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Discussione: Santità sabauda

  1. #1
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    Predefinito Santità sabauda

    A grande richiesta apro questa discusione ove riporto notizie circa i santi di Casa Savoia!!!

    Innanzi tutto vi segnalo questi 2 link:

    http://www.cartantica.it/pages/santiregali.asp

    http://www.cartantica.it/pages/collaborazionisavoia.asp

  2. #2
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    Beato Umberto III di Savoia Conte
    4 marzo

    Avigliana, Torino, 1136 - Chambéry, Savoia, 4 marzo 1188


    Diede diritti e doni ai monasteri ed ebbe un ruolo decisivo nell'organizzazione dell'abbazia di Altacomba. Si dice che avrebbe preferito essere monaco invece che sovrano. Ebbe quattro mogli: Faide di Tolosa, morta nel 1154, Gertrude delle Fiandre (matrimonio annullato), Clemenza di Zharinghen, morta nel 1162 e Beatrice di Macon. Dalle prime tre ebbe tre figlie, due delle quali andarono in spose ad Azzo d'Este. Alla morte della terza moglie si ritirò ad Hautecombe, ma poi cambiò idea e, dalla quarta moglie ebbe finalmente l'erede maschio e un'altra figlia che morì a sette anni. Si schierò col partito guelfo del papa Alessandro III contro i Ghibellini dell'imperatore Federico Barbarossa. La conseguenza fu l'invasione dei suoi stati per ben due volte: nel 1174 Susa fu messa a ferro e fuoco e nel 1187 Enrico VI lo bandì dall'impero e gli tolse la maggior parte dei domini, gli rimasero solo le valli di Susa e d'Aosta. Morì a Chambéry nel 1189. Fu il primo principe sepolto ad Hautecombe.


    Emblema: Corona, Scettro

    Personaggio di rilievo nel grande quadro della società medievale come della storia sabauda, di cui ha le fondamentali caratteristiche: mistico, portato per vocazione e tradizione alla vita contemplatíva, reso dalle vicende del suo tempo guerriero e politico, sposo per ragioni dinastiche. Nato nel castello di Avigliana presso Torino verso il 1136, figlio di Amedeo III conte di Savoia e di Matilde l'Albon, erede dal padre come dall'avo Umberto Il del sogno unitario di ricostituire il regno di Borgogna, in contrasto con la politica accentratrice dei re di Francia e con l'affermazione uníversalistica di Federico I Barbarossa, è indotto a svolgere un'accorta politica di assoggettamento delle signorie feudali confinanti o insediate fra i suoi beni. Non dissimili i suoi inizi da quelli paterni: Umberto II, morendo giovane, ha lasciato erede il primogenito Amedeo ancor minorenne. Questi, pellegrino in Terra Santa (nel 1122 o nel 1128) per gratitudine verso il papa Callisto II (suo zio Guy arcivescovo di Vienne) transitato per le terre del nipote in omaggio alla sua casata, ed ancora partecipe alla Il Crociata nel 1146, morendo a Nicosia il 1° aprile 1148, lascia il figlio appena dodicenne. Le date non sono precise, ma lo seguiamo nelle vicende familiari, per taluni storici piuttosto mete di alleanze politiche. Nel 1149 si dice riconosciuto erede dei beni paterni; per altri viene dichiarato maggiorenne nel 1150, e l'anno seguente sposo a Fedica, figlia del conte Alfonso-Giordano di Tolosa, che morirà presto senza figli. Il genealogista Carrone ha dubitato sulla sua nascita nel 1136 già affermata dal Guichenon che aveva pubblicato un documento con la data del matrimonio all'anno 1151, quindi in un'età giovanissima di quattordici o quindici anni, e antepose la nascita verso il 1132. Ma la vita umana allora assai più breve, ed i costumi medievali che non disdegnavano impegni matrimoniali fra nascituri o fanciulli, non ce lo fanno escludere. Più tardi egli sposa una cugina: Gertrude figlia del conte Teodorico di Fiandra e di Clementina di Borgogna sua parente per essere sorella di papa Callisto II e di Gisella madre di Amedeo III. Purtroppo questa seconda sposa sarà ripudiata per sterilità. Nel 1164 sposa Clementina di Zahringen che gli darà due figlie: Alice e Sofia, e morirà verso il 1173. Nel 1177 si sposa per la quarta volta, con Beatrice figlia del conte Gerardo di Macon da cui avrà l'anno seguente l'erede maschio Tommaso, al quale spetterà di continuare la dinastia. Muore, dopo circa quarant'anni di regno, il 4 marzo 1188, all'età di cinquantadue anni.


    Autore:
    Fulvio Crosara


    Fonte:





    http://www.santiebeati.it/dettaglio/92000




  3. #3
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    Beato Bonifacio di Savoia Monaco certosino e arcivescovo di Canterbury
    14 luglio

    Savoia, 1207 - † 4 luglio 1270


    Emblema: Bastone pastorale

    Undicesimo dei figli del conte Tommaso I di Savoia e di Margherita di Ginevra, Bonifacio nacque nel 1207 nel castello di Sainte-Hélène-du-Lac in Savoia.
    Benché di carattere forte e focoso, era tuttavia portato alla pietà, il padre volle favorire questa inclinazione indirizzandolo alla vita ecclesiastica, pertanto Bonifacio seguendo la volontà paterna, entrò nella Grande Certosa di Grenoble, dove si distinse subito per la sua spiritualità.
    Non ancora professo fu eletto priore per breve tempo di Nantua e nel 1232, a 25 anni ancora suddiacono, fu eletto vescovo di Belley, dai canonici della cattedrale, i quali desideravano come capo della loro Chiesa, una persona di illustre casato e di grande importanza; alla morte del fratello Guglielmo, che era vescovo di Valenza, Bonifacio amministrò anche quella diocesi fino al 1242.
    Per interessamento della nipote Eleonora sposa di Enrico III d’Inghilterra, venne eletto arcivescovo di Canterbury, succedendo a s. Edmondo Rich; per la morte a breve distanza di due pontefici, la sua carica fu confermata solo il 17 settembre 1243, da papa Innocenzo IV.
    L’anno successivo arrivò per la prima volta in Inghilterra, dove fu ordinato diacono e sacerdote dal vescovo di Worchester, erano procedure consentite in quell’epoca e constatando che il re aveva causato alla sede arcivescovile enormi debiti con le sue esose tasse, egli subito si oppose con energia, ottenendo pieno successo.
    Venne consacrato vescovo il 15 gennaio 1245 da papa Innocenzo IV, durante il Concilio di Lione, ottenendo anche benefici economici per risanare i bilanci della sede di Canterbury. Prese possesso pieno della diocesi inglese il 1° novembre 1249, iniziando subito la visita generale della diocesi e della provincia ecclesiastica, sostenendo lunghe lotte per reprimere gli abusi del clero.
    Scomunicò il decano ed il clero della chiesa di S. Paolo di Londra, perché non volevano riconoscere la sua autorità e la sua visita, perché per loro il visitatore era il vescovo di Londra. Stessa resistenza ricevette al priorato di S. Bartolomeo, che non volevano riconoscere altra autorità, se non quella del vescovo di Londra, Bonifacio in un accesso d’ira scaraventò a terra il vecchio vice priore, scatenando contro di lui il furore dei londinesi che lo aggredirono strappandogli le vesti, accusandolo anche di trasferire in Francia i redditi dei benefici inglesi.
    Liberato dalla sua guardia, Bonifacio fuggì in barca sul Tamigi, rifugiandosi a Lambeth, da dove scomunicò il clero di S. Bartolomeo e il vescovo di Londra. Anche a S. Albano si rafforzò la resistenza del clero, che si rifiutò di pagare le tasse appellandosi a Roma.
    Anche Bonifacio si rivolse al papa, recandosi a Roma dove si raggiunse un compromesso, vennero confermati i diritti della visita pastorale ma restringendone l’uso. Tornò in Inghilterra nel 1252 e si unì con i baroni ribelli al re Enrico III (1207-1272), che costrinsero il sovrano a giurare di osservare i patti della “Magna Charta”, sottoscritti dal padre Giovanni senza Terra ed i notabili del regno.
    Nel 1256 Bonifacio si recò a Torino, per ottenere la libertà del fratello Tommaso II prigioniero dei torinesi; proseguì la sua opera in difesa dei diritti della Chiesa in Inghilterra, convocando anche un Concilio nel 1258 a Merton.
    In seguito si staccò dai turbolenti baroni e passò dalla parte del re, fu costretto anche a fuggire dall’Inghilterra nel 1262, quando iniziò la guerra civile, riparando in Francia.
    Dopo tre anni a seguito della vittoria di Enrico III, poté ritornare in Inghilterra; lasciò l’isola per l’ultima volta nel 1268 per accompagnare alla crociata Edoardo figlio di Enrico III, ma stremato dalle fatiche si spense, durante il viaggio, il 4 luglio 1270, nel suo castello natio di Sainte-Hélène in Savoia; venne sepolto nell’abbazia cistercense di Hautecombe sul lago di Bourget, dove riposa tuttora.
    Papa Gregorio XVI il 1° settembre 1838, ne approvò il culto per l’Ordine dei Certosini e per la diocesi di Chambéry.


    Autore:
    Antonio Borrelli



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90543




  4. #4
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    Beata Margherita di Savoia Vedova
    23 novembre

    Pinerolo, 1390 - Alba, 1464

    La beata Margherita di Savoia è conosciuta con l'appellativo di «grande». Nata nel 1390 a Pinerolo rimase presto senza genitori e passò insieme alla sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, il quale, per mancanza di eredi, succedeva al defunto principe Amedeo. Per risolvere le lunghe discordie tra il Piemonte e il Monferrato lo zio la destinò in sposa al marchese di Monferrato. Lei accosentì, nonostante, anche grazie alle parole di Vincenzo Ferrei, pensasse già al chiostro. Alla morte del marito si ritirò nel palazzo di Alba, dove, con l'approvazione di Papa Eugenio IV, nel 1441, fondò il monastero di Santa Maria Maddalena. Vestito l'Abito del Terz'Ordine Domenicano, più tardi abbraccò la Regola più austera delle Monache dell'Ordine. Morì nel 1464. (Avvenire)


    La Beata Margherita di Savoia meritò l’appellativo di “Grande”. Testimone d’evangelica grandezza, in tutti i differenti stati in cui Dio la fece passare: di figlia, di sposa, di Sovrana, di religiosa. Bimba e giovinetta, fu l’immagine del candore, e una precoce saggezza le fece aborrire tutto ciò che il mondo stima. Rimasta presto senza genitori passò insieme alla sorellina Matilde sotto la tutela dello zio Ludovico, il quale, per mancanza di eredi, succedeva al defunto Principe Amedeo. Primo pensiero di Ludovico di Savoia fu di porre termine alle lunghe discordie tra il Piemonte e il Monferrato, e da ambe le parti non si guardò che a Margherita come a pegno sicuro di pace duratura. La giovane Principessa, che già pensava al chiostro, riconfermata ancora di più nel suo proposito dall’ispirata parola di San Vincenzo Ferreri, con cuore generoso sacrificò i suoi più cari ideali per il bene comune e fu sposa del Marchese di Monferrato. Nessun miraggio terreno però, poté sedurre la giovane Marchesina, che iniziò la nuova vita col cuore fisso in cielo. Dopo essere stata la saggia consigliera di suo marito. e la madre tenerissima dei sudditi, venuto a morte il Marchese Teodoro, essa compì ancora i suoi ultimi doveri, ritirandosi poi nel palazzo di Alba insieme alle sue più fedeli damigelle, dove, con l’approvazione di Papa Eugenio IV, nel 1441, fondò il Monastero di Santa Maria Maddalena. Là, vestito l’Abito del Terz’Ordine Domenicano, si dedicarono a una vita santa per abbracciare poi definitivamente la Regola più austera delle Monache dell’Ordine, dando principio, sotto la guida di Margherita, a un Monastero di stretta osservanza. Morì il 23 novembre 1464. Il Pontefice San Pio V nel 1566 ha permesso il culto al Monastero di Alba. Papa Clemente X nel 1671 lo ha esteso a tutto l’Ordine Domenicano, fissandone la memoria il 27 novembre. Il suo corpo è venerato nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Alba, anche dopo il trasferimento definitivo nel monastero, nel 1956, in una nuova sede.

    Autore:
    Franco Mariani



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90491




  5. #5
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    Beato Amedeo IX di Savoia Duca
    30 marzo

    Thonon, 1° febbraio 1435 - Vercelli, 30 marzo 1472


    Amedeo nasce da Anna di Lusignano e da Ludovico, duca di Savoia, il 1° febbraio 1435. Il suo matrimonio fu combinato per necessità politiche, infatti sposò Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII di Francia. I due però si trovarono; avevano soprattutto in comune una fede profonda e sapevano condividere tutto, dalla preghiera al governo dello stato. Amedeo soffriva di epilessia e questo gli causò parecchie difficoltà. Pur essendo un propugnatore di una crociata per liberare Costantinopoli dai Turchi, fu fondamentalmente un pacifista, era anche molto generoso con i poveri che spesso erano suoi commensali. Edificò chiese e monasteri. Aggravandosi il suo male nel 1469 abdicò in favore di Iolanda, ma i suoi fratelli e i nobili lo assediarono al punto che per liberarlo dovette intervenire Luigi XI. Morì il 30 marzo 1472 a Vercelli.

    Etimologia: Amedeo = che ama Dio, dal latino

    Emblema: Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata

    Nato a Thonon il 1° febbraio 1435 da Anna di Lusignano e da Ludovico, duca di Savoia, figlio dell'antipapa Felice V (Amedeo VIII di Savoia), nel 1452 Amedeo sposò Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII di Francia, come era stato deciso sin dalla sua nascita, per cementare l'amicizia tra i due paesi. Questo matrimonio combinato si rivelò dei più felici, poiché Iolanda si interessava nello stesso tempo delle pratiche religiose e del governo dello Stato, alleviando la fatica di Amedeo, che cominciava a soffrire di epilessia. La malattia e la vita inclinata al trascendente, procurarono ad Amedeo numerose difficoltà, poiché più volte i fratelli gli si ribellarono contro e più volte i nobili sabaudi pensarono di sostituirlo con qualcuno più energico. Tuttavia l'infinita bontà di Amedeo, alla fine, ebbe ragione dei suoi nemici pacificamente. Questo però non significa che A. non fosse pronto a combattere per una giusta causa: nel 1459, infatti, al concilio di Mantova, indetto da Pio II, A. fu solerte e fiero fautore di una crociata che liberasse Costantinopoli, da poco conquistata dai Turchi. Nel 1464, morto Ludovico, Amedeo assunse il governo del ducato di Savoia. Immediatamente radunò i tre Stati per decidere sul contegno da tenere nel]a guerra tra Luigi XI e Carlo il Temerario; l'assemblea, conforme ai desideri di Amedeo e di Iolanda, si pronunziò per un contegno favorevole al re di Francia, ma che, peraltro, non obbligasse a combattere in campo aperto il duca di Borgogna. In cambio di questo atteggiamento, Luigi XI sostenne il cognato contro Guglielmo VIII di Monferrato e Giangaleazzo Visconti, cui A. diede poi in moglie la sorella Bona, in segno di pace e di amicizia. Pacifista in politica estera, Amedeo fu un saggio amministratore del suo Stato, benvoluto dai sudditi per la sua liberalità. A proposito di questa, si racconta che, avendogli domandato un ambasciatore se aveva mute di cani venatici, Amedeo mostrò al legato una mensa imbandita, alla quale sedevano i poveri e i mendicanti, e disse che quelli erano i suoi cani venatici, poiché egli andava «cacciando» il paradiso. Amedeo edificò numerose chiese e monasteri, elargì molte elemosine e donativi, tra i quali i preziosi paramenti della chiesa di S. Eusebio a Vercelli.
    Aggravandosi il male, nel 1469 Amedeo cedette il governo del ducato a Iolanda, poiché Carlo, il maggiore dei suoi figli (quattro maschi e due femmine) e l'unico in età di regnare, era morto poco prima. Ma alla sua abdicazione, i nobili si ribellarono e, alleatisi con i fratelli di Amedeo, lo assediarono, finché non intervenne Luigi XI a liberarlo e a sconfiggere definitivamente la fronda dei signori. Gli ultimi anni della vita di A. furono molto penosi per il frequente ripetersi delle crisi della malattia, che egli, tuttavia, sopportò «come una grazia del Signore».
    Morì il 30 marzo 1472 a Vercelli; le sue ultime parole furono: «Siate giusti, amate i poveri e il Signore darà pace ai vostri paesi», nobilissimo testamento spirituale di un ottimo principe. Fu inumato nella chiesa di S. Eusebio a Vercelli, sotto i gradini dell'altare maggiore. Ben presto la pietà popolare lo proclamò santo, e di fronte all'estendersi del suo culto, l'11 luglio il vescovo di Torino Claude de Seyssel, curò l'esumazione del suo corpo e iniziò ?l processo di canonizzazione, che siprotrasse molto a lungo, fino al 3 marzo 1677, quando Innocenzo XI confermò il culto di Amedeo, fissando la festa al 30 marzo. S. Francesco di Sales con grande zelo raccolse le prove della santità di Amedeo e s. Roberto Bellarmino lo additò come esempio ai sovrani.


    Autore:
    Mario Salsano


    Fonte:





    http://www.santiebeati.it/dettaglio/47800




  6. #6
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    Beata Ludovica di Savoia Principessa
    24 luglio

    Bourg-en-Bresse, Francia, 28 luglio 1462 - 24 luglio 1503


    Illustre principessa della Casa di Savoia, figlia del beato Amedeo IX. Dopo alcuni anni di matrimonio, rimasta vedova in giovanissima età, abbracciò la regola di santa Chiara, secondo lo spirito di santa Coleta. Passò i suoi anni in monastero come fulgido modello delle virtù religiose.


    Ludovica nacque (probabilmente) a Bourg-en-Bresse il 28 luglio 1462, quinta dei nove figli del Beato Amedeo IX di Savoia e di Jolanda di Francia, sorella del Re Luigi XI. La capitale del Ducato era Chambery, ma la corte era itinerante per un controllo diretto dei territori. Casa Savoia era già proprietaria di quello straordinario documento della Passione che è la Sindone, tale tesoro prezioso seguiva la corte nei vari spostamenti. Possiamo facilmente immaginare gli occhi commossi di Ludovica e del padre che ammirano l’Uomo dei Dolori impresso nel Sacro Lino. Estremamente religioso e munifico verso i poveri, dopo aver assicurato al suo popolo un lungo periodo di pace, il Beato Amedeo morì a Vercelli il 30 marzo 1472 a soli trentotto anni. Ludovica ne aveva dieci. L’eredità paterna fu una fede profonda e, possiamo dire, la santità. La madre, dal carattere più forte del consorte, era la Reggente del Ducato già da alcuni anni.
    La dolcezza della giovane Ludovica fece breccia nel cuore di Ugo di Chalon, più grande di quattordici anni, membro del ramo cadetto dei Signori di Borgogna, ospite a Chambery per sette anni dopo essere caduto in disgrazia. Diventerà suo marito.
    Le vicende politiche di quei tempi erano assai complicate, gli interessi territoriali causavano numerose guerre. Jolanda strinse un patto con Carlo il Temerario, Duca di Borgogna, ma, sospettata di complotto col fratello, in un'imboscata notturna, fu arrestata con i figli proprio dal suo alleato (1476). Nella solitudine del maniero di Rouvres (Digione), in una prigionia in verità non rigida, Ludovica fece l’esperienza di una sorta di ritiro religioso e conobbe il francescano Padre Giovanni Perrin, che tanta importanza avrebbe avuto per lei in futuro. Ugo le fece visita, in un crescendo d’affetto, anche se lei cominciava a desiderare il ritiro in clausura, fu Padre Perrin a convincerla che anche il matrimonio poteva essere vissuto santamente. Intanto, per interessamento dello zio Re, Jolanda e figli furono lasciati liberi. Mentre erano in visita alla corte di Francia il Duca di Borgogna questa volta imprigionava Ugo.
    Jolanda morì nel castello di Moncalieri il 29 agosto 1478. Ludovica e la sorella Maria furono condotte da Luigi XI che si considerava loro tutore naturale. La sua era una preoccupazione interessata, il matrimonio della nipote con Ugo di Chalon gli procurava infatti un importante alleato. Ludovica, che ricambiava l'affetto del pretendente, acconsentì. Le nozze furono celebrate solennemente a Digione il 24 agosto 1479. La sposa aveva diciassette anni e avrebbe anche fatto a meno dello sfarzo dei festeggiamenti, l’importanza delle due casate però lo imponeva; fu eletta come dimora il castello di Nozeroy.
    L'unione fu felice, le due anime si incontrarono in un'intesa perfetta. Ugo di Chalon era tornato in possesso di un considerevole patrimonio, dagli archivi di Arlay e di Bresançon apprendiamo delle numerose elargizioni dei due sposi a favore dei bisognosi. Ludovica si dedicava personalmente alla tessitura per distribuire panni ai poveri o per ornare le chiese. Per entrambi la preghiera era il centro su cui fondare l'unione. L'idillio, tuttavia, durò solo dieci anni, nel 1490 il dolore colpì nuovamente Ludovica. Dopo aver assistito, visto spirare e data cristiana sepoltura al consorte, le restava come unico riferimento la fede. Poteva vivere da ricca vedova nel suo castello o contrarre un nuovo importante matrimonio ma il desiderio, mai sopito, era quello di consacrarsi al Signore. Padre Perrin la guidò spiritualmente fino all'ingresso nel Monastero di S. Chiara ad Orbe (Vaud). Era questa una fondazione della famiglia Chalon a cui aveva assistito S. Colette, la riformatrice francese delle Clarisse. Molte volte Ludovica vi si era recata per pregare facendo visita alla cognata Filippina che lì era monaca. Entrò in monastero nel 1492, dopo essersi spogliata di tutti i suoi beni: il semplice abito francescano prendeva il posto delle vesti preziose. Da modello di sposa divenne modello di monaca. Grande fu il suo spirito di pietà e di preghiera, in un’atmosfera austera e povera. Scrisse alcune meditazioni e un piccolo trattato sull'importanza, per un monastero, della fedeltà alla Regola. Questi manoscritti furono portati dalle suore nel loro trasferimento da Orbe a Evian, ma oggi sono scomparsi.
    Nell'ultimo periodo della sua vita Ludovica soffrì di diverse malattie; morì, sussurrando il nome della Vergine Maria, il 24 luglio 1503. Aveva solo quarant'anni. Si diffuse subito la fama della sua santità, le prime notizie biografiche vennero scritte da Caterina di Saulx, sua compagna fedele per vent’anni, sia prima che dopo l'entrata in monastero. Ludovica fu sepolta nel cimitero del convento, poi, quando nel 1531 le monache furono cacciate da Orbe, le sue spoglie, con quelle della cognata Filippina, furono riposte in un'unica cassa di quercia e trasportate nel convento francescano di Nozeroy. Durante la Rivoluzione Francese il convento fu distrutto, delle tombe, anche se non profanate, si perse ogni traccia. Nel 1838 Carlo Alberto ottenne dal governo francese e dal Vescovo di S. Claude l’autorizzazione ad effettuare gli scavi alla ricerca della cassa che fu ritrovata in buone condizioni. Le ossa di Ludovica furono riconosciute dal medico David dopo una scrupolosa perizia, basata sulla diversa altezza e sull’età delle due defunte. Furono consegnate a Monsignor Vogliotti, Cappellano Regio, affinché venissero trasportate a Torino per essere riposte, con i dovuti onori, nella cappella interna di Palazzo Reale, all'epoca Parrocchia, presso l'altare dedicato al padre B. Amedeo IX (1840). L’anno precedente Carlo Alberto aveva ottenuto la conferma del culto da papa Gregorio XVI che fissava la memoria liturgica della Beata al 24 luglio.


    Autore:
    Daniele Bolognini



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90384




  7. #7
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    Venerabile Caterina di Savoia Principessa, Terziaria Francescana
    20 ottobre

    Torino, 5 ottobre 1595 - Biella, 20 ottobre 1640

    La principessa Francesca Caterina di Savoia nacque il 5 ottobre 1595 dal duca Carlo Emanuele I, figlio di Emanuele Filiberto, e da Caterina d’Asburgo, figlia del re Filippo II di Spagna. Terziaria francescana come la sorella Venerabile Maria di Savoia, fondò l’Istituto delle Figlie di Maria di Oropa e presso questo celebre santuario mariano del biellese volle essere sepolta. Le due sorelle furono proclamate "Venerabili" con Bolla Pontificia del 1° settembre 1838.


    La storia delle monarchie europee è densa di figure dispotiche e a volte crudeli e tiranne, fautori di guerre di conquista, condottieri di eserciti o adagiati nella vita a volte fatua di corte e poco curanti delle necessità dei sudditi.
    Ma sarebbe grave errore storico e di valutazione, considerare tutti negativi i sovrani che nei secoli si sono succeduti sui troni europei; perché tra essi e non sono pochi, spiccano grandi figure di eminenti politici, sostenitori della Chiesa, della cultura, dell’arte, del progresso, delle scoperte geografiche e scientifiche; costruttori d’alleanze per il bene dei loro Stati e della futura Europa; baluardo contro le invasioni barbariche, musulmane e asiatiche.
    Ma non solo, fra le Famiglie reali d’Europa, magari anche fra quelle convertite, il Cristianesimo e più segnatamente il Cattolicesimo, ha avuto figure di Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio, che unitamente ai tanti Testimoni della Fede del loro tempo, hanno costituito la scia luminosa della Santità cristiana, affiancati ai tanti di umili origini, perché Cristo si segue e si serve in ogni condizione sociale.
    È opportuno una considerazione, il povero, l’umile, il sofferente, il perseguitato, raggiunge le vette della santità accettando e valorizzando la sua condizione che purtroppo ha; il ricco, il nobile, il governante, ha invece la prerogativa di una vita agiata e piena di soddisfazioni, ma se egli rinuncia a tutto ciò e si immedesima nel povero e sofferente, condividendone i disagi per amore di Cristo, allora si può dire che la sua santità sia ancora più lodevole e questo devono aver ben compreso re, regine, principi, principesse e nobili, i cui nomi riempiono l’Albo della Santità cristiana.
    Non si può in questa scheda andare oltre, che tanto ci sarebbe da dire e approfondire, soprattutto segnalando almeno una parte dei loro nomi, ma si preferisce ritornare al tema della presente scheda, illustrare brevemente le figure delle venerabili Maria e Caterina di Savoia, Terziarie Francescane del XVII secolo.
    Settima figlia del Duca di Piemonte Carlo Emanuele I di Savoia (Rivoli, 1562 - Savigliano, 1630) e di Caterina d’Asburgo (1567-1597) figlia del re Filippo II di Spagna, Maria Francesca Apollonia nacque a Torino il 9 febbraio 1594; dopo poco più di un anno, il 5 ottobre 1595, nacque l’ottava dei dieci figli dei duchi, Caterina Francesca.
    Secondo gli accordi di Corte che prevedevano l’educazione dei figli maschi all’italiana, mentre per le femmine era prevista alla spagnola, anche le due principesse Maria e Caterina, come già le altre due sorelle maggiori Margherita e Isabella, ebbero come governante una dama venuta da Madrid, la contessa donna Marianna moglie dell’ambasciatore di Spagna a Torino.
    La duchessa loro madre desiderava tanto esserle vicino, ma quando ciò cominciava ad essere possibile, ebbe nel 1597 l’interruzione della decima gravidanza e dopo pochi giorni morì a soli 30 anni.
    Fu la prima delle sventure che si abbatterono sul piccolo Stato piemontese, seguita da un’epidemia di peste, flagello frequente in quei tempi, con un gran numero di vittime e con tutto lo strascico di credenze, untori, ecc. Nel 1605 un altro lutto colpiva la Famiglia ducale, il primogenito Filippo Emanuele morì a Madrid a soli 19 anni, certo che la vita allora non aveva grande durata.
    Intanto le due principesse crescevano impegnate fra gli studi, i lavori di cucito, le visite ai poveri e infermi, le pratiche religiose, con direttori prima due gesuiti, poi il barnabita padre Giusto Guérin futuro vescovo di Ginevra dal 1639.
    Con i matrimoni delle due sorelle maggiori Margherita e Isabella, che avevano di conseguenza lasciata la Corte, le due sorelle minori Maria e Caterina ormai adolescenti, si trovarono in primo piano nella vita della Corte sabauda.
    I caratteri delle due erano diversi, Caterina riservata nel parlare, ritirata nel frequentare, pratica nel trattare e di carnagione molto bruna; Maria di carnagione chiara e capelli biondo cenere, di temperamento vivace, grande prontezza, grazia straordinaria, briosa; ambedue partecipavano ai balli in costume, alle cavalcate, al correre sulla neve con slitte veloci e non erano insensibili, specie Caterina, agli omaggi dei cavalieri e del cugino il duca di Nemours.
    Gli anni della prima giovinezza sono contrassegnati dai tanti tentativi, accordi, alleanze, trattative, ambascerie, diplomazie, rottura di patti, delusioni, che il padre Carlo Emanuele I intraprese con le corti di Spagna e Francia, volendo dare un buon matrimonio, ma più politico che d’amore, alla figlia Caterina e per la figlia Maria eguali tentativi furono fatti con la Corte inglese.
    Per ambedue le figlie, che a volte erano arrivate fino alla soglia di un trono europeo, per cause politiche e di opportune alleanze, come si faceva allora nelle Corti europee, tutto sfumò senza che loro fossero sempre coscienti di quanto si cercava di concordare per il loro futuro.
    Il tempo ormai trascorreva e alla Corte di Torino le cose cambiavano; proveniente da Parigi si era stabilita a palazzo Maria Cristina, che nel 1619 aveva sposato il principe ereditario sabaudo Vittorio Amedeo I, fratello delle principesse.
    Ciò portò molto astio a Corte, i modi sciolti e aperti di Maria Cristina furono sempre più in contrasto con i modi conservatori di Maria e Caterina, le quali visto che anche il duca loro padre si era un po’ raffreddato nei loro confronti, cominciarono sempre più a chiudersi alla vita di Corte.
    Alle due Infante era giunta notizia che l’amica della Famiglia ducale, la marchesa di Ceva, stava per entrare nell’Ordine delle Suore Cappuccine di Milano e di Pavia, attratta dalla loro santità e perfetta osservanza; quindi chiesero al duca di poter fondare un monastero di Cappuccine anche a Torino.
    Il padre acconsentì e il 24 ottobre 1627 le prime tre suore provenienti dal convento di Pavia, poterono entrare insieme a tre novizie, nella nuova Casa presso la Chiesa del Suffragio di Torino; alla cerimonia della vestizione delle novizie torinesi fu presente anche la Corte.
    Le due sorelle ormai trentenni, continuarono la loro vita di Corte interessandosi anche di politica, per quanto allora era permesso; ma nel loro animo si faceva sempre più strada il desiderio di dedicarsi completamente al Signore, la crisi spirituale era particolarmente avvertita da Maria, finché sull’esempio di una zia materna allora governatrice dei Paesi Bassi, che essendo rimasta vedova era entrata nel Terz’Ordine di S. Francesco, alternando le cure dello Stato alle opere di carità, anche Maria l’8 febbraio 1629 a 35 anni, fece il voto di verginità nella sua Cappella privata.
    Qualche giorno dopo lo confidava all’amata sorella Caterina, che sorpresa e gioiosa nello stesso tempo, confessò che un voto simile era stato fatto anche da lei qualche anno prima; la conclusione fu che insieme decisero di consacrarsi a Dio.
    Da allora si moltiplicarono le iniziative di carità, visitando ospizi ed ospedali, aiutando i poveri ed i prigionieri, donando parte dei loro gioielli per la devozione verso il miracoloso simulacro della Madonna col Bambino, venerata nella Chiesa dei cappuccini al Monte.
    Nel contempo aumentarono gli atti di penitenza e umiliazione personale, come cilici e cordicelle nodose sul corpo, tutto ciò suscitò l’ammirazione di confessori e monache, che intorno ad esse tesserono leggende, rasentando l’esaltazione.
    Esse chiesero infine al padre l’autorizzazione di entrare in un chiostro, il quale esitando sulla reale vocazione di quelle figlie che nonostante tutti gli sforzi fatti non era riuscito a maritare, pertanto volle che si chiedesse consiglio all’arcivescovo di Milano il cardinale Federico Borromeo (1564-1631); il quale consigliò invece del chiostro, che l’avrebbe bloccate nelle opere di carità, di entrare nel Terz’Ordine Francescano.
    La mattina del 4 ottobre 1629, presente tutta la Corte, si svolse la cerimonia della vestizione del saio nella Cappella della Ss. Sindone, officiata dal Padre Provinciale dei Cappuccini; nel pomeriggio nel Monastero delle Cappuccine, furono tagliate dalla Madre Superiora le splendide chiome delle due Infante; iniziava così una nuova vita austera sì, ma densa di dolcezze spirituali.
    La parte del palazzo ducale che le ospitava, fu adattato al nuovo stile di vita austero e senza vanità, come pure dovettero adeguarsi nell’abbigliamento, coloro che le servivano.
    Ma un’altra grave epidemia di peste, infierì sui popoli occidentali europei, provocando 25.000 morti a Mantova, 94.000 a Venezia, 165.000 a Milano (descritta magistralmente nei “Promessi Sposi” del Manzoni), anche in Francia il morbo imperversava e alla fine anche il Piemonte, stretto fra due fuochi ne fu contagiato.
    La Corte seguita dai nobili e dai magistrati, lasciò Torino, in città la popolazione si ridusse dei tre quarti e su diecimila uomini rimasti, solo tremila sfuggirono alla morte.
    Anche le due principesse, per obbedienza al Duca, si rifugiarono prima ad Asti poi a Castigliole e Chieri, da lì mandavano a Torino aiuti ricavati dalla vendita dei loro gioielli.
    Intanto il 26 luglio 1630 moriva il Duca Carlo Emanuele I, a cui successe il figlio Vittorio Amedeo I (1587-1637) ereditando un Ducato scosso da guerre e occupazioni francesi e messo in ginocchio dalla peste; per giunta anche Caterina fu contagiata, ma fortunatamente guarì, rimanendo però sempre più debole in salute e sofferente d’asma.
    Alla fine del 1631 l’epidemia cessò e i Piemontesi ripresero le loro occupazioni, anche Maria e Caterina di Savoia tornarono a Torino e alla vista miserevole della città, presero a chiedere al Duca loro fratello, di impegnarsi a sollevare il popolo dalla grande indigenza in cui versava, mandando qualche frecciata verso la cognata Maria Cristina la francese, affinché si limitasse il lusso e sfarzo del tutto fuori luogo in quella situazione.
    Con l’appannaggio di 24.000 scudi, già fissato dal padre e aumentato di altri 9.000 scudi dati dal fratello, le due Infante poterono dedicarsi alle loro desiderate opere di carità e al sostegno delle Cappuccine.
    Consigliate da padre Ruga e incoraggiate dall’arcivescovo di Torino, ripresero un’ iniziativa già sperimentata nel passato, di istituire un ricovero per le ragazze che per disperazione, per bisogno o altro, fossero finite sulla cattiva strada anche della prostituzione, esse si chiamarono ‘Convertite’; dei loro bambini, ritenuti figli della colpa, s’interessò particolarmente Caterina.
    Le ricoverate, alloggiate nella casa comprata dalle Principesse nella Strada Nuova (odierna via Roma), salirono ben presto a 40 Convertite, le quali quasi tutte nel 1634 ricevettero l’abito di Terziarie Francescane dalle mani di Maria e Caterina, la cerimonia si concluse vestite di saio, con una processione per le vie della città e con il canto del ‘Te Deum’ in Duomo. Quest’opera, che fu sempre cara al cuore delle due principesse, fu conosciuta in tutto il Piemonte e in breve il numero delle Convertite salì a 60.
    Nel 1634 Maria e Caterina si recarono al Santuario della Madonna ad Oropa, che godeva già allora di un grande culto e afflusso di pellegrini e qui sostarono per un certo tempo alla ricerca del consolidamento della loro fede e serenità per le loro anime, cui la Corte torinese non risparmiava amarezze e contrarietà.
    Costituirono un gruppo di donne che l’aiutavano nei lavori di cucito e ricamo per i paramenti sacri del Santuario e per pregare insieme, questo gruppo, dopo che le principesse necessariamente si dovettero allontanare da Oropa, continuò l’opera da cui nacque la caratteristica istituzione di Oropa delle ‘Figlie di Maria’, dette inizialmente “zitelle d’Oropa”.
    Le Infante furono promotrici in campo ecclesiastico, della Riforma dei Religiosi, nei quali la rilassatezza e l’indegnità di alcuni membri aveva preso il sopravvento, così i Conventuali, i Carmelitani e le Monache di Santa Chiara, poterono rifiorire in santità e osservanza delle Regole.
    Il 13 dicembre 1643 le due sorelle fecero la loro professione religiosa nelle mani del Provinciale dei Cappuccini, nella loro Cappella privata. Erano monache, ma anche donne strettamente orgogliose del loro Casato, pertanto vissero con ansia e sofferenza tutte le vicende che coinvolsero ininterrottamente il Ducato di Piemonte, sballottolato fra le due grandi potenze di allora, la Spagna e la Francia, a cui la Corte per l’intreccio delle parentele era strettamente legata ad entrambe, con tutte le guerre che ne conseguivano.
    Assistettero con dolore alle discordie fra i loro tre fratelli, il duca Vittorio Amedeo, Tommaso e Maurizio; il 22 settembre 1635 morì anche il barnabita padre Amatore Ruga loro direttore spirituale, consigliere nelle opere di carità e primo ad incoraggiare la loro vocazione religiosa, fu sostituito dai padri Furno e Guérin.
    Durante una fase delle ricorrenti guerre, il duca Vittorio Amedeo si ammalò e nonostante ogni sforzo, morì l’8 ottobre 1637, sostituito poi con la reggenza della moglie ‘Madame’ Maria Cristina di Francia; seguì tutta una fase storica che coinvolse la reggente, legata alla Francia e i due cognati, i principi Tommaso legato alla Spagna e il principe cardinale Maurizio; la morte dell’erede al trono il piccolo Francesco Giacinto, l’intromissione del Primo Ministro francese card. Richelieu, l’assedio di Torino del 1640 e la capitolazione della città ai francesi, l’esilio del principe Tommaso e quello volontario delle due Infante.
    Purtroppo gli eventi storici del Piemonte e della Casa Savoia sono lunghi e particolareggiati ed è impossibile poterli narrare esaurientemente in questa scheda, pertanto è necessario per concludere, andare alle fasi finali della vita delle due principesse, alle quali in effetti è dedicata questa scheda.
    Dopo un periodo trascorso ad Ivrea presso il fratello Tommaso, Maria e Caterina si stabilirono in un palazzo di un nobile di Biella, città tranquilla e fedele ai duchi; dopo essersi riprese dal viaggio e dalle tensioni accumulate, le due sorelle religiose vollero andare ancora al santuario di Oropa e sebbene sconsigliate per la stagione fredda e inclemente, il 10 ottobre 1640 vi si recarono.
    L’aria pungente e gli abiti non adeguati, provocarono in Caterina una febbre che fra alti e bassi, una volta tornate a Biella, si rivelò come polmonite che nel giro di pochi giorni, il 20 ottobre 1640 portò alla morte la principessa, la quale ebbe il tempo necessario per prepararsi serenamente alla fine, ricevendo i Sacramenti e il Viatico, chiedendo perdono a tutti in particolare all’afflitta sorella Maria, disponendo dei suoi beni e esprimendo il desiderio di essere sepolta nel Santuario di Oropa, aveva 45 anni.
    La sorella Maria distrutta dal dolore rimase ad Oropa per due mesi, vicino alla tomba, finché ripresasi prese a peregrinare da una città all’altra, soggiornandovi per periodi più o meno lunghi, beneficando e ricevendo accoglienze dai signori locali e dal popolo che la considerava come una santa.
    Nell’Anno Santo 1650 andò anche a Roma, ricevuta con tutti gli onori da papa Innocenzo X; fu ad Assisi, Loreto, Bologna, Vigevano, Foligno, ecc. ad Assisi incontrò anche il santo francescano Giuseppe da Copertino, noto per le sue estasi ed elevazioni da terra; Maria era da tutti designata come “real pellegrina”, si fermava ad ogni santuario incontrato al suo passaggio.
    A dicembre 1653 Maria era di nuovo a Roma, alloggiata in un palazzo di Borgo in piazza Scossacavalli, riprendendo una certa forma di vita un po’ più aperta, ricevendo e rendendo visita ai nobili romani e della Corte pontificia di Innocenzo X e del successore papa Alessandro VII; cominciò a soffrire di un male che la rendeva febbricitante, i medici consigliarono il cambiamento d’aria e fu varie volte ospite delle belle ville della provincia romana, a Frascati e Zagarolo; ma al ritorno a Roma si ammalò sempre più e nel luglio 1656 messosi ormai definitivamente a letto, dettò il suo testamento, scrisse al nipote il duca Carlo Emanuele II, a Madama Reale e al fratello Maurizio, l’unico rimasto, non più cardinale ma sposato con una nipote e poi alle suore Cappuccine di Torino.
    In pace con Dio, circondata dalla sua piccola Corte, Maria di Savoia morì il 13 luglio 1656, rivestita del suo primo consunto saio francescano.
    Aveva espresso il desiderio di essere sepolta ad Assisi, ma a causa della peste che ancora serpeggiava a Roma, fu sepolta nella Chiesa dei Ss. Apostoli; solo nel 1662 il suo corpo fu traslato ad Assisi e tumulato nella Basilica di S. Francesco; l’anno successivo il papa fece arrivare da Roma le lapidi scolpite apposta per il suo sepolcro.
    Sempre unite nella vita, le due sorelle, defunte con sedici anni di distanza, furono separate in morte; le unisce la fama di santità che le aveva sempre distinte; e dal popolo come dai sovrani sabaudi, esse sono state sempre considerate degne di venerazione, in attesa di un riconoscimento ufficiale della Chiesa.


    Autore:
    Antonio Borrelli



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/92176




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    Venerabile Maria di Savoia Principessa, Terziaria Francescana
    13 luglio

    Torino, 9 febbraio 1594 - Roma, 13 luglio 1656

    La principessa Maria Apollonia di Savoia nacque nel 1594 dal duca Carlo Emanuele I, figlio di Emanuele Filiberto, e da Caterina d’Asburgo, figlia del re Filippo II di Spagna. Fu, terziaria francescana come la sorella Venerabile Francesca Caterina di Savoia, poi monaca cappuccina e dal 1650 monaca oblata nella Congregazione di Santa Francesca Romana a Tor de’ Specchi. Le due sorelle vennero proclamate "Venerabili" con Bolla Pontificia del 1° settembre 1838.


    La storia delle monarchie europee è densa di figure dispotiche e a volte crudeli e tiranne, fautori di guerre di conquista, condottieri di eserciti o adagiati nella vita a volte fatua di corte e poco curanti delle necessità dei sudditi.
    Ma sarebbe grave errore storico e di valutazione, considerare tutti negativi i sovrani che nei secoli si sono succeduti sui troni europei; perché tra essi e non sono pochi, spiccano grandi figure di eminenti politici, sostenitori della Chiesa, della cultura, dell’arte, del progresso, delle scoperte geografiche e scientifiche; costruttori d’alleanze per il bene dei loro Stati e della futura Europa; baluardo contro le invasioni barbariche, musulmane e asiatiche.
    Ma non solo, fra le Famiglie reali d’Europa, magari anche fra quelle convertite, il Cristianesimo e più segnatamente il Cattolicesimo, ha avuto figure di Santi, Beati, Venerabili e Servi di Dio, che unitamente ai tanti Testimoni della Fede del loro tempo, hanno costituito la scia luminosa della Santità cristiana, affiancati ai tanti di umili origini, perché Cristo si segue e si serve in ogni condizione sociale.
    È opportuno una considerazione, il povero, l’umile, il sofferente, il perseguitato, raggiunge le vette della santità accettando e valorizzando la sua condizione che purtroppo ha; il ricco, il nobile, il governante, ha invece la prerogativa di una vita agiata e piena di soddisfazioni, ma se egli rinuncia a tutto ciò e si immedesima nel povero e sofferente, condividendone i disagi per amore di Cristo, allora si può dire che la sua santità sia ancora più lodevole e questo devono aver ben compreso re, regine, principi, principesse e nobili, i cui nomi riempiono l’Albo della Santità cristiana.
    Non si può in questa scheda andare oltre, che tanto ci sarebbe da dire e approfondire, soprattutto segnalando almeno una parte dei loro nomi, ma si preferisce ritornare al tema della presente scheda, illustrare brevemente le figure delle venerabili Maria e Caterina di Savoia, Terziarie Francescane del XVII secolo.
    Settima figlia del Duca di Piemonte Carlo Emanuele I di Savoia (Rivoli, 1562 - Savigliano, 1630) e di Caterina d’Asburgo (1567-1597) figlia del re Filippo II di Spagna, Maria Francesca Apollonia nacque a Torino il 9 febbraio 1594; dopo poco più di un anno, il 5 ottobre 1595, nacque l’ottava dei dieci figli dei duchi, Caterina Francesca.
    Secondo gli accordi di Corte che prevedevano l’educazione dei figli maschi all’italiana, mentre per le femmine era prevista alla spagnola, anche le due principesse Maria e Caterina, come già le altre due sorelle maggiori Margherita e Isabella, ebbero come governante una dama venuta da Madrid, la contessa donna Marianna moglie dell’ambasciatore di Spagna a Torino.
    La duchessa loro madre desiderava tanto esserle vicino, ma quando ciò cominciava ad essere possibile, ebbe nel 1597 l’interruzione della decima gravidanza e dopo pochi giorni morì a soli 30 anni.
    Fu la prima delle sventure che si abbatterono sul piccolo Stato piemontese, seguita da un’epidemia di peste, flagello frequente in quei tempi, con un gran numero di vittime e con tutto lo strascico di credenze, untori, ecc. Nel 1605 un altro lutto colpiva la Famiglia ducale, il primogenito Filippo Emanuele morì a Madrid a soli 19 anni, certo che la vita allora non aveva grande durata.
    Intanto le due principesse crescevano impegnate fra gli studi, i lavori di cucito, le visite ai poveri e infermi, le pratiche religiose, con direttori prima due gesuiti, poi il barnabita padre Giusto Guérin futuro vescovo di Ginevra dal 1639.
    Con i matrimoni delle due sorelle maggiori Margherita e Isabella, che avevano di conseguenza lasciata la Corte, le due sorelle minori Maria e Caterina ormai adolescenti, si trovarono in primo piano nella vita della Corte sabauda.
    I caratteri delle due erano diversi, Caterina riservata nel parlare, ritirata nel frequentare, pratica nel trattare e di carnagione molto bruna; Maria di carnagione chiara e capelli biondo cenere, di temperamento vivace, grande prontezza, grazia straordinaria, briosa; ambedue partecipavano ai balli in costume, alle cavalcate, al correre sulla neve con slitte veloci e non erano insensibili, specie Caterina, agli omaggi dei cavalieri e del cugino il duca di Nemours.
    Gli anni della prima giovinezza sono contrassegnati dai tanti tentativi, accordi, alleanze, trattative, ambascerie, diplomazie, rottura di patti, delusioni, che il padre Carlo Emanuele I intraprese con le corti di Spagna e Francia, volendo dare un buon matrimonio, ma più politico che d’amore, alla figlia Caterina e per la figlia Maria eguali tentativi furono fatti con la Corte inglese.
    Per ambedue le figlie, che a volte erano arrivate fino alla soglia di un trono europeo, per cause politiche e di opportune alleanze, come si faceva allora nelle Corti europee, tutto sfumò senza che loro fossero sempre coscienti di quanto si cercava di concordare per il loro futuro.
    Il tempo ormai trascorreva e alla Corte di Torino le cose cambiavano; proveniente da Parigi si era stabilita a palazzo Maria Cristina, che nel 1619 aveva sposato il principe ereditario sabaudo Vittorio Amedeo I, fratello delle principesse.
    Ciò portò molto astio a Corte, i modi sciolti e aperti di Maria Cristina furono sempre più in contrasto con i modi conservatori di Maria e Caterina, le quali visto che anche il duca loro padre si era un po’ raffreddato nei loro confronti, cominciarono sempre più a chiudersi alla vita di Corte.
    Alle due Infante era giunta notizia che l’amica della Famiglia ducale, la marchesa di Ceva, stava per entrare nell’Ordine delle Suore Cappuccine di Milano e di Pavia, attratta dalla loro santità e perfetta osservanza; quindi chiesero al duca di poter fondare un monastero di Cappuccine anche a Torino.
    Il padre acconsentì e il 24 ottobre 1627 le prime tre suore provenienti dal convento di Pavia, poterono entrare insieme a tre novizie, nella nuova Casa presso la Chiesa del Suffragio di Torino; alla cerimonia della vestizione delle novizie torinesi fu presente anche la Corte.
    Le due sorelle ormai trentenni, continuarono la loro vita di Corte interessandosi anche di politica, per quanto allora era permesso; ma nel loro animo si faceva sempre più strada il desiderio di dedicarsi completamente al Signore, la crisi spirituale era particolarmente avvertita da Maria, finché sull’esempio di una zia materna allora governatrice dei Paesi Bassi, che essendo rimasta vedova era entrata nel Terz’Ordine di S. Francesco, alternando le cure dello Stato alle opere di carità, anche Maria l’8 febbraio 1629 a 35 anni, fece il voto di verginità nella sua Cappella privata.
    Qualche giorno dopo lo confidava all’amata sorella Caterina, che sorpresa e gioiosa nello stesso tempo, confessò che un voto simile era stato fatto anche da lei qualche anno prima; la conclusione fu che insieme decisero di consacrarsi a Dio.
    Da allora si moltiplicarono le iniziative di carità, visitando ospizi ed ospedali, aiutando i poveri ed i prigionieri, donando parte dei loro gioielli per la devozione verso il miracoloso simulacro della Madonna col Bambino, venerata nella Chiesa dei cappuccini al Monte.
    Nel contempo aumentarono gli atti di penitenza e umiliazione personale, come cilici e cordicelle nodose sul corpo, tutto ciò suscitò l’ammirazione di confessori e monache, che intorno ad esse tesserono leggende, rasentando l’esaltazione.
    Esse chiesero infine al padre l’autorizzazione di entrare in un chiostro, il quale esitando sulla reale vocazione di quelle figlie che nonostante tutti gli sforzi fatti non era riuscito a maritare, pertanto volle che si chiedesse consiglio all’arcivescovo di Milano il cardinale Federico Borromeo (1564-1631); il quale consigliò invece del chiostro, che l’avrebbe bloccate nelle opere di carità, di entrare nel Terz’Ordine Francescano.
    La mattina del 4 ottobre 1629, presente tutta la Corte, si svolse la cerimonia della vestizione del saio nella Cappella della Ss. Sindone, officiata dal Padre Provinciale dei Cappuccini; nel pomeriggio nel Monastero delle Cappuccine, furono tagliate dalla Madre Superiora le splendide chiome delle due Infante; iniziava così una nuova vita austera sì, ma densa di dolcezze spirituali.
    La parte del palazzo ducale che le ospitava, fu adattato al nuovo stile di vita austero e senza vanità, come pure dovettero adeguarsi nell’abbigliamento, coloro che le servivano.
    Ma un’altra grave epidemia di peste, infierì sui popoli occidentali europei, provocando 25.000 morti a Mantova, 94.000 a Venezia, 165.000 a Milano (descritta magistralmente nei “Promessi Sposi” del Manzoni), anche in Francia il morbo imperversava e alla fine anche il Piemonte, stretto fra due fuochi ne fu contagiato.
    La Corte seguita dai nobili e dai magistrati, lasciò Torino, in città la popolazione si ridusse dei tre quarti e su diecimila uomini rimasti, solo tremila sfuggirono alla morte.
    Anche le due principesse, per obbedienza al Duca, si rifugiarono prima ad Asti poi a Castigliole e Chieri, da lì mandavano a Torino aiuti ricavati dalla vendita dei loro gioielli.
    Intanto il 26 luglio 1630 moriva il Duca Carlo Emanuele I, a cui successe il figlio Vittorio Amedeo I (1587-1637) ereditando un Ducato scosso da guerre e occupazioni francesi e messo in ginocchio dalla peste; per giunta anche Caterina fu contagiata, ma fortunatamente guarì, rimanendo però sempre più debole in salute e sofferente d’asma.
    Alla fine del 1631 l’epidemia cessò e i Piemontesi ripresero le loro occupazioni, anche Maria e Caterina di Savoia tornarono a Torino e alla vista miserevole della città, presero a chiedere al Duca loro fratello, di impegnarsi a sollevare il popolo dalla grande indigenza in cui versava, mandando qualche frecciata verso la cognata Maria Cristina la francese, affinché si limitasse il lusso e sfarzo del tutto fuori luogo in quella situazione.
    Con l’appannaggio di 24.000 scudi, già fissato dal padre e aumentato di altri 9.000 scudi dati dal fratello, le due Infante poterono dedicarsi alle loro desiderate opere di carità e al sostegno delle Cappuccine.
    Consigliate da padre Ruga e incoraggiate dall’arcivescovo di Torino, ripresero un’ iniziativa già sperimentata nel passato, di istituire un ricovero per le ragazze che per disperazione, per bisogno o altro, fossero finite sulla cattiva strada anche della prostituzione, esse si chiamarono ‘Convertite’; dei loro bambini, ritenuti figli della colpa, s’interessò particolarmente Caterina.
    Le ricoverate, alloggiate nella casa comprata dalle Principesse nella Strada Nuova (odierna via Roma), salirono ben presto a 40 Convertite, le quali quasi tutte nel 1634 ricevettero l’abito di Terziarie Francescane dalle mani di Maria e Caterina, la cerimonia si concluse vestite di saio, con una processione per le vie della città e con il canto del ‘Te Deum’ in Duomo. Quest’opera, che fu sempre cara al cuore delle due principesse, fu conosciuta in tutto il Piemonte e in breve il numero delle Convertite salì a 60.
    Nel 1634 Maria e Caterina si recarono al Santuario della Madonna ad Oropa, che godeva già allora di un grande culto e afflusso di pellegrini e qui sostarono per un certo tempo alla ricerca del consolidamento della loro fede e serenità per le loro anime, cui la Corte torinese non risparmiava amarezze e contrarietà.
    Costituirono un gruppo di donne che l’aiutavano nei lavori di cucito e ricamo per i paramenti sacri del Santuario e per pregare insieme, questo gruppo, dopo che le principesse necessariamente si dovettero allontanare da Oropa, continuò l’opera da cui nacque la caratteristica istituzione di Oropa delle ‘Figlie di Maria’, dette inizialmente “zitelle d’Oropa”.
    Le Infante furono promotrici in campo ecclesiastico, della Riforma dei Religiosi, nei quali la rilassatezza e l’indegnità di alcuni membri aveva preso il sopravvento, così i Conventuali, i Carmelitani e le Monache di Santa Chiara, poterono rifiorire in santità e osservanza delle Regole.
    Il 13 dicembre 1643 le due sorelle fecero la loro professione religiosa nelle mani del Provinciale dei Cappuccini, nella loro Cappella privata. Erano monache, ma anche donne strettamente orgogliose del loro Casato, pertanto vissero con ansia e sofferenza tutte le vicende che coinvolsero ininterrottamente il Ducato di Piemonte, sballottolato fra le due grandi potenze di allora, la Spagna e la Francia, a cui la Corte per l’intreccio delle parentele era strettamente legata ad entrambe, con tutte le guerre che ne conseguivano.
    Assistettero con dolore alle discordie fra i loro tre fratelli, il duca Vittorio Amedeo, Tommaso e Maurizio; il 22 settembre 1635 morì anche il barnabita padre Amatore Ruga loro direttore spirituale, consigliere nelle opere di carità e primo ad incoraggiare la loro vocazione religiosa, fu sostituito dai padri Furno e Guérin.
    Durante una fase delle ricorrenti guerre, il duca Vittorio Amedeo si ammalò e nonostante ogni sforzo, morì l’8 ottobre 1637, sostituito poi con la reggenza della moglie ‘Madame’ Maria Cristina di Francia; seguì tutta una fase storica che coinvolse la reggente, legata alla Francia e i due cognati, i principi Tommaso legato alla Spagna e il principe cardinale Maurizio; la morte dell’erede al trono il piccolo Francesco Giacinto, l’intromissione del Primo Ministro francese card. Richelieu, l’assedio di Torino del 1640 e la capitolazione della città ai francesi, l’esilio del principe Tommaso e quello volontario delle due Infante.
    Purtroppo gli eventi storici del Piemonte e della Casa Savoia sono lunghi e particolareggiati ed è impossibile poterli narrare esaurientemente in questa scheda, pertanto è necessario per concludere, andare alle fasi finali della vita delle due principesse, alle quali in effetti è dedicata questa scheda.
    Dopo un periodo trascorso ad Ivrea presso il fratello Tommaso, Maria e Caterina si stabilirono in un palazzo di un nobile di Biella, città tranquilla e fedele ai duchi; dopo essersi riprese dal viaggio e dalle tensioni accumulate, le due sorelle religiose vollero andare ancora al santuario di Oropa e sebbene sconsigliate per la stagione fredda e inclemente, il 10 ottobre 1640 vi si recarono.
    L’aria pungente e gli abiti non adeguati, provocarono in Caterina una febbre che fra alti e bassi, una volta tornate a Biella, si rivelò come polmonite che nel giro di pochi giorni, il 20 ottobre 1640 portò alla morte la principessa, la quale ebbe il tempo necessario per prepararsi serenamente alla fine, ricevendo i Sacramenti e il Viatico, chiedendo perdono a tutti in particolare all’afflitta sorella Maria, disponendo dei suoi beni e esprimendo il desiderio di essere sepolta nel Santuario di Oropa, aveva 45 anni.
    La sorella Maria distrutta dal dolore rimase ad Oropa per due mesi, vicino alla tomba, finché ripresasi prese a peregrinare da una città all’altra, soggiornandovi per periodi più o meno lunghi, beneficando e ricevendo accoglienze dai signori locali e dal popolo che la considerava come una santa.
    Nell’Anno Santo 1650 andò anche a Roma, ricevuta con tutti gli onori da papa Innocenzo X; fu ad Assisi, Loreto, Bologna, Vigevano, Foligno, ecc. ad Assisi incontrò anche il santo francescano Giuseppe da Copertino, noto per le sue estasi ed elevazioni da terra; Maria era da tutti designata come “real pellegrina”, si fermava ad ogni santuario incontrato al suo passaggio.
    A dicembre 1653 Maria era di nuovo a Roma, alloggiata in un palazzo di Borgo in piazza Scossacavalli, riprendendo una certa forma di vita un po’ più aperta, ricevendo e rendendo visita ai nobili romani e della Corte pontificia di Innocenzo X e del successore papa Alessandro VII; cominciò a soffrire di un male che la rendeva febbricitante, i medici consigliarono il cambiamento d’aria e fu varie volte ospite delle belle ville della provincia romana, a Frascati e Zagarolo; ma al ritorno a Roma si ammalò sempre più e nel luglio 1656 messosi ormai definitivamente a letto, dettò il suo testamento, scrisse al nipote il duca Carlo Emanuele II, a Madama Reale e al fratello Maurizio, l’unico rimasto, non più cardinale ma sposato con una nipote e poi alle suore Cappuccine di Torino.
    In pace con Dio, circondata dalla sua piccola Corte, Maria di Savoia morì il 13 luglio 1656, rivestita del suo primo consunto saio francescano.
    Aveva espresso il desiderio di essere sepolta ad Assisi, ma a causa della peste che ancora serpeggiava a Roma, fu sepolta nella Chiesa dei Ss. Apostoli; solo nel 1662 il suo corpo fu traslato ad Assisi e tumulato nella Basilica di S. Francesco; l’anno successivo il papa fece arrivare da Roma le lapidi scolpite apposta per il suo sepolcro.
    Sempre unite nella vita, le due sorelle, defunte con sedici anni di distanza, furono separate in morte; le unisce la fama di santità che le aveva sempre distinte; e dal popolo come dai sovrani sabaudi, esse sono state sempre considerate degne di venerazione, in attesa di un riconoscimento ufficiale della Chiesa.


    Autore:
    Antonio Borrelli



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    Venerabile Maria Cristina di Savoia Regina della Due Sicilie
    31 gennaio

    Cagliari, 14 novembre 1812 - Napoli, 31 gennaio 1836


    Ancora una appartenente alla Casa di Savoia è testimone con la sua vita, della religiosità che ha contraddistinto la Casa reale nei secoli, tanto è vero che vi è un buon numero di beati, venerabili e servi di Dio a far da corona di santità a questo antico casato.
    Fra questi annoveriamo la venerabile Maria Cristina, regina del Regno delle due Sicilie, nata a Cagliari il 14 novembre 1812, mentre i genitori Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria, erano in esilio. Fu subito consacrata alla Madonna dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena fu in grado d’intendere e volere.
    Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla loro madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche. Le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore l’olivetano Giovan Battista Terzi.
    Crebbe nella sua fanciullezza formandosi ad una cultura consona ad una principessa e ad una spiritualità profonda; quando ebbe nove anni, il re Vittorio Emanuele I, dovette rinunziare al trono e dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui morì dopo tre anni nel 1824.
    Nei due anni successivi partecipò insieme alla madre ed alla sorella Marianna ai riti del Giubileo del 1825 andando a Roma, al ritorno si stabilì a Genova, riducendo le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a 20 anni le morì anche la madre e suo unico conforto rimase padre Terzi.
    Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire, qui sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, essendo al corrente dei piani di Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio.
    Il rito religioso avvenne a Genova il 21 novembre 1832, nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa. Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante ed in preda ad un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani.
    Iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni; a corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo; quando in carrozza, incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, fermava la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra anche nel fango delle strade di allora; fece in modo che a tutti a corte, fosse possibile partecipare alla s. Messa nei giorni festivi.
    La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Provvide d’accordo con il re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per il loro matrimonio, venisse usato per dare una dote a 240 giovani spose e al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.
    Dopo tre anni di sposa, la mancanza di un figlio che non veniva, faceva molto soffrire Maria Cristina, che pregava incessantemente per ciò e finalmente nel 1835, avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”, purtroppo era vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute; prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco e porgendolo al re suo marito, disse: “ Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”.
    Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Aveva poco più di 23 anni ed era stata regina per appena tre anni; i solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di s. Chiara, dove è tuttora.
    Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della ‘Regina santa’ e fatti prodigiosi si avverarono per sua intercessione.
    Pio IX nel 1859, firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione, dandole il titolo di venerabile. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del re Francesco II “il figlio della santa”; il 6 maggio 1937, Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.


    Autore:
    Antonio Borrelli



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    Venerabile Maria Clotilde di Savoia - Bonaparte
    Terziaria Domenicana

    25 giugno

    Torino, 2 marzo 1843 – Moncalieri, 25 giugno 1911

    Nasce attorno al 1075 da Erling, uno dei due gemelli vichinghi che furono conti delle Isole Orcadi nella seconda metà del secolo XI. Viene coinvolto nelle battaglie causate, assieme ai norvegesi, dal cugino esiliato, Haakon. Magno, però, non vuole combattere e viene fatto prigioniero. Riesce però a fuggire in Scozia dove inizia un cammino di conversione e di penitenza. Quando Haakon tenta ancora di impadronirsi illegittimamente del potere Magno guida un esercito contro di lui. Per breve tempo i due riescono a coabitare in una tregua. Ma Haakon, pur sempre intenzionato ad eliminare il cugino, lo invita ingannevolmente ad una conferenza di pace. Riesce così a farlo uccidere ad Egilsay e Magno, rifiutando di difendersi, muore pregando per i suoi assassini. (Avvenire)


    Maria Clotilde di Savoia, è uno degli esempi più eclatanti di come si possa raggiungere l’unione con Cristo, pur rimanendo nel mondo a vivere in ambienti, che per loro natura invece portano alla distrazione, all’orgoglio del potere, al lusso, alla vita mondana, cose che di solito si trovavano abbondantemente nelle corti reali ed imperiali d’Europa.
    Nacque a Torino il 2 marzo 1843, primogenita degli otto figli di re Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide d’Austria; ricevé dai genitori e dai nonni Carlo Alberto e Maria Teresa, sovrani del Piemonte e Sardegna, un’ottima educazione religiosa e fin dalla più tenera età, fu attratta da Gesù e per aumentare e consolidare questo amore per Cristo, leggeva e assimilava gli scritti di Bourdalone, padre Croiset, Massillon.
    Morta la mamma prematuramente, fu lei ad interessarsi a corte dei suoi fratellini rimasti orfani; l’11 giugno 1853 nel castello di Stupinigi, ricevé la S. Comunione, in quel giorno memorabile per tutti i bambini, Maria Clotilde scrisse i suoi propositi per il futuro, fra cui uno di una semplicità assoluta: “Gesù, io voglio agire ormai solo per piacerti”.
    Da quel giorno l’Eucaristia diverrà il grande Amore della sua vita; non ne potrà più fare a meno; così come fin da piccola imparò a venerare la Madonna e a recitare il Rosario ogni giorno.
    Acquisì una buona cultura religiosa e letteraria, apprese le lingue più importanti d’Europa, dipingeva discretamente, amò la musica e gli sport equestri; nonostante i lutti familiari, la sua vita trascorse tranquilla, finché nel 1857 quando Maria Clotilde aveva 15 anni, giunse al padre re Vittorio Emanuele II, la richiesta del principe Girolamo Bonaparte, cugino dell’imperatore di Francia Napoleone III, che intendeva prenderla in sposa.
    A questo punto la richiesta fu oggetto di imposizioni politiche da parte del Primo Ministro Camillo Benso conte di Cavour, il quale nel 1858 a Plombières, stava trattando per l’intervento dei francesi al fianco dei piemontesi contro l’Austria.
    Il padre Vittorio Emanuele, si oppose a questo matrimonio della figlia quindicenne con il principe quarantenne e noto libertino, ma ben presto fu costretto a cedere alla “ragion di Stato”.
    Anche Clotilde accettò come una vittima sacrificale e il 30 gennaio 1859, sposò Girolamo Bonaparte nel Duomo di Torino.
    Il 3 febbraio gli sposi fecero il solenne ingresso a Parigi, accolti dall’intera corte e dall’imperatore Napoleone III e dall’imperatrice Eugenia.
    Ma ben presto cominciarono per lei le difficoltà, i suoi principi cristiani urtarono contro quelli volteriani del marito, il quale passava interi giorni senza vederla, per cui Maria Clotilde fu costretta a scrivergli per comunicare con lui.
    Per compiacerlo, l’accompagnò nel 1861 negli Stati Uniti e nel 1863 in Egitto e Terra Santa, dove poté pregare a lungo con grande emozione sui luoghi di Gesù, in particolare sul Calvario, perché era una grandissima devota del Crocifisso.
    Comunque senza urtare Girolamo, razionalista e nemico della religione, riuscì ad avere una cappella al palazzo, con la celebrazione della Messa quotidiana.
    Dal matrimonio nacquero i figli Vittorio Napoleone (1862), Luigi Napoleone (1864) e Maria Letizia (1866), che costituirono per lei la più grande gioia e che educherà nelle luce di Cristo.
    Pur nel fasto della corte imperiale parigina, Maria Clotilde conservò lo spirito di pietà e distacco, dedicandosi soprattutto alla cura dei più poveri, dei malati negli ospedali, ai quali faceva visita ogni giorno.
    Anche nelle feste cui era costretta a partecipare, vestiva con semplicità ed era assai riservata; il suo stile, la sua dolcezza, la sua religiosità, si imposero a corte, al punto che Ernest Renan, miscredente e nemico di Cristo, affermò: “Clotilde è una santa della razza di s. Luigi di Francia”; lo stesso imperatore Napoleone III, che lei affettuosamente chiamava ‘papà’, la stimava profondamente, considerandola “un’affezionatissima figlia”.
    Quando il 2 settembre 1870 i Prussiani sconfissero le truppe francesi a Sedan, la dinastia napoleonica fu detronizzata e anche per la famiglia di Clotilde cominciarono le disavventure, che lei affrontò con animo forte e coraggioso.
    Anche suo padre Vittorio Emanuele II, nell’agosto 1870 le consigliò di tornare a Torino, ma lei declinò l’invito, rispondendo che il bene del marito, dei figli e della Francia, non glielo permetteva.
    Tuttavia il 5 settembre fu costretta a partire, ultima a lasciare Parigi invasa dai Prussiani, con la dignità di una regina e non come una fuggitiva e si rifugiò nel castello di Prangins in Svizzera, sul lago di Ginevra.
    Qui la sua spiritualità interiore si manifestò ancor di più e trentenne si offrì a Dio formulando il voto di vittima: “La mia vita sarà d’ora innanzi una immolazione la più completa, del corpo, del cuore, dei sentimenti, di tutto, per amore Tuo, o Gesù…Io sarò felice di essere tua vittima, o mio Gesù, se così ti piace”.
    A Prangins venne lasciata sola dal marito Girolamo Bonaparte, il quale ritornato a Parigi pensava alla riconquista del trono, divertendosi e trascurando la famiglia.
    Maria Clotilde ne ricevé una grande sofferenza, acuita dalla mancanza della celebrazione della Messa e della Comunione; solo la domenica poteva recarsi a Nyon, un paese vicino, per la Messa festiva e qui una domenica incontrò il domenicano padre Giacinto Cormier (1832-1916) oggi beato, che divenne il suo nuovo direttore spirituale; da questo incontro scaturì la sua entrata nel Terzo Ordine Domenicano, con il nome di ‘Suor Caterina del Sacro Cuore’, pur restando nel mondo e dedita alla famiglia.
    Dopo molte preghiere e consigliandosi con padre Cormier, alla fine decise di separarsi amichevolmente dal marito, con il quale rimase sempre in buoni rapporti, tanto che nel 1891 accorse a Roma dov’era morente, per confortarlo e ricevendo la consolazione di vederlo morire cristianamente.
    Nel 1878 lasciò la Svizzera e ritornò in Italia nel castello dei suoi avi a Moncalieri, dove trascorse il resto della sua vita.
    Visse come una monaca nel mondo, con la Messa e Comunione quotidiana, il Rosario intero alla Madonna e tantissima carità e beneficenza per i bambini, i poveri, gli ammalati, le madri di famiglia, aiutando i sacerdoti, sempre presente ad ogni iniziativa benefica.
    Ancora vivente si meritò il titolo di “la santa di Moncalieri”; appoggiò e sostenne le nascenti opere dei numerosi e grandi santi torinesi del suo tempo, don Bosco, don Murialdo, don Cottolengo, i canonici Luigi e Giovanni Boccardo, ecc., ella stessa faceva catechismo nella sua casa a Moncalieri, preparando i bambini alla Prima Comunione.
    Fedele figlia della Chiesa, quando seppe che le leggi che sopprimevano gli Ordini religiosi, approvate in Piemonte nel 1854, erano applicate a tutto il nuovo Regno d’Italia; senza temere la dilagante Massoneria, scrisse al re suo padre una vibrante protesta: “L’ultimo giorno giungerà per tutti e allora le cose si vedranno chiare. Non prepararti papà, dolorosi e terribili rimorsi”.
    Divenne una vera mistica che viveva di Gesù nel silenzio e nel raccoglimento, facendolo conoscere a tutti; quando suo fratello re Umberto I fu ucciso a Monza il 29 luglio 1900, l’erede al trono Vittorio Emanuele III, chiese a zia Clotilde preghiere e aiuto.
    Si spense a 68 anni, il 25 giugno 1911 a Moncalieri e dopo i funerali solenni alla “Gran Madre di Dio” a Torino, fu tumulata nella Basilica di Superga.
    Modello ai potenti ed agli umili; la causa per la sua beatificazione fu introdotta il 10 luglio 1942.


    Autore:
    Antonio Borrelli



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