sua scoperta e maliziosa strumentalità.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  8. #48
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    Predefinito Khamenei, Qaradawi, al Qaida guidano la rabbia....

    ....della umma

    Roma. Le parole di Benedetto XVI pronunciate domenica all’Angelus non placano le proteste dei fondamentalisti musulmani che pretendono scuse, chiedono l’umiliazione formale del Pontefice e non si dimostrano interessati a confrontarsi nel merito della lectio magistralis di Ratisbona.
    Il più importante ideologo dei Fratelli musulmani, Yusuf al Qaradawi, è netto: “Accusare i musulmani di non avere compreso le sue parole non è un vero modo di scusarsi. Le vere scuse si avranno solo quando ritirerà quelle parole”.
    Al Qaradawi esercita un enorme influenza nel mondo musulmano perché ogni domenica, nella trasmissione “La legge islamica e la vita” su al Jazeera, risponde in diretta a quesiti legali e morali posti dagli ascoltatori. La sua proposta di manifestare “in modo pacifico per mostrare la propria rabbia senza usare violenza” il prossimo venerdì – per la giornata di “collera pacifica” – avrà quindi molto seguito, così come la sua minaccia di “sospendere il dialogo interreligioso” di cui è stato uno dei protagonisti, tanto che era presente alla “preghiera di Assisi nel 2001”.
    La grande umma si mobilita. La guida della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, sostiene che le parole del Pontefice sono “un anello della catena del complotto israelo-statunitense per alimentare lo scontro tra religioni” e accusa Benedetto XVI di fare parte “della cospirazione dei crociati”. Khamenei richiama alla lotta contro il Grande Satana, L’America.
    Tutte le università coraniche iraniane, a partire da quella di Qom, non hanno tenuto le lezioni per protesta contro il Papa e nel sud sciita dell’Iraq, a Bassora, sono state bruciate immagini di Joseph Ratzinger. In Kashmir uno sciopero contro il Pontefice ha paralizzato e infuocato alcune città.
    Piena consonanza con le parole di Khamenei è arrivata da parte di al Qaida, che lancia su Internet un suo proclama:
    “Servi della croce, aspettatevi la sconfitta, i musulmani conquisteranno Roma come hanno conquistato Costantinopoli. Continueremo il jihad. Il Papa si muove nell’orbita di Bush e le sue parole sono parte della sua crociata”.
    Replicando lo schieramento che promosse, a febbraio, l’ondata di violenze contro le vignette su Maometto, anche i Fratelli musulmani dicono di non essere soddisfatti dalla precisazione pontificia. Il loro numero due, Mohamed Habib, ha parlato su al Jazeera, consueto megafono delle posizioni più intolleranti: “Vogliamo parole chiare e sincere, del tipo: mi scuso per tutto quello che ho detto sull’islam che è una religione divina basata sulla tolleranza, la pace e la coesistenza, il diritto e la giustizia, e che ammetta di avere detto cose sbagliate contro l’islam”. Polemiche anche da parte del Gran Muftì dell’Arabia Saudita, Abdelaziz al Sheikh: “La guerra santa è un diritto divino. Allah ha autorizzato i fedeli a combattere contro coloro che li combattevano, quindi è un diritto legittimato da Allah”. L’“offesa” dunque non è tanto nelle parole di Manuele iI Paleologo citate da Benedetto XVI, ma nella condanna pontificia della “conversione tramite la violenza, quale fatto irragionevole”, conversione violenta che è appunto una delle componenti intrinseche del jihad storico e contemporaneo.
    Contraddittorie le reazioni al discorso dell’Angelus delle varie componenti del governo turco: il ministro degli Affari religiosi, Mehemet Aydin, lo stronca con un “o si chiede scusa in modo efficace o non lo si fa affatto”, il ministro degli Esteri, Abdullah Gül, attento alle trattative per l’ingresso nell’Ue, smorza la polemica e auspica che il viaggio papale in Turchia si svolga regolarmente.

    A Rabat ucciso un diplomatico italiano
    In Marocco ieri sono stati uccisi – secondo le fonti ufficiali in seguito a una rapina – un diplomatico italiano dell’Ue, Alessandro Missir di Lusignano, e la moglie.
    Il re Mohammed VI, che aveva richiamato l’ambasciatore della Santa Sede, ha inviato un messaggio più conciliante, in cui entra nel merito del ragionamento papale, sostenendo che “l’islam onora la ragione e pratica la tolleranza”.
    Da Bruxelles Johannes Leitenberger, portavoce del presidente della Commissione, Manuel Barroso, ha definito “inaccettabili” le “reazioni sproporzionate e contrarie alla libertà di espressione”.

    saluti

 

 
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