
Originariamente Scritto da
Liberal
Ma in che Paese viviamo? Si è chiesto ieri Marco Tronchetti Provera, ex numero uno di Telecom. E oggi, semplicemente, suo maggiore azionista attraverso Pirelli. Ma in che Paese viviamo? ci chiediamo noi. Viviamo in un Paese che vede uno dei suoi uomini più potenti, azionista di televisioni e giornali, con centinaia di milioni di euro in banca per stock option che nel passato si è autoelargito, costretto a chiedere aiuto. E per di più in una conferenza stampa.
Non siamo qui a difendere il «ricco signore», come si è autodefmito, per un particolare spirito di condivisione delle sue «sciagure». Anzi non ci interessano affatto. Siamo qui, perché conosciamo questo lezzo. Siamo qui perché sappiamo cosa voglia dire entrare in quel vortice di cui oggi è vittima Tronchetti e che ieri lo vedeva indifferente. Siamo qui perché capiamo perfettamente cosa voglia dire l'anonima denuncia che Tronchetti fa contro una certa «zona grigia» interessata a mestare nel torbido. Siamo qui perché sappiamo cosa vuol dire rispolverare vecchi conti in Svizzera o a Montecarlo, e crearci attorno misteri di irregolarità e ipocriti non detti di ladrocini. Siamo qui perché sappiamo quanto una certa politica possa danneggiare l'impresa.
In un Paese civile la grande impresa deve avere un rapporto con l'esecutivo. È normale che ciò avvenga. Ma la relazione non si può limitare al solo ossequioso bacio della pantofola. Il cattivo odore della vicenda Telecom è in questo. Non vi fate ingannare dallo scandalo delle intercettazioni. Esso è grave, senza dubbio. E non vi fate ingannare, tanto meno, dalle questioni finanziarie e patrimoniali di Telecom: esse sono perfettamente gestibili. Non si tratta di un caso Parmalat (questa sì tenuta in piedi dalla «buona» frequentazione del Palazzo).