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Discussione: Testimoni oggi

  1. #221
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    Stupiscono certi interventi e certe violazioni palesi del regolamento che spero non si ripeteranno. Detto questo, ho pensato bene di chiudere le discussioni sui "neocatecumenali" perchè sinceramente noiose e poco edificanti. Non vedo l'utilità di sproloquiare su chi è il "buono" e chi è il "cattivo" oppure su chi è più "papalino" o meno.
    Credo di essere stato sempre corretto nei confronti dei neocatecumenali e di averli a più riprese difesi da scorrettezze di altri utenti, e la chiusura di quei due thread si inserisce su questa linea volta ad evitare il "tribunale del popolo" per i neocatecumenali.
    Detto questo chiudo questa inutile polemica sperando che si parli di più di Cristo e del suo Vangelo e meno delle polemiche ecclesiali. Se i neocatecumenali sono così bravi, parlino di queste cose e non di quanto è bello e buono il Cammino perchè, con tutto il rispetto, non siete nè il centro del mondo nè quello della Chiesa.
    Grazie.

    P.s.

    Eventuali reclami vanni inoltrati alla moderazione per mezzo dei pvt.


    Cari fratelli del cammino il messaggio è eloquente, armiamoci di santa obbedienza, prendendoci un "periodo di riposo"

  2. #222
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    ehhhhhhhh



    Citazione Originariamente Scritto da senape Visualizza Messaggio


    Cari fratelli del cammino il messaggio è eloquente, armiamoci di santa obbedienza, prendendoci un "periodo di riposo"
    OK

    Si parteeeee


  3. #223
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    FINE dell'OT.
    In questo 3D solo testimonianze !!

  4. #224
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    Certo gran burlone . Solo quelle, nessun accenno burocratico

  5. #225
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    27/07/2007
    Una vita lunga il tempo di un abbraccio
    Un abbraccio che vive al di là del tempo



    di Riccardo Coppo

    Un'ora, un'ora soltanto: il tempo di un abbraccio, il tenero abbraccio di una madre e di un padre e poi Gabriele è volato via. Se n'è tornato in cielo ed ora certamente è lì a giocare e sorridere. Gabriele è nato il 5 luglio del 2007, ha ricevuto il battesimo ed è morto un'ora dopo sotto lo sguardo di mamma Sabrina e papà Pierluigi. Pochi giorni dopo si è svolto il funerale che ha visto stringersi attorno a Sabrina e Pierluigi ed alla sorellina tutta la comunità di Caorle.

    Trisomia 13. Nel quinto mese di gravidanza era stata diagnosticata al piccolo, che ancora stava crescendo nel ventre della mamma, una terribile malattia genetica, la Trisomia 13: una malattia cromosomica molto rara - si verifica un caso su 10mila nati - che è praticamente incompatibile con la vita (la morte sopraggiunge nel 95% dei casi). Sabrina e Pierluigi Marchesan hanno però deciso di portare a termine la gravidanza, convinti che la scelta di Vita da loro compiuta fosse l'unica cosa veramente giusta. L'amore vuole la vita, non la morte: l'aborto non poteva essere una soluzione.

    Mesi di lotta e preghiera. Per i due genitori sono stati mesi di paura, lotta, preghiera, tensione, attesa dell'ignoto e soprattutto, come ha scritto Sabrina in una testimonianza personale "domanda della Verità, di un senso di tutta questa storia". «So che quello che stiamo facendo è giusto e vero, ma dove sta la Bellezza?»: è questa la domanda che Sabrina si è costantemente posta durante la gravidanza. Domanda che ha trovato risposta solo nel momento estremo: «Ho trovato la risposta alla mia domanda sulla Bellezza. Quando ho abbracciato Gabriele - la persona amata - ho capito cosa desideravo in tutta l'esperienza che ho fatto: Cristo ci svela qual è lo scopo facendolo. Valeva la pena tutto per quell'abbraccio. Sto piangendo, ogni volta che lo penso mi commuovo e lo rivivo. Domando di amare sempre così».

    Un abbraccio “per sempre”. Di seguito, il messaggio che Sabrina, insieme con Pierluigi, ha fatto leggere al funerale: «Cari amici tutti, volevo dirvi che ringrazio Dio in ogni momento per la scelta che mi ha dato la Grazia di compiere. Perché è una grazia che ho chiesto intensamente ogni giorno, non una mia capacità o una mia forza. Qualsiasi persona, se segue i desideri del suo cuore con lealtà e semplicità, non può non desiderare di compiere un atto vero e giusto. Ho chiesto alla Madonna la sua fede nell'impossibile, il coraggio di veder morire il proprio Figlio. Mi ha dato molto di più, perché i nove mesi di gravidanza - soprattutto gli ultimi quattro quando ho saputo della malattia di mio figlio - sono stati una croce, ma niente in confronto all'abbraccio che ho potuto dare a Gabriele appena nato. Quel momento ha compensato tutto il mio dolore, quell'abbraccio è stato un "per sempre", lo ha reso mio figlio vivo nel mio cuore e presente in Gesù risorto, quell'abbraccio vale una vita di mamma. Poco dopo è salito in cielo, ma in quel momento ci siamo detti tutto ciò che conta».

    Al di là dei nostri schemi. «Ogni vita - proseguono Sabrina e Pierluigi - è un dono grande al di là dei nostri schemi, dei nostri canoni di bellezza e giustizia e soprattutto al di là della nostra paura. Gabriele era bellissimo, pesava 3,790 kg, era lungo 56 cm, e attaccato a me ha vissuto bene, era pieno di vita e ha compiuto la Gloria di Dio, rendendo me e Pierluigi ancora di più genitori, facendo pregare tutta la comunità e soprattutto ci ha aiutato ad amare la vita ad ogni costo. Mai come in quel momento in cui è nato ho amato così intensamente una persona; tanto che ora quel momento è diventato punto di svolta, modalità nuova di vivere i rapporti».
    «Grazie Gesù - hanno concluso - grazie Maria, grazie nonni Toni e Cesira, grazie a tutti gli amici di Comunione e Liberazione e dei Neocatecumenali che ci hanno sostenuto sempre, grazie a parenti e amici e grazie angelo nostro Gabriele, figlio per sempre.

    Tratto da Gente Veneta , no.31 del 2007

    ARTICOLO ORIGINALE

  6. #226
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    Quarant'anni dopo. Il Concilio Ecumenico Vaticano II
    Il dopo-concilio. Dalla crisi alla speranza
    Autore: Marco INVERNIZZI

    Un primo decennio drammatico getta il mondo cattolico nella bufera.
    Poi comincia a venire letto per quello che è: una preparazione alla missione. E il Vaticano II diventa il programma di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.


    «La sentenza definitiva sul valore del Concilio Vaticano II – scriveva il cardinal Joseph Raztinger ripreso dal celebre storico della Chiesa Hubert Jedin (1900-1980) – dipende dalla misura in cui gli uomini vivono in se stessi il dramma della separazione del grano dalla pula; dipende dagli uomini che lo pongono in vita se alla fine esso sarà indicato tra i punti luminosi della storia della Chiesa».
    Può sembrare un’ovvietà legare la realizzazione o meno di un importante progetto alla santità degli uomini che lo devono realizzare.
    Ma chi vive nella Chiesa non può ragionare diversamente se essa è – e lo è – un dialogo nel tempo fra la Provvidenza divina e la libertà degli uomini.
    Con questo dossier si è cercato di spiegare cosa il Concilio Vaticano II è stato storicamente e di fornire un criterio interpretativo di lettura di tutti i documenti conciliari. Adesso si tratta di vedere cosa è accaduto negli anni successivi alla sua chiusura, dopo il 1965.
    A una prima ricostruzione, il Vaticano II sembra aver provocato un vero e proprio cataclisma all’interno della Chiesa. E questa è stata la percezione dei molti che hanno accompagnato, anche da protagonisti, la sua applicazione nel decennio 1965-1975, aggravata dal clima di profonda contestazione a tutti i livelli penetrata nella vita pubblica in seguito alla rivoluzione culturale esplosa in quegli anni, il cosiddetto Sessantotto. Eppure la vita della Chiesa non tollera una lettura della sua storia attraverso criteri che prescindono da cosa la Chiesa è. Questa è stata la grande lezione del già ricordato Hubert Jedin: la Chiesa non è una società soltanto umana e
    la sua storia non può essere affrontata solo con criteri storico-critici.
    Infatti, la lettura del Vaticano II come luogo della contrapposizione fra vescovi conservatori o tradizionalisti e vescovi progressisti non regge. Tutti i suoi documenti sono stati firmati dalla grande maggioranza dei padri conciliari e l’applicazione dei documenti nel post-Concilio ha dato esiti molto diversi a seconda di chi e come li ha applicati. In Olanda e in Polonia, per esempio, è stato applicato lo stesso Concilio? Oppure, i nuovi movimenti laicali sorti negli anni successivi al Concilio anche grazie agli impulsi missionari (e laicali) dei suoi documenti sono frutto del Vaticano II o no? E se sì, perché sono qualificati dai più come movimenti conservatori o integralisti?
    Soltanto in questi ultimi anni, a quaranta dalla conclusione dell’assise, si comincia a leggere il Concilio in modo diverso da una lettura ideologica, tutta interna allo schema conservatori-progressisti importato dal mondo secolare, una lettura che ogni tanto aiuta a capire, ma che più frequentemente disorienta e produce fatali fraintendimenti. Soltanto da poco si comincia a riflettere sul fatto che cercare di “aggiornare” la trasmissione della fede di sempre per favorirne la comprensione agli uomini del proprio tempo non aveva nulla, in sé, di progressista e che anzi era il tipico modo tradizionale di trasmissione della Fede. Peraltro sembra accertata l’esistenza di due fronti in seno ai lavori conciliari, ma è molto più complesso esaminare e comprendere le differenze all’interno dei due grandi gruppi di vescovi, indicativamente divisi fra una maggioranza favorevole alle riforme e una minoranza perplessa o contraria (che peraltro le ha votate). È anche recente il far notare la differenza sostanziale fra quello che Giuseppe Alberigo chiama l’«evento» del Concilio, il suo “spirito” e invece i documenti prodotti dai lavori conciliari, come ha spiegato bene il vescovo Agostino Marchetto anche nell’intervista pubblicata in questo dossier.
    Tuttavia, queste cose era molto difficile percepirle negli anni dopo la fine del Concilio. Come ha ricordato il filosofo Emanuele Samek Lodovici (1942-1981), il mondo cattolico aveva tutti i titoli per contestare in radice la società liberale e borghese che entrava in crisi in quell’epoca. Ne aveva denunciato i limiti e se l’aveva soccorsa era per salvaguardare la società da un male maggiore, il socialismo, peraltro sorto dallo stesso processo rivoluzionario. Ma invece di portare la sfida al cuore del sistema liberale, il mondo cattolico inventava la sua crisi, rinunciava alla sua storia, si arrendeva senza neppure combattere. Allora il secolarismo penetrava nel cuore e nella mente dei cattolici, dei giovani soprattutto, e cominciava a sgretolare (in un certo senso continuava, ma con una grande accelerazione) la società fino nelle sue fondamenta. Il principio di autorità sarebbe stato rifiutato e disprezzato nel giro di pochi anni e tale disprezzo sarebbe entrato nel costume della società e rimase anche dopo la sbornia ideologica di quell’epoca. Le ideologie penetrarono anche dentro il corpo ecclesiale e divenne difficile resistere alla enorme pressione culturale a cui furono sottoposti quelli che volevano rimanere fedeli all’insegnamento della Chiesa. Il mondo cattolico entrò in crisi perché andarono in crisi i “fondamentali”, la preghiera e la contemplazione, l’importanza della metafisica e della filosofia dell’essere, il desiderio di costruire un mondo migliore, cioè una civiltà cristiana frutto della dottrina sociale della Chiesa.
    Così la crisi esplose. Il Concilio divenne il pretesto per l’«autodemolizione» della Chiesa (Paolo VI, 1968) e il «fumo di Satana» (Paolo VI, 1972) penetrò nel sacro recinto.
    I primi dieci anni furono terribili. Decine di migliaia fra sacerdoti, religiose e religiosi abbandonarono la stato sacerdotale o monastico, follie liturgiche vennero a “disturbare” la presenza alle celebrazioni di molti fedeli, nel nord Europa si arrivò, non soltanto in Olanda, a situazioni di vero e proprio scisma di fatto. E lo scisma vero venne invece dall’altra parte, con i seguaci dell’arcivescovo francese mons. Marcel Lefebvre (1905-1991), che cominciando a rifiutare gli abusi finirono per mettere in discussione lo stesso Concilio, o almeno suoi documenti rilevanti, per arrivare poi allo scisma alcuni anni più tardi, nel 1988. La tentazione di incolpare il Concilio del malessere che era penetrato nella Chiesa era reale e soprattutto in alcuni paesi sembrava giustificarsi di fronte alla follia che sembrava essersi impadronita di molti cattolici.
    Tuttavia la Chiesa continuava a esistere. Papa Paolo VI continuava a denunciare gli abusi commessi in nome del Vaticano II e soprattutto con l’enciclica Humanae vitae del 1968 gridava al mondo l’indisponibilità della sposa di Cristo a qualsiasi compromesso su materie fondamentali, come la trasmissione della vita. Per chi usava il Vaticano II come lo strumento per provocare nella Chiesa un terremoto rivoluzionario, Paolo VI diveniva l’affossatore delle riforme conciliari e della stagione che sembrava promettere l’utopia di una nuova Chiesa, “moderna” ma non più fedele al mandato di Cristo.
    E proprio mentre cominciava a spegnersi, molto lentamente, la fiamma rivoluzionaria del dopo-Concilio, la Chiesa cattolica ribadiva la sua giovinezza («ad Deum qui laetificat juventutem meam») riaffermando la sua vocazione missionaria con un documento del 1975, l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, nella quale Paolo VI denunciava nella rottura del rapporto tra fede e cultura il dramma dell’epoca moderna e indicava una strada per superarlo. Questa strada passava attraverso il Concilio Vaticano II e i suoi documenti letti in una prospettiva missionaria. Non per sminuirne l’evento, che rimane il più importante nella storia della Chiesa nel XX secolo, ma per impedire che venga usato come fosse l’«unico» Concilio della storia ecclesiale, e non il ventunesimo di una storia bimillenaria. Così collocato, il Concilio diventerà il programma ispiratore, il faro di riferimento dell’opera del pontefice che porterà la Chiesa nel terzo millennio.


    IL TIMONE - Dicembre 2005 (pag. 44-45)

  7. #227
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    Padre Valeriano Fraccaro Missionario
    Castelfranco Veneto, Treviso, 15 marzo 1913 – Saikung, Hong Kong, 28 settembre 1974)



    A scoprire il corpo e' un giovanissimo missionario di ventisei anni, Francesco Frontini. Per lui e' un colpo terribile: a Hong Kong da pochi mesi, si e' gia' affezionato a padre Valeriano. Come tutti quelli che lo conoscono, del resto. «La sera del 28 settembre del 1974 - racconta - il padre e' rimasto solo in casa. Noi missionari piu'giovani siamo usciti in fretta, dopo cena. Io dovevo fare un giro di visite tra i parrocchiani e p. Adelio Lambertoni era stato invitato da un gruppo di cinesi alla tradizionale Festa della Luna. Nessuno poteva sospettare quello che sarebbe successo. A tavola, p. Valeriano ha scherzato con i confratelli e con Chan Che-keung, il sacrestano suo vecchio amico e ha chiacchierato tranquillamente con i tre orfani adottati dalla parrocchia. Poi il sacrestano se n'e' andato e anche i ragazzi si sono ritirati nel loro alloggio, in un edificio poco distante. Padre Fraccaro e' rimasto solo. Solo per modo di dire, perche' quando e' in casa c'e' sempre gente che va e viene: cristiani, atei, persino maoisti. E' amico proprio di tutti.
    Anche quella sera il missionario ha avuto visite, fin quasi le undici. Sono rientrato a mezzanotte e l'ho trovato in camera sua. Svestito, per terra, una pozza di sangue sotto la testa e la faccia coperta da un asciugamani. E' stato ucciso con la mannaia, quella piccola accetta da macellaio che si trova in tutte le cucine cinesi, usata per tagliare le cotolette di maiale».
    Ma chi puo' averlo ucciso? Chi poteva voler male a padre Valeriano? La sua veste bianca, la cartellona sformata che si portava sempre dietro, il grande ombrello da contadino con cui si riparava dai caldi raggi del sole, sono popolari in tutti e trentasette i villaggi del distretto. I bambini lo riconoscono da lontano per quel suo incedere un po' goffo e gli corrono incontro gridando sulle stradine polverose, che lui stesso percorre sempre a piedi. Non ha la macchina e non vuole neppure imparare a guidarla: «Figurarsi, alla mia eta'!», dice sorridendo.
    E gia', eppure quando era giovane, piu'di trent'anni prima, ancora in territorio cinese, correva da un posto all'altro in bicicletta. Una "biciclettaccia" pesante come il piombo. Le stradette che percorreva erano piene di buche e sassi. Se pioveva erano impraticabili perche' il fango bloccava le ruote e cosi' doveva portarla in spalla. Ma lui era inarrestabile: non riusciva a fermarsi piu'di due giorni in uno stesso posto. Benche' la bicicletta avesse continuamente bisogno di riparazioni o pezzi di ricambio, perseverava nel girare in lungo e in largo lo Shensi Meridionale, diocesi all'interno della Cina.
    Nel novembre del 1939 scriveva a suo fratello, p. Vittorino: «Sono sempre lieto e la salute non mi manca, le gambe ancora forti per fare lunghi viaggi, la stanza senza disturbi e il sonno profondo senza sogni. C'e' da lavorare da spolmonarsi...».
    Era giunto a Hanzhong nel 1937, all'eta' di ventiquattro anni, senza nulla. Infatti i bagagli, spediti dall'Italia via mare, erano rimasti fermi in un magazzino allo scoppio della guerra. Glieli consegnarono soltanto nel 1945 quando "ormai non ne avevo piu'bisogno", raccontava p. Valeriano ricordando quei suoi primi anni di missione. Era un duro periodo: «La guerra continua e non si sa quando finira'. In questi giorni - scriveva alla fine del 1939 - gli aeroplani giapponesi hanno cominciato a bombardare Hanzhong: tante bombe, tanti disastri e morti. L'ultima volta trenta bombe e piu'sono cadute sui fabbricati del Vicariato. Bombe sul seminario, sulla casa delle suore canossiane, sulla casa delle catechiste, nel cortile della cattedrale, sulla cucina e sulle stanze della missione. Ma perche' mai i giapponesi bombardano i nostri fabbricati mentre sventola sul campanile il tricolore italiano? Non lo so ancora. Da questo i cinesi dovrebbero capire che i giapponesi non sono nostri alleati, ne' tanto meno nostri amici». Tanto e' vero che, al sopraggiungere delle truppe di occupazione giapponesi, venne rinchiuso in un campo di concentramento. Ma questo non gli servi' a molto quando, nel 1949, i comunisti di Mao occuparono il territorio. Padre Fraccaro fu nuovamente arrestato, inizialmente condannato all'ergastolo e poi, per bonta' del giudice, graziato e la pena detentiva commutata in domicilio coatto. Gennaio 1951: «Siamo sotto dei veri padroni, proclamata la liberta' di religione, di stampa, di propaganda, pero' vogliono sapere tutte le nostre cose, pretendono che si avvisi la polizia su tutto, proibiscono ai cristiani di andare in chiesa e ai preti di compiere il ministero. Temiamo di essere cacciati via dalla Cina o concentrati, ma finora siamo al nostro posto. Preparo le consegne da fare in caso di cacciata. La chiesa di Hanzhong, come ovunque, e' impoverita per tasse enormi, si cerca di renderci mendicanti, di costringerci a chiedere aiuto al governo, e cioe' di renderci suoi servi e farci divenire operai come gli altri. Dove ho la mia residenza, l'anno scorso ho aperto un dispensario con due suore cinesi che curavano le malattie degli occhi, ma dopo un mese e mezzo ho dovuto abbandonare tutto perche' tassato oltre le entrate. Si stringe sempre piu'la cinghia alla Chiesa in tutta la Cina, le si vuol togliere le opere, farle tirar fuori soldi creduti nascosti e un po' alla volta abbatterla».
    Cosi', dopo molte dolorose vicende, anche lui nel 1951 fu espulso dalla Cina per sempre, come nemico del popolo. Lasciata la Cina continentale, riusci' a rimanere a Hong Kong, con la speranza di poter tornare, un giorno, "dentro la Cina vera". E ad Hong Kong, invece, mette radici.
    La citta' si gonfia, ogni anno, di oltre sessantamila neonati e di quasi centomila profughi, che fuggono dalla Cina comunista con ogni mezzo, per terra o per mare, braccati dalle mitragliatrici "rosse". Donne, vecchi, bambini si ammassano nei casermoni di periferia, si "raggrumano" nelle barche o nelle baracche dei distretti piu'periferici: a Kowloon, a Lantao, a Castle Peak, a Cairn. Padre Valeriano gira un po' tutti i distretti fino a che, nel 1967, viene destinato a Cairn. Infaticabile, ricomincia ad andare nei numerosi villaggi e nelle isole, in corriera, in barca, a piedi. «Quando conobbi padre Fraccaro - racconta un'anziana donna cinese - abitavo ancora nel lontano villaggio di Sa Chui. Mi ricordero' sempre la prima volta che venne al villaggio. La mia casa era di fronte al piccolo molo dove attraccava la giunga che ogni due giorni veniva da Cairn, cosi' potevo vedere le persone che arrivavano. Quel giorno notai un uomo un po' basso e grassottello che, appena sceso dalla barca, apri' l'ombrello per ripararsi dal sole e si avvio', a passo sicuro, quasi saltellando, verso il villaggio. In un attimo me lo trovai davanti alla porta della mia casa: "Nonna, mi disse, sono il nuovo padre!". Mi piacque il suo modo di chiamarmi nonna (da allora mi chiamo' sempre cosi') e il suo sorriso mi diede confidenza. Gli offrii il te' e due uova fresche, che bevve subito, senza complimenti».
    E' da poco a Cairn quando scoppia un violentissimo tifone che devasta ogni cosa. Padre Valeriano, allora, organizza i soccorsi, cerca un ricovero d'emergenza per la gente che guarda affranta la propria baracca inghiottita dal fango, salva quelli che abitano sulle barche. I cinesi cominciano a conoscere la sua generosita' senza limiti. «Conobbi padre Valeriano nel 1965, appena arrivo' a Cairn - racconta una giovane maestra, per vari anni aiutante catechista di p. Fraccaro - perche' allora frequentavo la scuola superiore della missione. Sorrideva sempre. Era buffo con quel paio di occhiali fuori moda che gli scivolavano spesso sul naso. L'unica cosa che immediatamente attraeva era il suo bel sorriso. All'inizio poteva apparire di una "bambinesca semplicita'", ignara dei problemi; ma vivendo accanto a lui mi sono accorta della sua profonda conoscenza della realta' e della sua capacita' di discutere e di approfondire le cose. Un fatto indubitabile e' che era accolto da tutti: vecchi, bambini, giovani; con ognuna di queste categorie di persone sapeva adattarsi e vivere all'unisono. Le sue cure particolari andavano pero' ai vecchi, perche' sapeva che erano i meno considerati, i piu'soli e i piu'bisognosi: quante ore spendeva nel visitare gli anziani e nel parlare con loro, dando loro la gioia di fare una lunga chiacchierata!».
    Ama talmente le persone anziane, che ha persino organizzato il "Festival della riconoscenza per i vecchi". In coincidenza con le feste del Capodanno cinese - quando tutti corrono in citta' a divertirsi, lasciano in casa, soli, i "nonni" - padre Valeriano inventa una gran festa riservata agli anziani. Fa tutto lui: serve in tavola, canta, racconta storie allegre e mesce del buon vino, un vero lusso per i pescatori di Cairn (c'e' sempre qualche vecchietto che se ne torna a casa mezzo brillo!). «Che male c'e'? Se fosse male - sostiene p. Valeriano - nostro Signore non avrebbe cambiato l'acqua in vino, alle nozze di Cana».
    Ai bambini, insieme alle immaginette ingiallite, regala, tirandole fuori dalla borsa impolverata, numerose fette di quel dolce che impasta e cucina lui stesso: lo conoscono, infatti, come "il prete fornaio". Si e' fatto mandare dai suoi parenti, piccoli industriali dolciari di Castelfranco Veneto, un vecchio forno; l'ha sistemato in una baracca e si e' messo a fare il pane e i dolci. «Ne hanno bisogno», afferma, pensando ai bambini magri e malnutriti dei villaggi, i cui pasti consistono solo d'un pugno di riso insaporito, a volte, con pezzetti di pesce. Il suo panettone alle erbe aromatiche e' ben noto nel circondario. E non lo mangiano solo i tremila cristiani di Cairn; padre Fraccaro ne ha per tutti: cristiani, buddisti, maoisti o protestanti. Lavora di notte perche' al mattino ci sia tanto pane fresco da portare in giro. Ai fratelli in Italia ha scritto di mandare solo un po' zucchero, per poter confezionare anche i dolci.
    In tutte le case e' amato il suo "faccione sorridente, grondante sudore, che egli si asciuga con un gran fazzoletto da contadino" e che gli e' valso un altro soprannome: "papa Giovanni". Per lui evangelizzazione significa rapporto personale con la gente, mantenere i contatti con tutte le famiglie dei villaggi. E' capace di prendere la barca e partire alle sette del mattino e tornare la sera alle dieci, undici: fa il giro dei piccoli gruppi dispersi, entra nelle baracche a visitare i malati, a scherzare con le vecchiette che non si possono muovere, va a trovare i pescatori sul luogo del loro lavoro e poi celebra messa dove capita, spesso nelle barche dove i pescatori vivono e dormono. Questo, dice, per creare una comunita' di fede e di vita. «Quando dico messa la' dentro - scrive a casa - devo stare in ginocchio, perche' il soffitto e' troppo basso o perche' il tavolino e' alto mezzo metro». Ma lui ci si diverte: con i cinesi si trova bene, li capisce alla perfezione. «Sono come me, gente di campagna: scarpe grosse e cervello fino». Infatti, «Era molto buono con noi - ricorda un pescatore - non si arrabbiava mai con nessuno, nonostante noi pescatori fossimo analfabeti; era sempre sorridente e se qualche volta parlando usavamo parole sbagliate, le usava anche lui e noi ci sentivamo a nostro agio».
    Un piccolo "papa Giovanni", dunque, con quel sorriso che nasce dalla semplicita' evangelica, da un cuore dilatato, da una fede piu'forte delle amarezze quotidiane, che gli fa dire: «E' bello il mondo, secondo me, - scrive alla cognata - anche quando ci sono difficolta' e noie che allenano alla vita e all'esperienza... Vedo della gente che sta forte nella fede e non bada ne' a chi contraddice, ne' a chi deride: sembra che vedano quel che credono...». E lui e' il primo a coltivare questo intenso rapporto con Dio, nonostante i mille impegni e preoccupazioni: «Pur essendo occupati in tante faccende materiali, cerchiamo di trovare un po' di tempo per raccoglierci tra noi e Dio e pensare alla nostra anima». Riesce percio' a ritagliarsi dei momenti che trascorre in chiesa immergendosi nella preghiera, quella preghiera che gli infonde tanta serenita'.
    «La cosa che mi fece piu'impressione - afferma una ragazza cattolica di Cairn - era la sua dedizione nell'aiutare i bisognosi: chiunque ricorreva a lui, certamente riceveva un aiuto. Andava egli stesso a cercare i piu'poveri, gli piaceva aiutare le persone che nessuno aiutava». Proprio per questo appoggia l'iniziativa del suo giovane confratello Lambertoni di creare il "Villaggio Papa Giovanni", per poter offrire una casa solida, sulla terra ferma, ai disgraziati costretti a vivere sulle barche. L'idea e' semplice: stipendiare i disoccupati della zona per costruire case in muratura, una scuola, persino un piccolo ospedale; poi affitta queste case popolari, per una cifra irrisoria (ma quanto basta per costruirne di nuove), alle famiglie bisognose dei boat-people.
    Con gli anni settanta, infatti, la poverta' raggiunge l'apice e la baia diventa, sempre più, rifugio malsano di profughi e derelitti. «E' piu'difficile ora fare il missionario e il cristiano fedele - scrive alla cognata nel 1972 - ma e' anche piu'consolante e attraente, penso io». La recessione mondiale colpisce anche questa metropoli dal capitalismo selvaggio: le fabbrichette di sandali in plastica, di giocattoli e di aggeggi elettronici, che vivevano di esportazione, chiudono una dopo l'altra. E intanto la citta' scoppia; l'afflusso dei profughi e' continuo e viene ad aggravare la piaga della disoccupazione. Con la miseria, la delinquenza dilaga a macchia d'olio. Si formano bande di minorenni che saccheggiano, distruggono, aggrediscono, per bisogno o per teppismo. La violenza, prima confinata all'area cittadina, ora si espande nei distretti periferici. Anche a Cairn. Questo villaggio di pescatori e' sotto l'incubo costante delle bande che ricattano, rapinano, compiono vendette e delitti. Padre Fraccaro soffre di questa situazione, quando ne parla perde il suo sorriso, ma non smette di investire le sue energie e il suo ottimismo per aiutare la "sua gente".
    E ancora una volta, povero, piu'povero dei suoi poveri, si rimbocca le maniche, non negando niente a chi chiede. Tutti lo stimano. Chi avrebbe potuto volergli del male? Ma una sera come tante altre, il 28 settembre del 1974, viene ammazzato nella sua abitazione da qualcuno, penetrato in casa dalla porta della cucina, tenuta sempre aperta per chiunque volesse entrare e trovarvi una buona parola o una pagnottella calda. Un misterioso assassino, dunque. Forse un sicario mandato da chi spera grossi guadagni dalla vendita delle lussuose abitazioni progettate proprio su quella splendida spiaggia, dove il missionario ha costruito case per i poveri.



    Fonte: Santa Sede

  8. #228
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    Un fiocco di neve in una notte d'agosto. Il miracolo d'una vita perduta per il Vangelo

    Un anno fa Felix Cordero, un frutto del Cammino Neocatecumenale in missione da sedici anni in Giappone con la sua famiglia, è passato al Cielo. Un testimone, sino alla fine. Desideriamo ricordarlo così.

    "Cercate ogni giorno il volto dei santi
    e traete conforto dai loro discorsi".
    Didachè, IV, 2

  9. #229
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    Alberto Portogallo Giovane laico

    Modica (Ragusa), 29 marzo 1956 – 22 giugno 1988



    Nel mare della nostra esistenza, noi conviviamo con una grande presenza che ci accompagna sin dalla nascita e intensificandosi fino alla morte; nel contempo condiziona più o meno pesantemente la nostra vita e spesso quella di quanti ci circondano, ed è il dolore.
    Il dolore nelle sue varie forme, fisico, morale, psicologico, affettivo, per ingiustizie subite, solitudine, ecc. più o meno si affaccia nelle varie età della vita e in un certo senso ci accomuna e livella tutti, ricchi e poveri, potenti e umili, colti e ignoranti.
    Il dolore è una componente del nostro vivere a cui non possiamo esimerci, che spesso induce alla disperazione, all’insofferenza nel sopportarlo, a commettere gesti estremi; pertanto il Cristianesimo, sull’esempio del suo divino fondatore Gesù Cristo, ha inteso valorizzarlo e trasformarlo in occasione di elevazione spirituale, in mezzo per scoprire i segreti della nostra anima, utile ad appagare il desiderio di compenetrarsi nel mistero di Cristo, vero Dio ma anche vero Uomo, con tutte le sue gioie e le sue sofferenze giunte fino all’estremo sacrificio della dolorosissima Passione e alla morte ingiusta della Croce.
    Quindi Gesù è presente vicino ad ogni singolo uomo per confortarlo, additandogli la strada della sofferenza accettata, come via privilegiata per raggiungere il Padre e in questo percorso l’uomo non è solo, Cristo l’accompagna.
    Ma come in tutte le cose di questo mondo, ci sono le eccezioni su ciò che sembra essere la normalità, quindi è vero siamo tutti più o meno sofferenti, ma ci sono alcune persone che soffrono di più; è da pensare che proprio queste persone siano scelte da Cristo, come esempio visibile delle Sue sofferenze, perché più vicine a noi nel tempo e praticamente più credibili.
    Di queste figure sofferenti, a volta per tutta la vita, la santità cristiana è piena, molte sono state proclamate sante, beate, venerabili, servi di Dio; altre sono additate come Testimoni della Fede nel nostro tempo, perché dal letto del loro dolore o impedite dalle menomazioni, sono riuscite a comprendere il valore della sofferenza unita a Cristo, che si trasforma in gioia e hanno attratto schiere di anime, ammirate e desiderose di meditare e migliorare.
    Fra queste anime elette, c’è il giovane Alberto Portogallo, che nacque a Modica (Ragusa) il 29 marzo 1956, la famiglia oltre i genitori Michele e Giuseppina, era composta dalla sorella Concetta e dal fratello Carlo.
    Frequentò la Scuola Elementare e la Media, iscrivendosi poi all’Istituto Tecnico Commerciale “Archimede” sempre a Modica; era un’adolescente di 13-14 anni quando Alberto si rese conto che camminando perdeva l’equilibrio e quando usciva di casa camminava appoggiandosi ai muri.
    Gli venne diagnosticata l’atassia di Friederich, che è una malattia cronica del midollo spinale insorgente prima dei 25 anni, che porta ad un’incoordinazione dei movimenti involontari della statica e della marcia; assenza di riflessi tendinei, deformazioni dei piedi e del rachide, movimenti oscillatori e rotatori dell’occhio, accompagnata da grave miocardiopatia ostruttiva, che spesso porta a morte l’ammalato; è un male ereditario.
    Naturalmente essere colpiti da questa grave menomazione, specie nella difficile e delicata età dell’adolescenza, porta a gravi crisi esistenziali e anche Alberto cadde in un periodo buio, di disperazione, di chiusura in sé, di perdita dei rapporti con il mondo esterno, con desiderio di morire e pensieri suicidi.
    Chiuso in casa prese ad odiare anche i parenti, interrogandosi sul perché fosse toccato proprio a lui e non ad altri della famiglia; e come tutti coloro che nelle loro difficoltà motorie hanno dovuto usare la carrozzina, anche Alberto fece resistenza nell’uso, perché provava vergogna e disagio nel far vedere le sue ridotte condizioni fisiche.
    Ma la svolta della sua vita si verificò nel 1980, quando il parroco della vicina Chiesa del Sacro Cuore, padre Rizza, lo invitò a recarsi a Lourdes; fu l’occasione per iniziare un cammino di conversione, la cui meta sarà l’incontro con il Signore e una nuova luce della vita.
    Durante il viaggio vide tanti volontari, che lasciate le famiglie, si dedicavano all’assistenza e all’accompagnamento dei malati e al ritorno ebbe la grazia di comprendere la gioia che si prova ad aiutare chi ha bisogno.
    Una volta tornato a Modica, si interrogò come far continuare la gioia provata a Lourdes di aver ritrovato il Signore; con l’aiuto del viceparroco don Giuseppe Amore e di suor Rosa Graziano, superiora della Figlie del Divino Zelo, Congregazione religiosa fondata da s. Annibale Maria Di Francia e dalla serva di Dio Nazarena Majone, comprese che il Signore non è solo a Lourdes ma dappertutto ed è Gioia, Comunione, Pace, Amore infinito, si tratta solo di cambiare il cuore, il modo di pensare, di vedere, di parlare, cioè di convertirsi.
    Alberto Portogallo prese a frequentare il gruppo giovanile di S. Pietro, partecipò alle settimane estive di convivenza, instaurò tante intense e profonde amicizie, anche attraverso lettere; compose varie riflessioni, frutto della meditazione della Parola di Dio; usò una macchina da scrivere elettrica con molta pazienza e lentamente, perché gradatamente perdeva l’uso degli arti.
    Fra l’altro divenne catechista di un gruppo di ragazzi della comunità parrocchiale del Sacro Cuore, nel 1985 fece un secondo pellegrinaggio a Lourdes, nel 1988 diventò socio fondatore dell’Associazione dei “Piccoli Fratelli”, inizialmente di cinque persone, impegnati a sottolineare la spontaneità, la semplicità e l’amore vicendevole che si devono vivere fra coloro che credono nel messaggio evangelico.
    Fu un periodo d’intenso impegno, partecipò a molti incontri dove portava la sua testimonianza di sofferente, che rifiuta il pietismo ed esige invece il riconoscimento dei diritti garantiti dalla Costituzione (salute, studio, libera circolazione, ecc.); in lui traspariva il grande desiderio di vivere l’amore di Dio e di comunicarlo agli altri.
    Ma la gioia che l’aveva sostenuto fino allora, stava per arrivare al termine, nel novembre 1987, in una visita medica effettuata a Roma, al padre venne diagnosticato un tumore ai polmoni; fu operato con urgenza ma con poche speranze per il futuro, Alberto era cosciente che suo padre, che tanto l’aveva accudito, poteva vivere solo pochi mesi, pertanto lasciò gli incontri per stargli accanto, confortarlo, partecipando alla sua sofferenza e il 16 maggio 1988 il padre morì.
    Alberto comprese che anche per lui si approssimava la fine che il dolore per la morte dell’amato padre aveva accelerato; infatti 36 giorni dopo, il 22 giugno 1988 all’età di 32 anni, anche Alberto lasciò questo mondo.
    I “Piccoli Fratelli” nel 1995 con l’assistenza di don Saro Gisano, hanno raccolto e pubblicato tutte le riflessioni di Alberto Portogallo, in un libro dal titolo “Dio… è come l’aria per il corpo”.
    E dalla prefazione del libro riportiamo a conclusione, una sua affermazione: La presenza di Dio, da quel giorno della sua conversione, lo accompagnò, lo guidò, gli concesse il dono della certezza. “Dal momento in cui conobbi Cristo, il mio pianto di solitudine e di tristezza si trasformò in pianto di gioia, l’odio si trasformò in amore e carità”.


    Autore: Antonio Borrelli
    Fonte: Santi e Beati

  10. #230
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    dott. Mario Melazzini: ¨Io, uomo fortunato¨



    Voleva andare in Svizzera e farla finita con il "suicidio assistito". Ma un buon prete e la Bibbia capovolgono la situazione. E' la storia di Mario Melazzini, il medico che è diventato simbolo della dignità di vivere. Sempre, anche quando la malattia è terribile.-

    Una «Mela» contro la Sia. Anzi: «il Mela», cioè Mario Melazzini, 49 anni, tre figli, primario del day hospital oncologico della Clinica Maugeri di Pavia, portabandiera della battaglia alla sclerosi laterale amiotrofica (Sia), una malattia che paralizza progressivamente i muscoli e in pochi anni conduce - per ora senza rimedi - a morte per blocco respiratorio.
    Cosa c'è di strano, per un medico? Beh, che in questo caso il malato più grave è proprio lui, ormai inchiodato alla sedia a rotelle (con la quale però gira dappertutto, anzi non si risparmia affatto tra conferenze e testimonianze televisive), con un sondino nello stomaco per l'alimentazione, un collare che gli sostiene la testa, una macchina per aiutare la respirazione... «Piuttosto che vivere in questo modo, meglio morire», commenta di solito il "buon senso" comune in casi del genere; e invece il dottor «Mela» vive - eccome! -, per sé e per gli altri, essendo diventato tra l'altro il presidente dell'Associazione italiana Sclerosi laterale amiotrofica (4500 soci) e smentendo nella sua stessa pelle la facile diceria che - per i malati come lui - la «dolce morte» sia la soluzione migliore.

    Dottor Melazzini, vuol raccontarci un po' della sua storia straordinaria?

    «Sono ammalato da circa 4 anni e devo confessare che ho passato anche tempi di disperazione. All'inizio è prevalsa in me in maniera molto forte la presunzione di essere medico. Mi ero buttato anima e corpo nella professione, avevo allontanato tutti gli affetti, soprattutto i miei figli; avevo deciso che, dovendo morire per insufficienza respiratoria come succede purtroppo nell'85% dei casi di Sia, volevo stare da solo. Questo però mi ha condotto a un disagio esistenziale fortissimo. Alla fine la mia impotenza funzionale (la decadenza fisica nei primi due anni è stata davvero violenta) mi ha portato alla decisione di andarmene, di anticipare la morte. Contattai così l'associazione svizzera Dignitas, quella che promette il suicidio assistito».

    Quando invece ha deciso di «tornare alla vita»?

    «Fu proprio quel contatto che mi riportò drasticamente alla realtà. Mi accorsi della follia che volevo fare: era quello il messaggio che volevo lasciare a chi mi ama? Così ne parlai con due persone, un amico fraterno e il mio padre spirituale, e decisi di salire per 4 mesi in montagna: io la amo moltissimo, ho scalato parecchio. Quella è stata la prima volta in cui ho deciso di lasciarmi aiutare; ho preso anche la badante, la prima che mi è capitata, e sono partito portando la Bibbia; non tanto perché volessi leggerla, ma perché il mio padre spirituale mi aveva consigliato il libro di Giobbe. Le prime tre settimane furono drammatiche: senza nemmeno il ritmo del lavoro, sentivo ancor di più la perdita dell'autonomia e direi della mia stessa dignità. Poi - forse - il buon Dio mi ha aperto gli occhi, e leggendo e rileggendo il libro di Giobbe (all'inizio non ci capivo nulla...) ho compreso che dovevo accettare i miei limiti e l'aiuto degli altri; più ancora: ho capito soprattutto che la vita è veramente bella».

    Lou Gehrig, il giocatore di baseball americano dal quale prende anche nome la sua malattia, poco prima di morire nel 1942 ebbe il coraggio di affermare di essere «l'uomo più fortunato del mondo».

    «È vero, io sono un uomo fortunato. Nei primi tempi della malattia mi infastidiva molto vedere i monti dal basso verso l'alto, io che li ho sempre scalati; ma dal momento in cui le vette sono tornate a darmi gioia anche dalla mia sedia a rotelle, qualcosa è cambiato. Mi sono reso conto di quanto era bello vivere, di quanto ero fortunato: in fondo potevo fare il medico anche se riuscivo a muovere solo un dito, potevo portare ai malati la mia competenza perché il mio cervello funziona bene anche se è prigioniero di un corpo sempre meno autonomo, posso continuare a seguire il mio reparto, comunicare e soprattutto sentirmi utile a me stesso. Ho la fortuna di essere un malato con una cultura medica, dunque sono diventato l'esperto di fiducia per chi è meno fortunato di me nella malattia. Per questo mi sono messo a disposizione dell'associazione Aisla: per dimostrare che nella malattia si può vivere, anche accettando una tecnologia che può migliorare la qualità dell'esistenza. Avessi saputo anni fa che avrei mangiato solo attraverso un sondino... Invece la tecnologia non va demonizzata».

    Però - lei ha sostenuto talvolta - la tecnologia e nemmeno la ricerca scientifica sono tutto, per i malati.

    «Nella mia posizione di medico, è adesso che ho capito per la prima volta di che cosa ha veramente bisogno il paziente. Vivendo "dall'altra parte" - anche se non mi piace usare questa definizione - ho avuto la grande opportunità di scoprire le vere necessità dei malati. Il malato ha bisogno di essere ascoltato, chiede al medico di gestire insieme a lui il proprio disagio; quando domanda di morire, è perché non viene aiutato a mantenere la sua dignità. Il paziente vuole guarire, sì, ma soprattutto domanda di essere "preso in carico": cioè desidera che qualcuno abbia cura di lui condividendo la sua situazione. Nella nostra società fa più clamore il diritto a morire che quello a vivere. Ma l'eutanasia è la risposta più facile e più sbagliata,perché i malati vanno aiutati a vivere attraverso un'assistenza adeguata e dignitosa. Prima di approvare altre leggi, vai la pena allora di fermarsi a capire se è stato fatto il possibile per aiutare queste persone fragili ad avere consapevolezza della loro malattia e a migliorare la qualità della loro vita».

    E la ricerca scientifica? La speranza di guarire?

    «Come uomo di scienza spero molto nella ricerca, che in futuro farà molto, anche se non per il mio caso. Però io mi considero già miracolato, perché - nonostante le difficoltà quotidiane - ho la possibilità di continuare a vivere e anche bene, con una qualità accettabile. La mia speranza non è tanto di guarire, ma un sentimento del percorso compiuto con l'occhio della mente verso una condizione migliore».

    Ecco: suo figlio, il più giovane, si arrabbia a sentirla dire che «con la malattia si può vivere». Lui vorrebbe una guarigione.

    «Per vivere ci vuole sempre coraggio. La malattia non mi ha portato via tutto, anzi i mi ha dato più di quel che mi ha tolto: per esempio mi ha fatto imparare ad apprezzare le piccole cose, mi ha fatto scendere dal piedistallo su cui stavo di fronte ai pazienti, mi permette di capire i valori reali della vita, cioè di apprezzare le piccole cose, di essere contento solo per il fatto di poter respirare o anche di poter essere aiutato a respirare. Oggi so che vale la pena di vivere fino in fondo». ■



    Di Roberto Beretta

    Fonte: Il Timone Giugno 2007

 

 
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