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Discussione: Testimoni oggi

  1. #141
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    "Bisogna fare Comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano nell'Umiltà , nella Semplicità e nella Lode , dove l'altro è CRISTO"
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    Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali: I lavori della prima tavola rotonda

    Sgariglia (Movimento dei Focolari), Arguello (Cammino Neocatecumenale), Cesana (Comunione e Liberazione), Mansfield (Rinnovamento Carismatico cattolico), padre Fabre (Comunità Chemin Neuf), Vanier (Comunità dell’Arca).

    La mattinata di lavori (31/5/2006) del II Congresso Internazionale in corso a Rocca di Papa si è conclusa con una tavola rotonda, che ha visto come protagonisti responsabili e iniziatori di alcuni dei movimenti e nuove comunità presenti. Chiamati ad intervenire sul tema “L’incontro con la bellezza di Cristo. Itinerari educativi”, i sei relatori sono stati introdotti da Matteo Calisi, responsabile dell’International Catholic Charismatic Renewal Services (ICCRS), il quale ha affermato che i movimenti e le nuove comunità, «dono straordinario dello Spirito», sono «una risposta al secolarismo e alle necrosi spirituali del nostro tempo» attraverso cui «tante persone hanno riscoperto il gusto della fede».


    A prendere per prima la parola è stata Alba Sgariglia del movimento dei Focolari, la quale, prendendo spunto dall’enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, ha raccontato l’esperienza di fede del movimento fondato da Chiara Lubich, «un itinerario di fede - ha detto -, di formazione personale e comunitaria che ci ha insegnato a scoprire sempre e ovunque l’amore di Dio per noi, norma che deve informare il nostro agire. Il fine del nostro itinerario educativo è essere Amore, essere Gesù per portare il suo modo di pensare, agire e volere». “In questa nuova vita, che il Carisma è andato via via suscitando, si è evidenziata la caratteristica essenziale di quell’amore che Gesù ha portato sulla terra: l’amore stesso della Trinità. Un amore che è incondizionato reciproco dono di sé, e dunque totale comunione. Questa unità realizzata ha come effetto la presenza di Gesù promessa a coloro che sono uniti nel suo nome (cf Mt 18,20) , presenza che ci fa uno in Cristo (cf Gal 3,28), “non una cosa sola, ma uno, un unico soggetto nuovo”, come afferma Benedetto XVI che conclude: “Se viviamo in questo modo, trasformiamo il mondo” . L’impeto di questa esperienza di fede ha portato i Focolari a essere presenti in oltre 180 Paesi di tutti i continenti e a coinvolgere centinaia di migliaia di persone.
    Alla testimonianza del movimento dei Focolari è seguita quella di Kiko Arguello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale. Reduce da un incontro con alcuni aderenti alla comunità «in preparazione a una missione ad gentes rivolta ai non battezzati», Kiko ha ricordato, citando alcuni dati statistici relativi a Francia e Germania, il numero sempre più crescente di persone che non hanno più alcun tipo di rapporto con la Chiesa. «La bellezza salverà il mondo» ha detto citando Dostoevskij, «ma dobbiamo impegnarci, per portare alla gente, e presentare al mondo la bellezza che è Cristo. Nei quartieri delle nostre città - ha proseguito - la gente normale dove può incontrare Cristo?». Constatando le tante occasioni di collaborazione e aiuto tra i diversi movimenti in quest’opera di missione, Kiko ha ribadito la responsabilità che ogni cristiano ha di portare la propria esperienza di fede in ogni ambiente per dare a tutti la possibilità di incontrare Cristo. Ha quindi ricordato come «nei tanti Paesi in cui siamo, ciò che colpisce chi ci incontra è la bellezza del nostro stare insieme, l’amicizia che mostra l’amore di Cristo». «Una comunità cristiana - ha chiesto quasi provocatoriamente ai presenti - che novità porta? Che cosa abbiamo da dire alla società? Dobbiamo portare l’amore di Cristo che ha salvato la nostra vita. Dobbiamo proporre a tutti un itinerario di formazione alla fede che faccia scoprire questo amore che ci ha cambiato la vita».

    Giancarlo Cesana, responsabile di Comunione e Liberazione, ha iniziato il suo intervento ricordando come, all’inizio della storia del movimento fondato da don Giussani, una delle cose che fece più scalpore fu la presenza nell’allora Gs di gruppi misti di ragazzi e ragazze. «Davanti a questa obiezione - ha ricordato Cesana - don Giussani rispondeva che se a messa si separano ragazzi e ragazze, questi finiscono per non guardare più davanti, verso l’altare, ma girano la testa un gruppo verso l’altro. Perché il problema è che devono avere qualcuno davanti a loro di persuasivo che li colpisca, che interessi». La bellezza di Cristo come evidenza della verità e del bene, «è su questo che Giussani ha puntato tutto», perché «il cristiano non è uno che fa le cose di tutti gli altri, come tutti gli altri, ma un po’ meno; il cristiano ¬- ha detto Cesana ¬- è uno che vive di più. Perché il problema di Dio non è un problema morale, ma un’esigenza forte come la fame, la sete». Due sono state poi le parole su cui ha insistito nel suo intervento: l’amicizia come virtù, come «compromissione affettiva», come «esperienza di un amore vissuto in prima persona», che fa scoprire sé e lega agli altri; e il desiderio, «perché l’uomo, in tutto ciò che fa desidera tutto, l’infinito».
    Patty Mansfield, tra le iniziatrici del Rinnovamento Carismatico cattolico, ha ricordato proprio i giorni iniziali da cui è sorta quell’esperienza di fede che oggi coinvolge migliaia di cristiani in tutto il mondo. «Io non sono una fondatrice, ma una testimone di una grazia che non è proprietà nostra, del Rinnovamento Carismatico, ma che è data e rinnovata ogni giorno dallo Spirito». Raccontando l’esperienza di preghiera e di domanda che caratterizzò il ritrovo di Ann Arbor (Michigan - Usa) nel 1970, da cui prese il via la storia del Rinnovamento Carismatico cattolico, la Mansfield ha detto: «Io mi sono fidata incondizionatamente di Dio e in quei giorni mi dicevo che se questo poteva accadere per un persona normale come me, poteva accedere per tutti».
    Cosa che è avvenuta negli anni per diversi cristiani sparsi nel mondo, come ha raccontato Padre Laurent Fabre, della comunità Chemin Neuf (CNN), che è nata a Lione nel ’73 proprio come gruppo di preghiera del Rinnovamento Carismatico. Riprendendo l’intervento di Patty Mansfield e ricordando il loro primo incontro di 30 anni fa, padre Fabre ha raccontato l’esperienza del CNN nei suoi primi anni di vita e nel profondo legame con il Concilio Vaticano II.
    Jean Vanier ha concluso la tavola rotonda raccontando l’esperienza della Comunità dell’Arca da lui fondata. Come già accadde nell’incontro della Pentecoste del ’98, dove intervenne in piazza San Pietro davanti a Giovanni Paolo II in occasione del primo incontro con i movimenti, Vanier ha reso in modo semplice e appassionato la sua testimonianza. Ha ricordato l’inizio dell’Arca definendolo ironicamente come un «incidente di percorso», che lo ha portato a incontrare i poveri e i sofferenti come «una benedizione di Dio». «Per noi - ha detto - non si tratta di fare cose generose e buone, ma di diventare amici. Non è un problema di generosità, di dare il nostro superfluo, ma di incontrare persone che hanno un cuore. Non si tratta di idealizzare i poveri, ma di scoprire la nostra povertà incontrando la loro, scoprire il nostro bisogno di Cristo incontrando il bisogno di chiunque, senza distinzione di appartenenza, di fede e di provenienza».


  2. #142
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    La benedizione del Papa per Chiara Lubich ricoverata al Gemelli







    ( CAMINAYVEN.COM - 8/11/2006) - Papa Benedetto XVI, informato personalmente dal Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, dello stato di salute di Chiara Lubich, ieri ha voluto farle pervenire la sua benedizione e l'assicurazione della sua preghiera e vicinanza "umana e spirituale".

    Le condizioni cliniche della fondatrice dei Focolari si stanno progressivamente stabilizzando. Era stata ricoverata giovedì 2 novembre nel reparto di rianimazione del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” per un’insufficienza respiratoria causata da un episodio infettivo polmonare. Prosegue il trattamento medico.
    Si uniscono alla preghiera dei membri del Movimento nel mondo, anche fondatori e responsabili di vari movimenti e comunità ecclesiali, come Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e Kiko Arguello, iniziatore del Cammino neocatecumenale, che hanno assicurato il coinvolgimento delle loro comunità.


    Hanno espresso la loro partecipazione anche i rappresentanti di altri movimenti, comunità e gruppi cattolici, evangelici, anglicani e ortodossi presenti oggi e domani al Centro internazionale dei Focolari a Castelgandolfo (Roma). Sono i membri del gruppo “Amici di Stoccarda”, giunti da vari Paesi europei, tra i promotori dell’evento Insieme per l’Europa che si sta preparando per il prossimo maggio 2007 a Stoccarda (Germania).
    “Chiara aveva atteso questo momento con gioia”. Queste le prime parole di Eli Folonari, la più stretta collaboratrice della Presidente dei Focolari, all’inizio dell’incontro. Dando notizia del ricovero ospedaliero di Chiara, Eli Folonari ha espresso speranze di un miglioramento delle sue condizioni di salute. “Ma ci vorrà un po’ di tempo” – ha aggiunto. “Siamo tutti uniti nella preghiera”.
    Entrando nel merito del prossimo grande appuntamento europeo, Eli Folonari ha sottolineato quanto la preparazione di “Insieme per l’Europa” sia stata la prima attività di Chiara di questi ultimi mesi. “Ripeteva: c’è anche l’impegno nel dialogo con musulmani, buddisti e indù, però se non siamo uniti tra noi cristiani, che testimonianza diamo alle altre religioni?”. Un obiettivo questo che non tocca solo la gerarchia delle Chiese, ma anche i laici. “Questo Chiara ha particolarmente a cuore”. La Folonari ha annunciato che la fondatrice dei Focolari ha già preparato il suo intervento. “Vorrei rivelare qual è il segreto dell’unità: l’amore a Gesù crocefisso che sulla croce è giunto a gridare l’abbandono del Padre” – diceva. Le urge testimoniare che in Lui trova risposta ogni problema personale e collettivo, la divisione nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, tra le Chiese, tra i popoli. Di qui l’impegno a “creare comunione”, innanzitutto tra movimenti e comunità cristiani, “nati da un dono dello Spirito per rispondere alle varie ‘notti’ dell’Europa, perché brilli il Vangelo incarnato, oggi”.



  3. #143
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    Esperienza di evangelizzazione in Belgio
    I seminaristi del Redemptoris Mater di Strasburgo in missione a Bruxelles



    Dal 1° Novembre scorso e per i 10 giorni seguenti , tutti i Seminaristi del Seminario Redemptoris Mater di Strasburgo (Francia), si sono trasferiti a Bruxelles in Belgio per partecipare alla missione popolare promossa dal Card. Danneels di Malines-Bruxelles insieme ai Cardinali di Parigi, Vienna e altre capitali europee e denominata “Tous Saints”, “Tutti i Santi”.
    Lo scopo della missione è stato quello di risvegliare la fede cristiana nelle persone .

    In questa missione i seminaristi hanno ricevuto l’appoggio dei loro “colleghi” del RM di Namur, il seminario RM del Belgio, delle comunità presenti nell’unica parrocchia di Bruxelles che ospita il Cammino neocatecumenale e dei paesi limitrofi a Bruxelles; infine hanno partecipato una trentina di giovani delle comunità di Parigi.
    Il programma quotidiano della missione ha previsto la celebrazione delle Lodi mattutine in parrocchia , alle ore 8,00, e poi via in mezzo alla gente , bussando ad ogni porta per recare la Buona Notizia fino a mezzogiorno, sfidando freddo e intemperie con coraggio e allegria!
    Tutte le sere , dalle 18,00 alle 20,00, presso un palco appositamente preparato (e, ovviamente provvisto delle necessarie autorizzazioni da parte delle autorità civili) , si sono cantati Salmi e Cantici , proclamati alcuni versetti del Vangelo e le testimonianze personali dei fratelli protagonisti della missione.
    Estremamente variegata , multietnica e multilinguistica , la successione delle testimonianze di fede: chi in francese, chi in fiammingo, in olandese, in arabo, in italiano, in congolese, in inglese, tedesco, spagnolo……insomma una concreta presenza dello Spirito Santo .
    Infatti anche in Belgio, come d’altra parte ormai nella gran parte delle metropoli e città europee, la composizione etnica della popolazione è estremamente diversificata. Nelle stesse comunità i fratelli belgi sono una minoranza mentre la maggioranza è composta di italiani, specialmente delle regioni del sud : una iniezione di italico calore e allegria nel cuore del “freddo” centroeuropa!

    Naturalmente la rilevanza della iniziativa missionaria ha visto la realizzazione di altri importanti incontri a livello accademico con eminenti teologi ed esperti , nell’ottica di un rilancio del ruolo della cristianità come fondamento comune della civiltà europea e occidentale in genere.


    A.S. - catechumenium.it

    Nella foto: Il palco eretto a Bruxelles dai seminaristi per la missione popolare.

  4. #144
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    KIKO A CAGLIARI

    LINK FOTO, CLICCANDO SOTTO IL NUMERO LA FOTO SI INGRANDISCE:

    http://www.comandre.it/FotoAlbum/PhotoAlbum.asp

    DIOCESI DI CAGLIARI:

    Cammino
    neocatecumenale
    08/10/2006

    Siamo in grado di fornire l'audio dell'incontro del nostro clero coi Responsabili a livello mondiale del Cammino Neocatecumenale. La registrazione la si deve alla RadioKalaritana; la distribuzione in diverse e successive sezioni, tecnicamente indispensabili, la si deve a don Giancarlo Atzei. Si è dovuto inoltre fare a meno di riportare qualche passaggiio dell'incontro, quanto è parso meno interessante o meno fruibile in un ascolto differito.



  5. #145

  6. #146
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    Kiko parla al convegno di Rocca di Papa

    Mettiamo a disposizione in allegato la registrazione del discorso tenuto da Kiko al Convegno dei Movimenti e delle Nuove Comunità in corso a Rocca di Papa in preparazione al grande raduno
    che si terrà Sabato 3 Giugno prossimo in Piazza San Pietro alla presenza di Sua Santità Benedetto XVI.



    Alla testimonianza del movimento dei Focolari è seguita quella di Kiko Arguello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale. Reduce da un incontro con alcuni aderenti alla comunità «in preparazione a una missione ad gentes rivolta ai non battezzati», Kiko ha ricordato, citando alcuni dati statistici relativi a Francia e Germania, il numero sempre più crescente di persone che non hanno più alcun tipo di rapporto con la Chiesa. «La bellezza salverà il mondo» ha detto citando Dostoevskij, «ma dobbiamo impegnarci, per portare alla gente, e presentare al mondo la bellezza che è Cristo. Nei quartieri delle nostre città - ha proseguito - la gente normale dove può incontrare Cristo?». Constatando le tante occasioni di collaborazione e aiuto tra i diversi movimenti in quest’opera di missione, Kiko ha ribadito la responsabilità che ogni cristiano ha di portare la propria esperienza di fede in ogni ambiente per dare a tutti la possibilità di incontrare Cristo. Ha quindi ricordato come «nei tanti Paesi in cui siamo, ciò che colpisce chi ci incontra è la bellezza del nostro stare insieme, l’amicizia che mostra l’amore di Cristo». «Una comunità cristiana - ha chiesto quasi provocatoriamente ai presenti - che novità porta? Che cosa abbiamo da dire alla società? Dobbiamo portare l’amore di Cristo che ha salvato la nostra vita. Dobbiamo proporre a tutti un itinerario di formazione alla fede che faccia scoprire questo amore che ci ha cambiato la vita».


    A.S.-catechumenium.it

  7. #147
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    Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella missione della Chiesa: priorità e prospettive


    + Angelo Card. Scola, Patriarca di Venezia

    1. Inviati dallo Spirito di Gesù Cristo «Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni (tà dógmata) prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno. Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade» (At 16, 4-8). Con pennellate rapide ma decise san Luca schizza i tratti essenziali della missione apostolica di Paolo, accompagnato, in questa fase, da Sila e Timoteo.




    Dall’impeto missionario costituivo dell’esistenza dell’apostolo – il mandato, appunto - vengono generate le prime comunità dinamicamente presentate in questo passaggio del capitolo 16 e la cui vita è descritta dai famosi sommari iniziali del libro degli Atti: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento (didakē) degli apostoli e nell’unione fraterna (koinōnía), nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2, 42-47) .
    Ogni realizzazione della vita ecclesiale – come documenta la storia bimillenaria del popolo di Dio – è caratterizzata dal permanente riproporsi dell’avvenimento personale e comunitario dell’incontro con Gesù Cristo. Per questo sarebbe del tutto illusorio riflettere insieme, seppur sommariamente, su priorità e prospettive dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità nella missione della Chiesa, senza chinarsi ancora una volta sui lineamenti costitutivi delle comunità cristiane all’opera nella storia. a) Il protagonista: lo Spirito di Gesù Cristo
    Protagonista indiscusso della nascita e della missione della Chiesa - il racconto di san Luca lo ribadisce continuamente - è lo Spirito Santo, che è sempre lo Spirito di Gesù Cristo . Il Concilio Vaticano II, richiamando una potente analogia coniata dai Padri della Chiesa, riprende con forza e sviluppa quest’insegnamento: «perché poi ci rinnovassimo continuamente in lui (cfr. Ef 4,23), ci ha resi partecipi del suo Spirito, il quale, unico e identico nel capo e nelle membra, dà a tutto il corpo vita, unità e moto, così che i santi Padri poterono paragonare la sua funzione con quella che il principio vitale, cioè l'anima, esercita nel corpo umano» .
    Infatti il Signore Gesù edifica la Chiesa, Sua Sposa, per opera dello Spirito Santo che a partire da Maria, icona della Chiesa tutta, rende possibile l’annuncio del Vangelo, la grazia della fede e la generazione sacramentale della nuova creatura. Lo Spirito di Gesù è il dono per eccellenza che, immettendoci nella comunione di amore tra il Padre e il Figlio, ci rende partecipi della vita stessa di Dio . La Chiesa, scrive san Cipriano, è il «popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» .
    Concretamente questa vita donata dallo Spirito ai cristiani si manifesta attraverso la testimonianza personale e comunitaria. I fedeli possono invitare gli uomini e le donne di ogni tempo all’incontro con il Risorto nella comunità ecclesiale: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39). In tal modo alla libertà di ogni singolo, sempre storicamente situata, è assicurata la possibilità, per opera dello Spirito, di incontrare il Risorto, accogliere la grazia della fede ed il dono della salvezza.
    È significativo che, nel racconto di san Luca, l’insegnamento degli apostoli – il testo greco di At 16, 4 usa il termine dógmata (decisioni), che rimanda all’imprescindibile contenuto veritativo di questo insegnamento – sia connesso alla loro chiamata ad andare di città in città, in tutto il mondo. Viene qui messa in evidenza la doppia dimensione dell’apostolicità, cioè della missione . Essa è sempre ed inscindibilmente apostolicità di dottrina e di invio. Ad essa ha fatto riferimento nel Convegno Mondiale dei Movimenti Ecclesiali del 27-29 maggio 1998 l’allora Cardinal Joseph Ratzinger quando affermò che l’esistenza dei movimenti ha favorito un approfondimento dell’apostolicità della Chiesa . Non a caso il papato, garante ultimo dell’apostolicità, ha sempre mostrato lungo la storia particolare cura per queste nuove realtà, ai fini di mantenere le Chiese locali «ad immagine della Chiesa universale» .
    Un’attenta cristologia pneumatologica consente di comprendere in che modo la cosiddetta stagione dei movimenti ha offerto a tutta la Chiesa una miglior autocoscienza della propria apostolicità. Un elemento portante del magistero di Giovanni Paolo II circa i movimenti documenta la bontà di quest’affermazione: «Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un'espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo» .

    b) La co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica
    La genesi della Chiesa, come ben ci mostrano i Vangeli e gli Atti, sta nel gratuito incontro personale con Gesù Cristo che affascina l’uomo al punto da deciderlo ad una sequela radicale. Ne scaturisce una esperienza di amore per Cristo e per i fratelli carica di una bellezza che urge alla missione, la quale, in ultima analisi, sfocia sempre nell’invito al “vieni e vedrai”. Si capisce allora perché della Chiesa si debba parlare in prima e non in terza persona. La domanda ecclesiologica, adeguatamente posta, suona così: Chi è la Chiesa? E non già: Cos’è la Chiesa? .
    Infatti l’iniziativa dello Spirito di Cristo chiama in causa la libertà del singolo e chiede la sua personale testimonianza . Possiamo immaginare la Chiesa come un’ellisse , i cui due poli sono: a) lo Spirito di Gesù che viene incontro e chiama; b) la libertà dell’uomo ad aderire. Le celebri parole di Ireneo identificano con chiarezza questo dinamismo pneumatologico della Chiesa: «In ecclesia posuit Deus (...) universam operationem Spiritus (…) Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei; et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia» .
    Ritornando ai due passaggi del libro degli Atti (16, 4-8 e 2, 42-47) che danno preciso conto di chi è la Chiesa nascente, che cosa vi troviamo? Oltre all’insegnamento degli apostoli, essi fanno riferimento alla koinōnía che sgorga dall’Eucaristia (frazione del pane) e dalla preghiera costante.
    Il racconto dell’istituzione eucaristica (riportato nei Sinottici – cfr. Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 14-20 – e magistralmente proposto da Paolo in 1Cor 11, 23-26) mostra come in concreto si attua l’incontro, nello Spirito, tra Gesù Cristo e la libertà della persona. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore – scrive Paolo – quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11, 23). Nell’Eucaristia gli apostoli trasmettono autorevolmente, in quanto testimoni diretti, l’insegnamento ricevuto da Gesù invitando uomini e donne alla koinōnía che implica la tendenza libera e gioiosa a mettere in comune la propria esistenza a partire dalla preghiera per arrivare fino ad aspetti non trascurabili della vita materiale.
    Il dinamismo sinteticamente descritto è il nucleo costitutivo di ciò che in sana dottrina si chiama Traditio . Nella Catechesi dell’Udienza Generale del 10 maggio u.s. Papa Benedetto XVI ha efficacemente ricordato che questa Traditio «è la presenza permanente della parola e della vita di Gesù nel suo popolo». La Traditio pertanto, alla luce del libro degli Atti e dei racconti dell’istituzione eucaristica, si rivela come l’unità organica di un dinamismo permanente di natura ultimamente sacramentale (per questo oggettivo ed istituzionale) e di una dimensione personale (perciò non semplicemente individuale, ma sempre, in qualche modo, comunitaria) pure, in se stessa, permanente, ma le cui forme variano (dimensione carismatica legata al soggetto). Lo Spirito con la sua grazia le promuove entrambe. Con la prima garantisce l’oggettività della Tradizione ecclesiale, con la seconda ne favorisce la persuasività per il soggetto che la incontra e vi partecipa. Da una parte con i doni sacramentali ed istituzionali assicura permanentemente la presenza stabile della persona di Gesù Cristo; dall’altra, non lasciando mai mancare la dimensione carismatica mostra che Gesù muove persuasivamente la libertà dell’uomo nella varietà delle sue aspirazioni e nella pluriformità delle condizioni storico-culturali in cui egli vive . L’unica Traditio mediante il sacramento, la Parola e il regimen communionis assicura che lo stesso Gesù Cristo è annunciato a Calcutta, a Roma o a Douala; attraverso la pluriformità dei doni carismatici – ad esempio il carisma di Francesco piuttosto che quello di Domenico – persuade uomini dalle più diverse sensibilità.
    L’affermazione del Santo Padre Benedetto XVI ben esprime il modo con cui lo Spirito del Risorto opera ed assicura la permanenza della presenza della parola e della vita di Gesù (dimensione sacramentale-istituzionale) in favore della vita del popolo di Dio guidato e sostenuto dallo stesso Spirito (dimensione carismatica). L’insegnamento di Giovanni Paolo II circa la co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica costituisce un prezioso approfondimento della dottrina del Concilio Vaticano II - contenuta nella costituzione Dei Verbum – circa la “crescita” della Tradizione apostolica mediante l’assistenza dello Spirito Santo .
    In proposito è importante notare che quando si parla di co-essenzialità di dimensione istituzionale e dimensione carismatica non si deve in alcun modo pensare a “due componenti” dalla cui sintesi dialettica scaturirebbe la realtà della Chiesa. La parola co-essenzialità indica, al contrario, l’unità duale propria dell’evento Chiesa in quanto tale: la Chiesa è sempre e in modo insuperabile l’evento ellittico (due fuochi, ma una sola ellisse!) di incontro tra la grazia di Cristo e la libertà dell’uomo che lo Spirito del Risorto assicura nella storia. Questo significa che quella istituzionale e quella carismatica sono dimensioni di ogni realizzazione della Chiesa: dalla Chiesa universale a quella locale, dalla diocesi alle parrocchie e dalle classiche aggregazioni di fedeli fino ai movimenti ecclesiali e alle nuove comunità. Ognuna di queste realtà, secondo la propria specifica natura, vive delle due dimensioni. È quindi pretestuoso, e alla fine errato, ridurre i movimenti nell’ambito della pura dimensione carismatica e relegare diocesi, parrocchie e aggregazioni classiche a quella istituzionale. Entrambe le dimensioni, con diverse gradazioni, sono costitutive di ciascuna e di tutte queste realtà .
    Riconoscere, almeno in linea di principio , nella vita e nell’auto-coscienza della Chiesa, il dato della co-essenzialità della dimensione istituzionale e di quella carismatica significa far emergere con più chiarezza il chi della realtà ecclesiale. Si vede meglio il nesso antropologia ed ecclesiologia. Se ce ne fosse il tempo potremmo contemplare in proposito il mistero di Maria. È la prospettiva da cui Balthasar definisce la Chiesa come «l’unità di coloro che, schieratisi intorno al Sì immacolato di Maria (…) e in questo Sì formati, sono disposti e pronti a fare in modo che abbia a realizzarsi la volontà di salvezza di Dio su loro stessi e su tutti i fratelli» .
    Superate le tentazioni derivanti dalla contrapposizione e dalla mera giustapposizione tra dimensione carismatica e dimensione istituzionale sarebbe ora necessario approfondire maggiormente la loro co-essenzialità in chiave sacramentale. Ciò consentirebbe di illuminare come l’avvenimento cristiano permane nella storia implicando la libertà dell’uomo . Giovanni Paolo II ha aperto questo fronte parlando di ratio sacramentalis della Rivelazione e di forma eucaristica dell’esistenza cristiana .

    c) Due corollari di natura pastorale
    Prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione mi permetto di formulare qualche rilievo di carattere pastorale.
    Abbiamo già detto che la vita dei movimenti e delle nuove comunità ha favorito la consapevolezza della natura della Chiesa come evento donato alla libertà di ogni uomo. Nati perché un carisma donato personalmente ad un fedele diventa principio educativo ed aggregativo di altri fedeli cristiani (movimento), essi continuano a rivelare la persuasività dell’evento cristiano. Testimoniano la possibilità del permanere del carattere originario di evento proprio dell’incontro con Cristo, inesauribile fonte di bellezza per la libertà umana. Non si appartiene alla Chiesa per puro dovere o per pura inerzia sociale, ma perché si riconosce nel Risorto Colui che ha la capacità di mobilitare dal di dentro la persona affinché si decida al dono totale di sé, cioè all’amore. La sequela del carisma consente di riscoprire l’oggettività del proprio Battesimo, che ci incorpora a Cristo e ci fa diventare membra gli uni degli altri (cfr. 1Cor 12,12ss; Rm 12, 4-5). Il nostro essere uomini si compie, per grazia dello Spirito, nell’accoglienza del dono gratuito dell’incontro con Gesù Crocifisso e Risorto che ci invita a seguirLo nell’eucaristica comunità cristiana. Nello stesso tempo la realtà del movimento o nuova comunità rivela che la dimensione istituzionale è altrettanto co-essenziale ed è intrinseca al movimento stesso. Infatti proprio in forza della dimensione istituzionale, ultimamente garantita dai Vescovi in comunione con il Successore di Pietro, è possibile riconoscere che questo o quell’altro movimento costituiscono un’autentica esperienza di Chiesa. Da qui la necessità di non estinguere i carismi, ma anche quella di un loro adeguato discernimento.
    In quest’ottica si possono evitare fastidiosi unilateralismi.
    In primo luogo mi riferisco ad una interpretazione schematica della celebre affermazione di Giovanni Paolo II: «la Chiesa stessa è un movimento» . Essa ha condotto talora a considerare nella pratica le forme specifiche della propria esperienza di movimento come criterio di validità su cui misurare tutte le altre aggregazioni di fedeli, parrocchie e diocesi comprese. Se la dimensione carismatica è coessenziale e non derivata, oggettivamente chi incontra un movimento autenticamente ecclesiale vi compie un’esperienza integrale di Chiesa. Tuttavia la natura sempre contingente del carisma di fondazione, e ancor più del movimento che ne deriva, deve mettere in guardia dal rischio, anche indiretto, di imporli come modelli per l’intera vita della Chiesa. Un’espressione dannosa di questo rischio può derivare dal tentativo, apparentemente generoso, di creare, di fatto o di diritto, un organismo generale di coordinamento tra nuovi movimenti come se il problema della maturità ecclesiale, di cui parlava Giovanni Paolo II , potesse essere risolto dall’organizzare unitariamente i nuovi movimenti attraverso piani operativi per poi interloquire con le diocesi, le parrocchie e le aggregazioni classiche di fedeli.
    Una seconda considerazione è relativa alle modalità riduttive e parziali, ancora assai diffuse, di proporre la formazione, la spiritualità e le conseguenze etiche connesse all’esperienza cristiana. Come si evince dall’enciclica Deus caritas est questi decisivi elementi conseguono obiettivamente all’avvenimento dell’incontro con la persona di Gesù Cristo . È questo avvenimento che, in forza della grazia della fede, chiama la libertà del cristiano, sorpresa dallo splendore del Risorto, alla sequela. Quelle enucleate sono conseguenze necessarie, da cui non si può assolutamente prescindere; ma sono appunto conseguenze. Nessuno può illudersi che siano in grado di “produrre” direttamente l’esperienza cristiana. In effetti, il cristianesimo, come ogni autentico evento, si comunica solo attraverso un altro evento, che non è mai riducibile alle sue conseguenze. In questo senso nessuna “strategia pastorale” può di per sé generare il popolo santo di Dio.
    In particolare i pastori debbono resistere alla tentazione, comprensibilmente indotta da gravi urgenze pastorali, di concepire i movimenti come mera “forza lavoro”. Coloro cui è stato dato il compito di reggere il popolo di Dio ed ai quali spetta l’autorevole missione del discernimento, sono chiamati a saper riconoscere la libertà dell’azione dello Spirito Santo (cfr. At 10,1-11,18), senza voler imporre piani né programmi pastorali così rigidi da risultare mortificanti per i diversi carismi . D’altra parte deve essere premura dei movimenti assumere con la loro propria specificità la proposta pastorale del vescovo.
    Queste avvertenze, a prima vista fin troppo specifiche, sono in realtà significative modalità di attuazione del principio metodologico della communio, autorevolmente proposto dall’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985 in occasione del ventennale della chiusura del Concilio Vaticano II: la varietà e la pluriformità nell’unità .

    2. La missione nel Terzo Millennio

    Con potente lungimiranza Giovanni Paolo II ha ricordato a tutta la Chiesa al n. 29 della Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte: «Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio».
    In quest’ottica, che intende rispettare la natura di evento propria della Rivelazione, parlare di prospettive e priorità significa indicare le condizioni essenziali cui movimenti e nuove comunità debbono restar fedeli se vogliono che l’origine gratuita della loro esperienza diventi sorgente permanente della libera adesione di ogni loro membro all’incontro con il Signore e strada grata per la missione ai nostri fratelli uomini.

    a) Un soggetto ecclesiale personale e comunitario
    La prima di queste condizioni, di gran lunga la più urgente, è il porsi del “soggetto ecclesiale” personale e comunitario, luogo del «venite e vedrete» (Gv 1, 39), cioè della proposta viva del fascino di Gesù Cristo per qualunque uomo. Riemerge qui la portata pneumatologica, ecclesiologica ed antropologica di quanto detto circa la coessenzialità della dimensione carismatica e di quella istituzionale, che permette l’incontro persuasivo fra la bellezza di Cristo e la singola persona. Anzitutto occorrono persone e comunità tese a testimoniare la rilevanza dell’incontro con Cristo - nel dono dello Spirito - per l’esperienza elementare di ogni uomo. Basta pensare agli incontri di Gesù descritti nei Vangeli (Zaccheo: Lc 19, 1-10; la Samaritana: Gv 4, 1-42), che si prolungano poi in quelli degli apostoli narrati dagli Atti (At 3, 1-10; 8, 26-40; 9- 10-19). I carismi, soprattutto quelli di fondazione che vengono partecipati da migliaia di persone nei vari movimenti e comunità, mostrano così loro fecondità nella misura in cui concorrono efficacemente a rendere reperibile Gesù Cristo oggi.
    Illuminante in proposito è risalire dalla descrizione della comunità primitiva, più volte richiamata (cfr. Att 2 e 16), alla genesi del soggetto personale e comunitario descritta dai Santi Vangeli. Nel Vangeli incontriamo Gesù che, dopo i trent’anni di permanenza silenziosa a Nazareth, per ben due anni – sono i sinottici a darcene precisa documentazione – si limita ad annunciare il Regno tra Cafarnao, dove prende dimora presso Pietro, Corazim e Betsaida (cfr. Mt 11, 20-23) – un territorio di pochi chilometri quadrati – chiamando all’amicizia con Sé Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo… (cfr. Lc 5, 1-11). Ogni sabato, da buon ebreo, si recava in sinagoga come segno inequivocabile del primato di Dio nella sua vita. Lì leggeva la Parola di Dio, pregava con i Salmi (cfr. Lc 4, 16-27). Lì gradualmente inserì la proposta del regno per cui il Padre Lo aveva inviato. Con tutta probabilità il pomeriggio dello stesso sabato, secondo l’usanza giudaica, Gesù lo passava nelle case dei suoi e discorreva con loro (cfr. Mc 4, 10ss). Sono sempre i Vangeli, con i loro logia, a darcene testimonianza. Poi, man mano che cresceva l’interesse, Egli parlava, soprattutto in parabole (cfr. Mt 13, 1-51), alla gente che sempre più numerosa accorreva per ascoltarlo. Questo fu in concreto l’inizio delle Sua missione. Di cosa si tratta? Del prendersi cura di una trama di amici, liberi e coscienti. Uomini e donne che in Lui trovavano il proprio centro affettivo. In seguito, dopo due anni, Gesù è sostanzialmente costretto all’esilio, al di là del lago; e da lì, con la cerchia più ristretta dei suoi, si spinge su fino a Tiro e a Sidone (cfr. Mt 15, 21). Per sei mesi il soggetto comunitario suscitato dall’incontro con il Maestro infittisce il rapporto con Lui. Stanno insieme ventiquattro ore su ventiquattro: così cresce e si consolida la loro koinōnía. Infine in altri sei mesi, dopo «aver deciso fermamente» (cfr. Lc 9, 51: ipse faciem suam firmavit!), li porta con Sé a Gerusalemme (cfr. Mc 10, 1; Mt 19, 1; Lc 9, 51) dove la Sua missione si compie tragicamente, ma dove eucaristicamente il soggetto ecclesiale prende la forma definitiva che giunge fino a noi, proprio in forza di quei fatti (passione, morte e risurrezione), base dell’evento che per grazia anche oggi gli uomini incontrano, se un soggetto trasformato dallo Spirito di Cristo lo propone loro come evento.
    Diventa in tal modo “comprensibile e praticabile” ai fedeli l’esperienza che «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» . Porre il soggetto, ad un tempo personale e comunitario, è la priorità: fondamentale per tutta la Chiesa. Questo hanno saputo indicare persuasivamente tutti i movimenti e le nuove comunità. Questa deve essere pertanto la loro assoluta priorità. Sarà come per i primi apostoli, strada concreta per vivere le dimensioni del mondo (evangelizzazione ed inculturazione).
    Questa “cura” del soggetto, che scaturisce dalla coessenzialità di dimensione carismatica e dimensione istituzionale, permette di recuperare concretamente il dato elementare, oggi spesso smarrito, che la vita è, in se stessa, vocazione. Ogni circostanza, ogni rapporto, altro non sono che il quasi-sacramento mediante il quale lo Spirito di Gesù chiama il cristiano a coinvolgersi col disegno del Padre che conduce la storia di ogni persona e di tutta la famiglia umana. La vita come vocazione precede la vocazione ad uno specifico stato di vita. Ogni autentico carisma, infatti, risulta persuasivo non perché “aggiunge qualcosa” ai normali contenuti dell’esistenza, ma perché rende consapevoli di come il mistero di Dio, che in Gesù Cristo si è piegato sull’umana condizione, si fa presente attraverso la normalità dell’esistenza in quanto tale svelandone il carattere di vocazione. In ogni istante il Deus Trinitas si offre a noi e ci chiama a fare sì che tutta la nostra vita sia una logikē latreía (Rm 12, 1), un culto ragionevole (spirituale) gradito a Dio. Il valore del Battesimo (cfr. 1Pt 3, 21) e la forma eucaristica della vita cristiana brillano qui in pienezza. Il cristiano è chiamato (vocazione) attraverso tutte le circostanze della vita ad assumere il compito (missione) di dilatare, mediante il dono di sé, il regno di Dio, senso ultimo della storia e di ogni storia, già realizzatosi nella storia singolare di Cristo e non ancora manifestatosi pienamente nella storia di ognuno, ma presente come caparra nel mistero della Chiesa.
    Conviene, a questo punto, richiamare con forza un dato oggi gravemente trascurato. La coscienza che la vita è vocazione richiede che il fedele sia stabilmente educato al pensiero di Cristo (1Cor 2, 16). Infatti, se non si vuole “dare per scontato” il soggetto dell’azione missionaria, ogni comunità cristiana è tenuta a promuovere una permanente educazione alla fede intesa come criterio vitale con cui affrontare tutta la realtà. Nella vita del cristiano il paolino «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21) perché «tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3, 22-23) non può essere un dato automatico, ma richiede un organico lavoro di educazione (cfr. Gv 6, 45). A documentarcelo sono, ancora una volta, le prime comunità cristiane: l’annuncio del Vangelo vissuto nell’Eucaristia e testimoniato nella vita domanda l’immedesimazione accurata con la fede intesa come abbandono a Cristo (fides qua) e professione della sua verità (fides quae): «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
    Dato che Gesù Cristo è la Verità vivente e personale – la Rivelazione non ha anzitutto la forma di un discorso, ma di una persona - è impossibile separare, nell’educazione cristiana, “ciò” che Gesù insegna da “come” lo insegna. Il pensiero di Cristo è indisgiungibilmente esperienza e logos. La genesi della comunità apostolica, brevemente richiamata, mostra che per poter assimilare la verità che Egli propone è necessario coinvolgersi in un rapporto stabile con Lui ed i fratelli. Seguire Gesù è la strada per poter entrare nel contenuto vivo e presente della Rivelazione. Così i diversi movimenti e comunità ecclesiali, animati dallo Spirito, saranno luoghi di sequela ecclesiale se renderanno possibile e praticabile l’educazione permanente al pensiero di Cristo (1Cor 2, 16) che sgorga dall’idem sapite, dal tò autò phroneite (2Cor 13, 11) di cui parla Paolo.

    b) Un soggetto chiamato ad autoesporsi: la testimonianza cristiana
    La seconda condizione che diventa priorità e prospettiva per la missione ecclesiale dei movimenti e delle nuove comunità è intrinseca alla natura e all’esistenza del soggetto ecclesiale personale e comunitario. Il soggetto cristiano è chiamato a rendere testimonianza all’evento incontrato, cioè ad autoesporsi nella sequela di Gesù Cristo sulle tracce del carisma partecipato ed oggettivamente garantito dall’autorità. Per inciso conviene richiamare che questa è la strada maestra suggerita dal concludersi della parabola della cosiddetta teologia del laicato nel binomio vocazione-missione .
    Da dove in concreto hanno origine le comunità primitive cui abbiamo fatto riferimento? Dagli Apostoli avvinti dalla potenza dello Spirito del Risorto che, in piena comunione con Sua Madre e tra loro, da cristiani spaventati sono, per grazia, trasformati in testimoni fino all’offerta totale di sé. Un’imponente metamorfosi che era stata promessa da Gesù: «mi sarete testimoni» (cfr. Lc 24, 48; At 1, 8), «andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Il Vangelo di Giovanni descrive la grazia profonda di questa straordinaria novità sperimentata dai pescatori di Galilea, che documenta la genesi pneumatologica della Chiesa: «perché ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore (…) è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, Egli convincerà il mondo» (Gv 16, 6-8). L’apostolo non è tale finché lo Spirito del Risorto non lo manda, non fa di lui il testimone. L’etimologia più probabile di questo vocabolo lo fa derivare da ter-stis, il terzo che sta tra i due. Tutti i Suoi (dai primi su su fino a noi) sono il terzo che sta tra Lui ed il nostro fratello uomo che - magari senza saperlo, forse addirittura bestemmiandolo - anela alla Sua salvezza.
    La testimonianza è, alla fine, la gioiosa garanzia di una vita buona trasformata dal fascino di Gesù. Essa muove la persona e la comunità ad obbedire a ciò che la Provvidenza gli chiede qui ed ora. Infatti è della natura di ogni movimento, in quanto realizzazione della Chiesa, essere una costante “pro-vocazione” alla persona in vista della propria maturità personale ed ecclesiale. Una comunità non sostituisce mai la persona, ma la urge alla maturità fino alla sua figura adulta e compiuta. La spinge alla responsabilità nei confronti del dono della fede che ha incontrato o che è stato risvegliato nell’incontro da un carisma persuasivo.
    Come si declina questa chiamata personale e comunitaria ad auto-esporsi?
    A livello personale possiamo descriverla, nella sua dinamica interna, almeno con due tratti. Da una parte auto-esposizione significa permanente docilità a quanto lo Spirito opera nella vita della Chiesa e nel mondo. Dall’altra significa assunzione di uno stabile stile testimoniale di vita a partire dalla propria comunità cristiana fin dentro ogni ambito dell’umana esistenza. Sono due dimensioni che si richiamano l’un l’altra e non si possono mai separare: non c’è possibilità di testimonianza se non nasce dalla docilità all’opera dello Spirito che rende testimonianza in noi, perché anche noi possiamo testimoniare al mondo (cfr. Gv 15, 26-27).
    Questa urgenza di auto-esposizione personale si giocherà inevitabilmente a partire dallo specifico stato di vita. Il modo con cui un fedele laico sposato, partecipando al carisma incontrato, si esprimerà concretamente nella vita della Chiesa e nella società, non sarà identico a quello di quanti seguono Gesù nella verginità consacrata. Quello di un sacerdote appartenente ad una società di vita apostolica o a forme analoghe nate dall’esperienza di un movimento non sarà lo stesso di quello di un sacerdote diocesano che pur partecipa dello stesso carisma. Ancor diversa sarà la sequela di un carisma per quanti appartengono a famiglie monastiche, a congregazioni ed ordini religiosi o ad istituti secolari. Sono aspetti non secondari su cui molti movimenti e nuove comunità vanno riflettendo e in merito ai quali la testimonianza chiede anche il coraggio del de iure condendo .
    La testimonianza come urgenza intrinseca all’autenticità di ogni carisma è esigita in modo radicale dall’inevitabile trapasso dei fondatori di movimenti e nuove comunità. In questo caso, per assicurare la fedeltà al carisma stesso, è decisiva anzitutto l’auto-esposizione di coloro che hanno incontrato il carisma, e questo vale in modo del tutto particolare per coloro che hanno ricevuto la missione di continuare la guida delle comunità quali successori dei fondatori. Nel rischio della testimonianza personale si diventa sempre più figli e, quindi, fedeli alla grazia ricevuta: figli e non semplici imitatori.
    Se consideriamo ora l'auto-esposizione della comunità in quanto tale, mi preme indicare due criteri fondamentali. Parlando di priorità e prospettive occorre evitare il grave rischio di indebite omologazioni. Per la missione dei movimenti e delle nuove comunità non esiste un’unica strada che tutte queste realtà debbano percorrere. Senza questa avvertenza si ricadrebbe nella tentazione di voler catturare movimenti e nuove comunità nelle maglie del “già noto”, facendo loro perdere la provvidenziale e provocante diversità cui lo Spirito li chiama. In linea di principio non si deve precludere allo Spirito la più grande varietà di configurazioni testimoniali, purché si resti dentro l’oggettivo alveo del regimen communionis della Chiesa . Questo indica, tra l’altro, che è maturo il tempo di riconoscere che l’azione e la riflessione sulla missione dei nuovi movimenti nella Chiesa non può più essere ritenuta un capitolo a sé stante, ma deve necessariamente svolgersi, all’interno della Chiesa universale e delle Chiese particolari, nella comune sinfonia di tutte le aggregazioni di fedeli, incluse quelle classiche.
    Questo – ed è il secondo rilievo – impone il coraggio e la pazienza di sapere reperire nuove forme. Anche a questo proposito la fisionomia giuridica di ogni singolo movimento dovrà essere guadagnata passo passo nella storia concreta di auto-esposizione di ogni realtà all’interno della vita della Chiesa.
    Se prestiamo attenzione alla vicenda concreta dei diversi movimenti e comunità mi sembrano emergere – è una lettura del tutto personale - due tendenze che non sono in alternativa, anche se esprimono diversi orientamenti .
    Da una parte in talune di queste realtà si sviluppa la coscienza che la sequela del carisma intende semplicemente esprimere una modalità persuasiva della normale appartenenza alla Chiesa. Simili movimenti vogliono educare alla “logica sacramentale” propria dell’esistenza cristiana in quanto tale. Essa consente di affrontare le condizioni di vita comuni a tutti i fedeli senza enfatizzare forme ed organismi specifici di impegno, di testimonianza e di organizzazione. Un simile orientamento favorisce una concezione ed una pratica di movimento inteso come luogo di fraternità e amicizia cristiana capace di assumere con agilità le istanze proprie di ogni luogo e tempo. L’accurata vigilanza circa un’intensa comunione ed una generosa missione aiuterà la fedeltà stabile al carisma e la sua destinazione alla missione della Chiesa. Questo atteggiamento di forte autoesposizione può trovare sostegno in forme giuridicamente appropriate, o già esistenti o da reperire.
    Mi sembra, però, di poter rilevare nei fatti anche un altro orientamento. Quello di concepire l’appartenenza al movimento o alla comunità, luoghi persuasivi di vita cristiana, in analogia con forme monastiche e di ordini e congregazioni religiose all’ombra delle quali molte nuove comunità sono nate. Questa scelta può favorire una precisione di proposta ed un’attenta sequela del cammino dei singoli aderenti. Proprio sulla scorta della plurisecolare esperienza delle forme monastiche e religiose, queste realtà dovranno cercare forme giuridiche appropriate per le mutue relazioni con le realizzazioni ordinarie della vita ecclesiale.

    c) Un soggetto testimone nel mondo
    Come ci ha ricordato Benedetto XVI esiste un’obbiettiva corrispondenza tra la bellezza dell’incontro con Cristo, in forza del dono dello Spirito, e la gioia di comunicarlo . La missione non è anzitutto un’attività specifica, ulteriore rispetto alla vita quotidiana. Al contrario in forza della “logica sacramentale” della Rivelazione, ogni circostanza e rapporto è quasi-sacramento dell’incontro con Cristo. La persona stessa, affascinata dalla bellezza dell’incontro con Cristo in forza di un carisma persuasivo, comunica, piena di gioia, questa bellezza nella trama quotidiana dell’esistenza - affetti, lavoro e riposo - dove avviene il dia-logo di salvezza con il Risorto. Qui sta la radice dell’essenzialità e dell’universalità della missione cristiana . La missione ecclesiale non ha, come sappiano, altri confini che quelli del mondo: «il campo è il mondo» (Mt 13, 38). La missione è propria di tutti i chiamati cioè, potenzialmente, di tutti gli uomini.
    Ancora una volta potremmo descrivere i tratti di questo vivere in favore del mondo (propter nos et propter nostram salutem) riferendoci agli Atti degli Apostoli. Basti richiamare la tensione libera a mettere in comune beni materiali e spirituali (cfr. At 4, 32-37), praticando la koinōnía come concreto principio di organizzazione dell’esistenza. O riferirsi a Paolo che fermandosi a Corinto, lavora come fabbricatore di tende (cfr. At 18, 1-4), o allo stesso che riceve amici in casa, prigioniero a Roma, vivendo così secondo uno stile singolare il suo “riposo” (cfr. At 28, 16-22). O ancora al carceriere di Filippi che, passato il momento di grave turbamento, si fa battezzare, fa salire Paolo e Sila in casa, apparecchia la tavola… e si ritrova «pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio» (cfr. At 16, 27-34). Veramente ogni circostanza della vita e in essa ogni rapporto – circostanze e rapporti formano infatti la trama di cui è intessuta la realtà – sono il luogo dell’annuncio testimoniale di Gesù Cristo da parte del soggetto ecclesiale personale e comunitario.
    Parlando di missione oggi si deve avere il coraggio di riconoscere che, per il grande travaglio in cui versa l’uomo post-moderno, è decisivo mostrare come l’evento di Gesù Cristo intercetti concretamente l’anelito di libertà e di felicità inscritto in ogni uomo ma avvertito in modo singolarmente acuto dai nostri contemporanei. Ciò deve giungere fino a mostrare le implicazioni antropologiche e sociali della novità di vita generata dal Battesimo e resa affascinante dalla sequela del carisma partecipato nella vita della Chiesa . Siamo chiamati a mostrare che non è vera la terribile accusa del poeta Eliot: «Il genere umano / non può sopportare troppa realtà» .
    Quando parlo di urgenze antropologiche mi riferisco alle modalità concrete con cui la forza dei movimenti educa a vivere gli affetti e ad affrontare l’esperienza esaltante dell’amore sponsale e verginale, che è sempre fecondo. Rendere visibile nel mondo la possibilità di amare per sempre ed in modo esclusivo nel matrimonio e quella di generare ed educare figli costituisce una strada decisiva per ridare speranza ai nostri fratelli uomini. Quella speranza di cui sono segno privilegiato ed escatologico coloro che sono stati chiamati a seguire Gesù Cristo attraverso la professione dei consigli evangelici o attraverso il sacramento dell’Ordine.
    Sul piano sociale urge proporre concretamente una nuova civiltà dal volto umano, fatta di affetti, lavoro, riposo concepiti come generatori di “vita buona” personale e civile.
    Amando e lavorando in Cristo e per Cristo senza temere sacrificio e dovere, il desiderio e la libertà trovano la via sicura del compimento. Si diventa uomini condotti dalla logica dell’Incarnazione a condividere le forme più elementari del desiderio, a partire dal bisogno (cfr. At 4, 32-35; Rm 15, 25-27; 1Cor 16; 2Cor 8). Ed è del tutto naturale che più il bisogno è imponente e radicale più provochi la libertà di condivisione del cristiano.
    In questo modo si verrà configurando una cultura sociale imperniata sui principi della solidarietà e della sussidiarietà, costantemente approfonditi dal Magistero sociale della Chiesa. Si sarà capaci di incontrare e collaborare con uomini e donne di tutte le latitudini e longitudini nell’edificazione di forme sostanziali di democrazia e di buon governo.
    Non è un caso che il Santo Padre, nell’enciclica Deus caritas est, abbia richiamato i fedeli laici a percorrere la strada della purificazione dell’amore. Una strada che va simultaneamente dall’eros all’agape e dalla giustizia alla carità . I cristiani - dice il Papa - in quanto «cittadini dello Stato, sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare “alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune”» . L’importanza di questa testimonianza nel sociale, in grado di distinguere i diversi ambiti nell’unità vitale del soggetto, è segnata da una chiara coscienza del rapporto tra diritti, doveri e leggi. In proposito è significativo il peso che ultimamente ha avuto il dibattito su cosa sia “religione” e “laicità”, almeno in Europa e negli Stati Uniti.
    Da una parte vi è chi assolutizza il rapporto cittadino-Stato, relegando nel privato ogni appartenenza o identità (culturale, religiosa). Si giunge così ad un’ipertrofia dei diritti, sganciati dai doveri e dalle leggi, e alla separazione tra pubblico e privato... Essa porta inevitabilmente con sé una concezione formalistica della democrazia. Censurando la dimensione religiosa dell’uomo l’ordinamento statuale tende ad occupare il posto di Dio.
    Dall’altra parte assistiamo ad un’enfatizzazione delle “differenze” culturali, religiose ed etniche fino a renderle tra loro incomunicabili. Da qui l’impossibilità di pensare la comune appartenenza alla famiglia umana. Non si riesce a fondare l’universalità e, quindi, a stabilire un termine di paragone fra le diversità sulla base dell’esperienza elementare di ciascuno e di tutti.
    L’antropologia che nasce dall’incontro con il Risorto, proprio perché rispettosa della natura specifica dell’esperienza elementare, permette di non lasciarsi irretire in simili posizioni. L’uomo, costitutivamente religioso, è capace di ospitare tutto il reale che a sua volta, nei suoi lineamenti essenziali, è conoscibile. La società è sempre correlata alla persona, pertanto la separazione tra pubblico e privato è arbitraria. Il cristiano propugna una visione dell’uomo e della società a misura di tutti, non teme la natura plurale delle moderne realtà civili perché stima i corpi intermedi in cui il singolo è sempre inserito. È così aiutato a non vivere individualisticamente i diritti, perciò stima il dono della vita, l’oggettiva natura dei rapporti affettivi, familiari e sociali, ed è convinto che si possano coniugare giustizia e carità.
    Movimenti e nuove comunità sono chiamati quindi ad una testimonianza integrale che giunga fino a queste implicazioni. Solo così saranno fedeli alla natura essenzialmente missionaria del cristianesimo.

    3. «Guai a me se non annunciassi il Vangelo!»

    Il brano degli Atti degli Apostoli con cui abbiamo aperto questa riflessione prosegue con un episodio molto significativo: «Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi (il testo greco dice “evangelizzare”, euangelisasthai) la parola del Signore» (At 16, 9-10).
    Il Macedone del racconto degli Atti, non è forse la figura di ogni nostro fratello uomo che, magari sotto la forma della ribellione o addirittura dell’ostilità, non cessa di interpellarci? E noi, che per pura grazia abbiamo conosciuto il Risorto e per il dono del Suo Spirito siamo parte viva del popolo cristiano, non ci metteremo subito in movimento riconoscendo in questo l’invito di Dio che ci urge all’evangelizzazione? «Guai a me se non annunciassi il Vangelo!» (1Cor 9, 16).



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    Messaggio di Benedetto XVI al II Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali e delle Nuove Comunità

    CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 31 maggio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio che il Santo Padre ha inviato questo mercoledì ai partecipanti al II Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali e delle Nuove Comunità, che si svolge a Rocca di Papa dal 31 maggio al 2 giugno sul tema: “La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo”.

    Cari fratelli e sorelle,

    in attesa dell’incontro previsto per sabato 3 giugno in Piazza San Pietro con gli aderenti a più di 100 Movimenti ecclesiali e nuove Comunità, sono lieto di porgere a voi, rappresentanti di tutte queste realtà ecclesiali, riuniti a Rocca di Papa in Congresso Mondiale, un caloroso saluto con le parole dell’Apostolo: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13). È ancora vivo, nella mia memoria e nel mio cuore, il ricordo del precedente Congresso Mondiale dei Movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma dal 26 al 29 maggio 1998, al quale fui invitato a portare il mio contributo, allora in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con una conferenza concernente la collocazione teologica dei Movimenti. Quel Congresso ebbe il suo coronamento nel memorabile incontro con l’amato Papa Giovanni Paolo II del 30 maggio 1998 in Piazza San Pietro, durante il quale il mio Predecessore confermò il suo apprezzamento per i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità, che definì "segni di speranza" per il bene della Chiesa e degli uomini.

    Oggi, consapevole del cammino percorso da allora sul sentiero tracciato dalla sollecitudine pastorale, dall’ affetto e dagli insegnamenti di Giovanni Paolo II, vorrei congratularmi con il Pontificio Consiglio per i Laici, nelle persone del suo Presidente Mons. Stanislao Ryłko, del Segretario Mons. Joseph Clemens e dei loro collaboratori, per l’importante e valida iniziativa di questo Congresso Mondiale, il cui tema - "La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo" - prende spunto da una mia affermazione nell’omelia di inizio del ministero petrino. E’ un tema che invita a riflettere su ciò che caratterizza essenzialmente l’avvenimento cristiano: in esso infatti ci viene incontro Colui che in carne e sangue, visibilmente, storicamente, ha portato lo splendore della gloria di Dio sulla terra. A Lui si applicano le parole del Salmo 44: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo». E a Lui, paradossalmente, fanno riferimento anche le parole del profeta: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere» (Is 53,2). In Cristo s’incontrano la bellezza della verità e la bellezza dell’amore; ma l’amore, si sa, implica anche la disponibilità a soffrire, una disponibilità che può giungere fino al dono della vita per coloro che si amano (cfr Gv 15,13)! Cristo, che è "la bellezza di ogni bellezza", come soleva dire san Bonaventura (Sermones dominicales 1,7), si rende presente nel cuore dell’uomo e lo attrae verso la sua vocazione che è l’amore. È grazie a questa straordinaria forza di attrazione che la ragione è sottratta al suo torpore ed aperta al Mistero. Si rivela così la bellezza suprema dell’amore misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, la bellezza dell’uomo che, creato ad immagine di Dio, è rigenerato dalla grazia e destinato alla gloria eterna.

    Nel corso dei secoli, il cristianesimo è stato comunicato e si è diffuso grazie alla novità di vita di persone e di comunità capaci di rendere una testimonianza incisiva di amore, di unità e di gioia. Proprio questa forza ha messo tante persone in "movimento" nel succedersi delle generazioni. Non è stata, forse, la bellezza che la fede ha generato sul volto dei santi a spingere tanti uomini e donne a seguirne le orme? In fondo, questo vale anche per voi: attraverso i fondatori e gli iniziatori dei vostri Movimenti e Comunità avete intravisto con singolare luminosità il volto di Cristo e vi siete messi in cammino. Anche oggi Cristo continua a far echeggiare nel cuore di tanti quel "vieni e seguimi" che può decidere del loro destino. Ciò avviene normalmente attraverso la testimonianza di chi ha fatto una personale esperienza della presenza di Cristo. Sul volto e nella parola di queste "creature nuove" diventa visibile la sua luce e udibile il suo invito.

    Dico pertanto a voi, cari amici dei Movimenti: fate in modo che essi siano sempre scuole di comunione, compagnie in cammino in cui si impara a vivere nella verità e nell’amore che Cristo ci ha rivelato e comunicato per mezzo della testimonianza degli Apostoli, in seno alla grande famiglia dei suoi discepoli. Risuoni sempre nel vostro animo l’esortazione di Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Portate la luce di Cristo in tutti gli ambienti sociali e culturali in cui vivete. Lo slancio missionario è verifica della radicalità di un’esperienza di fedeltà sempre rinnovata al proprio carisma, che porta oltre qualsiasi ripiego stanco ed egoistico su di sé. Illuminate l’oscurità di un mondo frastornato dai messaggi contraddittori delle ideologie! Non c’è bellezza che valga se non c’è una verità da riconoscere e da seguire, se l’amore scade a sentimento passeggero, se la felicità diventa miraggio inafferrabile, se la libertà degenera in istintività. Quanto male è capace di produrre nella vita dell’uomo e delle nazioni la smania del potere, del possesso, del piacere! Portate in questo mondo turbato la testimonianza della libertà con cui Cristo ci ha liberati (cfr Gal 5,1). La straordinaria fusione tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo rende bella la vita e fa rifiorire il deserto in cui spesso ci ritroviamo a vivere. Dove la carità si manifesta come passione per la vita e per il destino degli altri, irradiandosi negli affetti e nel lavoro e diventando forza di costruzione di un ordine sociale più giusto, lì si costruisce la civiltà capace di fronteggiare l’avanzata della barbarie. Diventate costruttori di un mondo migliore secondo l’ordo amoris in cui si manifesta la bellezza della vita umana.

    I Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità sono oggi segno luminoso della bellezza di Cristo e della Chiesa, sua Sposa. Voi appartenete alla struttura viva della Chiesa. Essa vi ringrazia per il vostro impegno missionario, per l’azione formativa che sviluppate in modo crescente sulle famiglie cristiane, per la promozione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata che sviluppate al vostro interno. Vi ringrazia anche per la disponibilità che dimostrate ad accogliere le indicazioni operative non solo del Successore di Pietro, ma anche dei Vescovi delle diverse Chiese locali, che sono, insieme al Papa, custodi della verità e della carità nell’unità. Confido nella vostra pronta obbedienza. Al di là dell’affermazione del diritto alla propria esistenza, deve sempre prevalere, con indiscutibile priorità, l’edificazione del Corpo di Cristo in mezzo agli uomini. Ogni problema deve essere affrontato dai Movimenti con sentimenti di profonda comunione, in spirito di adesione ai legittimi Pastori. Vi sostenga la partecipazione alla preghiera della Chiesa, la cui liturgia è la più alta espressione della bellezza della gloria di Dio, e costituisce in qualche modo un affacciarsi del Cielo sulla terra.

    Vi affido all’intercessione di Colei che invochiamo come la Tota pulchra, la "Tutta bella", un ideale di bellezza che gli artisti hanno cercato sempre di riprodurre nelle loro opere, la «Donna vestita di sole» (Ap 12,1) in cui la bellezza umana si incontra con la bellezza di Dio. Con questi sentimenti a tutti invio, quale pegno di costante affetto, una speciale Benedizione Apostolica.

    Dal Vaticano, 22 Maggio 2006
    BENEDICTUS PP. XVI

    [© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]

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    Kiko Argüello raccomanda la preghiera del Rosario per la Missione Ad Gentes



    (CAMINEO.INFO) – Nella parrocchia romana di San Mauro consegna 100 rosari ai giovani della zona sud di Roma perchè preghino per la Missione Ad Gentes benedetta dal Papa e già iniziata in alcune città della Francia, della Germania e dell'Olanda.

    Dopo il ritorno dalla Russia l'equipe responsabile del Cammino Neocatecumenale ha tenuto un incontro vocazionale con i giovani della zona sud. Kiko Argüello è tornato a parlare della Misión Ad Gentes, e ha chiesto ripetutamente ke preghiere dei presenti per sostenere questa nuova breccia che si apre nella Nuova Evangelizzazione dell'Europa. Alla fine ha distribuito 10 rosari che portava dalla Russia perchè i giovani potessero pregare quotidianamente davanti al Santissimo con la missione di essere il motore della evangelizzazione Ad Gentes che si sta aprendo nel cuore dell'Europa.


    All'incontro, preceduto dai vespri, hanno partecipato diverse centinaia di persone.


    Il motivo dell'incontro era iniziare e mettere in moto la missione nella missione, quella dei giovani del Cammino che si sentono dal Signore di offrire un po' del proprio tempo per pregare il rosario per la missione Ad Gentes. Di essa Kiko ha parlato difusamente durante l'incontro, mostrando quale debba essere il compito di chi affiancherà chi si troverà in prima linea.


    Kiko ha ricordato le famiglie in missione che sono in Europa da più di 20 anni.

    Attualmente in alcune zone dell'Europa la percentuale di non battezzati arriva al 97%, per questo molti non hanno neanche sentito parlare mai di Gesò Cristo. Alcune, come Kemnitz, sono città fortemente influenzate dal Socialismo e dal Comunismo Marxista, dove la religione era vista come l'oppio dei popoli, e per questo sono totalmente secolarizzate. A queste città il Papa ha inviato sette presbiteri e con loro altre famiglie nella nuova missione Ad Gentes, dove non saranno solo famiglie ad evangelizzare, ma una comunità concreta, adulta nella fede, che ne dia, nel deserto totale, i segni inconfondibili dell'amore e dell'unità. A Kemnitz, raccontava Kiko, gli appartamenti, oltre ad essere orribili, (tutte le case uguali, nella forma di bunker quadrati), sono troppo piccoli per accogliere famiglie con dieci figli e le condizioni economiche d'affitto quasi proibitive.

    Chissà che in un futuro non molto lontano la stessa esperienza non si realizzerà anche nelle grandi città italiane e spagnole.

    Durantre l'incontro Kiko ha preso dalla tasca un rosario e ha spiegato che aveva bisgno di cento ragazzi che offrissero, per un anno intero, di pregare ogni giorno, in ginocchio davanti al Santissimo, il rosario per queste famiglie. Dopo tre mesi ha promesso un nuovo incontro con i giovani degli altri settori di Roma.


    L'incontro ha avuto una chiara caratterizzazione vocazionale, nel quale chi tra i giovani si sentiva chiamato a questo ministero di aiuto importantissimo alla missione, come un voto serio, si è alzato ed è andato, pronunciando il proprio nome, a ricevere il rosario. Così la missione Ad Gentes sorge legata indissolubilmente ai giovani, il futuro popolo che evangelizzerà l'Europa e il mondo

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    Lettera degli Iniziatori del Cammino al Papa Benedetto XVI

    (CAMINEO.INFO) - Lettera degli Iniziatori del Cammino al Papa.

    Carissimo Padre,

    L'amore di Dio Padre, la santa umiltà di Cristo e la consolazione dello Spirito Santo siano con Lei.
    Desideriamo ringraziarLa con tutto il cuore per l'Udienza che ci ha concesso, con l'invio di 200 famiglie, e per la Sua parola, in cui ha sottolineato "l'importanza .... della Santa Messa nell'evangelizzazione" e che come "la vostra lunga esperienza può ben confermare" ; "la centralità del mistero di Cristo celebrato nei riti liturgici costituisce una via privilegiata e indispensabile per costruire comunità cristiane vive e perseveranti".
    Dopo l'Udienza ci siamo riuniti assieme, da tutte le nazioni, 700 catechisti itineranti e siamo contentissimi delle "norme" che a Suo nome ci ha impartito il Cardinale Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Al riguardo noi vogliamo esprimere la nostra gratitudine a Lei, al Cardinale Arinze e alla Congregazione, per quanto è scritto nella lettera.
    Abbiamo rinnovato insieme la disponibilità a seguire in tutto, con grande rispetto e obbedienza, le rubriche del Messale Romano (Gloria, Credo, Lavabo, Orate fratres, Agnus Dei, ... ).
    Con rispetto al primo punto della lettera ("almeno una domenica al mese le Comunità del Cammino Neocatecumenale devono partecipare alla Santa Messa della comunità parrocchiale"), ogni équipe di catechisti itineranti parlerà con il Vescovo di ogni Diocesi per concordare detta partecipazione, soprattutto tenendo conto dei fratelli più piccoli e più lontani.
    Vorremmo anche ringraziarLa per la benevolenza, misericordia e bontà che ha mostrato verso i più lontani nel concedere lo spostamento del gesto della pace e i due anni per adeguare il modo della distribuzione della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore: noi abbiamo sempre mostrato a tanti fratelli che vengono dall'inferno, pieni di ferite e di disprezzo verso se stessi, che nella Santa Eucaristia il Signore fa presente il suo amore, morendo e risuscitando per loro; non solo, ma preparando una mensa, un banchetto escatologico, che fa presente il Cielo e dove Lui stesso, pieno di amore, li fa sedere e passa a servirli: "Li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Le 12,37).
    In questo modo ogni volta che celebrano l'Eucaristia sperimentano la forza che ha il sacramento per trascinarli nella Pasqua di Cristo, facendoli passare dalla tristezza all'allegria, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita ...
    Il Signore sta preparando un popolo per evangelizzare i pagani. Sono milioni gli uomini che oggi non conoscono Cristo. La realtà è che il Signore ci chiama a evangelizzare come comunità cristiane che fanno presente la vita celeste in noi.
    Grazie Santità! Insieme ai Cardinali, ai tantissimi Vescovi che ci hanno appoggiato e soprattutto a nome di tanti lontani che oggi benedicono Cristo, La
    ringraziamo con tutto il cuore.
    Chiediamo la Sua Apostolica Benedizione
    Kiko Arguello, Carmen Hernandez, P. Mario Pezzi










 

 
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