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Discussione: Santità sabauda

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    Serva di Dio Elena di Savoia (Jelena Petrovic Njégos)
    Regina d’Italia, Imperatrice d'Etiopia, Regina d'Albania

    28 novembre

    Cettigne, Montenegro, 8 gennaio 1873 – Montpellier, Francia, 28 novembre 1952

    Nel 2001, in occasione dell’apertura dei festeggiamenti per il 50° anniversario della morte della Regina Elena, il vescovo di Montpellier ha avviato la fase diocesana del suo processo di canonizzazione. Principessa reale del Montenegro, sposando Vittorio Emanuele III divenne Regina d’Italia e poi d’Albania ed Imperatrice d’Etiopia. In riconoscimento alla sua grande fede ed alle attività benefiche da lei sostenute, il pontefice Pio XII le conferì la più alta onorificenza prevista a quei tempi per una donna, la “Rosa d’oro della cristianità”.

    Etimologia: Elena = la splendente, fiaccola, dal greco

    Emblema: Corona, Scettro

    Jelena Petrovic Njégos nacque a Cettigne, allora capitale del Regno del Montenegro, l’8 gennaio 1873, dall’allora sovrano Nicola I. Sposò, convertendosi al cattolicesimo, il principe ereditario d’Italia S.A.R. Vittorio Emanuele di Savoia, assumendo così anch’ella il titolo di Principessa di Napoli. Con l’assassinio di S.M. il Re Umberto I, il 1900 vide l’ascesa al trono della nuova coppia reale. Dal punto di vista ufficiale assunse, in versione femminile, tutti i titoli del marito S.M. Vittorio Emanuele III: Regina d’Italia e, con l’avvento dell’impero coloniale, Regina d’Albania ed Imperatrice d’Etiopia. La sua presenza accanto al sovrano si mantenne sempre umile e discreta, mai coinvolta in questioni strettamente politiche, ma piuttosto dedita e attenta ai bisogni del suo popolo adottivo. Solo il 27 novembre 1939, tre mesi dopo l’invasione tedesca della Polonia e la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, la Regina Elena si sentì in dovere di scrive una lettera alle sei sovrane delle nazione europee ancora neutrali (Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia), al fine di evitare all’Europa ed al mondo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Riconoscendo i suoi alti meriti, il Sommo Pontefice Pio XII il 15 aprile 1937 le aveva conferito la “Rosa d’oro della Cristianità”, cioè la più importante onorificenza possibile a quei tempi per una donna da parte della Chiesa Cattolica.
    Qualche mese dopo l’Università di Roma la proclamò invece dottore in medicina “honoris causa” e parecchi stati le conferirono altissime onorificenze, che Ella accettò solo per ragion di stato, essendo particolarmente restia a qualsiasi forma di vanità. Con l’abdicazione di suo marito alla Corona d’Italia, si ritirarono in esilio presso Alessandria d’Egitto, dove il 28 dicembre 1947 rimase vedova. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier, presso l’Albergo Metropoli, continuando ad aiutare il prossimo, pur avendo risorse sempre più scarse e dovendo combattere strenuamente contro il male che l’affliggeva. Nel 1951 si trasferì al “Mas du Rouel” e nel novembre 1952 si sottopose ad un grave intervento chirurgico nella clinica di “Saint Cóme” ove morì il 28 novembre 1952. Fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino a Montpellier, insieme ai poveri che aveva sempre amato.
    In occasione dei festeggiamenti per il 50° anniversario della morte della Regina Elena la Repubblica Italiana ha voluto dedicare alla sua memoria un francobollo commemorativo con sovrapprezzo a favore della ricerca e delle prevenzione dei tumori del seno. Sempre in tale ricorrenza il vescovo di Montpellier diede ufficialmente inizio alla causa di canonizzazione della “Serva di Dio Elena di Savoia (Jelena Petrovic Njégos), laica della diocesi di Montpellier e del vicariato di Roma, sposata, regina d’Italia”. Attore del processo è l’Association Internationale Reine Hélène d’Italie, con sede a 542 Rue de Centrayrargues, 34000 Montpellier, France, a cui ci si può rivolgere per ulteriori informazioni e relazioni di grazie ottenute per intercessione della Serva di Dio. La fama di santità della Regina Elena era già stata esplicitata dal Card. Ugo Poletti, in un’omelia di cui si riportano alcuni passi nel secondo documento sottostante.

    LETTERA ALLE REGINE D’EUROPA
    “Signora e Cara Sorella,
    La profonda commozione ispirata dalla visione della immane guerra che si sta svolgendo sui mari, per terra, per l'aria, dovunque grandi Stati e grandi Popoli con tutto il loro coraggio, con tutto il loro genio e con tutte le loro ricchezze, dibattono senza tregua e senza pietà interessi e sentimenti in contrasto, mi spinge a rivolgervi un cordiale invito:
    La guerra che infiamma tanti eroismi a distruggere vite, lavoro, fede nel domani, cioè i presìdi stessi della civiltà, minaccia di dilagare nello spazio e nel tempo, e di inasprire i suoi terribili rigori ogni giorno peggio, così da scuotere la base stessa della comunione delle genti.
    Altissime autorità hanno già rivolto ai belligeranti in nome di Dio ed in nome di uno, ovvero di un altro popolo neutrale, voti di pace che non furono accolti.
    Questi precedenti potrebbero inaridire le speranze e togliere coraggio a nuove iniziative. Ma non impediscono ai cuori innumerevoli delle donne di ogni regione del mondo, di elevare ai Capi degli Stati belligeranti l'invocazione sorta dal proprio orrore, dalla propria pietà e dalla propria saggezza, perchè si fermino a considerare non solo le proprie ragioni, ma quelle altresì del sentimento umano . Esso implora tregua a tanta strage di vite, ed a tanta distruzione di beni, a tanto turbamento di animi, e a tanta interruzione di industrie, di arti, di studi civili; implora la cessazione della guerra, non ai soli belligeranti aspro flagello, ma a tutti, senza distinzione, causa di sacrifici immani.
    Io mi rivolgo perciò a Vostra Maestà, a Sua Maestà la Regina Elisabetta del Belgio, a Sua Maestà la Regina di Jugoslavia, a Sua Maestà la Regina Giovanna di Bulgaria, a Sua Maestà la Regina Alessandra di Danimarca, a Sua Maestà la Regina Guglielmina dei Paesi Bassi ed a Sua Maestà la Granduchessa Carlotta di Lussemburgo, e le prego di volere accogliere con me quelle invocazioni di madri, di sorelle, di spose, di figlie; di conferire alle medesime invocazioni prestigio, vigore, diffusione, efficacia, unendo gli animi nostri e le nostre voci al fine di ottenere che le ostilità siano sospese e che gli sforzi siano uniti affinché si raggiungano accordi e pace duratura.
    Nessuno può dubitare della devozione con la quale ciascuna di noi sarebbe pronta al sacrificio di sé e dei suoi stessi figli per la propria Patria.
    Questo stesso comune sentire ci induce a comprendere di quali ansie vivano oggi milioni di madri, anelanti esse pure ai giusti riconoscimenti dei diritti dei loro Paesi, ma altresì alla salvezza dei figli mercé una pace definitiva e saggia.
    A questo invito ed alla speranza di unire gli sforzi nostri pacificatori, mi incoraggia l'esempio di due Principesse di Savoia: Margherita d'Austria vedova di Filiberto II Duca di Savoia, che fu dal suo Padre nominata Governatrice dei Paesi Bassi, e Luisa di Angoulème moglie di Carlo di Valois, nata principessa di Savoia e madre di Francesco I Re di Francia.
    Queste due Principesse, spinte irresistibilmente ad arrestare le ininterrotte effusioni di sangue prodotte dalle guerre fra imperiali e francesi, negoziarono nel 1529 quel trattato di Cambrai che, in loro onore , fu chiamato la "Paix des Dames".
    Possa anche a noi essere consentito di persuadere gli uomini ad ammettere che la guerra sia troncata, e che adeguati metodi per risolverla, con onore di tutti, siano equamente cercati dalle parti”.

    DALL’OMELIA DEL CARDINALE UGO POLETTI
    Il 24 Ottobre 1993 ebbe luogo la solenne inaugurazione dei paramenti, confezionati dall'abito nuziale della Regina Elena, restaurati dall'Association Internationale Reine Hélène d’Italie, con una Santa Messa solenne celebrata da S.Em.Rev.ma il Signor Cardinale Ugo Poletti, che pronunciò l'omelia della quale qui di seguito si riportano i passi più salienti ed inerenti la vita di S.M. la Regina Elena: “II ricordo odierno della Regina d'Italia, Elena di Savoia, è doveroso, anche secondo le parole della Sacra Scrittura: «Mementote praepositorium vestrorum ...» (Eb.17,7), «Ricordatevi dei vostri capi». La Regina Elena è stata forse troppo sottovalutata anche nell'estimazione popolare perché, entrata con nobile discrezione, con umiltà e con intelligenza nella Famiglia Reale, ha saputo tenere, nella storia del popolo italiano, il suo ruolo di Regina con silenziosa generosità e con spirito sciolto e spontaneo. Ha portato, nella Casa Reale Sabauda, sempre contraddistinta da uno stile austero, rigoroso, estremamente riservato, con caratteristiche prettamente piemontesi, un tocco di delicatezza, di finezza, di umanità, di apertura verso la povera gente, come si conviene ai nobili ed ai governanti, che devono avere cura e sollecitudine verso tutti i sudditi, ma anche amore per i più poveri. La Regina Elena è stata definita la «Regina della Carità», e non poteva esserle attribuito titolo più nobile e più degno; si è servita della sua altissima dignità per un compito veramente cristiano, il più nobile tra tutti i compiti: «servire»; servire i bisognosi, servire la povera gente. L'esempio nel quale la bontà e sollecitudine materna della Regina rifulse in modo incancellabile, è stata la sua azione nel terribile terremoto che distrusse Messina nel 1908. La Regina si recò subito là, in mezzo alle famiglie doloranti, tra case in lutto, a soccorrere i feriti e a guidare gli smarriti, organizzando di persona un efficace e intelligente servizio di amore, di carità cristiana, che La rese cara a tutto il popolo italiano, il quale Le attribuì di conseguenza, il nome memorabile di «Regina della Carità». Quello fu l'episodio più evidente. Ma la regina Elena ha profuso amore e carità in mille forme sconosciute, in mille modi che, sempre personalizzati, raggiungevano i bisognosi più nascosti della popolazione italiana. Donna forte, serena, aperta e persino garbatamente estroversa; consorte saggia a prudente; madre cristiana educatrice; di nonna affettuosa, gioiosa; persona attenta al bene e al servizio del suo popolo italiano. Parlano tuttavia la sua stessa vita pubblica, la sua dignità e la sua sempre composta nobiltà, la sua fede, il suo amore silenzioso per l'Italia che non possono essere dimenticati. Sono certo che quella fede cattolica che Ella ha accettato e abbracciato per poter sposare Vittorio Emanuele III, non è stata mai per lei una formalità, bensì una regola di vita piena di servizio, e Colui che tiene conto anche delle più piccole cose, certamente ha premiato già nella gloria questa nobile donna. Non tanto dunque preghiamo per lei, ma preghiamo con lei perché molti imparino questa lezione: la nobiltà più grande è quella dello spirito, la nobiltà più vera è quella che illustra, illumina la vita. È vera dignità regale quella che dona la regalità allo spirito. Noi preghiamo perché non vengano mai meno nel popolo italiano i valori di rispetto, d'amore, di servizio alla gente, per i più poveri, per i più umili. La Regina Elena nella Casa Savoia e nella storia d'Italia è una gemma di dignità regale e di nobiltà cristiana”.


    Autore:
    Fabio Arduino



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/48350




  2. #12
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    Venerabile Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano

    Principessa di Lamballe, martire




    Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano, la Principessa di Lamballe



    Maria Teresa Luisa di Savoia-Carignano

    (Torino, 8 settembre 1749 - Parigi, 3 settembre 1792)

    è stata una nobile francese, meglio nota come la Principessa di Lamballe.
    Indice

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    Infanzia e gioventù

    Quarta figlia di Luigi Vittorio di Savoia-Carignano e di Cristina Enrichetta di Assia-Rheinfelds-Rothenburg, la principessa crebbe a Torino in un ambiente tranquillo e lontano dagli sfarzi di corte. Fin dall'infanzia fu d'indole quieta, saggia e caritatevole, e questo carattere spinse il duca di Penthièvre a sceglierla come sposa per suo figlio Luigi Alessandro di Borbone (1747-1768), principe di Lamballe. Il principe era notoriamente una persona dissoluta, ed il padre pensava di poterlo calmare facendogli sposare una ragazza virtuosa.
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    La vita a Versailles

    Nel 1767 Maria Luisa sposa quindi il principe di Lamballe, nipote del conte di Tolosa e discendente di Luigi XIV e di Madame de Montespan, uno dei principi più ricchi d'Europa. Ma la vita coniugale non porterà la felicità, perché ben presto il principe ricade nel vizio e trascura la giovane sposa, che troverà rifugio presso il suocero. E' in questo periodo che incomincia a soffrire di depressione e malinconia.
    Il 6 maggio del 1768 il marito muore dopo aver contratto una malattia venerea. La principessa si ritrova così vedova a soli 19 anni di età. Continua quindi a vivere a casa del suocero, e con lui si dedica a numerose opere pie e caritatevoli.
    Nel 1770 il Delfino di Francia, futuro Re Luigi XVI sposa l'Arciduchessa d'Austria Maria Antonietta. In questa occasione Maria Luisa conosce la futura regina, a cui fa una favorevole impressione per i suoi modi garbati e distinti e per la sua cultura. A partire dal 1771, la principessa inizia a frequentare sempre più spesso la Corte e diventa amica intima di Maria Antonietta, che la vede come un'alleata sicura ed una amica sincera. Divenuta regina nel 1774, Maria Antonietta continua a frequentare la Principessa di Lamballe, ma i pettegolezzi e le maldicenze messe in giro dai nemici della monarchia rischiano di incrinare la loro amicizia. Comunque la principessa non muta il suo atteggiamento riservato e ragionevole, mentre Maria Antonietta si dimostra sempre più frivola.
    Nel 1775 la Regina Maria Antonietta conferisce alla sua "amica del cuore" la prestigiosa e ben remunerata carica di Sovraintendente della Real Casa, che comporta anche il compito non facile di organizzare i divertimenti della Regina. Ben presto però Maria Antonietta si rende conto che Maria Luisa non ha la stoffa per simili incombenze e si annoia. Ella si rivolge pertanto alla briosa e sfacciata Madame de Polignac. Se la Regina non abbandona la Principessa, è comunque chiaro che Madame de Polignac aveva ormai preso il suo posto come "migliore amica" della sovrana. Per consolarsi dell'accaduto, e tenere la mente occupata, Maria Luisa si trasferisce dapprima a Plombières, quindi compie un viaggio nei Paesi Bassi e successivamente si reca con il suocero a Rennes per l'apertura degli Stati Generali di Bretagna. Riprende inoltre le sue attività caritatevoli, ed aderisce alla massoneria, diventando nel 1781 "Grande Maestro" di tutte le logge Scozzesi regolari di Francia.
    Nel 1789 scoppia la Rivoluzione, e la regina comincia a rendersi conto degli errori commessi dalla monarchia. Si riavvicina quindi alla Principessa di Lamballe, anche in seguito alla fuga all'estero di Madame de Polignac.
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    La rivoluzione

    Nell'ottobre del 1789 la famiglia reale viene condotta a Parigi, e la principessa segue la Corte nella nuova residenza delle Tuileries. Maria Luisa resta tra gli ultimi amici della regina, e la loro amicizia si rafforza ulteriormente. Nel 1791 la regina informa la Principessa di Lamballe dell'intenzione di fuggire e di lasciare la Francia. Il 20 giugno reali in fuga vengono catturati a Varennes. La Principessa tentò di raggiungere i sovrani a Passy ma, giunta ad Aumale e saputo dell'arresto del Re e di tutta la famiglia reale, s'imbarca il 24 giugno a Boulogne per l' Inghilterra col proposito d'interessare il Re Giorgio ed il Governo Britannico alla sorte di Luigi XVI e di Maria Antonietta, oramai prigionieri della rivoluzione. Non avendo trovato che indifferenza ed egoismo, si reca ad Ostenda e di là a Bruxelles e poi a Liegi. Nella prima metà di luglio è ad Aquisgrana, ove si ferma alcuni mesi, poi si reca a Spa, cercando dovunque appoggi a favore della sventurata famiglia di Borbone.
    In questo periodo continua una fitta corrispondenza tra le due amiche lontane, dove Maria Antonietta supplica la sua amica di non tornare a Parigi. Ma quest'ultima, preoccupata per la sorte della regina, rientra in patria e torna alle Tuileries, incurante dei pericoli che la attendevano.
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    La tragica fine

    Nell'agosto del 1792 la folla inferocita invade il palazzo, e la famiglia reale si rifugia presso Assemblea_Nazionale dove viene proclamata la decadenza dei reali e viene decisa la loro prigionia presso la Tempio. La principessa è ancora nel seguito dei reali ma, dieci giorni dopo, tutti coloro che non sono membri della famiglia reale vengono condotti in altre carceri. Maria Antonietta e la Principessa di Lamballe devono quindi dirsi addio.
    Nei primi giorni di settembre del 1792 a Parigi ed in altre città francesi hanno luogo i "massacri di settembre" che segneranno l'inizio del Terrore. La folla, sobillata da agitatori, travolge le difese di diverse prigioni nelle quali sono detenuti gli aristocratici. Secondo i racconti successivamente diffusi dai nemici della rivoluzione, i carnefici si accanirono particolarmente sulla Principessa di Lamballe, principalmente a causa della sua intimità con la regina. La sventurata venne trascinata all'aperto, denudata, stuprata ripetutamente e torturata in maniera atroce prima di venire decapitata e squartata. Secondo i registri dell'epoca, tuttavia, il corpo venne consegnato intero al Commissariato di città.
    Un altra versione degli eventi vuole che i carnefici della principessa, dopo aver pettinato ed incipriato la testa mozzata della Principessa di Lamballe, l'abbiano issata su una picca e portata in corteo sotto le finestre del carcere dove era detenuta Maria Antonietta, invitandola a gran voce ad affacciarsi per dare l'ultimo saluto alla sua amica del cuore.
    Nel 1929 Papa Pio XI attribuirà alla principessa la qualifica di martire, dichiarandola "venerabile".
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    Bibliografia
    • M. de Decker, La princesse de Lamballe, Paris, 1979
    • E.Lever , Marie-Antoinette, Paris, Fayard, 1991
    • A. Vircondelet, La princesse de Lamballe, Paris, Flammarion,1995

  3. #13
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    Adelaide di Susa Marchesa
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    Susa (Torino), 1015 ca. – Canischio (Torino), 19 dicembre 1091


    È denominata in parecchie cronache benedettine, come “Beata Adelaide”, ma il suo culto non è stato mai riconosciuto.
    Nel grande intrecciarsi delle vicende della Storia, che coinvolge i popoli e i singoli governanti, spesso l’aspetto politico, dinastico, bellico, prende il sopravvento nel ricordo storico, lasciando nell’ombra l’aspetto umano, religioso, morale, caritatevole, del signore dell’epoca.
    È il caso soprattutto di tante sante figure di nobili castellane del Medioevo, che operarono più o meno apertamente, nell’aiutare i bisognosi del luogo, nel fondare monasteri e chiese, nell’addolcire l’attività di governo dei consorti, quasi sempre in guerra in quell’epoca difficile e oscura.
    Molte di queste castellane, diventate vedove, si dedicavano a vita ritirata presso qualche monastero, da loro fondato in precedenza; diventando spesso badesse di una comunità religiosa, che comprendeva a volte anche qualche loro figlia.
    Detto questo, si può comprendere come la figura storica della marchesa di Susa, Adelaide, abbia in parte oscurato i meriti indiscussi della donna, sposa, vedova, madre, che visse ed operò alla luce delle virtù cristiane; tale da essere denominata “Beata Adelaide” e per l’appoggio dato alla Chiesa: “figlia di S. Pietro”.
    Figlia primogenita ed erede del conte Olderico Manfredi II, Marchese di Susa e Conte di Torino e di Berta Obertagna dei Marchesi d’Este, Adelaide nacque nel castello di Susa tra il 1010 e il 1016.
    La madre morì in giovane età, dopo aver dato alla luce quattro figli, Adelaide, Immilla, Berta ed un figlio morto giovanissimo nel 1034
    Il marchese suo padre, rimasto vedovo, divise fra le tre figlie rimaste i suoi possedimenti, dei quali la maggior parte (tutte le terre tra Ivrea e Ventimiglia), andò alla figlia primogenita Adelaide; ma la potenza del marchese di Susa e conte di Torino, era prevalentemente di tipo militare, non trasmettibile ad una donna sola, per cui alla morte del padre, la giovane marchesa, qualificata in molti testi anche come principessa, a soli sedici anni nel 1035, andò in sposa ad Ermanno III duca di Svevia.
    Ma fu un matrimonio di breve durata, perché il duca Ermanno nel luglio 1038 morì di peste, senza aver avuto un figlio; Adelaide che aveva 22 anni, allora si risposò con Arrigo I (Enrico I) marchese del Monferrato, ma nel 1044 rimase di nuovo vedova.
    Per evidenti ragioni di Stato fu necessario ricorrere ad un terzo matrimonio e la giovane vedova sposò nel 1045 Oddone I (1020 ca. - 19/2/1059), conte di Savoia, Aosta, Moriana, secondogenito del capostipite sabaudo Umberto I Biancamano.
    Nei 14 anni di matrimonio, nacquero cinque figli; Pietro I († 1078), Amedeo II († 1080), Berta († 1087), Adelaide († 1079), Oddone († 1102) futuro vescovo di Asti; in effetti ben quattro di essi premorirono alla madre, rimasta di nuovo vedova nel 1059.
    Degna nipote di Arduino d’Ivrea, suo bisnonno, che nel 976 cacciò i saraceni dalla Valle di Susa, aveva trascorso gran parte dell’adolescenza fra le armi, vedendo da vicino guerre e stragi, indossando lei pure armi e corazza.
    Pur essendo una bella persona anche nel volto, considerava la bellezza e la ricchezza come cose passeggere, valutando invece le virtù come gloria duratura.
    Dotata di forte temperamento, non indugiava se necessario, a castigare la corruzione in grossi personaggi della regione, compreso anche dei vescovi, nel contempo premiava magnanimamente le nobili imprese e le attività caritatevoli.
    Accoglieva alla sua corte trovatori e menestrelli, ma voleva che i loro canti fossero improntati ad incitare sempre alle virtù, alla religione, alla pietà.
    Fondò nei suoi possedimenti molte chiese e monasteri, diventati poi centri di divulgazione del patrimonio di studi e di storia; fece restaurare la chiesa di S. Lorenzo ad Oulx (Torino), che come molte altre era stata distrutta dai saraceni.
    La sua protezione ai tanti monasteri fondati in Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia, fu tale che s. Pier Damiani († 1072), vescovo e Dottore della Chiesa, suo contemporaneo, poté dire: “Sotto la protezione di Adelaide, vivono i monaci come pulcini sotto le ali della chioccia”.
    Fu amata dagli italiani del tempo, che generalmente la chiamavano “la marchesa delle Alpi Cozie”; fu stimata dai suoi sudditi e temuta dai suoi avversari; nei lunghi anni di vedovanza, seppe tenere il potere con notevole abilità e saggezza, tanto che il già citato s. Pier Damiani le scrisse: “Tu, senza l’aiuto di un re, sostieni il peso del regno, e a te ricorrono quelli che alle loro decisioni desiderano aggiungere il peso di una sentenza legale. Dio onnipotente benedica te ed i tuoi figlioli d’indole regia”.
    Purtroppo dai suoi figli che amava tanto, giunsero per lei i dolori più forti, perché li vide morire ancora giovani, tranne l’ultimo, il vescovo Oddone.
    Inoltre la figlia Berta (1051-1087) fu protagonista suo malgrado, di uno sconvolgimento politico che investì l’impero di Germania e il Papato.
    Il marito Enrico IV (1050-1106), imperatore del S.R.I., re di Germania, re d’Italia e duca di Franconia, che lei aveva sposato quindicenne il 13 luglio 1066; ben presto per il suo carattere vizioso e tiranno, prese ad osteggiare la casta giovinetta, mettendo in atto, scontrosità, raggiri e agguati per screditarla e così potersene liberare.
    Si scatenò un’ostilità che portò la povera Berta a rinchiudersi nell’abbazia di Lorscheim, in attesa degli eventi; Enrico IV convocò un Concilio a Magonza per discutere la sua richiesta di divorzio, nonostante il parere contrario della madre, l’imperatrice Agnese, anch’essa ritirata in un convento.
    Il papa inviò come suo delegato il cardinale vescovo di Ostia s. Pier Damiani, il quale nella discussione che ne seguì, argomentò brillantemente a favore della giovane Berta, convincendo tutti i convenuti.
    La reazione di Enrico IV fu grande, e non temendo l’avversione dei sudditi continuò nei suoi propositi e alla fine incappò anche nella scomunica di papa s. Gregorio VII (Ildebrando di Soana, † 1085).
    Berta pur avendo tanto subito dallo scellerato sposo, si dimostrò di grande animo, spronandolo con l’aiuto della sua famiglia in Piemonte, a chiedere il perdono del papa.
    Adelaide, per intercessione della figlia, acconsentì ad accompagnare l’ingrato genero dal papa, che era ospite della contessa Matilde nel suo castello di Canossa (Reggio Emilia) accompagnati anche dal figlio Amedeo II.
    L’umiliato imperatore, dovette a quest’energica donna, molto più che alla stessa contessa Matilde, se il papa Gregorio VII, concesse patti e condizioni dure ma fattibili, togliendogli la scomunica, che aveva comportato la disubbidienza dei sudditi; comunque l’umiliazione fu grande, tanto da passare alla storia, perché Enrico IV fu lasciato per tre giorni fuori dal castello di Canossa, nel pieno inverno del 1077 prima di essere ricevuto dal papa.
    Tralasciamo qui il prosieguo delle vicende di Berta ed Enrico che tornarono in Germania e ritorniamo ad Adelaide, che in questa vicenda dolorosa della diletta figlia, seppe obbedire ed onorare il Pontefice e non s’inimicò l’imperatore, districandosi tra le due distinte autorità, l’una spirituale e l’altra temporale, allora in lotta aperta per le investiture ecclesiastiche. In seguito Adelaide si trovò a fare da mediatrice pure in una contesa fra i suoi due generi, lo stesso Enrico IV e Rodolfo duca di Svevia, marito dell'altra figlia Adelaide.
    Negli ultimi anni della sua vita, quantunque assai vecchia, conservò sempre lucida la mente; lasciata ogni cura di governo al nipote Umberto II, si ritirò forse prima a Valperga da dove qualche volta si portava a piedi scalzi al piccolo monastero di Colberg, distante due miglia, per onorarvi la Madre di Dio, là venerata; il suddetto monastero prese poi il nome di Belmonte.
    Sulla fine della marchesa Adelaide di Susa, vi sono contrastanti ipotesi di vari studiosi; quella più attendibile è che dopo Valperga, ella si spostò in un piccolo villaggio, Canischio (TO), forse per sfuggire alla peste e qui morì e fu sepolta nella chiesa di S. Pietro il 19 dicembre 1091, aveva 76 anni circa, una bella età per quell’epoca.
    La testimonianza di uno studioso, dice che nel 1775, gli fu mostrato nella chiesa parrocchiale di Canischio, il suo “meschinissimo sepolcro” in uno stato d’abbandono, che rifletteva lo stato di vita modesta dei suoi ultimi anni.
    La suddetta chiesa è stata nel tempo distrutta e del suo sepolcro non esiste più traccia. Un’altra ipotesi degli storici è che i suoi resti mortali, furono trasportati da Canischio nella cattedrale di S. Giovanni Battista di Torino, ma anche qui non esistono tracce.


    Autore:
    Antonio Borrelli

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/92629


  4. #14
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    Venerabile Maria Clotilde Adelaide di Borbone Regina di Sardegna
    7 marzo

    Versailles, 23 settembre 1759 - Napoli, 7 marzo 1802

    Era nata il 23 settembre 1759 nel castello di Versailles da Luigi, delfino di Francia e Maria Giuseppina di Sassonia. Fu però educata ad una vita cristiana ed ascetica. Ella imparò l’italiano direttamente da Goldoni e ancora giovanissima andò sposa al principe ereditario del Piemonte Carlo Emanuele, anch’egli incline alle cose dello spirito. Maria Clotilde fu di esempio a tutta la corte Sabauda per il suo spirito di preghiera e di sacrificio. Avendo atteso invano la nascita di un erede, i due coniugi si consacrarono a perfetta castità, entrarono entrambi nel Terzo Ordine Domenicano. Nel 1793 prese l’abito votivo della “Consolata”. Nel 1798 la convenzione firmata con il generale Loubert costringeva il re a lasciare il trono, e i due sovrani dovettero partire esuli per la Sardegna. In seguito si spostarono a Firenze e poi alla corte borbonica di Napoli dove Maria Clotilde si spense il 7 marzo 1802. Maria Clotilde fu acclamata come “angelo tutelare del Piemonte” e il suo nome fu dato ad un'altra pia principessa della casa Savoia, la moglie del principe Girolano Napoleone.


    Nacque il 23 settembre 1759 nel castello di Versailles, figlia di Luigi delfino di Francia e della principessa Maria Giuseppina di Sassonia, fu educata in avversione alla dissolutezza della corte e dotata di una forte vocazione religiosa (alla quale aveva contribuito l’educazione impartitale dalla nonna Maria Leszczynska) ma nonostante questa inclinazione, a 16 anni andò sposa al principe ereditario di Piemonte Carlo Emanuele anch’egli incline più alle cose dello spirito che alla politica; il matrimonio fu celebrato per procura il 20 agosto 1775.
    Il loro matrimonio non fu gratificato dalla nascita di un figlio, ma essi accettarono di comune accordo la volontà di Dio, ambedue abbracciarono la regola del Terz’Ordine Domenicano, lei prese il nome di Maria Clotilde di s. Margherita e lui Carlo Emanuele di s. Giacinto.
    Sopportò con grande dolore gli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese che portarono alla morte sul patibolo nel 1793 di suo fratello Luigi XVI, della cognata Maria Antonietta e di sua sorella Maria Elisabetta che amava teneramente.
    Il marito Carlo Emanuele IV di Savoia, salì al trono di Sardegna il 18 ottobre 1796, ma il regno durò poco, i francesi invasero il Piemonte ed i sovrani dovettero firmare una convenzione con il generale francese Joubert l’8 dicembre 1798 che faceva obbligo al re di rinunziare al trono; così i due giovani coniugi furono costretti all’esilio a Cagliari.
    Qui Maria Clotilde conobbe il gesuita Senes che divenne suo direttore spirituale, compito che mantenne anche dopo l’allontanamento dalla Sardegna, suoi sforzi furono quello di infondere coraggio al re nei momenti di sconforto e quello di fare di tutto per far ritornare i gesuiti negli Stati Sardi.
    Visitò il papa Pio VI a cui donò il suo anello; lasciata Cagliari i due esuli fecero tappa a Firenze e Roma ma fu loro consigliato, dato il pericolo, di riparare nel regno delle Due Sicilie a Napoli, dove giunsero il 25 novembre 1800, accolti con poco entusiasmo dalla corte borbonica.
    Alloggiarono prima in una locanda al Chiatamone denominata “Alle Crocelle” e poi traslocarono nell’albergo “Aquila Nera” del rione Chiaia. La regina che aveva venduto anche il vasellame d’argento per aiutare quanti erano più poveri di lei, trascorreva buona parte del suo tempo nella vicina chiesa di s. Caterina dei Francescani del Terz’Ordine Regolare. Il padre superiore del convento divenne suo confessore e lei si iscrisse anche al Terz’Ordine Francescano, ebbe consigliere anche il barnabita s. Francesco Saverio Maria Bianchi incontrato a Napoli.
    Nel 1801 per un mese furono a Roma per i riti della Settimana Santa, conobbero il nuovo papa Pio VII, ma furono costretti a ritornare subito a Napoli per sfuggire ad un rapimento che i francesi stavano organizzando. Un anno dopo, avendo avuto una grave malattia Maria Clotilde si spegneva il 7 marzo 1802 a soli 42 anni. Fu tumulata nella stessa chiesa di s. Caterina a Chiaia, dov’è tuttora, nella cappella della “Buona Pastora”, il re suo consorte conscio della virtù della semplicità che aveva animata la loro vita, le fece edificare una modesta tomba, che nel 1933 fu restaurata dal re Umberto I di Savoia.
    Fu acclamata “angelo tutelare del Piemonte” e il suo nome fu dato ad altre principesse di Casa Savoia nonostante le sue origini francesi. Il 10 aprile 1808 cioè sei anni dopo la morte, il papa Pio VII la dichiarò venerabile e introdusse la causa di beatificazione, i rivolgimenti politici succedutosi per tutto l’800 hanno determinato il ritardo del cammino della causa; si spera che possa essere annoverata al più presto fra i beati che hanno onorato nei secoli la Casa Savoia. Nel bicentenario della sua morte il 7 marzo 2002, autorità, fedeli e religiosi si sono riuniti presso la sua tomba per celebrarne la memoria.


    Autore:
    Antonio Borrelli

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90716


  5. #15
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    Una storia molto legata al cattolicesimo...

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da Cyprien Visualizza Messaggio
    Una storia molto legata al cattolicesimo...
    Mi è venuta un'idea bomba!!!!!!! Perchè non far dipingere un'icona con i 5 beati sabaudi???

  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da arduinus Visualizza Messaggio
    Beato Amedeo IX di Savoia Duca
    30 marzo

    Thonon, 1° febbraio 1435 - Vercelli, 30 marzo 1472


    Amedeo nasce da Anna di Lusignano e da Ludovico, duca di Savoia, il 1° febbraio 1435. Il suo matrimonio fu combinato per necessità politiche, infatti sposò Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII di Francia. I due però si trovarono; avevano soprattutto in comune una fede profonda e sapevano condividere tutto, dalla preghiera al governo dello stato. Amedeo soffriva di epilessia e questo gli causò parecchie difficoltà. Pur essendo un propugnatore di una crociata per liberare Costantinopoli dai Turchi, fu fondamentalmente un pacifista, era anche molto generoso con i poveri che spesso erano suoi commensali. Edificò chiese e monasteri. Aggravandosi il suo male nel 1469 abdicò in favore di Iolanda, ma i suoi fratelli e i nobili lo assediarono al punto che per liberarlo dovette intervenire Luigi XI. Morì il 30 marzo 1472 a Vercelli.

    Etimologia: Amedeo = che ama Dio, dal latino

    Emblema: Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata

    Nato a Thonon il 1° febbraio 1435 da Anna di Lusignano e da Ludovico, duca di Savoia, figlio dell'antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia), nel 1452 Amedeo sposò Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII di Francia, come era stato deciso sin dalla sua nascita, per cementare l'amicizia tra i due paesi. Questo matrimonio combinato si rivelò dei più felici, poiché Iolanda si interessava nello stesso tempo delle pratiche religiose e del governo dello Stato, alleviando la fatica di Amedeo, che cominciava a soffrire di epilessia. La malattia e la vita inclinata al trascendente, procurarono ad Amedeo numerose difficoltà, poiché più volte i fratelli gli si ribellarono contro e più volte i nobili sabaudi pensarono di sostituirlo con qualcuno più energico. Tuttavia l'infinita bontà di Amedeo, alla fine, ebbe ragione dei suoi nemici pacificamente. Questo però non significa che A. non fosse pronto a combattere per una giusta causa: nel 1459, infatti, al concilio di Mantova, indetto da Pio II, A. fu solerte e fiero fautore di una crociata che liberasse Costantinopoli, da poco conquistata dai Turchi. Nel 1464, morto Ludovico, Amedeo assunse il governo del ducato di Savoia. Immediatamente radunò i tre Stati per decidere sul contegno da tenere nel]a guerra tra Luigi XI e Carlo il Temerario; l'assemblea, conforme ai desideri di Amedeo e di Iolanda, si pronunziò per un contegno favorevole al re di Francia, ma che, peraltro, non obbligasse a combattere in campo aperto il duca di Borgogna. In cambio di questo atteggiamento, Luigi XI sostenne il cognato contro Guglielmo VIII di Monferrato e Giangaleazzo Visconti, cui A. diede poi in moglie la sorella Bona, in segno di pace e di amicizia. Pacifista in politica estera, Amedeo fu un saggio amministratore del suo Stato, benvoluto dai sudditi per la sua liberalità. A proposito di questa, si racconta che, avendogli domandato un ambasciatore se aveva mute di cani venatici, Amedeo mostrò al legato una mensa imbandita, alla quale sedevano i poveri e i mendicanti, e disse che quelli erano i suoi cani venatici, poiché egli andava «cacciando» il paradiso. Amedeo edificò numerose chiese e monasteri, elargì molte elemosine e donativi, tra i quali i preziosi paramenti della chiesa di S. Eusebio a Vercelli.
    Aggravandosi il male, nel 1469 Amedeo cedette il governo del ducato a Iolanda, poiché Carlo, il maggiore dei suoi figli (quattro maschi e due femmine) e l'unico in età di regnare, era morto poco prima. Ma alla sua abdicazione, i nobili si ribellarono e, alleatisi con i fratelli di Amedeo, lo assediarono, finché non intervenne Luigi XI a liberarlo e a sconfiggere definitivamente la fronda dei signori. Gli ultimi anni della vita di A. furono molto penosi per il frequente ripetersi delle crisi della malattia, che egli, tuttavia, sopportò «come una grazia del Signore».
    Morì il 30 marzo 1472 a Vercelli; le sue ultime parole furono: «Siate giusti, amate i poveri e il Signore darà pace ai vostri paesi», nobilissimo testamento spirituale di un ottimo principe. Fu inumato nella chiesa di S. Eusebio a Vercelli, sotto i gradini dell'altare maggiore. Ben presto la pietà popolare lo proclamò santo, e di fronte all'estendersi del suo culto, l'11 luglio il vescovo di Torino Claude de Seyssel, curò l'esumazione del suo corpo e iniziò ?l processo di canonizzazione, che siprotrasse molto a lungo, fino al 3 marzo 1677, quando Innocenzo XI confermò il culto di Amedeo, fissando la festa al 30 marzo. S. Francesco di Sales con grande zelo raccolse le prove della santità di Amedeo e s. Roberto Bellarmino lo additò come esempio ai sovrani.


    Autore:
    Mario Salsano


    Fonte:





    http://www.santiebeati.it/dettaglio/47800



    Sono stato a Vercelli sulla sua tomba, nella cappella della cattedrale che custodisce le spoglie anche della moglie e di altri Savoia... a dir la verità abbastanza trascurata!!!

  8. #18
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    Predefinito La Madonna è monarchica, anzi addirittura imperatrice

    Padre Arturo Maria Piombino Barnabita

    Genova, 2 giugno 1906 – 23 febbraio 1990

    Si tratta di una singolare figura di sacerdote, religioso, testimone di fatti straordinari, mistico carismatico, vissuto a Genova e in provincia di Torino, il cui ricordo e insegnamento è ancora molto vivo, in quanti nelle due province lo conobbero e poterono attingere alla sua spiritualità.
    Tanto che la sua tomba nel cimitero di Staglieno a Genova, è meta di devoti pellegrinaggi annuali delle Comunità parrocchiali di Santa Barbara e della Madonna del Carmine di Torino, che lo conobbero predicatore e consigliere di anime; allo stesso tempo nella sua Genova, tanti fedeli ne tengono vivo il ricordo, abbinato al messaggio della Madonna delle Spine, testimonianza dell'amore tenerissimo di Maria per gli uomini della nostra generazione ed eredità preziosa, che padre Arturo diffuse e affidò a ciascuno di noi.

    Origini e adolescenza
    Padre Arturo Piombino, nacque il 2 giugno 1906 a Genova, ottavo figlio di una famiglia dell'alta borghesia. Ricevette dalla famiglia un'ottima educazione umana, culturale e cristiana, la mamma Gemma, con le sue doti di sensibilità religiosa, di dedizione ai numerosi figli, di carità cristiana verso i bisognosi, era il cuore della famiglia. Inoltre, possedendo lei un'inclinazione per la musica, fu naturale che tale arte fosse insegnata anche ai figli, fra cui Arturo, che prese a studiare e suonare il pianoforte.
    Il carattere del ragazzo era lieto ed espansivo, bene armonizzato con i fratelli e sorelle; la religiosità vissuta in famiglia, fu terreno fertile per la vocazione religiosa di Arturo e anche di un fratello e una sorella.
    A soli dieci anni, espresse il desiderio di farsi carmelitano, ma era troppo presto per una scelta così radicale, pertanto continuò a vivere con serenità nella sua bella famiglia, dedito allo studio, alle pratiche religiose, agli esercizi al piano; da giovanotto frequentò il rinomato Gruppo educativo e culturale “Circolo Sauli”, operante nella vicina chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, retta dai Padri Barnabiti e dove Arturo Piombino suonava il piano, accompagnando la proiezione dei films muti di allora.
    La chiesa trecentesca barnabita, così vicina a casa sua, aveva accolto nel tempo la celebrazione del matrimonio dei suoi genitori e prima ancora quello dei nonni paterni, lì mamma Gemma si recava ogni mattina per la Messa, e lì Arturo aveva fatto la Prima Comunione e frequentava da giovane il già citato “Circolo Sauli”.

    Religioso barnabita e sacerdote
    Quando a 20 anni Arturo decise di consacrarsi nella vita religiosa, fu naturale e prevedibile la sua scelta per l'Ordine dei Barnabiti, la cui spiritualità aveva conosciuto fin dall'infanzia.
    La Congregazione dei “Chierici Regolari di S. Paolo”, popolarmente conosciuti come 'Barnabiti', dal nome della chiesa di S. Barnaba a Milano, nel cui chiostro fu stabilita nel 1545, la sede della congregazione, fu fondata nel 1530 da s. Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), prima con intenti di riforma dei costumi del clero e del popolo, poi dal XVII secolo, dedicandosi all'attività scolastica e formativa, con l'istituzione di scuole e collegi.
    Entrato nel Noviziato barnabitico di Monza, dopo il prescritto periodo di formazione, a 21 anni, il 27 dicembre 1927 emise la sua Professione religiosa, aggiungendo al suo nome quello di Maria, in onore della Vergine, come tradizionalmente fanno tutti i membri della Congregazione.
    Passò poi nello Studentato dell'Ordine a Roma, per gli studi di teologia, ampliando ulteriormente gli orizzonti umani, culturali e religiosi. L'11 ottobre 1930, emise i Voti Solenni nella Casa barnabitica di San Felice a Cancello (Caserta) e il 28 febbraio 1931 fu ordinato sacerdote a Roma.
    Nello stesso anno 1931, avendo terminato il ciclo di studi teologici a Roma, fu inviato a Torino per completarli e qui si laureò in Teologia nel 1932.
    Ebbe come prima destinazione la parrocchia barnabitica di San Dalmazzo, con l'incarico di seguire i ragazzi dell'Oratorio, compito per tanti versi ideale per un giovane sacerdote di 26 anni, vissuto in una serena e numerosa famiglia e dal temperamento aperto e sensibile.

    Professore e Rettore nel Real Collegio di Moncalieri
    Il successivo incarico, nell'estate del 1932, era già un passo più importante, fu destinato nel Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (Torino), uno dei più prestigiosi dell'Italia d'allora, fondato nel 1832 da re Carlo Alberto, per l'educazione dei giovani nobili piemontesi.
    E in quelle magnifiche, ma severe stanze del Real Collegio, il giovane padre Arturo Maria Piomibino, con la nomina a Vice Rettore, fu incaricato dell'educazione dei giovani convittori, in quei momenti della vita tanto delicati, per l'avvenuto distacco dal calore della famiglia.
    In quegli anni, che lo resero per molti allievi un punto di riferimento, padre Arturo continuò gli studi per ottenere la sua seconda laurea, quella in Lettere, che conseguì presso l'Università Statale di Torino nel 1938.
    Erano gli anni del Ventennio Fascista e l'Italia viveva un particolare periodo della sua Storia, non era facile formare dei giovani al di fuori delle regole del regime, che li voleva inquadrati e formati al militarismo di Stato e poi come combattenti, nei vari fronti belligeranti della disastrosa Seconda Guerra Mondiale.
    Padre Arturo Maria, trascorse tutti gli anni, prima, durante e dopo guerra, come insegnante dalla inconfondibile chiarezza didattica, impegnato nello sforzo di dare comunque serenità ai giovani allievi, formandoli alla cultura, all'arte, alla musica, alla ricerca di Dio e delle virtù morali.
    E nella Torino bombardata, era punto di riferimento per giovani ed adolescenti, ai quali infondeva coraggio e serenità, pur vivendo momenti tragici e di paura; anche a lui toccò di piangere la perdita di alcuni ex allievi, caduti nel fiore della giovinezza, in un'Italia martoriata dalle operazioni di guerra.
    Nel 1946, a Guerra finalmente terminata, padre Piombino, a soli 40 anni, fu nominato Rettore del Real Collegio di Moncalieri, una carica prestigiosa che ricoprì fino al 1958.
    Nei 12 anni del suo Rettorato, egli non rinunciò all'insegnamento in prima persona, mantenendo un rapporto costante con allievi e professori, rifuggendo dalle formalità burocratiche; essendo anche Superiore della Comunità barnabitica del Collegio, che in quegli anni poteva contare sulla presenza di personalità spiccate per scienza e cultura, egli seppe mantenere una guida intelligentemente amabile, promovendo con le sue doti umane e spirituali, un clima di vera serenità, di concordia e rispetto reciproco.

    Superiore Provinciale dei Barnabiti
    Nel 1958 padre Arturo Maria Piombino, per le sue doti prima accennate, riconosciute dai vari Superiori Generali, ebbe la nomina a Superiore della Provincia Ligure-Piemontese dei Barnabiti; con la sua saggezza, fermezza e sensibilità, prese a guidare i molti confratelli che da lui dipendevano; lasciata la carica di Rettore, continuò ad insegnare e a vivere nel Real Collegio di Moncalieri, con la stessa dedizione di sempre.
    Dal portamento così signorilmente nobile, era nel profondo del suo essere una persona semplice ed umile, profondamente unita al suo Signore, e l'intensa attività esterna, non gli impedì di coltivare e crescere nella sua spiritualità, che lo portava ad essere “tralcio vivo” innestato in Cristo.
    Fu confessore di vari monasteri sparsi sulle belle colline che circondano Moncalieri, e al contatto con persone claustrali, padre Piombino affinò la sua conoscenza della mistica cristiana; e come lui ebbe quale direttore spirituale il canonico Giovanni Battista Gallo, persona di grande profondità interiore, anch'egli fu confessore e guida di due sante suore, del convento della Clarisse Cappuccine al Moriondo (frazione di Testona Torinese), le mistiche suor Caterina Martini e suor Consolata Betrone (Serva di Dio), come pure di fratel Teodoreto delle Scuole Cristiane, fondatore di due Istituzioni, anch'egli Servo di Dio.
    Tutto ciò che si è narrato di padre Arturo Maria Piombino, pur considerando l'eccezionalità di una preparazione spirituale, che lo portò ad alte cariche nell'Ordine Barnabita, il carisma di un insegnamento efficace, la santità di una vita tutta dedita a Dio, alla fine la sua figura non si discosta molto da altre più o meno celebri figure di barnabiti, che hanno illuminato l'Ordine, specie nel XIX e XX secolo.

    I giovani veggenti
    Ma proprio dal 1958, anno in cui divenne Padre Provinciale della Liguria e del Piemonte, la sua vita prese in aggiunta un'altra luce, che lo trasformerà in apostolo e messaggero di Maria fino alla sua morte.
    Dietro richiesta del Superiore Generale, padre Arturo Maria fondò la Scuola per Fratelli Barnabiti Coadiutori, detta familiarmente la “Scuola dei Fratellini”, cioè di giovani che aspiravano ad una vita religiosa non sacerdotale, e fra questi aspiranti Coadiutori ci furono tre giovani, che loro malgrado, furono coinvolti in fatti di natura straordinaria, di cui padre Piombino venne subito a conoscenza. In ossequio alla prudenza dettata dalle norme della Chiesa, si omettono qui i loro nomi.
    Un giovane ebbe varie visioni del santo fondatore Antonio Maria Zaccaria e di altri santi barnabiti e di religiosi dell'Ordine, che si erano distinti per il loro spirito ecumenico, come padre Tondini e il russo padre Schuvalov (1804-1859), dei quali il giovane ne ignorava l'esistenza; questo particolare fece riflettere maggiormente padre Piombino sulla verità degli eventi.
    Un secondo giovane, nel Castello di Montaldo, che era la residenza estiva degli allievi del Real Collegio, ebbe la visione dell'Inferno e avvertì la voce della Madonna che gli chiedeva di aiutarla a salvare il mondo.
    Un terzo giovane, allora sedicenne, nel 1960 si sentì interiormente invitato a rivivere per 15 notti consecutive, i momenti salienti della Passione di Gesù.
    Si trattava di un giovane, che fin da fanciullo aveva avvertito la presenza del divino nella sua vita e che gli eventi avevano spinto a venire dalla natia Lombardia a Moncalieri, dove incontrò padre Piombino, il quale sembra che sia stato avvertito della sua venuta, dalla Cappuccina del Moriondo, la mistica suor Caterina Martini.
    L'incontro fra il professore teologo barnabita e il giovane, proveniente da una famiglia benestante d'agricoltori, che era alla ricerca di un padre spirituale in un ambiente per lui estraneo e lontano, trasformò la loro vita per sempre.
    Infatti quando padre Piombino, si convinse dell'autenticità di quanto il giovane gli comunicava, comprese che egli era il tramite di un messaggio che la Santa Vergine, voleva dare non solo all'Ordine dei Barnabiti, ma anche alla Chiesa per la salvezza dell'umanità.
    Il giovane era di grande fede, ma di semplice e modesta cultura, non era un sognatore e non aveva cercato in nessun modo i fatti mistici che l'avevano coinvolto, era solo uno strumento consapevole che quanto la Madonna gli diceva nelle apparizioni, non era rivolto solo alla sua persona, ma riguardava il mondo intero.
    Noi in questa scheda su padre Piombino, non intendiamo in nessun modo avvalorare i suddetti fatti mistici che coinvolsero il giovane aspirante coadiutore barnabita, perché ciò compete alla Chiesa, saggia Maestra nelle verità spirituali, che non si è pronunciata; pertanto il nostro è solo il racconto di una fase della vita del Superiore Provinciale dei Barnabiti, che tanta importanza ebbe nella sua futura attività, portandolo su binari che condussero anche ad incomprensioni nell'Ordine stesso.
    Per padre Piombino la schietta semplicità del giovane, era un criterio di valutazione molto importante, per la veridicità del messaggio, che attraverso lui veniva trasmesso; e nel profondo della sua coscienza sentì il dovere di essere “testimone” di questi fatti, mettendosi in attento ascolto dei messaggi che giungevano dai giovani 'veggenti', peraltro isolati fra loro, per essere dopo aver accertato la veridicità, il custode fedele e testimone coraggioso.

    La Madonna delle Spine e il suo messaggio
    La notte del 13 ottobre 1960, la Vergine Maria si era presentata in un'apparizione al giovane, come la “Madonna delle Spine”; sulla testa portava un velo viola, in segno di penitenza, il suo cuore era coronato di spine, in una mano portava una rosa, nell'altra la corona del Rosario.
    Ancora una volta Maria si presentava come la Madre dolente per il distacco degli uomini suoi figli, da Dio Padre, con il disprezzo dei comandamenti e calpestando i sacramenti; un richiamo fatto sentire più volte nel corso dei secoli, a La Salette (1846) si presentò piangente lacrime di dolore; a Castelpetroso (1888) inginocchiata presso il Figlio deposto dalla Croce, offrendolo a Dio, insieme al suo immenso dolore; a Lourdes (1858) e a Fatima (1917), con le sue accorate parole e messaggi, rivolti ai piccoli e umili veggenti, per tutta l'umanità peccatrice.
    E come in quelle Apparizioni, la Vergine suggeriva il modo di pentirsi, soprattutto con la preghiera e la penitenza, anche in questo caso, a Moncalieri, Ella si presentò col velo viola segno della penitenza, offrendo una rosa simbolo del sacrificio della Messa e la corona del rosario per la preghiera, come potenti mezzi di intercessione.
    Le spine intorno al Suo cuore materno, indicano chiaramente la grande sofferenza di Maria, per le ferite inferte dagli uomini al Sacro Cuore di Gesù.
    Le rivelazioni al giovane di Moncalieri, in quegli anni Sessanta, riguardarono inoltre la previsione di catastrofi mondiali e il rimedio per scongiurarle, mediante la preghiera e l'offerta di sacrifici; in queste profezie era compresa la conversione della Russia atea e dei suoi capi sovietici, in quel tempo in piena “guerra fredda”, con l'esistenza della “cortina di ferro” e della “Chiesa del silenzio”; inoltre la minaccia di una terza guerra mondiale, con la crisi di Cuba nel 1962, fra Krusciov e Kennedy.
    Nell'apparizione del luglio 1961, avvenuta presso il Santuario genovese della Madonna della Guardia, la Vergine si presentò come 'Regina della Pace', pace fra gli uomini, tra i popoli, fra le religioni, nei cuori dei singoli uomini e nelle famiglie, pace con Dio, in una rinnovata conversione del cuore.
    Ci fermiamo qui per quanto riguarda i messaggi della Madonna delle Spine, necessariamente solo accennati; un approfondimento si può avere contattando le parrocchie di Santa Barbara e della Madonna del Carmine di Torino, che nel giugno 2006 hanno stampato un ampio bollettino su tutto l'argomento e sulla figura di padre Piombino, a firma di don Mario Cuniberto e Mariella Trovati; da tale fascicolo sono state tratte le note di questa scheda.

    Interprete, custode e divulgatore del messaggio
    Ritornando a padre Arturo Maria Piombino, egli divenne il custode, l'interprete, il divulgatore, dei messaggi della Madonna delle Spine, inoltre la guida spirituale del giovane Fratello Coadiutore.
    Mandò al Superiore Generale, a papa Giovanni XXIII, al cardinale Lercaro arcivescovo di Bologna, dei plichi segreti con i messaggi ricevuti dal giovane veggente; fu appoggiato da influenti e dotti confratelli, ma anche non compreso e osteggiato da altri, ricevendone amarezza.
    Nella parrocchia di Santa Barbara a Torino, fu eretto un altare dedicato alla Madonna delle Spine, benedetto da padre Piombino; presso il quale ogni mese si riunisce tuttora un gruppo di preghiera.
    Dal 1967, con il permesso dei Superiori, padre Arturo lasciò temporaneamente la vita comunitaria dei Barnabiti di Moncalieri, per iniziare insieme al giovane veggente, una piccola comunità di preghiera e di spiritualità, nell'antico Santuario di Sant'Alberto a Sestri Ponente, sulle alture genovesi.

    Gli ultimi anni a Genova
    Lasciò questa esperienza dopo una grave temporanea malattia, che sembrò per lui, un invito a ritornare alla vita comunitaria barnabitica; il suo ritorno avvenne nella chiesa della sua infanzia e adolescenza, San Bartolomeo degli Armeni a Genova; dopo aver aiutato il veggente, a trovare con la sorella, una sistemazione nella campagna piemontese, permettendogli così di continuare una vita di preghiera, di raccoglimento e di lavoro.
    Nel 1973 fu nominato Superiore di detta Comunità genovese e nel 1980 venne trasferito nella Casa Missionaria di San Martino di Albaro in Genova, dove visse altri dieci anni di esemplare vita ascetica e religiosa, finché dopo breve malattia, morì il 23 febbraio 1990, ad 84 anni.
    Fu la sua, una vita vissuta sotto lo sguardo materno di Maria ed in ascolto della Sua accorata voce. A Genova è sorta un'Associazione denominata “Noi… per la vita”, nell'ambito della Parrocchia di S. Maria dell'Immacolata di via Assarotti, per l'assistenza stabile di ragazzi disabili, mediante Case Famiglia, fondata da genitori e volontari, che si rifà alla spiritualità mariana ed ecumenica di padre Piombino.

    Per ulteriori informazioni:
    Don Mario Cuniberto
    Parrocchia di S. Barbara
    Via Assarotti, 14
    10122 - Torino
    Tel. 011/546185


    Autore:
    Antonio Borrelli

    http://santiebeati.it/dettaglio/92986


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    Preghiera alla Santissima Vergine Addolorata
    Mi rivolgo a Te, Madre Santissima del Signore,
    Tesoriera di tutte le grazie. Tu, Madre di Dio,
    hai ricevuto ogni potere e privilegio,
    e puoi maternamente soccorrere coloro che
    a Te fiduciosi si rivolgono nel tempo della prova,
    nel loro cammino di dolore e di speranza.
    Tu, Vergine Addolorata, che hai vissuto nel cuore
    quanto il Tuo Divin Figlio ha sofferto nel Corpo,
    e perciò anche il dolore e l'umiliazione
    della sua Incoronazione di spine,
    per cui in verità puoi essere chiamata
    Vergine SS.ma delle Spine,
    insegnami a contemplare e a condividere
    la Passione del Verbo di Dio fatto Uomo
    nel Tuo Grembo; guarda alle mie sofferenze
    ed alle mie pene, e concedimi di viverle-
    insieme con Te- associato al Mistero della Croce,
    in comunione di intenzioni con il Santo Padre,
    per la conversione dei peccatori,
    per l'unione dei cristiani,
    per la santificazione del Clero,
    per l'avvento del Regno di Dio,
    Regno di giustizia, di amore e di pace.
    Fa', o Madre, che insieme con Te
    e con una moltitudine di fratelli giunga
    anch'io a partecipare alla Gloria del Tuo figlio.

    Amen


    Imprimatur del Vescovo di Albenga - Imperia
    Mario Oliveri - 28 marzo 1997




  10. #20
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    Predefinito

    Ora vi spiego ciò che forse non avete capito leggendo tutto ciò!!!
    Questo testo che ho riportato non è che un sunto di una più ampia trattazione sull'argomento... Il Borrelli ha tralasciato di specificare che quando la Madonna delle Spine apparve nel Santuario genovese della Madonna della Guarda, si dichiarò "Imperatrice di Tutte le Russie"... Ciò risulta dall'opuscolo divulgato a cura della parrocchia di Santa Barbara di Torino, ove la Madonna suddetta è venerata in un altare a lei dedicato.
    Per ulteriori informazioni non esitate a rivolgervi al parroco:
    Don Mario Cuniberto
    Parrocchia di S. Barbara
    Via Assarotti, 14
    10122 - Torino
    Tel. 011/546185

    Sarà ben lieto di fornirvi eventualmente materiale al riguardo!!!

 

 
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