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Discussione: Oriana

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Oriana

    " Un Papa che vede più lontano di tanti politici e teologi

    di ORIANA FALLACI


    Il terrorismo islamico è soltanto un volto, un aspetto, della strategia adottata fin dai tempi di Khomeini per attuare la globale offensiva chiamata "Revival dell'Islam". Risveglio dell'Islam. Un risveglio che ancora una volta mira a cancellare l'Occidente, la sua cultura, i suoi principii, i suoi valori. La sua libertà e la sua democrazia. Il suo Cristianesimo e il suo Laicismo. (Sissignori, anche il laicismo. Forse, soprattutto il laicismo. Ma non l'avete ancora capito che il laicismo non può coabitare con la teocrazia?!?). Be': Papa Ratzinger, pardon, Benedetto XVI, lo sa meglio di me. Il guaio è che si trova in una situazione difficilissima. Difficile da un punto di vista teologico e filosofico. Difficile da un punto di vista politico e umano. Il fatto di stare a capo d'una Chiesa che basa il suo credo sull'amore e sul perdono, anzitutto. Che in termini ecumenici predica "ama- il-prossimo-tuo, quindipure-il-nemico-tuocome te stesso". Poi il fatto di governare un'immensa comunità che, nei riguardi dell'Islam, anche nei suoi ranghi gerarchici è divisa cioè arroccata su opposte posizioni. (...) Pensi ai preti che sull'altare della loro chiesa permettono agli imam di celebrare il matrimonio misto e berciare Allah-akbar, Allah-akbar. E infine il fatto d'essere l'immediato successore d'un Papa, Papa Wojtyla, che a parlare di Dialogo è stato il primo. Che con il comunismo e l'Unione Sovietica usava il pugno di ferro ma con l'Islam usava il guanto di velluto. Che gli imam li invitava ad Assisi. Che l'ex-terrorista e magnate di terroristi Yasser Arafat lo riceveva in Vaticano. E che contro Bin Laden non tuonava mai in modo diretto. (...) Eppure io ho fiducia in Ratzinger, in Benedetto XVI. È troppo intelligente per non rendersi conto che il Risveglio dell'Islam s'è ingigantito come all'epoca dell'Impero Ottomano, e che col suo fondamentalismo ha assunto i contorni d'un nuovo nazismo. Che dialogare o illudersi di poter dialogare con un nuovo nazismo equivale a commettere lo stesso errore che l'Inghilterra di Chamberlain e la Francia di Daladier commisero nel 1938. Cioè quando, illudendosi di poter trattare con Hitler, Francia e Inghilterra firmarono il Patto di Monaco e un anno dopo si ritrovarono con la Polonia invasa dai nazisti. È un uomo davvero raziocinante, Benedetto XVI. Guardi come affronta, lui, l'irresolubile problema di conciliare la fede con la ragione. Capisce benissimo che nei riguardi dell'Islam il laicismo ha perso il treno! Che i laici a parole ma non a fatti sono mancati all'appuntamento loro offerto dalla Storia. Che soprattutto a Sinistra si sono messi dalla parte del nemico. Un nemico deciso ad estendere la sua ideologia teocratica all'intero pianeta. Altrettanto bene capisce che, mancando all'appuntamento loro offerto dalla Storia, quei laici hanno aperto una voragine. Hanno creato un vuoto da riempire. Non a caso penso che prima o poi, (meglio prima che poi), lui lo riempirà. Il suo volto è buono, il suo sorriso è mite, ma i suoi occhi sono molto fermi. Molto risoluti. Questo non significa aizzare Crociate, guerre di religione: l'accusa che mi rivolgono gli imbecilli in malafede. Non significa vendersi al Vaticano, tradire il laicismo. (Il mio laicismo, padre Andrzej, è a prova di bomba. Non di convenienza). Non significa insomma mettersi al servizio d'un Papa, invitarlo a sostenere il ruolo di Giovanni Sobieski che ai suoi soldati urla "Combattete per la Vergine di Czestochowa". Non significa chiedergli di indossare l'armatura cara ai suoi predecessori rinascimentali, di sguainare la spada, tagliare la testa di chi la taglia a noi. E tanto meno significa spingere all'orrore dei pogrom. Significa ricordare all'intransigenza della fede che l'autodifesa è una legittima difesa. Non un peccato. Significa sostenere che, quando è necessario, anche un sant'uomo può fare la voce grossa. Comportarsi come Gesù Cristo che al Tempio perde la pazienza e rovescia le bancarelle dei mercanti, magari gli tira anche un bel pugno sul naso. E per me significa scegliere bene il proprio alleato. Per me atea-cristiana (devota no ma cristiana sì) il Cristianesimo non è soltanto una filosofia di prima qualità, un pensiero al quale ispirarmi, una radice dalla quale non posso e non devo e non voglio prescindere. È anche un alleato. Un compagnon de route. Di conseguenza, lo è pure chi lo interpreta ai massimi livelli. Cioè chi lo rappresenta. Sa, nel mio caso non si tratta di mischiare il sacro con il profano, il diavolo con l'acqua santa. Si tratta di esercitare la razionalità. L'autodifesa che è legittima difesa, e la razionalità. (Brano tratto dall'intervista concessa da Oriana Fallaci a Padre Andrzej Majewski, caporedattore della televisione pubblica polacca, e pubblicata da Libero il 14 agosto 2005). "

    Shalom

  2. #2
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    " La battaglia contro gli arabi: ci stanno invadendo

    di ORIANA FALLACI


    "Per incominciare, i mussulmani immigrati non sono affatto europei. Non possono essere considerati europei. O non più di quanto noi potremmo essere considerati islamici se vivessimo in Marocco o in Arabia Saudita o in Pakistan beneficiando della residenza o della cittadinanza. La cittadinanza non ha niente a che fare con la nazionalità, e ci vuol altro che un pezzo di carta su cui è scritto cittadino inglese o francese o tedesco o spagnolo o italiano o polacco per renderci inglesi o francesi o tedeschi o spagnoli o italiani o polacchi. Cioè parte integrante di una storia e di una cultura. Secondo me, anche quelli con la cittadinanza sono ospiti e basta. O meglio: invasori privilegiati. Poi una cosa è espellere gli allievi terroristi o gli aspiranti terroristi, i clandestini, i vagabondi che vivono rubando o spacciando droga o, meglio ancora, gli imam che predicando la Guerra Santa incitano i loro fedeli a massacrarci. E una cosa è cacciare indiscriminatamente una intera comunità religiosa. L'esilio è una pena che già nell'Ottocento l'Europa applicava con le molle, e solo per qualche individuo. Ai nostri tempi si applica soltanto per i re e le famiglie reali che hanno perso la partita. In parole diverse, non si addice più alla nostra civiltà. Alla nostra etica, alla nostra cultura. E l'idea di trasformarci paradossalmente da vittime in tiranni, da perseguitati in persecutori, è per me inconcepibile. Mi fa pensare ai trecentomila ebrei che nel 1492 vennero cacciati dalla Spagna, ai pogrom di cui gli ebrei sono stati vittime nell'intero corso della loro storia. Naturalmente, se volessero andarsene di loro spontanea volontà, non piangerei. Anzi, accenderei un cero alla Madonna. Nel saggio pubblicato giorni fa dal Corriere della Sera, "Il nemico che trattiamo da amico", addirittura glielo suggerisco. «Se siamo così brutti, così cattivi, così spregevoli e peccaminosi» gli dico «se ci odiate e ci disprezzate tanto, perché non ve ne tornate a casa vostra?». Il fatto è che se ne guardano bene. Non ci pensano nemmeno. Ed anche se ci pensassero, come attuerebbero una cosa simile? Attraverso un esodo uguale a quello con cui Mosè portò via gli ebrei dall'Egitto e attraversò il Mar Rosso? Sono troppi, ormai. Calcolando solo quelli che stanno nell'Unione Europea, sostengono i dati più recenti, circa venticinque milioni. Calcolando anche quelli che stanno nei paesi fuori dell'Unione Europea e nell'ex Unione Sovietica, circa sessanta milioni. Questa è la loro Terra Promessa, mi spiego? Rispetto, tolleranza. Assistenza pubblica, libertà a iosa. Sindacati, prosciutto, il deprecato prosciutto, vino e birra, il deprecato vino e la deprecata birra. Blue jeans, licenza di esercitare in ogni senso prepotenze che qui non vengono né punite né rintuzzate né rimproverate. (Inclusa la licenza di buttare i crocifissi dalle finestre). Protettori cioè collaborazionisti sempre pronti a difenderli sui giornali e a impedirne l'espulsione nei tribunali. È troppo tardi ormai per chiedergli di tornare a casa loro. Avremmo dovuto, avreste dovuto, chiederglielo venti anni fa. Cioè quando già dicevo: «Ma non lo capite che questa è un'invasione ben calcolata, che se non li fermiamo subito non ce ne libereremo mai più?». In nome della pietà e del pluriculturalismo, della civiltà e del modernismo, ma in realtà grazie ai cinici accordi euro-arabi di cui parlo nel mio libro La Forza della Ragione, invece, li abbiamo lasciati entrare. Peggio: avendo scoperto che non ci piaceva più fare i proletari, cogliere i pomodori, sgobbare nelle fabbriche, pulire le nostre case e le nostre scarpe, li abbiamo chiamati. «Venite, cari, venite, ché abbiamo tanto bisogno di voi». E loro sono venuti. A centinaia, a migliaia per volta. Uomini robusti e sbarbati, donne incinte, bambini. Sempre seguiti dai genitori, dai nonni, dai fratelli, dalle sorelle, dai cugini, dalle cognate, continuano a venire e pazienza se anziché persone ansiose di rifarsi una vita lavorando ci ritroviamo spesso vagabondi. Venditori ambulanti di inutilità, spacciatori di droga e futuri terroristi. O terroristi già addestrati e da addestrare. Pazienza se fin dal momento in cui sbarcano ci costano un mucchio di soldi. Vitto e alloggio. Scuole e ospedali. Sussidio mensile. Pazienza se ci riempiono di moschee. Pazienza se si impadroniscono di interi quartieri anzi di intere città. Pazienza se invece di mostrare un po' di gratitudine e un po' di lealtà pretendono addirittura il voto che in barba alla Costituzione le Giunte di Sinistra gli regalano a loro piacimento. Pazienza se, per proteggere la Libertà, a causa loro dobbiamo rinunciare ad alcune libertà. Pazienza se l'Europa diventa anzi è diventata l'Eurabia. (Brano tratto dall'intervista concessa da Oriana Fallaci a Padre Andrzej Majewski, caporedattore della televisione pubblica polacca Telewizja Polska. L'intervista segue di pochi giorni gli attentati kamikaze di Londra del 7 luglio 2005. È stata pubblicata da Libero il 14 agosto 2005). "

    Shalom

  3. #3
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    "«La morte? La conosco bene e la odio»

    Così Oriana parlava della fine: la detesto più di tutto e verso chi ne ha il culto provo disprezzo


    In molte opere Oriana Fallaci affronta il tema della propria morte. Mai, però, in modo così diretto come in "Oriana Fallaci intervista se stessa" (Rizzoli Internationals, 2004) di cui proponiamo, in questa pagina, uno stralcio. Nel primo brano la giornalista racconta la sua abitudine al dolore e alla scomparsa dei propri cari. Nel secondo affronta la propria fine, sentita ormai come imminente. Il terzo brano è estratto da un'intervista rilasciata dalla Fallaci nel 2003 al quotidiano Usa New York Times. La scrittrice ipotizza di essersi ammalata in Iraq, nel corso della prima Guerra del Golfo, a causa del fumo proveniente dai pozzi di petrolio bruciati in Kuwait da Saddam Hussein . In un'altra intervista, rilasciata nel 1991 al giornale olandese "De Telegraaf", la Fallaci diceva: «Amerei la vita anche se fossi in un lager. Poiché è comunque meglio del nulla». L'abitudine al dolore Le fa paura la morte? «Non è una domanda brutale, non è una domanda difficile. Io l'ho posta tante volte agli altri. Per esempio ad Hailé Selassié, l'imperatore d'Etiopia, quando lo intervistai nella sua reggia di Addis Abeba. Povero Hailé Selassié. Era vecchissimo ormai e s'arrabbiò come una belva. "Quelle mort, che morte, quelle mort?" strillava. A udirlo strillare i suoi cagnolini, tre chihuahua che teneva sulle ginocchia, mi saltarono addosso e al fotografo morsero addirittura un polpaccio. Poi, urlando "Partez-fuori-partez", Sua Maestà ci cacciò via. Ci fece scaraventare dalle guardie nel parco attiguo alla sala del trono, e Gesù. C'era un leone, nel parco. Il leone più grosso che avessi mai visto. E ruggiva. Be', lo scoprimmo l'indomani che era un leone mansueto. Che passava le giornate a nutrirsi di bistecche, che la gente non la mangiava mai. In quel momento non lo sapevamo e tremavamo come foglie al vento. "Ora che si fa, dove si va?" balbettava il fotografo. "Vagli incontro, prova a fargli una carezza sul muso" gli rispondevo con voce strozzata. "Vacci tu, fagliela tu la carezza sul muso" replicava lui inviperito. E a un certo punto mi spinse in avanti perché gliela facessi davvero. Allora il leone smise di ruggire, s'accucciò, sbadigliò con l'aria di borbottare siete-proprio-scemi, e piano piano raggiungemmo il cancello. Me ne andai pensando che per trattarci così Sua Maestà doveva avere una gran paura della morte. Io no. Non ce l'ho. La conosco troppo bene. La conosco fin da bambina, quando correvo sotto le bombe della Seconda guerra mondiale e scavalcavo i corpi della gente che non aveva corso abbastanza. La conosco perché l'ho frequentata troppo, ahimè. In troppi luoghi e in troppe maniere. In Messico, per esempio, quando m'accadde quel che si sa. In Vietnam, in Cambogia, in Bangladesh, in Giordania, in Libano, quando facevo il corrispondente di guerra e mi trovavo sempre in qualche combattimento o in altre situazioni terrorizzanti. Nel mio cuore, quando ammazzarono Alekos Panagulis e quando il cancro si portò via mia madre poi mio padre poi mia sorella Neèra nonché lo zio Bruno. Infine ora, grazie alla malattia e a coloro cui avermi criminalizzato anzi demonizzato non basta. Voglio dire: a forza di frequentarla, sentirmela attorno e addosso, con lei ho maturato una strana dimestichezza. E l'idea di morire non mi fa paura». Io e la mia fine Sul serio? «Sul serio. Non dico bugie. Sono troppo orgogliosa per dire bugie. Del resto, che ci sarebbe di indegno, di degradante, ad ammettere che la Morte mi spaventa come spaventava Hailé Selassié? Glielo confesso con serenità: al posto della paura io sento una specie di malinconia, una specie di dispiacere che offusca perfino il mio senso dell'umorismo. Mi dispiace morire, sì. E non dimentico mai ciò che Anna Magnani mi disse anni fa: «Oriana mia! Non è giusto morire, visto che siamo nati!». Non dimentico nemmeno che quell'ingiustizia è toccata a miliardi e miliardi di esseri umani prima che a me, che toccherà a miliardi e miliardi di esseri umani dopo di me. Però mi dispiace lo stesso. L'amo con passione, la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo molto complicato, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d'una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo un profondo disprezzo. Anche per questo ce l'ho tanto coi nostri nemici. Coi tagliatori di teste, coi kamikaze, coi loro estimatori. Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita». (Brano tratto da "Oriana Fallaci intervista se stessa", Rizzoli, 2004. © Copyright 2004 Rizzoli International Publications, Inc. New York) La malattia Sono convinta di essermi ammalata in Kuwait, quando Saddam Hussein diede fuoco ai pozzi. Ho respirato quella nuvola nera (Da un'intervista al New York Times del febbraio 2003) "

    Shalom

  4. #4
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    " Lettera a Oriana

    di VITTORIO FELTRI


    Cara Oriana, ho un po' di rimorso. Domenica scorsa, quando mi hai telefonato a Bergamo dal letto della clinica di Firenze, e ho udito la tua voce affaticata, mi sono detto: sta peggio del solito, devo andarla a trovare presto. Ci siamo messi d'accordo: vieni entro la settimana, prima che puoi. Hai avuto ragione ancora tu. Sarebbe stato necessario che mi spicciassi. Invece per un motivo o per un altro ho indugiato, indugiato troppo. Adesso sono costretto a scriverti; e lo faccio con imbarazzo, scoprendo di essere maldisposto a usare questo mezzo, le parole stampate (che non consentono di sbracare) per dirti alcune cose. Avrei preferito chiacchierare in poltrona, l'uno davanti all'altro col bicchiere di vino in mano, come l'ultima volta in casa mia, qui a due passi da Libero. Era il 29 giugno, giorno del tuo compleanno. Avevi lasciato New York da circa tre settimane. Un viaggio massacrante per una signora pelle e ossa eppure con lo stesso temperamento di quand'era ragazza. Lo avevi affrontato con grinta: non posso più rimandare la trasferta a Milano; occorre che sistemi i conti con il Corriere, ho contratti da rinnovare, diritti d'autore che non so neppure a quanto ammontino; non ritiro da secoli un soldo, vivo con poco io, non mangio nulla, guarda te come sono ridotta. Ciò che mi deprime è che son mezza cieca, anzi quasi per intero. Vorrei lavorare e non ci riesco; per buttare giù dieci righe mi ci vuole un quarto d'ora. Oriana, tu parlavi così. Cominciavi con un argomento, poi di digressione in digressione, sfiorando tutto lo scibile universale, piombavi sempre lì, in via Solferino. Quel Mieli mi fa arrabbiare. Le vicende che mi riguardano le mette sotto titoli piccini piccini. Mi nasconde perbenino. E non farmi dire di Marchetti. All'inizio l'era tanto gentile; all'improvviso non l'ho sentito più. Scomparso. Se gli telefono si fa negare. Non li capisco. Hanno i miei libri e non li sfruttano. Hanno me e mi trascurano. Penso che tu esagerassi negli sfoghi. Guai se te l'avessi detto. Se ti contraddicevo ti infiammavi, e chi ti spegneva più? Ricordo quella volta che ti riferii un discorso di Mieli. Lui mi aveva detto: la Fallaci è un fenomeno, se vai in giro per il mondo, in ogni luogo, il più remoto, e conversi con qualcuno ti accorgi che dell'Italia non sa nulla, tranne che la Fallaci è italiana, come Dante e Michelangelo. Nient'altro. Mi ascoltasti scettica, e mi interrogasti. Per davvero ha detto in questa maniera? Ti giuro, proprio così. Allora lo ha detto per sfottere: per sfottere me e te. No Oriana, era serio. Ma ma ma non essere grullo... suvvia, Vittorio. Non c'è stato verso di farti cambiare idea. Se ti fissavi su una cosa eri irremovibile. D'altronde litigare con te era rischioso. Parlavi come scrivevi, eloquio travolgente, un torrente. Il giorno che ti conobbi mi tremavano le ginocchia. Mi avevano avvertito: guarda che non è un soggettino facile. Stacci attento. Se si incazza non la fermi più. Dirigevo l'Europeo dove tu eri diventata Oriana Fallaci. Era appena uscito un tuo romanzo, Insciallah, e mi sarebbe piaciuto intervistarti. Campa cavallo. Non ti fidavi. Non ti fidavi di nessuno, figurati di me. Non so perché, frequentandomi ti sgelasti. Ci recammo insieme a Pontremoli, per il Bancarella, a Messina per un premio e rammento che a un certo punto ti scocciasti per una parola storta pronunciata da un pirlacchione emozionato davanti a te e, quindi, in stato confusionale. Non ti sei mai resa conto di intimidire la gente. Una mattina mi telefonasti: sicché la si fa o no quest'intervista? Sì che la si fa. Ti aspetto a Roma. Grand Hotel Excelsior. Domani ti raggiungo. Avevo le domande bell'e pronte. Ma fu un disastro. Non ti persuadevano. Cambiale. Come? Arrangiati, sei tu l'intervistatore. Vabbé, ma se non ti vanno, concordiamone di nuove. Sono impegnata. Domani si va a Firenze e si fa la cosa. Intanto preparati. Madonnina del Carmine quanto tribolare. Il tuo appartamento fiorentino fu riempito di fumo, una camera a gas. Mi davi una risposta, poi ti pentivi e me ne davi un'altra. Modifiche, ripensamenti. Da impazzire. Ti accorgesti che stavo scoppiando e proponesti una pausa: si mangia un boccone? Comparvero una scatola enorme di caviale iraniano, verde, e una bottiglia di champagne. O te, l'è tutto qui, altro non c'è. Ciucchi di caviale, sigarette e champagne riattaccammo col lavoro. Un lavoro infinito, massacrante. L'indomani riscrissi tutto a modo mio e ti sottoposi una dozzina di cartelle dattiloscritte. Non terminavi mai di leggere. Dieci minuti ogni cartella. Che strazio. Accavallavo e scavallavo le gambe. Allentavo il nodo della cravatta. Mi prese un'inquietudine folle. Temevo fosse tutto da rifare. Invece riordinasti i fogli picchiettandoli sul tavolo per prendere tempo e preparare il verdetto: non è un'opera d'arte però sta in piedi. Ci feci la copertina. Una foto tua stupenda in bianco e nero, il titolo in rosso. Quando uscì eri contenta. Contentissima quando ti dissi che quella settimana l'Europeo aveva stravenduto. Diventammo amici. Mi telefonavi da New York e spesso ti chiamavo io. Una notte mi domandi: che ne diresti se andassi alla guerra per raccontare la battaglia di terra in Kuwait? Ho già voglia di leggerti. Sto organizzandomi. Parto. Certo è un bel rischio. Quando si va alla guerra c'è un solo rischio, quello di morire. Il guaio è che nel deserto, in guerra, la morte sotto le bombe non è garantita; si può crepare molto lentamente, di cancro. E così è stato per te Oriana. Quella nuvola nera che scese sulla sabbia e ti avvolse. Un anno dopo fosti operata di cancro. Anch'io ebbi una botta alla salute. E non ci sentimmo più. Un paio di lustri di silenzio che tu interpretasti come un disgusto mio per il tuo tumore. E io come un segnale tuo di disapprovazione per la mia decisione di lasciare l'Europeo in favore dell'Indipendente, prima, e del Giornale più tardi. È stato Libero a farci rincontrare. Che ti andava a genio, e lo hai aiutato regalandogli - e sottolineo regalandogli - vari scritti. Cara Oriana, se siamo riusciti a superare centomila copie, lo scorso anno a ferragosto, lo dobbiamo a te, a un tuo articolo. La tua capacità di compiere miracoli editoriali è direttamente proporzionale all'odio e all'invidia che suscita. Dicono che il successo rende simpatici; nel tuo caso mica tanto. Forse perché eri donna, più montava la tua notorietà internazionale e più montava un risentimento cretino verso di te in chi non era capace di essere alla tua altezza. Non ti hanno ancora perdonato il talento e la forza di volontà, che poi erano il segreto della tua fenomenale bravura. Mi sono sempre chiesto perché avevi scelto di vivere negli Stati Uniti pur non amandoli. Tanto è vero che, arrivata alla fine, sei rientrata in Italia. Dal 2000 a domenica scorsa abbiamo conversato ogni week end. Mi ero talmente abituato ad ascoltare le tue dissertazioni sulla malattia che a un certo momento non mi impressionavano più. Roba da matti. Si discuteva mezz'ora di Islam, di terroristi, di Corano, di giornali, di letteratura e di politica, quindi bruscamente dicevi: basta, ti saluto perché devo morire io, ho sette cancri io. Poi i cancri sono aumentati: ho otto cancri io. Poi sono saliti a nove, a dieci, undici. Scusa se te lo dico, ma questo tuo modo di fare mi ha indotto a dubitare che tu fossi grave. Mi piaceva pensare che scherzassi. Non capita tutti i giorni che una ti dica: ora basta, taglio 'sta telefonata perché devo morire. Anzi, guarda: io a questa cosa qui non ci ho mai creduto finché una sera mi hai reso partecipe di un problema: volo in Italia per bisticciare con quelli del Corriere; ma non so dove andare. Come non sai dove andare? Non ho un alloggio. E in albergo non ci vo' nemmeno dipinta, non desidero che mi riconoscano e mi importunino. Mi manca poco a morire. E dagli con 'sto morire. Ascolta, Oriana. Se ti va ti offro casa mia. Io ne ho un'altra. Non era vero che ne avessi un'altra. Mi sono arrangiato in quella di amici. Quando ti facevo visita mi scappava da ridere e veniva da ridere anche a te: entravo in casa mia e mi comportavo come fosse stata tua. Mi dicevi: accomodati. Venti giorni così. Un pomeriggio ti ho accompagnata dal salumiere. Camminavi lentamente. Il respiro affannato. Ho realizzato che avevi sul serio undici cancri e che dovevi morire. Purtroppo ancora una volta hai avuto ragione. Ciao.
    "

    Shalom

  5. #5
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    "L'islam, la fede e quella sigaretta fumata col Papa

    di RENATO FARINA

    Il nostro tempo è stato segnato dalla presenza di Oriana Fallaci. Gridava come Cassandra: «Troia brucia, Troia brucia!». L'accusavano di spargere odio. Ma quanti hanno ritrovato grazie a lei l'amore per quello che aveva perso sapore, il suono delle campane, le parole udite nell'infanzia dalla propria madre, il colore del cattolicesimo uguale identico all'azzurro di certi cieli di Toscana e di Lombardia. Certo, Oriana ha urlato di odio, ma era l'odio contro le tenebre. Odiava la tirannide dell'islam che nega la nostra memoria e la nostra anima. Si scagliava con la furia della poesia perché aveva cara la culla in cui la mise sua madre, e continuava la lotta per la libertà in cui l'aveva introdotta quattordicenne papà Edoardo. Un'atea attraversata da parte a parte dalla spada cristiana. Ha cercato di levarsela sin da quando era piccola. Poi l'ha accettata, persino amata: una ferita da cui sgorgava una fontana di pensieri, passioni, proteste e amore. La sua identità personale e di popolo. L'Occidente e i diritti dell'individuo sempre per lei connessi ai doveri. Dell'Italia diceva che era cattolica o non era. Diceva proprio "cattolica". Non le bastava la definizione di cristiana per descrivere la sua cultura. Ci è capitata questa profetessa: insopportabile e magnifica. Siamo stati fortunati. Con lei era impossibile dormire, far finta di non sapere che razza di malattia mortale sia la diffusione dell'islam e la fragilità compiaciuta dei nichilisti di casa nostra. E ora che giace inerme? Hanno già agitato il turibolo intorno al cadavere, convinti che non li morda, elogiano la sua attività di giornalista, la sua coerenza, prendendo le distanze dalle sue opinioni pericolose. Una santa, onorata, incensata: morta. Morta! Che ne sarà di noi senza di lei? Raccoglieremo la sua testimonianza? Mi viene da dire: chissenefrega. Mi importa di lei, adesso. Mica solo io. Chiunque le abbia voluto bene e le debba un'ora di lettura incantata spera che quella donna non coincida con il suo corpo sbranato dal cancro. I martiri islamici se la spassano con 63 o 73 vergini, ho perso il conto, e lei incenerita? Ma no, il cristianesimo che lei ha onorato da atea, promette il centuplo quaggiù ma anche l'eternità. Lei era colpita dal «mio Ratzinger». Ho in mente il dito del cardinale bavarese, non ancora Papa, che indica una finestra sopra le nuvole. Ciao Oriana. Ci sono due grandi temi nella sua opera, scritta e vissuta. In realtà sarebbe uno solo, ed è <«a ricerca della libertà», che Oriana fa coincidere con la libertà stessa («unica parola senza sinonimi», ha scritto). È la questione del significato. Urge in tutti, ma alcuni geni sono travolti da questa passione unica. In lei ha trovato il suo punto di massima espressione dinanzi alla macchina per scrivere. Che era molto di più del buttare giù delle righe. C'era dentro qualcosa di impagabile. Nel disordine di queste ore sottosopra, conviene fissare un paio di paletti. Dio e Islam. Oriana ha avuto un nemico: il niente. Il contrario di Dio. Il problema è che non ci credeva. La morte? Al diavolo, era brutta, ma anche dolce, in fondo le pareva l'altra faccia della vita. Scrisse: «Non la capisco. Ma senza quello spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita». In teoria funziona. Tutto passa, panta rei. Ma quando ce l'hai addosso, e bussa, e come un rapace si prepara a inghiottire il nostro "io", hai un bel ragionare di flusso vitale. A lei dava fastidio l'inazione che consegue al tirare le cuoia: come si fa a combattere se si è morti? Proprio adesso doveva morire? Negli ultimi anni era angosciata dalla avanzata inesorabile del niente, e l'idea che lei non poteva più combatterci contro, sputarci addosso, tirargli un cazzotto perché banalmente cadavere, l'atterriva. Parafraso la frase di cui sopra. Hai un bel dire: la Vita si nutre della morte di Oriana. Ma senza Oriana è una vitaccia. Per me è aver perso un litro di sangue. Con lei è tutta un'altra cosa combattere contro i pavidi occidentali, Maometto col suo Allah, sinistra e destra coglione, berciatori vari. Al suo fianco erano corpuscoli infinitesimi. Potevano anche ammazzarla, ma lei se ne faceva un baffo. Noi pure, nani accanto a questo gigante di 29 chilogrammi. E adesso? Nessuno ha amato come lei la vita - ho pensato subito all'alba di ieri, svegliato da una voce addolcita per non spaventarmi troppo. Lo so. Ora lo so di più. È impossibile che la sua scintilla fantasti ca, unica, irripetibile sia stata spenta nel niente. È un'evidenza della ragione. Se fosse qui, glielo direi, anche se adesso ne ha esperienza. E non vale l'idea tibetanmarxista, alla Tiziano Terzani, che il suo io si sia dileguato nel lucente gran fiume del Tutto (che è uguale al Niente). Oriana non può accontentarsi di una simile romanticheria spiritualista. Non c'entrerebbe niente con la fibra dei suoi giorni. Essi si sono svolti nell'interpretazione perfetta della parte che Dio nella Bibbia assegna all'Uomo. «Vita hominis militia est», la vita dell'uomo è una guerra. Lo dice Jahvé a Giobbe per rianimarlo. Oriana è stata molto meno paziente di Giobbe. E ogni giornata è stata guerra, sempre. Possibile che abbia vinto la pace del cimitero sul suo fuoco interiore? In queste pagine leggerete molte cose da lei scritte. La sua pagina era la sua guerra. Trasformava in una domanda a me, a te che leggi, la realtà entrata negli occhi, che le aveva piagato i piedi scarpinando, suscitando pietà e ironia. Usava le stesse parole di tutti. Ma ci sono le scamorze anche famose che le estraggono dall'impermeabile, lei le tirava fuori dalle viscere, come bambini appena nati, come un miracolo. Ogni "io" Oriana ci ha insegnato che è un miracolo. Possibile che sia nato solo per la morte? Lei lo ripete sempre. Anzi, lo ripeteva, mi sono dimenticato che è morta. Maledizione è morta. Ma non è che ne sono tanto sicuro. Io spero. Lei che è stata l'emblema del pessimismo più nero, oggi è il segno dell'ultima speranza. Io ci credo. Ha scritto una frase terribile: «Dio, Dio perché non esisti?». Secondo me, se conosco un po' tutt'e due, Dio c'è, anche solo per contraddirla, per discuterne con lei e dimostrare che almeno una volta si è sbagliata. Lo so: direbbe che non è il dio vero, ma «il migliore degli dèi inventati dagli uomini». Una proiezione dei nostri bisogni. Quando me lo sbatté in faccia, una sera d'estate, offrendomi la bottiglia migliore di Champagne (lei era così con gli ospiti), mentre lei si cibava come un uccellino di briciole di pane, le risposi che poteva trovare qualcosa di meglio del materialismo volgare di Feuerbach. La buttai lì per fare il saputo. Avrei voluto esprimermi con la sua forza, e argomentare che lei stessa era la prova dell'esistenza di Dio. Come fa a non esistere uno che è invocato da una donna come lei? Come può essere generato dalla materia inerte, o dalla Vita impersonale un io così puro e amante della libertà? È pura logica: la materia non può generare ciò che aspira all'infinito. Sono irrazionali quanti pensano il contrario. Non è un mio argomento: l'ho ripreso pari pari dal suo Ratzinger. Ho persino provato a dirglielo, ma io sono un poveretto, mi sono ingarbugliato. Mi parlò meravigliosamente di Cristo, del fatto che ha dato la libertà al mondo, ma poi sosteneva che è stato un grande filosofo di coerenza assoluta, e però gli apostoli avevano inventato la Chiesa tradendolo. Io spiegai che non era proprio così, che era il Mistero fattosi compagnia. Mi guardò stupita. Mi disse: «Tesoro, tu sei troppo cattolico. Ma abbiamo una cosa in comune: siamo amici di Feltri, e abbiamo resistito, lui che scaccia l'amico come la peste». Naturalmente non è vero, ma abbozzai. Un giorno si mise a bestemmiare al telefono, al modo dei toscani. Io me la presi. E lei: «Dovresti esser contento. Se Lo bestemmio vuol dire che ci credo, no?». Ci teneva però a dire che era atea e cristiana. Poi ha incontrato Ratzinger. Non so che cosa si siano detti Oriana e Ratzinger - lei non riusciva a chiamarlo Benedetto o Santo Padre. L'unica cosa sicura è che Oriana, fatto inaudito, ha tirato fuori una sigaretta e ha fumato. Lì, davanti al Papa, a Castelgandolfo. Dopo quell'incontro ha acquistato una lieve luce nelle sue prose. Sempre più furibonde con l'islam, ma anche crudeli contro l'Occidente che ha rinunciato al cristianesimo e abbracciato il niente. Se la prese con la nostra adorazione della scienza che sacrifica embrioni. Il suo linguaggio è stato l'unico capace di mettere a fuoco la realtà umana di quelle poche cellule, di farne sentire la voce di creaturine nate per vivere e il loro urlo quando erano trasformate in gelatine per la coltura di qualche pezzo di ricambio umano. Poi ha visto spesso il vescovo Rino Fisichella, e non so. La questione dell'Islam? Basta poco qui. Avrà riempito i giornali e le tivù. Tutti avranno distinto due fasi nella Fallaci: quella della reporter impareggiabile e quella della cattiva maestra di religione. Non c'è differenza. Lei ha sempre avuto gli occhi aperti. Dovunque ha visto una prepotenza l'ha denunciata, senza riguardi. Il metodo è lo stesso. Ma proprio ora che il pericolo è immensamente più grande, ci si attarda per seppellirla con molti onori, invece che seguirla. Oggi tutti i parlamenti arabi attaccano Ratzinger, le comunità islamiche europee pure. E nessuno che alzi la testa, nessuna Camera dei deputati, nessun governo occidentale (ad eccezione della Merkel) che urli il-Papanon-si-tocca. Se c'era lei... Ma lei c'è. Ci sei. Dacci una mano Oriana. Ti vogliamo bene.
    "

    Shalom

  6. #6
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    La Fallaci è stata una grande cronista, una grande giornalista, una grande analista. Una persona estremamente coerente con se stessa, dall'inizio alla fine della sua carriera. E proprio perchè coerente e conseguente ha disorientato gli uomini piccoli che scambiano la coerenza con il rimanere impermeabili ai mutamenti sociali e ciechi e sordi all'evoluzione dei fatti della storia.

    Saluti liberali

  7. #7
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    Il mio cordoglio per la morte della più coraggiosa figura del giornalismo italiano del Novecento, per una donna senza pari, che ha difeso l'Occidente e la sua storia dalla barbarie degli incivili.

    Saluti libertari a Oriana

  8. #8
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    è morto un paladino della libertà...ORIANA PRESENTE

  9. #9
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    dal quotidiano LIBERO di oggi.......

    "«Firenze vergognati, hai tradito Oriana» Il j'accuse di Zeffirelli

    di CATERINA MANIACI


    ROMA «La seppelliremo così come lei ha voluto. Senza clamori, senza onori. E intorno ci sarà Firenze che non ha fatto niente per celebrarla. Le ha persino rifiutato il Fiorino d'oro, il premio fiorentino per eccellenza. Così, vergognandomi per come la mia città ha trattato Oriana, voglio darle io quel premio che nessuno più di lei meritava». Franco Zeffirelli parla con dolore e con ira della scomparsa della sua grande amica Oriana Fallaci, del comportamen to di Firenze verso di lei, di questo ultimo gesto d'affetto e di rispetto: quello appunto di lasciare il Fiorino d'oro, ricevuto a Firenze nel 1972, sopra la bara della scrittrice, che verrà sepolta oggi nel cimitero degli Allori, cimitero evangelico protestante ma multireligioso, collocato sulla via Senese, al Galluzzo, dove riposano protestanti, cattolici, ma anche musulmani e atei. Oriana lo scelse per la sua famiglia proprio perché è un luogo di sepoltura libero e aperto a tutti, senza preclusioni. La tumulazione della Fallaci avverrà senza alcun tipo di rito e nella totale riservatezza, così come chiesto da lei stessa. Ad assistere ci saranno la sorella Paola, i nipoti Edoardo e Antonio, un piccolo gruppo di amici. Fra i quali l'amico di lunga data, il regista Zeffirelli. Firenze ha davvero lasciato la Fallaci da sola e l'ha vista morire nell'indifferenza, se non nell'ostilità? «Mi vergogno per Firenze. Questa città lascia che Oriana venga sepolta senza fare niente per onorarla. Tanto che ho preso questa decisione: lascerò sulla sua bara il Fiorino d'oro che ho ricevuto tanti anni fa. Nel 2002 questa città abitata da vigliacchi glielo negò». Un altro modo per dirle addio, per lasciare un ricordo tangibile della vostra amicizia? «Sì, ma soprattutto sia chiaro che non voglio che sia interpretato come un gesto teatrale, o appunto come una ripicca polemica. Voglio solo riparare a un torto e ribadire, in modo tangibile, il mio affetto e la mia stima per Oriana. È un gesto che nasce dal cuore e dalla coscienza. Lo devo a Oriana e lo faccio anche per quelli che non lo capiscono. Per quelli che non vogliono capire quanto dobbiamo tutti noi proprio a lei e ai suoi libri». Come si spiega questo atteggiamento verso un personaggio che ha portato il nome di Firenze in tutto il mondo? «Oriana Fallaci era fiorentina, di nascita, di temperamento, di radici. Una vera fiorentina accesa, direi. Ma era anche un personaggio internazionale. È lei la donna che è riuscita a intervistare gli uomini che hanno fatto la storia del Novecento, che ha parlato a tu per tu con Kissinger, con Gheddafi, con Khomeini, che ha vissuto nei teatri di guerra, nelle trincee, di tutto il mondo. Probabilmente i fiorentini, invidiosi per loro stessa natura, non hanno potuto tollerare questa sua indubbia popolarità. Non le hanno mai potuto perdonare di essere probabilmente la donna più grande che la città abbia generato. E l'hanno sempre osteggiata». Si riferisce a tutta la città, o salva qualcuno? «Io non perdono quasi niente a Firenze. Soprattutto perché permette a un gruppo di mascalzoni di prendere le redini della sua vita politica. Mi riferisco a quella sinistra obsoleta che governa la città, una sinistra che non esiste praticamente più altrove, che tira fuori un armamentario ideologico nostalgico e inutile. Insomma, che vuole essere sinistra a tutti i costi. A Firenze non si è creata, non è cresciuta una classe borghese, colta, capace di contrastare l'avanzare della sinistra peggiore. La gente perbene, onesta, non si vuole esporre, resta in silenzio, ha paura». Lei sta dipingendo un ritratto terribile di una delle città più conosciute e amate nel mondo... «Lo so, è il ritratto di una città vergognosa. Nel mondo è conosciuta e amata, ma sempre più persone, all'estero, me ne parlano con una sorta di stupore, perché hanno compreso la sua natura reale. Perciò posso tranquillamente affermare che quel che è successo a Oriana non mi ha stupito». Sembra difficile da concepire, per una città che ha generato geni, artisti incomparabili. «Sì, ma consideri che da sempre è stata teatro di invidie, di scontri sanguinari, di lotte intestine. La sua storia di grandezza si è intrecciata con bassezze umane incredibili. I suoi abitanti si sono spesso comportati come degli intriganti che poi alla fine hanno sempre perso. Non ci dimentichiamo di quel che successe a Dante, in esilio perpetuo. E a Savonarola, che aveva compreso il bisogno di riformare la Chiesa e che se fosse stato ascoltato, forse si sarebbe potuto impedire lo scisma protestante. Ma i fiorentini hanno lasciato che fosse bruciato vivo». Come si spiega, però, che la Fallaci ha voluto venire proprio a Firenze per morire? «Si spiega con il fatto che, appunto, è rimasta fiorentina nel sangue, nel cuore. Perché Firenze è una città terribile, ma nello stesso tempo meravigliosa, che non si può fare a meno di amare. Soprattutto se ci sei nato. Anche se spesso si tratta di un amore non ricambiato, come è stato quello di Oriana. Anzi, non solo non è stato ricambiato, ma la città l'ha trattata malissimo, in un certo senso l'ha tradita». Quale immagine le rimane degli ultimi momenti di Oriana Fallaci? «Oriana è morta nella maniera più nobile e, nello stesso tempo, più profondamente "fiorentina". Due mesi fa è voluta tornare qui; io l'accompagnai in giro, insieme ad altri amici e conoscenti, compreso il sindaco Leonardo Domenici, che è una persona a modo. Voleva rivedere la sua città, le sue strade, le sue piazze, le sue chiese... Voleva sentire il suono delle campane nell'aria. Poi è ritornata a New York, dove le hanno dato il verdetto finale, quello senza appello». Qual è stata la sua reazione, a questo verdetto? «Con molta freddezza ha ringraziato tutti, ha redatto una specie di lista degli amici che avrebbe voluto rivedere, chiedendo a tutti loro che liberamente acconsentissero a loro volta a vederla. E poi si è preparata a quest'ultimo viaggio». E della sua amicizia con lei, cosa le resta? «Proprio l'amicizia, la stima, l'aver condiviso anche alcune battaglie. Per esempio, l'aver lottato insieme per impedire l'assalto dei no-global a Firenze. Quando veniva qui faceva mo insieme delle lunghe passeggiate. Condivido molte delle cose che ha scritto e che ha detto. Purtroppo il mondo non l'ha ascoltata. Anzi più spesso l'ha condannata, o perlomeno l'ha travisata». Di Oriana come donna e come scrittrice, cosa si terrà sempre accanto? «Era certamente una persona fuori del comune, che ti sapeva parlare con le parole giuste, da amica autentica. Ed era una giornalista e una scrittrice straordinaria, letta e tradotta in tutto il mondo. Il suo libro "Lettera a un bambino mai nato" è stato un libro importante per le donne. Ma i suoi libri sono stati sempre importanti. Fino agli ultimi. Come "La rabbia e l'orgoglio", quel suo grido d'allarme verso l'Occidente addormentato, timoroso, verso l'aggressione del fondamentalismo islamico». "

    Shalom

  10. #10
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    dal Corriere della Sera del 17 settembre 2006

    " «A proposito di Oriana»


    di Ernesto Galli della Loggia

    C'è una forte suggestione simbolica — lo ha già notato ieri Magdi Allam — nella coincidenza tra la morte di Oriana Fallaci e gli attacchi islamici al Papa per il suo discorso di Ratisbona. Una suggestione che appare legata a un episodio preciso accaduto durante una delle celeberrime interviste della Fallaci, quella all'imam Khomeini nel remoto 1979. Quando cioè, di fronte al nuovo padrone dell'Iran che aveva accettato di incontrarla solo a patto che lei si coprisse il capo con il velo, Oriana, giunta alla sua presenza, se lo levò d'impeto dandogli seccamente del «tiranno». In quel gesto, che si concentrava sul particolare dello chador e ne faceva il centro dello scontro, era anticipato il senso di quanto da lì a non molto sarebbe divenuto il motivo dominante del rapporto difficile tra l'Occidente e l'Islam: l'urto delle mentalità e delle culture, l'urto tra due concezioni antitetiche dell'eguaglianza tra le persone (tra uomo e donna, tra eterosessuale e omosessuale) e della loro dignità.
    Quell'impertinente donna italiana, sfidando un supposto precetto della religione islamica, anticipava simbolicamente le decine e decine — chissà, forse, nel segreto dei loro cuori le migliaia e migliaia — di donne della medesima religione, che approdate nella libera Europa sarebbero, un giorno, arrivate in qualche caso a preferire la morte piuttosto che sottostare a obblighi e consuetudini mortificanti per il loro corpo e la loro autonomia. Con l'intuizione di chi per mestiere è chiamata a interpretare i segni dei tempi, la Fallaci capì che lì, su quell'apparentemente innocuo pezzo di stoffa, tra lei e l'imam si giocava una partita importantissima, che era poi la stessa che più tardi si sarebbe giocata tra le due culture: e di quel pezzo di stoffa fece la bandiera da agitare in faccia all'avversario. Capì — a quell'intuizione rimanendo fedele come pochi — che il futuro ci avrebbe sempre più richiesto la consapevolezza irrinunciabile della nostra identità, anche a costo di sfidare l'incomprensione e l'ira dell'altra parte. Sono l'incomprensione e l'ira che oggi si abbattono su Benedetto XVI. Semplicemente per aver espresso, ha osservato uno studioso come Giovanni Filoramo intervistato dall'Unità, «un giudizio legittimo rispetto a un'altra religione, sulla quale ha dato una valutazione teologica». Per aver cioè ribadito — oh quale sconvenienza inaudita per un pontefice cattolico! — la propria convinzione circa l' unicità e superiorità della Cristologia; e che forse c'è qualche differenza tra una fede che pone Dio in una dimensione di arbitrio assoluto e un'altra che invece lo associa intimamente al Logos, alla ragione.
    I toni irati e intimidatori che oggi si rovesciano sul Papa sono analoghi a quelli levatisi ieri a proposito delle vignette su Maometto o l'altro ieri a proposito dei «Versetti Satanici» di Salman Rushdie. Essi servono solo a confermare quanto sia difficile il rapporto tra la nostra cultura, che tra molte altre cose conosce da secoli, anche in campo religioso, la filologia, la critica dei testi, la discussione libera, e una cultura, invece, che non avendo né larga né lunga esperienza di ciò, scambia tutto permalosissimamente per bestemmia e per offesa. Una cultura che, dando quasi a vedere di non saper rispondere in altro modo, subito minaccia, esige pentimenti, assalta e promette morte. Guai però a farsi spaventare. Ci sono sfide — ci ricorda oggi l'antica staffetta di Giustizia e Libertà Oriana Fallaci — alle quali c'è una sola risposta possibile e ragionevole: «non mollare».
    "

    Saluti liberali

 

 
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