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Discussione: Testimoni oggi

  1. #91
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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  2. #92
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    Ancora una volta ho errato....
    Voi lo sapete, o mio Dio
    non c'è nella vita angoscia più amara
    di quella che mi danno queste ricadute.
    Ahimè,ricominciare, sempre ricominciare,
    contro le insidie della vanità e della sensualità!
    Ancora una volta ho errato, o Padre;
    ma voi vedete che ho orrore della mia debolezza.
    Rialzatemi,voi che solo siete la forza e la virtù.....
    O Gesù, tre volte caduto,
    sotto il peso dei peccati del mondo
    e tre volte risollevato
    dalla forza di un amore invincibile,
    risollevate me dall'abbattimento.
    Fate che io sia umile
    nel riconoscimento della mia miseria.
    O giorno, o sole divino,
    dinanzo a cui si dilegueranno
    perfino le ombre del peccato,
    quando risplenderai?
    (Gabriele D'annunzio 1863-1938)
    E' un'invocazione che può risuonare sulle labbra di tutti, consapevoli come siamo della fragilità che affiora in noi. La preghiera ha lo scopo di ottenere il perdono, ma anche di svelare la realtà intima di ognuno. E' come un raggio di luce che penetra oltre la superfice per colpire la coscienza e far germogliare il pentimento e la speranza.

  3. #93
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    Era un prete semplice

    (CAMINEO.INFO) - Don Pascal ricordato con un articolo dell'Agenzia Fides, organo di stampa della Congregazione per la evangelizzazione dei popoli. Oggi l'estremo saluto.








    Gagnoa (Agenzia Fides) - “Un prete semplice, attaccato al suo servizio e soprattutto dedito alla promozione umana, specie dei giovani”. Così le fonti della curia dell’Arcidiocesi di Gagnoa, in Costa d’Avorio, ricordano in un colloquio telefonico, con l’Agenzia Fides don Pascal Koné Naougnon, ucciso il 31 ottobre a Divo, nel sud del Paese.

    “Il sacerdote è rimasto vittima di un tentativo di rapina nella casa parrocchiale della parrocchia della Sacra Famiglia di Divo” precisano le fonti di Fides. “Don Pascal stava per coricarsi quando, insospettito da alcuni rumori provenienti dal salotto, è andato ad accertarsi e si è trovato a faccia a faccia con alcuni banditi che non hanno esitato a sparare. Portato dai suoi confratelli nel vicino ospedale, il sacerdote è morto per le gravi ferite riportate”.


    Erano i giovani al centro della preoccupazione pastorale di don Pascal Koné Naougnon, ucciso in Costa d’Avorio alla vigilia della celebrazione di Ognissanti.


    “Purtroppo, la morte di don Pascal non è che l’ennesimo episodio del deterioramento dell’ordine pubblico nel nostro Paese” affermano le fonti della curia. “La sicurezza è precaria un po’ in ogni zona della Costa d’Avorio. La presenza di un gran numero di armi in circolazione, anche a causa dell’instabilità politica che dura dal 2002, ha aggravato il problema”.

    Don Pascal Koné Naougnon era nato il 29 aprile 1955 a Bouaké (centro nord della Costa d’Avorio) da una famiglia animista. A 12 anni riceve il battesimo e acquista il nome di Pascal. Orfano di padre, già in tenera età, è costretto a svolgere umili lavori per aiutare la famiglia contadina. A 25 anni entra nel Cammino Neocatecumenale e sviluppa la propria vocazione sacerdotale. Nel 1990, dopo un incontro internazionale in Italia, è inviato come seminarista in Perù, per iniziare la formazione sacerdotale nel Seminario Redemptoris Mater y Juan Pablo II di Callao.

    Nel 1999 fu ordinato sacerdote da Mons. Miguel Irizar Campos,Vescovo di Callao. Ha svolto il suo ministero sacerdotale in diverse zone del Perù, tra le quali Yurimaguas, Arequipa e Lima, dove si è distinto per il suo carattere generoso e per lo spirito di servizio. Nel 2003, su richiesta del Vescovo di Gagnoa, don Pascal fu inviato a servire la Chiesa ivoriana. Incardinato nella parrocchia “Sacra Famiglia” di Divo, “don Pascal”- dicono le fonti dell’Arcidiocesi di Gagnoa -“ era apprezzato da tutti per il suo stile semplice e il suo impegno per la promozione umana. Seguiva in particolare i giovani, che avevano abbandonato la scuola, offrendo una formazione tecnica per trovare un lavoro”.

    I funerali di don Pascal Koné Naougnon si terrano mercoledì 8 novembre. (L.M.)

    Fonte: (Agenzia Fides 6/11/2006 righe 34 parole 433)

  4. #94
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    Padre Pascal Konè Naougnon, martire(CAMINEO.INFO) - Non c'è amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici

    All'alba del 1° Novembre, il sacerdote missionario della Diocesi di Callao in Perù, Padre Pascal Konè Naougnon di 51 anni, è rimasto vittima di un assalto in Costa d'Avorio, in Africa, paese dove fu inviato in missione dall'anno 2003.

    Padre Pascal ha svolto i suoi studi ecclesiastici nel Seminario Diocesano Missionario "Redemptoris Mater e Giovanni Paolo II" di Callao, periferia di Lima. Ha trascorso circa nove anni di formazione presso questa casa di studi, 2 anni di itineranza e 27 anni di partecipazione ad una comunità del Cammino Neocatecumenale. Fu ordinato sacerdote dal Vescovo di Callao, Monsignor Miguel Irizar, il 29 Giugno del 1999. Da quel giorno si è sempre dedicato con fedeltà all'annuncio del Vangelo.

    NOVITÁ 6/11/06: Pubblichiamo l'esperienza di un fratello del Perù che lo conobbe e che dà fede della santità di questo presbítero missionario



    Nel 2001, con la visione missionaria che sempre ha contraddistinto la Chiesa di Callao, il Padre Pascal fu destinato alla Costa D'Avorio su richiesta del Vescovo di Divo, istanza alla quale diede generosamente risposta il Vescovo di Callao. Malgrado la lontananza dalla Diocesi, Padre Pascal rimase incardinato in questa giurisdizione ecclesiastica.

    Dalla Diocesi di Callao, rappresentata dal Vescovo unito al clero, ai fedeli e specialmente all'equipe di formatori e seminaristi del Seminario Diocesano Missionario "Redemptoris Mater e Giovanni Paolo II", si elevano preghiere perchè il Signore accolga il fratello Pascal nel suo regno santo.



    Biografía di Padre Pascal Konè Naougnon



    Padre Pascal nacque a Bouake (Costa D'Avorio) il 29 Aprile 1955, nel seno di una famiglia animista, a 12 anni di età volle ricevere per propria volontà il Battesimo della Chiesa Cattolica, dal quale gli venne imposto il nome di Pascal (Pasquale).

    Orfano di padre in giovane età, condusse una vita semplice, in accordo con la precaria realtà della sua famiglia contadina. Adolescente svolse varie attività umili, con le quali contribuiva a sostenere la precaria situazione famigliare.

    A 25 anni di età entrò a far parte del Cammino Neocatecumenale in una città vicina al suo paese natale.

    All'interno del Cammino venne scoprendo la chiamata di Dio alla vita sacerdotale. Nel Settembre del 1990, dopo aver partecipato ad un incontro internazionale in Italia, fu inviato come seminarista in Perù insieme con un altro giovane connanzionale, Pierre Mambo, per iniziare la formazione al sacerdozio presso il Seminario "Redemptoris Mater e Giovanni Paolo II" di Callao.

    Lungo tutta la sua formazione nel seminario mostrò sempre una grande affabilità, accompagnata dall'umiltà, semplicità e spirito di servizio, virtù che lo accompagnarono anche nel suo ministero sacerdotale.

    Nel 1999 ricevette l'ordinazione sacerdotale con l'imposizione delle mani da parte di Mons. Miguel Irizar Campos, Vescovo di Callao. Da presbitero partecipò alla missione in differenti luoghi del Perù, tra i quali Yurimaguas, Arequipa e Lima, dove risaltò per il suo impegno generoso e il suo spirito di servizio.

    Nell'anno 2003 su richiesta del Vescovo di Divo (Costa D'Avorio), fu inviato da Mons. Irizar a servire la Chiesa africana.

    Con docilità e sottomissione accettò di tornare al suo paese, nonostante la situazione di conflitto che si viveva a causa delle divisioni nazionali, dove il sud era abitato dai cristiani, nel governo legittimo e il nord in mano ai ribelli mussulmani.

    Così sia Pascal che Pierre, che nel lontano 1990 giungevano a Callao, tornavano ora insieme come presbiteri nella madre patria. Pur avendo la possibilità di tornare in Perù, entrambi rimasero in missione nel loro paese, nonostante la violenza e le difficoltà sofferte.



    In Costa D'Avorio Padre Pascal fu prima inviato come missionario itinerante e poi come parroco nella parrocchia della "Sacra Famiglia" di Divo, incarico che svolse con totale dedicazione e impegno fino al giorno della sua morte, avvenuta il 31 Ottobre scorso, Vespri della Solennità di Tutti i Santi, vittima di un assalto armato nella casa di un parrocchiano, dove, si dice, Padre Pascal offrì il suo corpo come scudo per proteggere la vita di uno dei familiari della casa che lo ospitava.


    Così la sua morte è stata come la sua vita : un abbandono totale al servizio di Cristo e della sua Chiesa.


    Fonte: Caminaen.com
    Traduzione: A.S. - catechumenium.it


    Pubblichiamo l'esperienza di un fratello del Perù che lo conobbe e che dà fede della santità di questo presbítero missionario

    Cari Fratelli;

    Spero che oggi il Sig., mi regali la grazia di potere raccontare la mia esperienza quando conobbi Padre Pascal, un fratello che arrivò dal Perù, l'anno 1988 o 1989, quando questo povero di spirito entrava nelle Comunità. Voi avete saputo che Padre Pascal è salito al Padre Martedì o mercoledì passato, in momento che ignoro, ma che interessa come è stato, importa che Lui il Padre lo porti a godere nel Suo Regno come gli aveva promesso.

    Come ho detto, ho conosciuto Pascal durante la cena presso un fratello Catechista che riceveva l'ordinazione Sacerdotale, Carlos Vargas. Da quando entrai imasi impressionato dell'Amore che si sentiva tra tutti i fratelli. Ricordo che anche uno del quale parlavano bene era il Cinese Tanto, un altro sacerdote che oggi sta vicino al Sig., ma mia moglie ed io, ci sedemmo in un tavolo alla destra del tavolo di onore, dove si trovavano, tra altri fratelli, Pascal e Pier Mambo, due bruni che venivano da molto lontano, e dissi a mia moglie che cos'è questa cosa che viene gente da tanto lontano, Costa di Avorio, per vivere questo, dove siamo finiti.... Infine, oggi ho 18 anni di cammino, con esperienze sulle spalla, con mille peccati, tutti pagati per suo Figlio, Gesù Cristo, aggrappato al Salterio che non avevo appresso alcuni mesi fa, come libro di testata. Era poco meno di un libro, adesso, non posso uscire di casa senza che abbiamo pregato con mia Moglie, le lodi, e vedere che il giorno è bello e che quello che mi succederà durante il lavoro, non ha importanza perchè tutto è del Sig., Se Hai Dio, Il resto non è necessario, Tutto ti Sarà dato in aggiunta, per Prima Cerca Il Regno Di Dio, e questo basta.

    Ho capito ieri che quanto è successo a Padre Pascal. Dio non ha potuto farmi regalarmi un regalo migliore di quello di conoscerli, tanto come a Jaime Palacios, altro Santo per la mia famiglia, ho vissuto con lui in Cuzco un tempo, e ho conosciuto anche l'Amore del Padre Tam. Io dico io come non credere che è Dio si fa Santi i Fratelli? ho molti Santi, ed il giorno di ieri il Sig. mi regala un altro Santo, il Padre Pascal, perché quando mi allontanai dalla comunità per più di tre o quattro anni, si presentò in casa e mi disse, abbi Coraggio, torna al Sig., e Dio ti benedirà, e mi benedice sapendo che ho un angelo ed un Santo che prega per me, ed io gli chiederò che interceda per questo povero peccatore che tutti i giorni pecca e pecca, ma l'Amore è più forte del mio peccato ed ricevo solo Amore da parte del Padre

    Come non Credere in Dio se ho questo? che è vita, come non credo in Dio se mi regala il cento per uno più persecuzione, perché vedo qui in questo avvenimento l'Amore che Dio ha per me, la sua povertà. come non Credere in Dio se mi regala le sue parole e mi dice come devo agire? per me invia lo Spirito Santo, come devo agire con gli altri fratelli a chi devo annunciare il Vangelo che mi sta salvando, senza leggi senza moralismi, come non Credere in Dio. Con chi più devo rendere partecipe di questo Amore a Dio, se non è con chi desiderano portare a Dio, è per questo che mi permetto di scrivere loro e raccontare loro che non c'è Amore più grande che il donarsi per i fratelli, come ha fatto Jaime Palacios ed oggi Pascal che il Sig. li abbia nella sua gloria, vicino a suo Figlio Gesù Cristo.


    D'accordo, coraggio, che Dio li aiuti che Dio li benedica, dove stanno e quello che stanno facendo. Non si preoccupino in accumulare cose nella terra che si lasceranno, cerchiamo in primo luogo il Regno di Dio, e tutoi ci sarà dato in aggiunta; quello di cui abbiamo bisogno di tutti i lavori, qualunque cosa sia, è dei fratelli, che credono in Gesù Cristo che vivono il Credo, tutti i giorni.

    L'Amore di Dio li accompagni sempre

    Jorge
    Parrocchia della Carità - Popolo Libero - Lima - Perù.

  5. #95
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    Il miracolo d'una vita perduta per il Vangelo







    (CAMINEO.INFO) - Un anno fa Felix Cordero, un frutto del Cammino Neocatecumenale in missione da sedici anni in Giappone con la sua famiglia, è passato al Cielo. Un testimone, sino alla fine. Desideriamo ricordarlo così.

    Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l'Adriatico, quasi all'ombra della Santa Casa di Loreto, l'umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una "famiglia in missione", immagine della "Trinità in missione", come l'aveva chiamata Giovanni Paolo II. Così, all'ombra della Santa Famiglia, Felix partiva con la sua famiglia per un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza una lira in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario.

    Un fiocco di neve in una notte d'agosto. Il miracolo d'una vita perduta per il Vangelo

    Un anno fa Felix Cordero, un frutto del Cammino Neocatecumenale in missione da sedici anni in Giappone con la sua famiglia, è passato al Cielo. Un testimone, sino alla fine. Desideriamo ricordarlo così.

    "Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi".
    Didachè, IV, 2


    I fiocchi venivano giù stupiti anch'essi d'esser precipitati sulla terra in un giorno che non avrebbe mai potuto vedere la neve. Era il 5 agosto infatti, era notte e cadeva la neve sull'Esquilino. Ma nascosta dietro a quei fiocchi silenziosi v'era la Vergine Maria; aveva deciso infatti che era su quel colle di Roma che voleva le fosse dedicato un santuario. E lo comunicava con quanto di più le assomiglia, la neve candida. Così da quel giorno il 5 agosto è diventato una memoria di Maria carissima alla Chiesa, la Madonna della neve. E su quel Colle sorge ora una delle più belle Basiliche di Roma, la più antica in Occidente dedicata a Maria. Molti secoli dopo, era un anno fa, appena superata la mezzanotte del 5 agosto, proprio Lei, la Fanciulla di Nazaret, è scesa qui sulla terra, come un fiocco di neve, per venire a prendere un suo figlio dolcissimo, Felix Cordero. Glielo aveva promesso molti anni prima, così, semplicemente, nel bel mezzo di una preghiera sciolta in libertà mentre guidava. Ed è stata fedele.

    Felix era in missione con Maite sua sposa e i suoi dieci figli in Giappone da sedici anni. Non pochi. Li aveva inviati il Papa Grande, Giovanni Paolo II, in una tenda adagiata su una collina che guarda l'Adriatico, quasi all'ombra della Santa Casa di Loreto, l'umile dimora di Gesù, Giuseppe e Maria. Era la festa della Santa Famiglia del 1988. In quella tenda, ricevendo il crocifisso dalla mani del Papa, Felix e la sua famiglia diventavano una "famiglia in missione", immagine della "Trinità in missione", come l'aveva chiamata Giovanni Paolo II. Così, all'ombra della Santa Famiglia, Felix partiva con la sua famiglia per un Paese sconosciuto, senza sapere la lingua, senza una lira in tasca, stringendo tra le mani la Croce del Signore e portando nel cuore la benedizione inossidabile del Papa missionario. Qualcosa di grande li attendeva in Giappone, un' avventura che a raccontarla non basterebbe il tempo. Sì, perchè ogni giorno, che dico, ogni istante di ogni giorno di missione è stato un miracolo, come un fiocco di neve nel bel mezzo d'una notte d'agosto.

    Il Signore lo aveva preparato a lungo, s'era fatto conoscere attraverso il Cammino Neocatecumenale, con Maite avevano sperimentato più volte la presenza e la misericordia di Dio. La Parola e l'eucarestia celebrate ogni settimana nella propria comunità di Madrid li aveva nutriti di quel pane che non perisce, l'unica verità per la quale valga la pena perdere la vita. L'esperienza consolidata di un amore infinito che si fa possibile ogni giorno nel matrimonio, nel lavoro, nella comunità fatta di concretissimi fratelli con i quali ti trovi a contatto settimana dopo settimana, questa è stata la seria formazione ricevuta. E la chiamata sentita dentro, al fondo del cuore, vivendo nel cuore della Chiesa. Una gratitudine spontanea che sorgeva dinnanzi ai miracoli d'amore toccati, gustati, sperimentati. Una gratitudine che s'era incarnata per loro in una chiamata eccezionale e stupenda, quella di annunciare, come famiglia, attraverso la vita quotidiana vissuta nella precarietà più totale, l'amore infinito che aveva salvato, rigenerato e fatto fruttificare la propria vita. Felix era partito per gratitudine. Come le tantissime famiglie del Cammino Neocatecumenale son partite per le zone più scristianizzate del pianeta, nelle bidonville del Sud America, nelle periferie delle megalopoli, o nelle città dell'Oriente che ancora non hanno conosciuto il Signore.


    Il Giappone. Un altro mondo. Per tutti, ma non per un cristiano. E Felix è stato un cristiano. Nel cuore di Cristo non vi sono barriere, non v'è divisione. Ogni uomo è suo fratello, e per lui non si tratta di uno slogan sentimentale. Per Cristo ogni terra è la sua terra, ogni Paese è il suo Paese. Ovunque vi sia un uomo c'è anche Cristo. Di Lui ha bisogno, e Lui è lì. Da sempre, e si manifesta a suo tempo in chi porta dentro il Suo cuore pieno di compassione. Il cuore della Chiesa che ha lanciato i suoi figli sino agli estremi confini della terra, da quel giorno che sul Monte le parole del Signore avevano fatto del mondo intero la sua missione. Il cuore che Dio aveva dato a Felix. Per questo il Giappone era diventato il suo Paese. Così, naturalmente, per amore. La lingua impossibile aveva imparato a balbettarla lavorando come operaio, l'ultimo, piegando le spalle per tirar su una linea del treno ad Hiroshima, la prima città alla quale era stato inviato.


    La casa resa abitabile in combutta con la Provvidenza, che lo accompagnava spesso tra quanto i giapponesi suoi vicini avevano smesso di usare, mobili ed elettrodomestici ancora buoni per chi aveva come Principale Colui che da ricco s'era fatto povero. Con Lui s'era buttato negli uffici del Comune, tappezzati di segni oscuri, gli ideogrammi che, per chi non è giapponese, sembrano messi lì apposta per impedirti di capire dove sei, che devi fare, a chi puoi rivolgerti. Le iscrizioni alle scuole dei pargoli, la luce, il telefono, il gas; le corse all'ospedale perchè quando hai tanti bambini è più il tempo che passi in macchina per tirarne qualcuno fuori dai guai che quello che puoi dedicare a riposarti. Le pietanze giapponesi, sapori e gusti e odori a distanze siderali da quelli familiari del suo "piso" lasciato a Madrid. E le "chiaccherate" con i medici, con i maestri dei ragazzi, con i vicini, con chiunque, fatte nei primi tempi come le farebbe un sordomuto, perchè quella è stata la figura che Felix e le altre famiglie in missione in Giappone hanno fatto per lungo tempo.

    Come un bambino ha imparato a dipendere totalmente da Dio, che di norma le difficoltà non è abituato a toglierle, ma, misteriosamente, è sempre lì a prenderti per mano e a condurtici dentro e a sperimentare che Lui esiste, che il Suo Figlio ha vinto la morte, che il suo amore ha trapassato ogni muro, e che, in tutto c'è speranza, perchè tutto concorre al bene per chi è amato da Lui. E così ogni difficoltà si trasformava nell'occasione per avvicinarsi a qualche giapponese, come un piccolo, come un apostolo senza sicurezze eppure felice, sereno, che proprio nella precarietà testimoniava la presenza vera e provvidente di Dio. In tutto simile ai giapponesi, Felix, percorrendo cammini e umiliazioni che solo il segreto del suo cuore ha conosciuto, ha vissuto ad Hiroshima anni fecondissimi nell'apparenza di una vita comunissima eppure straordinaria.


    Il disegno divino lo ha poi condotto con la sua famiglia al nord del Giappone, Kofu per la precisione, giusto all'ombra del famoso Monte Fuji, icona classica del Paese, e lì, come l'ape al miele, frotte di immigrati sudamericani si sono avvicinati alla sua casa. Paria di questa Nazione, molti senza neanche il visto, le famiglie dissestate, parentele intrecciate come labirinti, orari di lavoro da rabbridire, il cuore spiaccicato sul denaro da accumulare in fretta per scappare dentro ad un'illusione, tanti immigrati hanno trovato in Felix e nella sua famiglia un approdo, l'unico. Tutto quel che sino ad allora il Signore gli aveva manifestato, l'amore sperimentato e vissuto durante una vita, la precarità estrema dei suoi giorni traboccante però della Provvidenza che non abbandona mai i suoi figli, tutto questo incarnato in Felix era diventato l'ancora di salvezza per tanti disperati che nessuno aveva neanche pensato d'aiutare. La sua casa, la sua famiglia erano diventati la loro Chiesa , l'utero capace di accoglierli nelle loro debolezze, con i loro peccati, offrendo loro una possibilità, l'unica vera e credibile, il potere di Gesù Cristo e del suo amore.

    Ma proprio lì, dove il suo apostolato sembrava dare i frutti più visibili, il Signore aveva pensato di stringerlo più forte a sè, di dare una svolta e di farlo assomigliare ancor più a Lui. Kofu doveva diventare per Felix un Getsemani intriso di sangue e tradimento. I nostri occhi hanno visto il dolore nei suoi occhi al capire che per lui, e per la sua famiglia, in quel posto non v'era più posto. Gli uomini, si sa, possono capire e non capire e, quando al parroco che lo aveva chiamato lassù è succeduto un altro parroco, beh, Felix, la sua famiglia, la missione avevano finito d'essere capiti. In un momento ha visto crollare tutto. Era quello il tempo del fallimento, dell'incomprensione, del rifiuto. Era il momento oscuro nel quale in Felix è apparso invece, luminoso, il volto del Servo di Yahwè. Per tacere di tutti gli altri, in altri momenti, in altri luoghi, segreti gelosi che si è portato in Cielo. Ma questa volta era tutto pubblico, doveva far fagotto, abbandonare quell'abbozzo di comunità che aveva visto nascere tra gli ultimi di questa Nazione, lasciare quei volti, quelle storie, quelle persone. Kofu come il Moria, e Felix ha preso su famiglia e bagagli, strappando i figli agli amici e alla scuola, ai loro stessi progetti di studio e lavoro, roba da spaccare le viscere, con una ferita nel petto ma anche, e soprattutto, con la certezza nel cuore che Dio non avrebbe abbandonato nessuno di loro, ed è partito per una nuova tappa, l'ultima, del suo pellegrinaggio missionario in Giappone.



    Questa volta lo attendeva Takamatsu, e una missione nuova. La più dolorosa, la più feconda. Qualche tempo per ambientarsi, aiutare con zelo l'evangelizzazione nella Parrocchia della Cattedrale, e un dolore lancinante al petto a ricordargli che quel giorno era Lunedì Santo. Due anni fa, la corsa dal medico temendo un infarto, la scoperta che invece era un cancro, cattivo, aggressivo, e se lo stava portando via. Del suo corpo aveva risprmiato poco, s'era annidato ovunque, ma la sua anima quella no, era limpida, più limpida che mai. Come il suo cuore, che la sofferenza di Kofu aveva preparato, e dilatato. Quel lunedì s'era dischiuso il frutto più bello, il miracolo più fecondo.

    Uno sguardo con Maite, l'intesa d'una vita, e "si rimane in Giappone, io muoio qui, per questa terra offro ogni sofferenza, per il Seminario che è in questa Diocesi, per il Vescovo, per i sacerdoti, per ogni giapponese, anche per i nemici, anche per tutti quelli che non comprendono quel che stiamo facendo, la nostra esperienza di fede. Le mie sofferenze per loro, e questo mio corpo che sia sepolto qui, che qui è dove il Signore mi ha portato, che qui è la mia terra che tanto ho amato". E così anche Maite, nel cuore la decisione di proseguire la missione anche quando Felix non ci sarebbe stato più. E poi, insieme, con tenerezza grande, le decisioni comunicate ai figli, e la loro spontanea adesione al pensiero di mamma e papà. Una famiglia in missione, tante vite, una sola vita donata a questa Nazione.


    Felix aveva così intrapreso il cammino più arduo della sua missione, una "missione nella missione". Si, perchè in fondo, ed è cosa che ci riguarda tutti, tutto quanto era stato sino ad allora era la preparazione, una sorta d'allenamento, un ritiro pre-campionato, dove mettere in cascina fiato ed energie per la stagione agonistica. Ora Felix era nello stadio, nell'agone dell'ultima battaglia, quella per conservare la fede ed entrare nel Regno promesso. La sua Patria diventavano ora la corsia dell'ospedale, ora lo studio del medico, ora la stanza della chemio, e suoi fratelli i medici, le infermiere, ognuno che gli si avvicinasse, cristiano o no, spagnolo, giapponese o quel che fosse. Amici, conoscenti, e sconosciuti, tanti, tantissimi hanno pellegrinato al suo giaciglio. Una malattia per la vita, per la Gloria di Dio, il Vangelo al vivo, davanti ai nostri occhi. Un letto di dolore trasfigurato in un santuario dove era palpabile la presenza di Dio. Ecco, una vita che si era andata trasfigurando e rassomigliandosi sempre più al Signore, questa era stata la vita di Felix, ed ora, in queste sue ultime ore, tutto si stava davvero compiendo. Intorno v'era sofferenza certo, ma incastonata in una pace che non poteva essere di questo mondo, e niente di più lontano dalla rassegnazione.

    La sofferenza di Felix, di Maite, dei suoi figli era lì a gridare dolcemente che la morte è vinta, la sofferenza, il dolore, questi mostri che ci riempiono di spavento erano lì, davanti agli occhi di tutti, come perle che brillavano nel candore d'una pace celeste. Ora Felix stringeva con forza nuova e indistruttibile i suoi figli, i suoi dieci figli che intorno al suo letto lo impreziosivano come una corona di diamanti. Un re con il suo Re sul trono della Croce. Abbiamo tutti visto il Signore vivo in un corpo che scivolava verso la morte. La lotta c'è stata, non stiamo qui a scrivere un epitaffio impastato di miele. Sofferenze e combattimenti duri, tentazioni, perchè il cancro, lo sappiamo, non è mica una passeggiata nei boschi. Ha camminato spesso sul crinale Felix, ce lo ha detto più volte. Tutta la vita era stata un posare passo dopo passo i giorni su di un filo, da un lato il burrone, la possibilità concreta di cadere e sfracellarsi, ma Dio era stato sempre fedele. Mille volte aveva avuto misericordia.

    E anche ora Dio era fedele, fedele e misericordioso, ora che parlare non poteva, mangiare ancor di meno, l'accusatore era lì per farlo disperare, per strappargli quello che desiderava di più, la pace e la certezza dell'amore di Dio. Negli ultimi tempi gli ronzavano per la testa le parole di Teresina di Lisieux, che non era la morte che si portava via la vita quella che stava arrivando, ma la Vita, quella vera, che spazza via la morte. E desiderava ardentemente comprendere e vivere l'esperienza della piccola Teresa, quella di potersi sedere a mensa con i peccatori, segno d'un cuore che bramava, pieno di compassione, la salvezza di ogni uomo.


    E Maria era già in viaggio mentre si affacciava nella notte il suo giorno, quello in cui fece scendere candidi fiocchi ad imbiancare un colle di Roma. Felix sfinito cercava l'aria per posare gli ultimi passi che lo separavano dal Cielo, respiri lenti e affannati che sembravano adagiati sulle nostre parole pregate. Maite a stringer la mano, i suoi figli come virgulti d'ulivo intorno a Lui, quasi a proteggerlo e ad accompagnarlo nell'ultimo viaggio, e i fratelli in missione con lui lì accanto, ed era una liturgia. Preghiere, un rosario, un altro, e un'Ave Maria, l'ultima, un Amen, l'ultimo, a raccogliere l'anima di Felix che saliva al Cielo. E' passata da poco mezzanotte, è il 5 di agosto del 2005, è la Madonna della neve, la Vergine Maria ha steso il suo manto, ha preso con Lei il suo fiocco di neve, lo porta dal Suo Figlio, il premio promesso. Un miracolo, un volto di pace dopo tanta fatica, e lì, dove Felix ha posato il suo corpo, come la neve di tanti secoli fa ha segnato il luogo di una chiesa, qui, in Giappone, sorgerà una chiesa, ne siam certi, una comunità viva che dia gloria a Dio e che testimoni, per tutti, l'amore infinito di Dio che abbiamo visto brillare nel sorriso di Felix.



    Don Antonello Iapicca



  6. #96
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    Citazione Originariamente Scritto da niocat55 Visualizza Messaggio
    IL LUOGO DOVE VADO QUALCHE MESE L'ANNO A FARE SERVIZIO











    Kiko Argüello, Carmen Hernandez e P. Mario Pezzi, responsabili del Cammino Neocatecumenale e promotori del progetto Domus Galilaeae, assieme agli architetti che hanno collaborato alla costruzione lo aspettavano; il S. Padre non ha nascosto gesti di affetto nei riguardi degli iniziatori del Cammino e ha sigillato l'incontro con queste parole: “Il Signore vi stava aspettando su questo Monte”. Dopo la presentazione dell’Assemblea da parte di Kiko Arguello, il Santo Padre ha benedetto il Santuario della Parola. Giovanni Paolo II dava l’impressione di trovarsi realmente nella Sua casa, fino al punto che sembrava non voler più andar via.
    24 MARZO 2000




    L'origine del progetto "Domus Galilaeae"


    Uno dei grandi desideri di Papa Paolo VI era quello di costruire in Israele un centro dove i seminaristi potessero completare la loro formazione prima di essere ordinati. Fu in questa ottica che il Vaticano acquistò Notre Dame, vicino alla porta di Giaffa in Gerusalemme. All’inizio degli anni ‘80 la Custodia di Terra Santa offrì al Cammino Neocatecumenale(Cammino Neocatecumenale) la possibilità di costruire un centro di formazione, di studio e di ritiro spirituale su di un terreno situato sulla montagna delle Beatitudini; un’opera di particolare interesse per la Chiesa e per Israele. Papa Woytila, da quando nel 1994 venne informato per la prima volta del progetto "Domus Galilææ", se ne mostrò entusiasta, lo benedisse e lo appoggiò, vedendo in esso un servizio per tutti i popoli e "per tutta la Chiesa". Negli anni successivi si perfezionarono tutti i permessi per la costruzione che cominciò nel gennaio 1999 con la posa della prima pietra contenente un frammento della tomba di San Pietro benedetto dal Santo Padre.
    DOVE È SITUATA L’opera è situata un poco più in alto dell’attuale Santuario delle Beatitudini, presso la sommità della montagna detta delle Beatitudini. La “Domus Galilaeae” si affaccia sul lago di Tiberiade proprio al di sopra di Tabgha (il luogo della Prima Moltiplicazione dei pani) e Cafarnao. A circa un chilometro e mezzo dalla costruzione si trovano le rovine dell’antica Korazim, riportata alla luce in questi ultimi anni. Il complesso sorge proprio accanto alla strada che anticamente univa Korazim, situata sul monte, con Cafarnao, ubicata sulla riva del lago.

  7. #97
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    Il Progetto: Alcuni dati
    Il progetto originale è di Kiko Argüello -noto pittore spagnolo- ed iniziatore, insieme a Carmen Hernandez, del Cammino Neocatecumenale. Kiko si è avvalso della collaborazione di un gruppo di architetti internazionali, (Mattia del Prete, Antonio Avalos, Alberto Durante e Guillermo Soler) ed ha disegnato un complesso di linee estremamente moderne, ma che allo stesso tempo si fondono armonicamente con il paesaggio circostante. La costruzione è stata iniziata nel gennaio 1999 sotto la direzione di un architetto ebreo, Dan Mochly di Haifa, in collaborazione con un architetto argentino, P. Daniel Cevilan. I responsabili per la parte tecnica e per il coordinamento dei lavori sono stati rispettivamente l’ingegnere austriaco P. Ewald Randl, professore di ingegneria a Graz, e l’architetto colombiano Jose Vicente Sandino.


    L'opera è distesa su tre livelli, o terrazze, degradanti verso il lago.

    Auditorio
    La prima terrazza o blocco, la più alta rispetto al lago, ospita un centro congressi, con servizi di traduzione simultanea, capace di accogliere oltre 300 persone: esso può essere utilizzato per incontri internazionale di teologia, di studi biblici, incontri di Conferenze Episcopali, incontri per la formazione permanente dei presbiteri e per la formazione di seminaristi nell’ultima fase di preparazione al presbiterato.
    Il primo blocco contiene anche una biblioteca computerizzata dalle linee estremamente moderne per facilitare lo studio e l’approfondimento della Sacra Scrittura, con una particolare attenzione al Sermone della Montagna. Un elemento caratteristico della “Domus Galilaeae” è il Santuario della Parola, che a disposizione degli ospiti della casa per scrutare le Scritture in un clima di preghiera e contemplazione. Nel Santuario della Parola si trovano 80 troni e sulla parete di fondo vi è un Tabernacolo che contiene, su due livelli, il Santissimo Sacramento e la Sacra Scrittura, secondo quanto indicato nella Dei Verbum[1].

    Biblioteca




    Il complesso ospita inoltre la Chiesa per le celebrazioni eucaristiche, che può accogliere fino a 300 persone, e una cappella del Santissimo sormontata da un calice stilizzato, chiaro riferimento alla passione di Cristo. Attorno al Chiostro centrale sono disposti gli altri servizi: il refettorio, sale per incontri, l’ingresso principale con la reception, la cucina. Tutto l’edificio è ricoperto da pietra serena proveniente dalle cave di

    Chiesa
    Fiorenzuola (vicino a Firenze), un materiale che si adatta molto bene alla natura circostante. L’entrata è caratterizzata da un grande portico neo-romanico. Nelle piani inferiori vi sono 100 stanze, ognuna con due letti per un totale di oltre 200 letti, ciascuna con bagno, aria condizionata, e riscaldamento autonomo. Tutte le stanze sono con vista sul lago e possono servire come luogo di meditazione e di riposo. Nel corso di un anno il complesso, calcolando una permanenza variabile dai 5 ai 15 giorni, è in grado di ospitare dai 10.000 ai 20.000 pellegrini. Il complesso si distende su di un terreno di circa 33.000 m2, e l’edificio ha una superficie complessiva di circa 12.000m2. Il progetto è stato finanziato da molti benefattori, tra cui diversi Cardinali e Vescovi, ma soprattutto dai i fratelli delle comunità neocatecumenali di tutto il mondo, che hanno gareggiato, e continuano a farlo, per raccogliere i fondi necessari.

    [1] Dei Verbum, N.21

  8. #98
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    Gli scopi della "Domus Galilaeae"




    Il centro "Domus Galilææ" è un luogo dove cristiani, e soprattutto, seminaristi e presbiteri, possono avere un contatto diretto con la tradizione vivente di Israele, seguendo le orme di S. Giustino, di Origene, di S. Girolamo e di tanti altri padri della Chiesa, che tornarono alle fonti ebraiche per comprendere il senso della preghiera, delle feste e delle liturgie ebraiche che furono alimento quotidiano di nostro Signore Gesù Cristo.
    La presenza in Israele di molti dei maggiori studiosi della Scrittura, di prestigiose scuole bibliche, fa della Domus Galilaeae il luogo ideale per promuovere una ripresa degli studi della Scrittura come testimone della presenza viva di Dio.
    Si costituisce così un canale privilegiato di comunicazione, che aiuta i cristiani ad approfondire le radici della propria fede; un luogo per costruire la pace, per vedere Dio, come ha detto il Patriarca Sabah durante la celebrazione per la posa della prima pietra:
    “...Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio. Vedere Dio! Allora si vedrà la verità delle sue creature e si vedrà la pace di Dio che sola può essere la pace degli uomini... Fratelli e sorelle, preghiamo perchè questa nuova casa sia veramente un luogo di incontro dove si vincono tutti i dubbi e dove si aiuta il pellegrino a vedere Dio e a godere della Sua pace. Questo lo auguriamo per tutti coloro che vi verranno per conoscere Gesù e per farlo conoscere”.

    Il senso della "Domus Galilaeae", come è stato più volte sottolineato da Kiko e Carmen: leggere il Vangelo alla luce della tradizione e delle Liturgie ebraiche -ha detto Carmen Hernandez-. aiuta a capire "il mistero di questo popolo, che non dimostra l'esistenza di Dio, ma, come testimone vivente, ne proclama la presenza lungo tutta la storia". Per questo immergersi nella preghiera e nello studio in questo ambiente sarà per tanti futuri presbiteri, e per tutti coloro che lo faranno, una vera fonte di rinnovamento personale e teologico.

    Anche Giovanni Paolo II, forte della sua familiarità con il mondo ebraico, ha riproposto varie volte, e ultimamente nella Esortazione apostolica "Dies Domini", la necessità di ritornare alle radici ebraiche per comprendere e vivere il cristianesimo e dare slancio alla nuova evangelizzazione.



    La Nuova Estetica In Platone la teologia della bellezza ha un ruolo fondamentale: lo stupore per la bellezza risveglia nell’uomo il ricordo della sua origine divina e gradualmente lo aiuta a intraprendere nuovamente la navigazione verso Dio. La Chiesa primitiva, proclamando l’incarnazione di Dio, rivela che la “bellezza” si e’ rivestita di carne mortale:
    «veniva nel mondo la luce vera… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verita»[1]


    Il salmo 45 si è compiuto: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo,

    sulle tue labbra è diffusa la grazia...»[2]

    La bellezza ha scandalosamente preso «sensibil forma… e fra caduche spoglie prova gli affanni di funerea vita… di qua dove son gli anni infausti e bravi»[3] L’incarnazione della bellezza dona all’uomo la possibilità di ricevere una nuova natura.

    Già nell’Antico Testamento è annunciato il legame tra conversione e restaurazione della bellezza originaria: la bellezza di Eva è figura della situazione umana prima del peccato originale. Adamo trova un partner nella creazione soltanto quando Dio crea Eva. Adamo resta stupefatto di fronte alla sua bellezza:
    «Ecco, questa è veramente carne della mia carne,
    ossa della mie ossa.»[4]
    Quando Mosè conduce il popolo alle pendici del Monte Sinai perchè riceva la Torah, la Scrittura e la tradizione rabbinica presentano questo incontro come un nuovo matrimonio tra Dio ed il suo popolo. Attraverso un lavacro di rigenerazione[5] il popolo, pieno di malattie, brutture e difetti causati dal peccato e dalla schiavitù, viene ricostituito nella bellezza originaria di Eva: i rabbini scrivono che
    «i ciechi riacquistarono la vista, gli zoppi ripresero a camminare, i lebbrosi vennero sanati, i sordi ripresero ad udire,…» Dio, vedendo la bellezza della nuova Eva potè esclamare come Adamo: «Ecco veramente tu sei carne della mia carne.» Lo stesso linguaggio della bellezza viene usato dal Cantico dei Cantici per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo:
    «Come sei bella amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe»[6]
    A Giovanni Battista che chiede testimonianza su di lui, Gesù risponde con le stesse parole di Isaia
    «Andate e referite a Giovanni ciò che avete visto e udito; i ciehi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati…»[7] Nella Chiesa primitiva l’iconografia è la testimonianza dell’incarnazione: il volto di Cristo può essere raffigurato perché Dio si è rivestito della nostra carne.

    Ma la contemplazione della bellezza del volto di Cristo risveglia nell’uomo la sua vera natura: i cristiani mediante il battesimo divengono uomini nuovi, manifestano al mondo il vero amore, cioè l’amore al nemico, l’amore fino a dare la vita per l’altro.
    «Sappiamo he siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli.»[8] Per questo c’è un legame strettissimo tra bellezza ed evangelizzazione: la bellezza del volto di Cristo si traduce nella bellezza della comunità cristiana, corpo di Cristo vivente nella storia. È la comunità che rivela la bellezza della natura di Dio nella comunione e nel perdono. Dice Gesù:
    «Chi ha visto me ha visto il Padre.»[9] Così chi vede la comunità cristiana, dove si dà l'amore al nemico, vede icona di Cristo.
    Nel corso della storia la Chiesa ha sempre percepito questo legame tra bellezza ed evangelizzazione e la Chiesa è stata la più grande committente di bellezza. Tutto riflette la bellezza di Cristo, la bellezza della comunità e della comunione fraterna. L'evangelizzazione dei popoli slavi avvenne in gran parte proprio attraverso la bellezza della liturgia, delle icone e dei canti.
    Soltanto in questi ultimi anni anche all’interno della Chiesa sembra prevalere una visione funzionale che riduce i luoghi dove la comunità vive e si riunisce a semplici sale di riunione.
    Eppure proprio oggi è quanto mai necessario ed urgente che le strutture della Chiesa si rinnovino. La risposta al villaggio globale di McLuhan , alla grande città, alla monocultura, è una parrocchia che divenga un “villaggio celeste”: un modello sociale più umano capace di aprire spazi per la nuova civiltà dell'amore, una assemblea eucaristica che favorisca la partecipazione attiva dei fedeli, una realtà di comunità con un catechumenium composto da sale liturgiche per le celebrazioni in piccole comunità.
    Il progetto Domus Galilaeae e la tenda dove il Papa ha celebrerato l'Eucarestia il 24 marzo, sul monte delle Beatitudini, sono un tentativo di riscoprire forme architettoniche ed iconografiche che aiutino a reintrodurre la bellezza nella vita della Chiesa.


    [1] John 1,3; The New Jerusalem Bible, Doubleday press.
    [2] Psalm 45,2; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [3] Giacomo Leopartdi, Hymn to his Woman. [4] Genesis 2,23; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [5] Exodus 19,10-14; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [6] Song of Songs 4,1; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [7] Luke 7,22-23; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [8] First Letter of John 3,14; The New Jerusalem Bible, Doubleday press. [9] John 1,3; The New Jerusalem Bible, Doubleday press.

  9. #99
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    Cronologia della construzione
    15 gennaio 1999Posa della prima pietra, alla presenza di Sua Beatitudine Michel Sabbah, Patriarca Latino di Gerusalemme, dell nunzio apostolico in Israele, Mons. Pietro Sambi, di Mons. Stanislao Rylko, Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici e di vescovi rappresentanti di tutti i riti.
    Giugno 1999Completamento del movimento terra.Agosto 1999Completamento della struttura del blocco C.Novembre 1999Completamento della struttura del blocco B.

    Gennaio 2000Completamento della struttura: Santuario della Parola, entrata, refettorio.
    24 marzo 2000Inaugurazione dell’entrata e Santuario della Parola con il Santo Padre.
    Marzo 2005 Inaugurazione della Biblioteca

    Benedizione del Santuario della Parola
    Al progetto hanno lavorato a pieno tempo circa 150 persone tra operai, tecnici e volontari: 37 operai arabi cristiani, 32 arabi musulmani, 20 drusi, 10 maroniti e 21 tecnici ebrei. L’avanzamento del progetto e’stato, come si può vedere dalla cronologia, rapidissimo. Ancora più sorprendente è la profonda comunione che si è data, e si sta dando, tra persone di così diverse religioni, culture e mentalità. Senza alcun dubbio la visita del Papa è stata un fatto epocale, a testimonianza della volontà della Chiesa di superare ogni tipo di barriera e pregiudizio, volontà che le persone che lavorano alla Domus Galilaeae han fatto propria,coscienti di partecipare ad un progetto di importanza storica e il cui fronte di azione cresce di giorno in giorno.
    Santuario della Parola - Marzo 24, 2000

  10. #100
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    Il monte delle Beatitudini dove sorge la Domus Galilaeae
    Il Centro Internazionale "Domus Galilaeae” è situato vicino alla sommità del monte chiamato delle Beatitudini, che si eleva abbastanza rapidamente, fino a quasi 300 metri, al di sopra di Cafarnao e di Tabgah, il luogo dove avvenne la moltiplicazione dei pani e dei pesci. La Domus Galilaeae sorge a circa un chilometro dalle rovine di Korazim, sul cosiddetto plateau di Korazim, posto che la tradizione locale chiama "il luogo degli alberi della benedizione”, accanto alla antica via che univa Damasco alla Galilea, passando per Korazin, per i per Cafarnao e costeggiando parte del lago di Galilea: la via Maris, una delle più importanti via di comunicazione dell’oriente antico.

    Il luogo del Sermone della Montagna e dell’istituzione dei 12 apostoli

    Nel suo Vangelo Matteo scrive, dopo le tentazioni nel deserto, il ritorno di Gesù nella Galilea, la chiamata degli apostoli e la sua missione nella zona dell’alta Galilea e nella decapoli (Cap. 5,1-20):
    «vedendo le folle Gesù salì sul monte e messosi a sedere bgli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola…»
    pronunciò il sermone della Montagna. Nel parallelo di Luca invece (Cap. 6,12), sempre nel contesto della missione in Galilea, Gesù
    «salì sul monte a pregare e passò la notte in orazione… quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai queli diede il nome di apostoli.. disceso con loro… si fermò su un luogo pianeggiante. C’era gran folla…ed alzati gli occhi suoi diceva…»

    Le due versioni sono solo apparentemente contraddittorie, poiché Luca riferisce dell’abitudine di Gesù di ritirarsi prima in luoghi isolati o elevati per pregare da solo per poi discenderne per parlare alla folla, accorsa da tutta la Galilea e dalla Giudea, in un luogo pianeggiante ovvero più confortevole; entrambe le versioni, nell’originale greco, usano il termine
    «il monte», espressione che indica un luogo preciso e ben conosciuto dai lettori del tempo. Il contesto indica che il monte (to oros) si trovava nei pressi di Cafarnao. Fin dalle più antiche testimonianze, la Chiesa primitiva identificava il luogo del discorso e dell’istituzione dei dodici proprio nel monte che si leva appena dietro a Cafarnao e Tabgah.
    Dopo le invasioni dei persiani e poi, subito dopo, degli arabi, si persero i riferimenti precisi, in particolare sulla localizzazione della stessa Cafarnao, di Tabgah e di Korazim. Gli studiosi all’inizio del '900 sostennero diverse ipotesi sulla localizzazione del monte delle Beatitudini: alcuni proposero i corni di Hattin (Qurun-hattun) o il monte Tabor. Negli ultimi decenni tali ipotesi sono però cadute per la loro inverosimiglianza e, soprattutto, grazie alla campagna di scavi archeologici promossa dalla Custodia francescana di Terrasanta. Tra il 1905 ed il 1915 è stata riportata alla luce gran parte di Cafarnao; nel 1925 si sono potuto identificare con sicurezza le rovine di Korazim e nel 1932 si sono stati portati alla luce le rovine della Chiesa bizantina a Tabgah, che segnalava il luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Basandosi su questi precisi riferimenti archeologici, gli studiosi sono ormai d’accordo nell’identificare il monte che sovrasta Cafarnao e Tabgah come il luogo dell’istituzione dei dodici e dove si proclamò il Sermone della Montagna. Più difficile invece localizzare il luogo preciso dove vennero pronunciate le Beatitudini. Egeria, nel IV secolo, dà delle indicazioni abbastanza precise e scrive nel suo diario di viaggio:
    «non lontano da Cafarnao…sul monte vicino... vi è una altura (specula)[1] sulla quale il Signore è salito a proclamare le beatitudini...»
    Al tempo dei crociati, il Compendio De Situ Urbis Jerusalem scritto verso il 1130, riferisce che il luogo del sermone della montagna era ad un miglio da Tabgah. Poco dopo, nel 1172, Teodorico riferisce genericamente che Gesù pronunciò il sermone sul monte vicino a Tiberiade. Burchardus invece, nel 1283 è molto più preciso: egli riferisce che il luogo del Sermone, secondo le tradizioni locali, era il monte che si incontra venendo da Safed seguendo la via per oriente (la strada che passa accanto alla Domus Galilaeae) e che si trova al di sopra di Tabgah. Da qui, Burchardus scrive, si può godere un panorama magnifico su tutto il lago e su tutta la regione della Galilea fino all’Hermon ed al Libano. In epoca moderna si sta rivalutando il valore delle tradizioni beduine che sono le tradizioni locali più antiche e ininterrotte, le uniche in grado di colmare il vuoto tra l’epoca della Chiesa Primitiva e quella dei crociati. In questa prospettiva diversi studiosi moderni sono a favore della identificazione del luogo del sermone proprio con il luogo dove sta sorgendo il centro Domus Galilaeae. Clemens Kopp, che ha studiato le tradizioni beduine locali, propone tre argomenti a favore di questa ipotesi. Egli scrive:

    «ragioni molto forti sostengono che il sermone della montagna fu pronunziato presso gli alberi benedetti:» A. La antichissima tradizione locale beduina è confermata da una accurata analisi di tutte le fonti antiche e medievali. I beduini identificavano un gruppo di alberi millenari come Es-sajarat el-mubarakat che si traduce: «gli alberi benedetti dal Messia» (Issa). Questi tre alberi bimillenari- un terebinto, una quercia ed una spina Christi – si trovavano, fino al 1913, proprio sulla proprietà dove sta sorgendo la Domus Galilaeae ed erano venerati dai beduini in quanto memoria della presenza del Messia. Nel 1913 un beduino ebbe però l’audacia di tagliarne due, la quercia e la spina Christi, cosa che provocò l’indignazione degli altri beduini e portò alla vendita del terreno alla Custodia. Oggi sul terreno resta solamente il terebinto.
    B. La zona degli alberi benedetti era anche denominata dai beduini der makir che richiama il greco makarios, beato, e che si traduce “il monastero della beatitudine” dove secondo le tradizioni beduine si trovava un monastero di eremiti.»
    C. La corrispondenza con la descrizione del vangelo: «ll luogo permette di stare in solitudine ma allo stesso tempo è facilmente raggiungibile per il popolo che viene dalla strada che parte dal lago e sale lungo il wadi ed-dshamus. L’altura si inclina leggermente verso questo wadi, e per questo ci sono spazi pianeggianti per folle di maggiori dimensioni…»[2]
    Il solo punto del monte delle Beatitudini da cui si gode una vista non interrotta di tutto il lago di Tiberiade, del Giordano e perfino dell’Hermon, è proprio quello degli alberi benedetti. Anche Bernabe Meistermann e P.Lievin de Hamme riferiscono di questa tradizione beduina secondo la quale fu proprio vicino a questi alberi plurimillenari che Issa pronunciò il sermone della montagna.


    Il luogo dell’incontro di Gesù risorto con gli apostoli e con i 500 discepoli.
    La montagna delle Beatitudini è identificata da molti studiosi anche con il luogo in Galilea dove Gesù, dopo la resurrezione, diede appuntamento agli apostoli prima di inviarli ad evangelizzare tutte le nazioni (Matteo 28,10) [3]. Secondo Matteo il luogo dove Gesù si incontra con gli apostoli è
    «il monte» (to oros) la stessa espressione con cui precedentemente aveva designato il luogo dove Gesù pronunziò il sermone: Anche qui il ricorso all’articolo determinativo indica che “il monte”, cioè il monte per antonomasia, doveva essere ben noto a tutti i lettori. Inoltre Matteo 28,17 aggiunge che quel monte era il luogo dove Gesù

    «etaxato autois>>[4] Questa espressione si può tradurre in tre modi diversi: 1. «sul monte che Gesù gli aveva loro indicato» Questa ipotesi, la più usata nelle traduzioni moderne, è la più improbabile: a. Gesù non menziona precedentemente alcun monte. b. Chi traduce in questo modo deve forzare il testo e tradurre ou (dove) con una locuzione di moto a luogo, “a cui”, “al quale”, oppure, per completare il senso, deve aggiungere “dove Gesù gli aveva ordinato di andare...”, se no la frase non ha senso compiuto. L’avverbio di stato in luogo ou, indica infatti il riferimento ad un luogo dove si era svolto qualcosa in precedenza.
    c. La tradizione non ha mai usato questa traduzione. 2. «il monte dove Gesù li aveva istituiti» Cioè il monte dove Gesù , secondo il vangelo di Luca, scelse e nominò i 12 apostoli. Questa è proprio la traduzione della Vulgata:
    «ubi Jesus contituerat illis» 3. «al monte dove Gesù aveva dato loro i suoi ordini» In questo caso, Matteo farebbe riferimento al monte su cui Gesù aveva dato i suoi ordini, cioè aveva pronunciato il suo discorso fondamentale, la nuova legge, la nuova Torah sul nuovo monte Sinai.
    La seconda e la terza ipotesi, pur essendo diverse, non si contraddicono sulla localizzazione del monte. Altri studiosi, in accordo con molti padri della Chiesa, ritengono che questo incontro in Galilea sul monte corrisponda a quello avvenuto fra il Cristo e 500 discepoli. Secondo Pixner[5] la notizia dell’appuntamento con il Risorto si diffuse tra i fratelli in Galilea e alla data fissata, a metà del conto dell’Omer, cioè 25 giorni prima della Pentecoste, si radunarono non solo gli 11 ma anche 500 fratelli[6] che furono presenti quando Gesù diede il mandato agli apostoli di annunziare il Vangelo.
    Per concludere: la localizzazione esatta del luogo del discorso è certamente difficile. Quel che è certo è che la montagna delle Beatitudini è quella dove Gesù istituì i Dodici e pronunciò il sermone; inoltre, con grandissima probabilità, fu il luogo dove Gesù incontrò i discepoli dopo la sua resurrezione per inviarli ad evangelizzare le nazioni.
    È anche certo che questo luogo fu largamente frequentato da Gesù nei suoi viaggi missionari tra Cafarnao, Khorazim e le località situate sulla riva del lago. Il luogo degli alberi benedetti è uno dei posti più impregnati della presenza di Gesù e si apre su di uno scenario stupendo e suggestivo: il mare di Galilea ove si svolse gran parte della vita di Nostro Signore:
    «Dal suo panorama emana una misteriosa forza di evocazione. Per chi non manchi di sensibilità, (è il luogo ideale) per meditare sul sermone della montagna …»[7]

    [1]I manoscritti di Egeria recano la parola specula cioè altura. Alcuni hanno proposto invece di specula la variante spelunca, in particolare, ai nostri giorni, Pixner. Kopp ha criticato questa interpretazione: mai si usa la parola ascendere in riferimento ad una grotta mentre essa si usa sempre in riferimento ad una altura. Inoltre il sermone si chimerebbe il sermone della grotta e non della montagna.
    [2] Clemens Kopp, "Die Heiligen Stratten der Evangelien", Regensburg, 1959, pg. 265 and following. [3] Mt. 28,10 “go and announce to my brothers to go into Galilee, there they will see me”.[4] Etaxato,etaxato, Aoristo medium of tatto, tattw,to command. [5] Bargil Pixner, “With Jesus in Jerusalem”, pg. 167[6] I Cor. 15,6. [7] Isidro Goma Civit, "El Evangelio segun San Mateo", vol. II, pg. 197

 

 
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