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Discussione: Testimoni oggi

  1. #231
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    Bisogna camminare molto nel buio della notte per trovare la luce del giorno.
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    04/03/2008
    Dopo 5.800 km a piedi una coppia di sposi giunge a Gerusalemme


    Hanno viaggiato senza denaro per sette mesi e mezzo
    di Gisèle Plantec

    ROMA, lunedì, 3 marzo 2008 (ZENIT.org).- Edouard e Mathilde Cortès erano partiti da Parigi il 17 giugno 2007. Sono arrivati a Gerusalemme, affaticati ma in buone condizioni di salute e profondamente felici, al termine di una marcia di 5.800 chilometri, vissuta in spirito di povertà totale, vivendo di elemosina.

    Sposati il 9 giugno 2007, hanno scelto come luna di miele di compiere un pellegrinaggio da Parigi a Gerusalemme, mendicando ospitalità e cibo. Volevano offrire simbolicamente i loro milioni di passi “per la pace e l'unità dei cristiani”.

    “Abbiamo smesso di camminare quando siamo arrivati al Santo Sepolcro, dove abbiamo deposto tute le intenzioni portate per mesi”, ha dichiarato Mathilde parlando per telefono con ZENIT.

    Dopo alcuni problemi – le autorità israeliane hanno negato loro in due occasioni l'ingresso nel territorio di Israele –, alla fine hanno potuto dire: “Ora, come dice il salmo, la nostra marcia ha fine davanti alle tue porte, Gerusalemme... Gioia profonda e interiore quando dal Monte degli Ulivi abbiamo contemplato la Città Santa splendente sotto il sole”.

    Il viaggio è stato per i Cortès “un cammino di gioia e di meraviglia, a volte anche un cammino di sofferenze, un cammino di abbandono e un cammino di coppia”.

    Il passaggio per la Siria è stato uno dei più difficili perché “eravamo seguiti, vigilati”, ha raccontato Mathilde Cortès, riconoscendo che in quell'occasione – forse la più dura di tutto il viaggio – avevano voglia di “salire su una macchina per lasciare il Paese”.

    In generale, ha ammesso, “non abbiamo mai avuto voglia di abbandonare tutti e due contemporaneamente”, e quello dei due che era scoraggiato poteva “sostenersi con la forza dell'altro”.

    “La cosa più difficile non è stata passare la fame – anche se ora sappiamo cosa voglia dire avere fame –, ma il non essere accolti, l'essere rifiutati”, ha commentato, sottolineando che da tutte le parti – anche nella Chiesa – hanno trovato a volte una grande generosità e una grande ospitalità, ma a volte anche cuori chiusi.

    “A partire dalla Turchia, non abbiamo avuto bisogno di chiedere cibo perché la gente ci dava spontaneamente da mangiare”, ha spiegato, rimarcando la tradizionale ospitalità orientale.

  2. #232
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    Piacere, don Piotr

    Sembra la cosa più naturale del mondo il fatto che oggi si trovi a Venezia: lui, Piotr Mikulski, 31 anni, nato a Radom, 100 chilometri a sud di Varsavia (Polonia). Dal 6 gennaio sarà diacono e in futuro prete per il nostro Patriarcato. In fondo, non ha scelto lui il suo primo seminario, a Varsavia; né ha scelto di evangelizzare nel sud della Polonia o in Israele a fianco degli immigrati russi.

    Non ha scelto nemmeno di venire a Venezia: altri hanno preso per lui queste decisioni. L'unica scelta che ha fatto è stata quella di diventare prete, rispondendo a una chiamata. «Quando sono entrato in seminario ho dato la mia disponibilità alla Chiesa per andare ovunque mi mandassero. Sono stato inviato a Varsavia ed ero contentissimo. Poi a Venezia, e sono rimasto altrettanto contento. Non domando perché: questo mi aiuta a vivere serenamente la mia vocazione».
    Sarà ordinato dal Patriarca Scola a S. Marco, durante il Pontificale dell’Epifania, alle 10.30.

    Dal Cammino neocatecumenale.
    Una vocazione maturata all'interno del percorso di fede che Piotr stava compiendo: il Cammino neocatecumenale, iniziato a 17 anni. «Ero adolescente e un po' ribelle con i genitori. Non capivo alcune situazioni, il senso della vita, mi chiedevo come sarebbe stato il mio futuro. Finivo di essere adolescente e questo passaggio mi faceva un po' paura. Penso che questo stato d'animo mi abbia aperto l'orecchio per ascoltare la buon novella: ascoltavo le catechesi a bocca aperta».

    Piotr è quinto di nove fratelli. «I miei genitori non sono in cammino, ma hanno tanta fede. Hanno sofferto tanto, perché il comunismo non accettava le famiglie numerose. Hanno accolto ognuno di noi con gioia. Con l'ultimo figlio mia madre ha avuto dei problemi, tanto che i medici le avevano consigliato di abortire. “Ho partorito otto figli e il nono devo ucciderlo? ”, ha risposto lei. Mi hanno trasmesso un grande amore per la vita, che nessuno può togliermi: la cosa più preziosa è dare la vita agli altri».

    A Loreto si è “alzato”.
    La vocazione arriva all'improvviso, a 19 anni. «E' stato a Loreto, nel 1995, durante l'incontro con papa Giovanni Paolo II, che ho sentito per la prima volta che il Signore mi chiamava ad essere sacerdote».

    Dopo il termine delle Giornate mondiali della Gioventù è tradizione che Kiko Argüello, iniziatore del Cammino neocatecumenale, tenga un incontro per i giovani delle Comunità, che termina con le “alzate vocazionali”. Chi si sente chiamato a diventare prete si alza e va a ricevere una benedizione dai vescovi presenti, prendendo l'impegno di verificare successivamente la sua chiamata. «E' lì, a Porto S. Giorgio, che mi sono alzato per la prima volta. Era stato proclamato il vangelo dell'Annunciazione. La frase che mi ha più colpito, che mi ha accompagnato durante la maturazione della vocazione e mi accompagna tuttora nelle difficoltà, è “Il Signore è con te”». E chi può pensare che sia solo suggestione? «Posso solo dire che è un dono e un mistero».

    In seminario a Varsavia. Tornato a casa è ripresa la vita di sempre: Piotr doveva terminare l'ultima classe dell'istituto tecnico-meccanico. Si è anche innamorato di una ragazza e ha iniziato a studiare meccanica all'università. «Ma la Chiesa ha continuato ad accompagnarmi, attraverso il Cammino, dandomi l'amore per la Parola di Dio. E' per questo che quel desiderio non si è spento». Due anni dopo, infatti, il giovane polacco era ancora alla Gmg, questa volta a Parigi. «Là ho sentito di nuovo - anzi era cresciuto - questo desiderio di essere prete. Io facevo i miei progetti - studiavo, mi ero innamorato... - e avevo paura di abbandonarli. Ma quella Parola (“Il Signore è con te”) mi ha dato tanto coraggio». Due anni dopo ancora, nel 1999, Piotr entrava nel seminario Redemptoris Mater di Varsavia. Attenzione: non ha scelto lui la sede. Quelli del Cammino neocatecumenale sono seminari al tempo stesso internazionali, diocesani e missionari. I candidati vengono inviati nei diversi seminari presenti nel mondo (attualmente una settantina) per sorteggio.

    Esperienze missionarie. Intanto cominciano anche le sue esperienze di evangelizzazione. Prima di iniziare gli studi teologici è a Gomel, in Bielorussia, dove tocca con mano il bisogno che le persone hanno di Dio e di come il prete può venire loro incontro evangelizzando. Vi ritorna altre due volte, durante le vacanze; altri due mesi li trascorre in Georgia. Nel cammino di formazione dei seminari Redemptoris Mater è poi previsto un periodo di missione, che può durare dai due ai cinque anni. E' per questo che dopo il terzo anno di studi Piotr è inviato insieme a un prete e a una famiglia con sei figli nel sud della Polonia, su richiesta dei vescovi di Czestochowa e di Sosnowiec.
    «In quel periodo ho potuto conoscermi meglio e vedere chi sono veramente. Il Signore mi ha mostrato che posso aggrapparmi solo a lui, non alle mie capacità. Si può altrimenti anche predicare senza avere una vera relazione con Dio e con Gesù Cristo, credendo solo in se stessi». In quei momenti non è tutto semplice: «Arriva un momento che dici: sono giovane, sto perdendo la mia vita. Perdere la vita per il Signore, invece, significa ricevere vita. Non ho perso niente, anzi. Da una vera relazione con Cristo si guadagna tantissimo».

    In Israele: il servizio e lo studio. Dopo un anno trascorso in Polonia, Piotr viene mandato in Israele. La sua prima meta è stata la Domus Galileae, la casa che il Cammino neocatecumenale ha costruito in Galilea, sul Monte delle Beatitudini. Era responsabile della liturgia e dell'accoglienza dei fratelli che venivano ospitati presso la casa. «In quel periodo ho capito cosa significa servire e dare la vita per gli altri. Dando la vita si riceve la vera vita».
    Altri sei mesi il futuro prete venezian-polacco li ha vissuti a Gerusalemme, per studiare allo Studium biblicum franciscanum e alla École biblique, frequentando anche corsi di ebraico moderno. «Ci sono lezioni che ricordo ancora. Ho incontrato professori che mi hanno accompagnato nella mia vocazione e mi hanno trasmesso l'amore per la Parola di Dio. Per me, poi, poter visitare tutta Gerusalemme è stato come un viaggio di nozze. Quando ero innamorato di una ragazza mi piaceva conoscere la sua famiglia, dove abitava, dove aveva giocato... Così quando uno è innamorato di Cristo, è una gioia poter vedere dove pregava, dove è vissuto. E' stato fantastico, ricordo quel periodo come fossero state le mie nozze».

    Con i russi israeliani. Segue un altro periodo con un prete proveniente dal Redemptoris Mater di Varsavia, mandato in missione dal card. Glemp a fianco dei russi israeliani. «Potevano emigrare lì se discendevano da un qualche parente ebreo, pur essendo di religione cristiana. Li incontravamo, li preparavamo ai sacramenti. Abbiamo abitato in un convento di Trappisti, poi ci hanno dato una casa da ristrutturare. Ho imparato a lavorare il cartongesso: è stato molto bello, di tutto si ha bisogno nella vita... ». E' per questi viaggi che oggi Piotr parla polacco, russo, ebraico moderno, inglese, spagnolo e, naturalmente, italiano.

    A Venezia. Dopo un altro anno, il quarto di studi, trascorso a Varsavia, ecco l'ultima svolta, nell'ottobre del 2006. «Il Patriarca aveva richiesto dei seminaristi dai seminari Redemptoris Mater: per questo sono stato mandato a Venezia». Continua a fare il Cammino, nell'ottava comunità di S. Giovanni Evangelista a Mestre. «Il Patriarca lo ha permesso. Anche il rettore, don Lucio, mi ha appoggiato tanto. Mi dice sempre: sei privilegiato, perché oltre alla comunità del seminario hai una comunità che ti aiuta a crescere nella fede. E' importante che un prete abbia dove appoggiarsi. S. Agostino diceva: per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. E così io: per voi sono diacono, ma con voi sono cristiano... ».

    “Precarietà”, castità e obbedienza. Cosa significa essere diacono? Per Piotr «è un primo grado del sacerdozio. Cristo è il primo che ci serve. Il diacono fa esperienza di Cristo servitore e lo mostra agli altri. Già ora, come accolito, porto la comunione ai malati e prego con loro. Adesso, come ministro della Parola, c'è un mandato più decisivo da parte della Chiesa». Pronuncerà i voti di povertà, castità e obbedienza. «Ho imparato che la castità è un dono che viene dato, a me è chiesto solo di accoglierlo. Penso che Dio confermi la chiamata anche donando la castità, come un sigillo: che aiuta ad andare avanti». La povertà la spiega come “precarietà”: già nella sua passata esperienza di seminarista in Polonia non poteva tenere soldi per sé e per ogni bisogno doveva chiedere il necessario al suo formatore. «Anche Cristo, più che nella povertà, viveva nella precarietà». Quanto all'obbedienza, «tutte e tre le cose sono legate: se crolla una, crollano tutte».

    Per la Chiesa di Venezia. Con un passato del genere don Piotr sarà solo un prete del Cammino? «Non esiste un prete del Cammino, né mai esisterà. Per me il Cammino è il posto in cui la Chiesa mi dà la fede e la conversione, il luogo in cui mi accompagna. Io sarò prete per questa diocesi. Ho messo la mia disponibilità nelle mani del Patriarca, insieme con la mia obbedienza. Lui deciderà del mio futuro. Sarò incardinato in questa diocesi e sarò prete della diocesi di Venezia». E la sua vocazione “missionaria”, propria dei seminari Redemptoris Mater? «Non esiste una chiesa che non sia missionaria. Se il vescovo domani mi dice: la tua missione è in questa parrocchia, vado lì e faccio la mia missione... E così se dopo cinque o sei anni mi manderà in un'altra parrocchia. Se mi vuole mandare in un altro stato, ci vado volentieri. Questa è la mia disponibilità. Come dice “Pastores dabo vobis”, ogni prete è prete per la chiesa universale, ma passa per la chiesa locale, che per me è la diocesi di Venezia».


    Paolo Fusco
    Tratto da Gente Veneta , no.1 del 2008

  3. #233
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    «Salvatore sentiva, ma nessuno lo capiva»
    dalla Sicilia


    La testimonianza di Pietro Crisafulli: suo fratello è rimasto in coma per oltre due anni Per i sanitari non sentiva più nulla invece, quando si è risvegliato ha rivelato di avere sempre compreso ogni cosa

    DA MILANO
    ENRICO NEGROTTI
    S
    alvatore Crisafulli è tornato a soffrire alla notizia del decreto della Corte d’Appello di Milano che permette di interrompere ali­mentazione e idratazione a Eluana Englaro. Sente ancora vivo il ricor­do di quando lui stesso si trovava in stato vegetativo e nessun medico voleva credere che si sarebbe ripre­so: «Lo davano per spacciato – rac­conta il fratello Pietro – ma noi fa­miliari vedevamo che piangeva, a­vevamo il sospetto che potesse ca­pire, ma venivamo regolarmente ca­tegoricamente disillusi dai medici. Ma quando si è svegliato, Salvatore ha potuto rivelare che sentiva tutto, e che poteva solo piangere per farsi capire».
    Il caso di Salvatore venne alla ribal­ta mentre il mondo assisteva impo­tente alla vicenda di Terri Schiavo, la donna statunitense in stato vegeta­tivo che nel 2005 fu lasciata morire dopo una serie di ricorsi giudiziari. «Salvatore conosceva la vicenda per­ché vedeva i notiziari televisivi – continua il fratello Pietro –. Era in stato vegetativo dal settembre 2003, dopo un incidente stradale quando aveva 38 anni. E tutti i medici ci di­cevano che non c’era nulla da fare, persino i luminari da cui lo abbiamo fatto visitare (anche all’estero) era­no concordi. Ricordo in particolare un viaggio in Austria, da cui eviden­temente Salvatore si attendeva mol­to: quando il professore stabilì che non avrebbe avuto più di 3-4 anni di vita, non solo pianse, ma cominciò a star male, gli venne la febbre».
    Tuttavia passata l’emozione del ca­so Terri, i riflettori tornarono a spe­gnersi. «Non ce la facevamo più a reggere l’angoscia e la solitudine in cui come famiglia eravamo abban­donati – racconta ancora Pietro Cri­safulli –. Fu allora che per protesta­re dissi che gli avrei “staccato la spi­na” se non avessimo trovato aiuto. Sono parole di cui poi mi sono pen­tito, ma per capire bisogna cono­scere il grado di disperazione cui possono giungere i familiari di que­ste persone » . Tuttavia qualcosa si mosse: «L’allora ministro della Sa­lute Francesco Storace si attivò e tro­vammo un ricovero in una struttu­ra attrezzata per una vera riabilita­zione. E per tre mesi Salvatore ot­tenne quell’assitenza che nessuno gli aveva mai dato prima: lì col tem­po hanno capito che era cosciente e nell’ottobre è uscito dal coma».
    Iniziava un nuovo percorso, aperto alla speranza anche se ancora diffi­coltoso: «Per i primi 18 mesi l’assi­stenza
    è stata buona, poi è andata scemando, tra intoppi burocratici e carenze di fondi. Ma Salvatore con­tinua a migliorare: ora muove an­che le spalle e le dita dei piedi. E so­prattutto può comunicare». Al mat­tino, quando è più fresco, «riesce a parlare con la sua voce. Nel pome­riggio, di solito, utilizza due diffe­renti sistemi elettronici per tra­smetterci il suo pensiero. Adesso per esempio sta scrivendo un comuni­cato proprio sul caso di Eluana». Un caso che non può non colpire chi è passato attraverso un percorso a­nalogo: «Parlando di Terri Schiavo, Salvatore ci ha detto che si rendeva conto di essere in una situazione si­mile ». Ora Salvatore «ha una voglia di vi­vere incredibile, ha fiducia di poter migliorare ancora – aggiunge Pietro Crisafulli –. Stiamo preparando un viaggio in Florida, perché abbiamo saputo che c’è una terapia iperbari­ca che potrebbe fargli recuperare un 30% delle sue capacità. Dobbiamo sempre avere fiducia nelle possibi­lità della scienza medica nel futu­ro ». Dalla vicenda del fratello, Pietro Crisafulli ha ormai tratto molta e­sperienza: «Conosco 837 casi di per­sone in stato vegetativo, credo di po­ter affermare che almeno 350 di questi sono in grado di capire quel che succede loro intorno ma non riescono a comunicare in alcun mo­do. Proprio oggi (ieri, ndr) so che un uomo di 36 anni, in stato vegetativo dopo un incidente stradale da nove anni, si è svegliato e ha mosso le di­ta per scrivere. È fuori di dubbio che la ripresa di questi malati è lunga e incerta, ma la speranza non va mai abbandonata. E le famiglie vorreb­bero che la politica non fosse orien­tata verso una cultura di morte, ma a garantire i sostegni cui le persone disabili gravi hanno diritto».




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  4. #234
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    La storia di Jan: sveglio dopo 19 anni
    la vicenda


    Il ferroviere polacco entrò in coma nel 1988, in pieno comunismo, si risvegliò nel 2007

    DA MILANO

    LUIGI FERRAIUOLO

    N
    on sia mai detto che una persona in coma sia destinata solo alla morte. Basta ricordare, per chi ha memoria, il caso – assai cinematografico, tanto che rammenta il film Goodbye Lenin in cui una donna va in coma con il Muro di Berlino in piena efficienza e si risveglia dopo la sua caduta – ma molto istruttivo di Jan Grzebski: ferroviere polacco di 65 anni, risvegliatosi dal coma nel 2007 dopo 19 anni.
    Molti di più di quelli d’immobilità di Eluana Englaro, pur con le dovute differenze e analogie.
    Costretto all’immobilità dopo un incidente nel 1988 – in piena Polonia comunista del generale Jaruzelski – a Grzebski i medici avevano dato, al
    massimo, 2 o 3 anni di vita.
    Ma la moglie Geltrude aveva creduto nel suo risveglio. E ha avuto ragione. «Mia moglie Gertruda mi ha salvato, non lo dimenticherò mai» disse Grzebski, intervistato dalla tv polacca, a giugno dello scorso anno, poco dopo il risveglio. E per spiegare meglio la situazione, i medici del ferroviere chiarirono: «Per 19 anni la signora Grzebska ha svolto il lavoro di un team esperto di terapia intensiva, cambiando ogni ora la posizione del marito in coma per prevenire piaghe da decubito». La signora
    Geltrude dunque è stata capace di salvare il marito, contro ogni apparenza. Ma con Eluana forse questo non accadrà. A pochi giorni dal risveglio il ferroviere polacco, comunque, era riuscito a percepire gli epocali cambiamenti vissuti in 19 anni dalla vecchia Polonia: «Quando sono entrato in coma c’erano solo thè e aceto nei negozi, la carne era razionata e c’erano ovunque code per la benzina. Ora vedo la gente in strada con i cellulari e c’è così tanta merce nei negozi che mi gira la testa». E poi gli erano nati ben 11 nipotini.



    Jan Grzebski


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  5. #235
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    IN RICORDO DI UNA GIORNATA' PARICOLARE

    K.Wojtyla,il Papa Giovane*Emmanuel*



    GMG 2000


    Giovanni Paolo II - Tor Vergata anno 2000


  6. #236
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    03/09/2008

    INDIA

    La Via crucis di p. Thomas in Orissa:
    Sono pronto a tornare e servire chi mi ha colpito
    di Thomas Chellan

    È stato fra i primi ad essere colpito dalla furia dei radicali indù nei giorni scorsi. Per la prima volta parla del suo calvario. Catturato, picchiato, ferito, denudato, ha rischiato di essere arso vivo. Solo dopo due giorni la polizia lo ha liberato. Il suo racconto è stato raccolto da Nirmala Carvalho, corrispondente di AsiaNews a Mumbai.


    Mumbai (AsiaNews) - Padre Thomas Chellan, 57 anni, è una delle prime vittime del pogrom contro i cristiani lanciato dal Vishva Hindu Parishad dopo l’assassinio di Swami Laxamananda Saraswati, il 23 agosto scorso. Picchiato, malmenato, ferito, denudato egli è stato soccorso dalla polizia solo alla fine della sua Via crucis. Con lui, anche una suora ha subito le stesse violenze, forse anche più brutali. Il loro Centro pastorale a Kandhamal è stato fra le prime costruzioni cristiane ad essere distrutte e bruciate. P. Thomas, ora ricoverato in ospedale ha accettato per la prima volta di raccontare quanto gli è successo. Mentre si fa forza a parlare, annaspa nel definire “selvaggia” la furia che lo ha colpito. “Selvaggia è troppo poco” dice. “Il modo con cui ci hanno picchiato con bastoni, piedi di porco, asce, lance, mostra che non ci consideravano neppure degli esseri umani… Erano come dei sicari, pagati da qualcuno per torturarci e picchiarci”.
    P. Thomas ha ora un’unica preoccupazione: quella per le migliaia (forse 50 mila) di fuggitivi nascosti nella foresta. “A tutt’oggi non c’è nemmeno un prete o una suora a Kadhamal. Tutti sono fuggiti, mentre dilagano le razzie e la caccia all’uomo. Nella mia agonia prego per i cristiani nella foresta. Nemmeno quello è un rifugio sicuro”. E aggiunge: "Se il mio vescovo mi manda, sono pronto a ritornare in Orissa. Insieme alle mie ferite, Cristo sta guarendo anche i miei sentimenti: non ho odio o amarezza. Sono pronto a servire anche coloro che mi hanno colpito… Sono felice di essere parte della ricca storia di persecuzione della Chiesa cattolica qui in India”. (NC).

    Da sette anni sono il direttore del Centro pastorale Divyajyoti [della diocesi di Cuttack- Bhubaneshwar]. La polizia (Orissa state armed police, Osap) era accampata davanti al nostro Centro da oltre un mese, da quando, a causa dell’uccisione di una mucca, vi sono stati alcuni incidenti a Tumbudhibandth. Quando, guardando la televisione, ho saputo della crudele uccisione di Swami Laxamananda Saraswati, ho contattato subito l’Osap chiedendo la loro protezione. Mi hanno risposto: “Nessuna preoccupazione, noi siamo qui”. Allora mi sono calmato.
    Il 24 agosto, verso le 4.30 del pomeriggio, una folla enorme è giunta al nostro cancello gridando slogan. Temendo per la nostra vita, io, un altro mio confratello prete e una suora abbiamo cominciato a scappare oltre il recinto del centro, dal retro dell’edificio. Sentivamo urla, rumori di porte e finestre infrante, ecc. Poi, dopo pochissimo tempo, abbiamo visto le fiamme e il fumo. Non sentendoci al sicuro, siamo fuggiti oltre, nella foresta e siamo rimasti là alcune ore, fino alle 8 di sera. Abbiamo raggiunto la casa di Prahlad Pradhan del villaggio di K. Nuagaon e lui è stato così buono da ospitarci e darci da mangiare.
    Il 25 agosto, verso le 9 di mattina, dall’interno della mia stanza ho potuto vedere ancora una folla distruggere una piccola chiesetta. Intuendo il pericolo, Prahlad mi ha nascosto in una stanza fuori dell’edificio principale e ha chiuso la serratura dall’esterno. Alle 13.30 un gruppo di 40-50 persone è arrivato e ha rotto la porta tirandomi fuori. In mezzo al gruppo vi era la suora, catturata prima di me. Hanno cominciato a picchiarmi da tutte le parti e mi hanno strappato a forza la camicia e il banyan [una giacca da camera – ndr]. Domandavano: “Perché avete ucciso lo Swamiji? Quanti soldi avete dato agli uccisori? Perché fate sempre così tante riunioni e incontri nel centro pastorale?”.
    Poi, spingendoci e tirando da tutte le parti ci hanno condotto fino al Janavikas building, dall’altro lato della strada. In mano avevano lathi [bastoni con punta di ferro, usati nelle arti marziali – ndr] asce, lance, piedi di porco, bastoni di ferro, falci, …Hanno continuato a picchiarci anche dentro l’edificio. Poi hanno strappato la camicia alla suora e l’hanno assalita. Ho detto qualcosa per fermarli, e con una mazza di ferro mi hanno colpito alla spalla destra. Poi mi hanno versato addosso del kerosene, mi hanno portato fuori e hanno preso dei fiammiferi per bruciarci. Uno ha suggerito di portarmi in strada e bruciarmi là. Mi hanno trascinato in strada mi hanno messo in ginocchio per 10 minuti, mentre portavano all’esterno anche la suora. Qualcuno intanto cercava una corda per legarci insieme e arderci vivi. Quindi hanno deciso di esporci mezzi nudi a Nuagaon, a mezzo chilometro da dove eravamo. Ci hanno legato le mani e ci hanno trascinato. Hanno anche cercato di strapparci via i resti dei nostri indumenti, ma abbiamo resistito. Mentre camminavamo piovevano colpi all’impazzata sui nostri corpi. Qualcuno nella folla gridava offese in Malayalam.
    Alle 14.30 abbiamo raggiunto Nuagaon, dove vi erano una dozzina di poliziotti dell’Osap, in piedi ai lati della strada. Domando a uno di loro: “Signore, la prego, ci aiuti!”. Ma per questa domanda uno della folla mi ha colpito. La polizia stava solo a guardare; nessun poliziotto nella sede di Nuagaon. La folla ci ha costretto a sederci sul bordo della strada e uno mi ha colpito in faccia. Intanto, uno che conoscevo bene – un venditore di Nuagaon – stava raccogliendo pneumatici usati perché volevano usarli per bruciarci.
    A un certo punto la folla ci ha detto di andare a K. Nuagaon, insieme a uno degli ufficiali, che ci ha accompagnato alla sede della polizia. Lì mi hanno messo qualche punto alle ferite, fasce e unguenti. Alle 9 di sera, l’ispettore di Balliguda, con un gruppo di poliziotti, ci ha portato a Balliguda. Uno della folla che ci aveva attaccato è rimasto a guardare tutti i nostri movimenti fino al nostro partire per Balliguda. Lì la polizia ci ha dato ospitalità e tutti ci hanno aiutato molto. Il 26 agosto alle 9 di mattina, ci hanno ancora portato alla stazione di polizia di Balliguda, dove l’ispettore capo ci ha chiesto se eravamo interessati ad esporre denuncia. Al nostro sì, ci ha detto di farlo subito, perché stava preparando il nostro trasferimento a Bhubaneshwar (280 km da Nuagaon). Abbiamo depositato 3 denunce: una per l’attacco contro il Centro pastorale; una per l’attacco contro di me; una per l’attacco contro la suora.
    Alle 16 siamo stati messi su un autobus molto confortevole, insieme ad alcuni altri passeggeri e ci hanno portato a Bhubaneshwar. Siamo scesi pochi km dopo Nayagarh, un po’ dopo la mezzanotte, il 27 agosto. Alcuni miei amici mi aspettavano per accogliermi e caricarmi nella loro auto. Alle 2 di notte siamo arrivati in uno dei nostri centri di Bhubaneshwar.

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  7. #237
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    INDIA
    Orissa: suora bruciata viva da estremisti indù; un'altra stuprata
    di Nirmala Carvalho


    Bubaneshwar (AsiaNews) - Una suora cattolica è stata bruciata viva da gruppi di fondamentalisti indù nel distretto di Bargarh (Orissa), che hanno assalito l'orfanotrofio di cui era responsabile. Lo ha confermato il sovrintendente della polizia Ashok Biswall . Un sacerdote che era presente nell'orfanotrofio è rimasto gravemente ferito ed è ora all'ospedale con profonde ustioni. Un'altra suora ,del Centro sociale di Bubaneshwar è stata stuprata da gruppi di estremisti indù prima di dar fuoco a tutto l'edificio. La lista delle violenze contro i cristiani si allunga. Fonti di AsiaNews affermano che una sacerdote è stato ferito; altri due sacerdoti sono stati rapiti.
    Da due giorni lo stato dell'Orissa (nord- est dell'India)è scosso da violenze seguite all'uccisione di un leader radicale indù, Swami Laxanananda Saraswati. Chiese, centri sociali, centri pastorali, conventi e orfanotrofi sono stati assaliti ieri e oggi al grido di "Uccidete i cristiani e distruggete le loro istituzioni".
    La tensione in tutto lo Stato è altissima. Il Vhp (Vishwa Hindu Parishad) ha lanciato per oggi e domani delle dimostrazioni. Già oggi gruppi di fanatici indù del Vhp e della Sangh Parivar hanno bloccato strade e villaggi, lanciando i propri gruppi alla razzia e alla violenza.
    Secondo informazioni dirette, il Centro sociale dell’arcidiocesi è stato assalito e bruciato. Prima della distruzione, gli incendiari hanno stuprato sr. Meena, una suora che lavorava nel Centro. Anche il Centro pastorale, che era scampato alle distruzioni del dicembre scorso, è totalmente distrutto.. P. Thomas, il responsabile è all’ospedale con gravissime ferite alla testa.
    Il p. Ajay Singh ha detto ad AsiaNews che vi sono notizie di una suora arsa viva in un orfanotrofio nel distretto di Bargarh, dove era responsabile
    Anche le suore di Madre Teresa sono state attaccate da un gruppo di militanti indù che hanno lanciato pietre su di loro, ferendone una in modo grave.
    Tutte le istituzioni cristiane sono in pericolo perché folle di radicali indù girano per le vie, rompono le porte e le finestre e talvolta assaltano le case cristiane. Diversi sacerdoti e suore sono in fuga.
    Militanti indù hanno anche assalito con pietre l’arcivescovado di Bubaneshwar, ma non hanno osato entrare data la presenza della polizia.
    La chiesa e la casa parrocchiale di Phulbani sono state attaccate e bruciate. Tutti i sacerdoti hanno dovuto fuggire rifugiandosi nelle case dei fedeli.
    L’ostello dei giovani che studiano a Phulbani è stato bruciato. Alcune missionarie della Carità radunate per un corso di studi sanitari a Brahamanigoan, sono state bloccate per ore nel villaggio. Le suore hanno lasciato il convento e hanno trovato rifugio in alcune scuole.

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  8. #238
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    Pare che per essere ammazzati, bruciati vivi, ci sia anche una motivazione (e me sembra che chi lo scrive la ritenga valida) un post di cui sono rimasto meravigliato, chi lo scrive è Barsanufio, e dà alla vicenda, non una parola veramente di rammarico, ho di riprovazione, ma di lezione del perchè, questa gente sia oggi vittima di queste atrocità, e quello che più mi ha infastidito è il suo scrivere cinico e distaccato, come poi ha continuato il thread, questo mi ha meravigliato molto. : Preghiamo per questi nostri fratelli martiri affinche siano testimonianza per le popolazioni dell'Asia, e per i nostri fratell numerosi in missione "AD GENTES" in quei luogi.

    Questoi è il post di Barsanufio:

    Oltre alla grande tristezza che vicende tragiche come queste sempre suscitano, oltre a quel senso di orrore misto ad orgoglio (strano: possono convivere) al pensiero che ancora viene sparso il sangue dei martiri. oltre a tutto questo c'è anche il disappunto. Questo sedicente integralismo induista non ha niente a che fare con il Sanathana Dharma. Il quale ha sempre avuto un solo modo di confrontarsi con l'altro: assorbirlo, non negarlo.

    A me pare che sostanzialmente vi siano sulla Terra solo due religioni antropologicamente significative: il Sanathana Dharma (volgarmente ed erroneamente induismo) e l'ebraismo. Ognuna con le sue ramificazioni, le sue eresie, i suoi inveramenti (come il buddismo e il giainismo per il primo e il cristianesimo e l'islamismo per il secondo).

    All'interno della religione del bacino del mediterraneo (ebraismo, per semplificare) il confronto con l'altro (religioso) e' stata la purità - immunità - separazione (giudaismo) e la missione - proselitismo (cristianesimo e islamismo). All'interno della religione indiana il criterio è sempre stato quello dell'assorbimento: far diventare tutto ciò che si incontra una variazione del primo tema.

    Il confronto della religione indiana col giudaismo mi pare sia stato trascurabile, o almeno io non ne conosco i termini. Con l'islamismo, ahimé. e' stato abbastanza fallimentare sul piano storico. L'Islam è molto vicino alla religione indiana sul versante esoterico (si pensi a Rumi, ad Hafiz, o più in generale a Guru Nanak e al sikhismo) ma non assimilabile sul piano essoterico: da qui le migliaia di morti e la separazione politica di Pakistan ed India, solo per fare un esempio moderno). Ma il cristianesimo, più distante sul piano esoterico, è molto più vicino al Sanathana Dharma dal punto di vsta essoterico: in Ecuador ho visto - per esempio - un cristianesimo all'interno del quale un indù si sarebbe sentito molto a suo agio. E, d'altra parte, vicino a Delhi ho visto io stesso una chiesa cattolica con sull'altare un Gesù in posizione del loto e con sei braccia. Il cristianesimo è un vero laboratorio di incontro, è la modalità forse unica con cui il mondo orientale può assorbire la religione di derivazione israelitica (esattamente come il buddismo è l'unico modo con cui l'occidente può recepire - e di fatto recepisce - il Sanathana Dharma.

    Il discorso che ho fatto è complicato e confuso: sorry. L'unica cosa che volevo dire è che questi ultraortodossi induisti non sono tradizionali (rispetto alla loro tradizione).

    Grazie, Barsanufio
    Quanto mi da fastidio quella parola
    Oltre alla grande tristezza che vicende tragiche
    come se non vedesse l'ora di portare la sua teoria nel thread, per poter magnificare la sua eloquenza e conoscenza. Mah......

    Pace

  9. #239
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    Il cammino e la comunità

    Molti hanno una concezione statica della vita del singolo cristiano e della Chiesa stessa. Nella Bibbia, la storia della salvezza e la stessa rivelazione sono presentate in maniera dinamica ed evolutiva. Esse si sviluppano partendo da un minimo per arrivare a un massimo. S. Paolo ci presenta anche il regno del Signore Gesù - dalla risurrezione alla parusia - come dinamico ed evolutivo (Cf. 1 Cor 15, 25-28; Rm 8, 19-25).
    Le comunità neocatecumenali esprimono questa caratteristica del Regno con la parola cammino. All'inizio, ciò che il kerigma genera è soltanto un seme o un feto. Esso si sviluppa gradualmente, come avviene per tutto ciò che vive. Le tappe principali del cammino neocatecumenale sono:*


    1 - L’annuncio del kerigma

    2 - Il Precatecumenato


    3 - Il passaggio al catecumenato

    4 - Il catecumenato

    5 - Elezione

    6 - La rinnovazione delle promesse battesimali.

    L'essere continuamente in cammino significa anche l'esclusione di quell'atteggiamento interiore tanto diffuso e così dannoso per la vita cristiana che è l'illusione di essere arrivati e di non aver più bisogno di niente, come quando uno è arrivato al vertice di una carriera .

    * - Sono Catechesi Iniziali, Primo Passaggio e Shemà, Secondo Passaggio, Iniziazione alla Preghiera, Traditio Symboli, Redditio Symboli, Padre nostro, Elezione e poi le tappe di quella comunità sono finite.

  10. #240
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    IL PAPA IN AUSTRALIA: TUTTI I VIDEO


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